MCCLXXVIII

MCCLXXVIIIAnno diCristomcclxxviii. Indiz.VI.Niccolò IIIpapa 2.Ridolfore de' Romani 6.A cose grandi tendevano i pensieri del romano ponteficeNiccolò III. Il più strepitoso affare fu quello d'indurreRidolfore de' Romani a rilasciare il dominio e possesso della Romagna, allegando la donazione fattane alla Chiesa romana da Pippino re di Francia, e confermata poi da diversi susseguenti imperadori[Ptolomaeus Lucens., Hist. Eccl., tom. 11 Rer. Ital. Ricordano Malaspina. Giovanni Villani ed altri.]. Era da più secoli in uso, che, non ostante i diplomi e le donazioni o concessioni di quel paese, continuarono i re d'Italia egl'imperadori a ritenere il dominio dell'esarcato di Ravenna, senza che se ne lagnassero i romani pontefici: del che a me sono ascosi i motivi e le ragioni. Ora il magnanimo papa Niccolò fece di vigorose istanze al re Ridolfo per l'effettiva cessione della Romagna, non gli parendo conveniente che Ridolfo ritenesse come Stato dell'imperio quello che col suo stesso diploma dicea d'aver conceduto alla Chiesa di Roma. Gran dibattimento su questo vi fu; ma perchè Ridolfo non voleva inimicarsi un pontefice di sì grande animo, in tempo massimamente che era nata guerra fra lui edOttocaroformidabil re di Boemia e signore dell'Austria e Stiria; per timore ancora ch'esso papa non passasse a fomentare i disegni ambiziosi delre Carlocontra dell'imperio; e finalmente per liberarsi dalle censure, nelle quali era incorso, o si minacciava che voleansi fulminare contra di lui, sull'esempio di Federigo II, per non aver finora adempiuto il voto della crociata: certo è ch'egli forzato venne alla cession della Romagna in favore della Chiesa romana. E siccome Ridolfo spedì un suo uffiziale a metterne il papa in possesso, così il papa inviò i suoi legati a quelle città per farsi riconoscere signore e sovrano d'esse terre. Intorno a questo affare son da vedere gli Annali Ecclesiastici del Rinaldi[Raynald., in Annal. Ecclesiast.]. L'autore della Cronica di Parma[Chron. Parmens., tom. 9 Rer. Ital.]scrive chesemper romani pontifices de republica aliquid volunt emungere, quum imperatores ad imperium assumuntur. Non si sa che Ferrara e Comacchio riconoscessero la sovranità pontificia. Bologna[Sigon., de Regno Ital., lib. 20.]la riconobbe, ma con certe condizioni e riserve. Alcune città si diedero liberamente al papa, altre negarono di farlo. Ma certo non cadde punto allora in pensiero alla corte di Roma di pretendere città dell'esarcato, Modena, Reggio, Parma e Piacenza, come gli adulatori degli ultimi secoli incominciarono asognare o a fingere con ingiuria della verità patente.L'altro grande affare, a cui s'applicò il pontefice, fu quello di abbassar la potenza diCarlo redi Sicilia. Covava egli in suo cuore non poco d'odio contra di lui. Ricordano Malaspina[Ricordano Malaspina, cap. 204. Giovanni Villani. S. Antonio.]ne attribuisce l'origine all'aver egli richiesta per moglie d'un suo nipote una nipote d'esso re Carlo, con riportarne la negativa, avendo risposto il re che non era degno il lignaggio d'un papa di mischiarsi col suo regale, perchè la di lui signoria non era ereditaria. Così almeno si disse; e che questo pontefice fosse appassionato forte per la esaltazione della sua famiglia, di maniera che alcuni l'hanno spacciato per autore del nepotismo, lo accennerò fra poco. Noi non falleremo credendo che ad esso papa dispiacesse forte la maniera tirannica, con cui il re Carlo governava la Puglia e Sicilia, e il mirarlo far da padrone in Roma, come senatore, con volere esso re raggirare a suo modo la corte pontificia, massimamente nell'occasion della sede vacante, essendosi detto che i suoi maneggi nell'ultimo conclave erano stati forti per impedir l'elezione del medesimo pontefice Niccolò, e per farla cadere in qualche cardinal franzese. Crebbe ancora la di lui avversione, perchè, trattandosi di riunir la Chiesa greca colla latina, il re Carlo, per sostener le pretensioni diFilipposuo genero all'imperio di Oriente, guastava tutte le orditure del papa, col dar fomento agli scismatici ribelli dell'imperador grecoMichele Paleologo, principe inclinato all'unione e pace delle Chiese. La conclusione di tutto questo si è, che il papa indusse il re Carlo a rinunziare al vicariato della Toscana, per soddisfare alle premure del re Ridolfo, ed insieme al grado di senatore di Roma. Dopo di che fece una costituzione,[C. Fundamentum, de Election. in Sexto.], in cui, rammemorando la donazione, benchè falsa, di Costantino, proibisce da lì innanzil'esaltare al posto di senatore alcuno imperadore, re, principe, duca, marchese, conte e qualsivoglia persona potente. Calò la testa il re Carlo, perchè anch'egli temeva che, se ricalcitrasse, un papa di tanto nerbo gli rivolgesse contra l'armi del re Ridolfo e degl'Italiani.Secondo la Cronica di Parma[Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.], nel precedente anno i Torriani cacciati da Milano cominciarono la guerra contra diOtton Visconte, arcivescovo e signore di quella città. Nel mese di giugno entròCasson dalla Torreco' suoi parenti in Lodi; alla qual nuova i Milanesi col carroccio, e i Pavesi anch'essi col carroccio loro si portarono ad assediar quella città. Ma venutoRaimondo dalla Torrepatriarca d'Aquileia con un grosso corpo di cavalleria e di balestrieri furlani, con cui si uni la milizia di Cremona, Parma, Reggio e Modena, questo esercito fece levar quell'assedio. Nulla di ciò si legge presso gli storici milanesi sotto il suddetto precedente anno, perchè tali fatti son da riferire al presente, nel quale si sa che i Torriani fecero gran guerra a Milano[Gualv. Flamma, in Manip. Flor., cap. 315. Annales Mediolanens., tom. 16 Rer. Ital.].Casson dalla Torre, uomo d'intrepidezza mirabile, secondo il Corio[Corio, Istor. di Milano.], entrò di maggio, siccome poco fa è detto, in Lodi con truppe tedesche e furlane e coi fuorusciti di Milano, e diede principio alle ostilità con iscorrere fino alle porte di Milano e far prigioni circa mille tra nobili e popolari. Atterrito da questo avvenimento Ottone arcivescovo, per rimediarvi e per rinforzare il partito suo, giudicò bene di condurre per capitano de' MilanesiGuglielmo marchesedi Monferrato, principe di gran potenza. Imperciocchè, se è vero ciò che ha l'autore della Cronica di Piacenza[Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.], egli era capitano e signore anche di Pavia, Novara, Asti, Torino, Alba, Ivrea, Alessandria e Tortona, ed in questomedesimo anno nel dì 3 di luglio ebbe la signoria di Casale di Monferrato per dedizion di quel popolo. Ma il capitanato di Pavia l'ebbe egli molto più tardi, e così d'altre città, siccome diremo. Benvenuto da San Giorgio[Benvenuto da San Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.]cita lo strumento, con cui nel dì 16 d'agosto i Milanesi condussero per lor capitano esso marchese colla provvisione annuale di dieci mila lire, e di cento lire ogni giorno, per anni cinque avvenire. Venne il marchese a Milano con cinquecento uomini d'armi, e poi di settembre condusse tutte le forze sue e de' Milanesi e Pavesi contra di Lodi. Diede il guasto al paese, prese qualche castello di poca resistenza; ma, all'udire che i Cremonesi e Parmigiani, aiutati anche dai Reggiani e Modenesi, s'appressavano con grande sforzo in aiuto de' Torriani, se ne tornò bravamente a Milano. Abbiamo nondimeno da Galvano Fiamma che passarono male in questo anno gli affari de' Milanesi, perchè Casson dalla Torre prese Marignano, Triviglio, Caravaggio ed altri luoghi; ridusse quasi in cenere Crema, diede il guasto al territorio di Pavia; altrettanto fece all'isola dì Fulcherio; ed ebbe tal coraggio, che con una scorreria arrivò fin sotto Milano, e scagliò l'asta sua contra di porta Ticinese. Nel dì 10 d'agosto s'impadronì ancora di Cassano e di Vavrio, e menò da ogni parte gran quantità di prigioni: cose tutte che obbligarono Ottone arcivescovo e i Milanesi, siccome abbiam detto, a chiamare Guglielmo marchese di Monferrato, e a dargli la bacchetta del comando militare. In queste liti fra i Milanesi e Torriani non si vollero mischiare i Piacentini.Spedì in quest'anno il ponteficeNiccolò IIIa Bolognafra Latinodell'ordine de' Predicatori, suo nipote, cioè figliuolo di una sua sorella, cardinale vescovo di Ostia e legato della Romagna, Marca, Lombardia e Toscana, acciocchè trattasse di pace fra le città di quelle contrade e fra i Geremii e i Lambertazziusciti di Bologna. Così calde furono intorno a ciò le premure del papa, così efficaci i maneggi del cardinale legato e diBertoldo Orsinoconte della Romagna, fratello d'esso papa[Matth. de Griffonibus, Histor. Bononiens., tom. 18 Rer. Italic. Ghirardacci, Istor. di Bologna. Sigon., de Regno Ital., lib. 20.], che, quantunque s'incontrassero di molte opposizioni, pure si disposero gli animi a ricevere la concordia, a cui si venne poi nell'anno seguente, siccome appresso diremo. Passò dipoi in Toscana[Ricordano Malaspina, cap. 205.]il medesimo cardinale Latino, ed entrò in Firenze nel dì 8 di ottobre, con porre anche ivi le fondamenta della pace, che seguì nell'anno vegnente fra i Guelfi e i Ghibellini. Ebbero nel presente guerra i Padovani coi Veronesi[Chron. Patavin., tom. 8 Rer. Italic.], e coll'esercito si portarono all'assedio della terra di Cologna. Uniti con esso loro furono a questa impresa i Vicentini sudditi, edObizzo[Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.]marchesed'Este e signor di Ferrara, il quale, siccome collegato, oppur come principale, andò colle sue genti in aiuto loro. Durò quell'assedio quarantadue giorni; in fine l'ebbero a patti, e sembra che la restituissero al suddetto marchese, i cui antenati ne erano stati padroni. Dagli Annali Ecclesiastici abbiamo[Raynaldus, in Annal. Eccl., num. 77.]che il pontefice Niccolò stese il suo desiderio della pace non solo alle città della Romagna, ma anche a quelle della Lombardia, con aver data facoltà a' suoi ministri di assolvere dalle censure e liberar dall'interdetto ilconte Guidodi Montefeltro, il marchese di Monferrato, le città d'Asti, Novara, Vercelli, Pavia e Verona, purchè giurassero di sottomettersi ai comandamenti del papa. Non piacevano già alre Carloquesti passi, perchè egli tendeva ad esser l'arbitro dell'Italia, e il papa molto più di lui pretendeva a questa gloria. Nè si dee tacere che in quest'anno[Æneas Silvius, in Hist. Austr. Stero, in Annalib. Chron. Colmar.], essendorecedutoOttocarosuperbo e potente re di Boemia dalla convenzione stipulata conRidolfo rede' Romani per gli affari del ducato d'Austria, ed avendo già ricominciata la guerra contra di lui, nel dì 26 d'agosto si venne ad un fierissimo fatto d'armi fra i due nemici eserciti in vicinanza di Vienna. Restò sconfitta l'armata boema, e lo stesso re Ottocaro vi lasciò la vita: per così gloriosa vittoria altamente crebbe in credito a potenza il re Ridolfo.

A cose grandi tendevano i pensieri del romano ponteficeNiccolò III. Il più strepitoso affare fu quello d'indurreRidolfore de' Romani a rilasciare il dominio e possesso della Romagna, allegando la donazione fattane alla Chiesa romana da Pippino re di Francia, e confermata poi da diversi susseguenti imperadori[Ptolomaeus Lucens., Hist. Eccl., tom. 11 Rer. Ital. Ricordano Malaspina. Giovanni Villani ed altri.]. Era da più secoli in uso, che, non ostante i diplomi e le donazioni o concessioni di quel paese, continuarono i re d'Italia egl'imperadori a ritenere il dominio dell'esarcato di Ravenna, senza che se ne lagnassero i romani pontefici: del che a me sono ascosi i motivi e le ragioni. Ora il magnanimo papa Niccolò fece di vigorose istanze al re Ridolfo per l'effettiva cessione della Romagna, non gli parendo conveniente che Ridolfo ritenesse come Stato dell'imperio quello che col suo stesso diploma dicea d'aver conceduto alla Chiesa di Roma. Gran dibattimento su questo vi fu; ma perchè Ridolfo non voleva inimicarsi un pontefice di sì grande animo, in tempo massimamente che era nata guerra fra lui edOttocaroformidabil re di Boemia e signore dell'Austria e Stiria; per timore ancora ch'esso papa non passasse a fomentare i disegni ambiziosi delre Carlocontra dell'imperio; e finalmente per liberarsi dalle censure, nelle quali era incorso, o si minacciava che voleansi fulminare contra di lui, sull'esempio di Federigo II, per non aver finora adempiuto il voto della crociata: certo è ch'egli forzato venne alla cession della Romagna in favore della Chiesa romana. E siccome Ridolfo spedì un suo uffiziale a metterne il papa in possesso, così il papa inviò i suoi legati a quelle città per farsi riconoscere signore e sovrano d'esse terre. Intorno a questo affare son da vedere gli Annali Ecclesiastici del Rinaldi[Raynald., in Annal. Ecclesiast.]. L'autore della Cronica di Parma[Chron. Parmens., tom. 9 Rer. Ital.]scrive chesemper romani pontifices de republica aliquid volunt emungere, quum imperatores ad imperium assumuntur. Non si sa che Ferrara e Comacchio riconoscessero la sovranità pontificia. Bologna[Sigon., de Regno Ital., lib. 20.]la riconobbe, ma con certe condizioni e riserve. Alcune città si diedero liberamente al papa, altre negarono di farlo. Ma certo non cadde punto allora in pensiero alla corte di Roma di pretendere città dell'esarcato, Modena, Reggio, Parma e Piacenza, come gli adulatori degli ultimi secoli incominciarono asognare o a fingere con ingiuria della verità patente.

L'altro grande affare, a cui s'applicò il pontefice, fu quello di abbassar la potenza diCarlo redi Sicilia. Covava egli in suo cuore non poco d'odio contra di lui. Ricordano Malaspina[Ricordano Malaspina, cap. 204. Giovanni Villani. S. Antonio.]ne attribuisce l'origine all'aver egli richiesta per moglie d'un suo nipote una nipote d'esso re Carlo, con riportarne la negativa, avendo risposto il re che non era degno il lignaggio d'un papa di mischiarsi col suo regale, perchè la di lui signoria non era ereditaria. Così almeno si disse; e che questo pontefice fosse appassionato forte per la esaltazione della sua famiglia, di maniera che alcuni l'hanno spacciato per autore del nepotismo, lo accennerò fra poco. Noi non falleremo credendo che ad esso papa dispiacesse forte la maniera tirannica, con cui il re Carlo governava la Puglia e Sicilia, e il mirarlo far da padrone in Roma, come senatore, con volere esso re raggirare a suo modo la corte pontificia, massimamente nell'occasion della sede vacante, essendosi detto che i suoi maneggi nell'ultimo conclave erano stati forti per impedir l'elezione del medesimo pontefice Niccolò, e per farla cadere in qualche cardinal franzese. Crebbe ancora la di lui avversione, perchè, trattandosi di riunir la Chiesa greca colla latina, il re Carlo, per sostener le pretensioni diFilipposuo genero all'imperio di Oriente, guastava tutte le orditure del papa, col dar fomento agli scismatici ribelli dell'imperador grecoMichele Paleologo, principe inclinato all'unione e pace delle Chiese. La conclusione di tutto questo si è, che il papa indusse il re Carlo a rinunziare al vicariato della Toscana, per soddisfare alle premure del re Ridolfo, ed insieme al grado di senatore di Roma. Dopo di che fece una costituzione,[C. Fundamentum, de Election. in Sexto.], in cui, rammemorando la donazione, benchè falsa, di Costantino, proibisce da lì innanzil'esaltare al posto di senatore alcuno imperadore, re, principe, duca, marchese, conte e qualsivoglia persona potente. Calò la testa il re Carlo, perchè anch'egli temeva che, se ricalcitrasse, un papa di tanto nerbo gli rivolgesse contra l'armi del re Ridolfo e degl'Italiani.

Secondo la Cronica di Parma[Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.], nel precedente anno i Torriani cacciati da Milano cominciarono la guerra contra diOtton Visconte, arcivescovo e signore di quella città. Nel mese di giugno entròCasson dalla Torreco' suoi parenti in Lodi; alla qual nuova i Milanesi col carroccio, e i Pavesi anch'essi col carroccio loro si portarono ad assediar quella città. Ma venutoRaimondo dalla Torrepatriarca d'Aquileia con un grosso corpo di cavalleria e di balestrieri furlani, con cui si uni la milizia di Cremona, Parma, Reggio e Modena, questo esercito fece levar quell'assedio. Nulla di ciò si legge presso gli storici milanesi sotto il suddetto precedente anno, perchè tali fatti son da riferire al presente, nel quale si sa che i Torriani fecero gran guerra a Milano[Gualv. Flamma, in Manip. Flor., cap. 315. Annales Mediolanens., tom. 16 Rer. Ital.].Casson dalla Torre, uomo d'intrepidezza mirabile, secondo il Corio[Corio, Istor. di Milano.], entrò di maggio, siccome poco fa è detto, in Lodi con truppe tedesche e furlane e coi fuorusciti di Milano, e diede principio alle ostilità con iscorrere fino alle porte di Milano e far prigioni circa mille tra nobili e popolari. Atterrito da questo avvenimento Ottone arcivescovo, per rimediarvi e per rinforzare il partito suo, giudicò bene di condurre per capitano de' MilanesiGuglielmo marchesedi Monferrato, principe di gran potenza. Imperciocchè, se è vero ciò che ha l'autore della Cronica di Piacenza[Chron. Placentin., tom. 16 Rer. Ital.], egli era capitano e signore anche di Pavia, Novara, Asti, Torino, Alba, Ivrea, Alessandria e Tortona, ed in questomedesimo anno nel dì 3 di luglio ebbe la signoria di Casale di Monferrato per dedizion di quel popolo. Ma il capitanato di Pavia l'ebbe egli molto più tardi, e così d'altre città, siccome diremo. Benvenuto da San Giorgio[Benvenuto da San Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.]cita lo strumento, con cui nel dì 16 d'agosto i Milanesi condussero per lor capitano esso marchese colla provvisione annuale di dieci mila lire, e di cento lire ogni giorno, per anni cinque avvenire. Venne il marchese a Milano con cinquecento uomini d'armi, e poi di settembre condusse tutte le forze sue e de' Milanesi e Pavesi contra di Lodi. Diede il guasto al paese, prese qualche castello di poca resistenza; ma, all'udire che i Cremonesi e Parmigiani, aiutati anche dai Reggiani e Modenesi, s'appressavano con grande sforzo in aiuto de' Torriani, se ne tornò bravamente a Milano. Abbiamo nondimeno da Galvano Fiamma che passarono male in questo anno gli affari de' Milanesi, perchè Casson dalla Torre prese Marignano, Triviglio, Caravaggio ed altri luoghi; ridusse quasi in cenere Crema, diede il guasto al territorio di Pavia; altrettanto fece all'isola dì Fulcherio; ed ebbe tal coraggio, che con una scorreria arrivò fin sotto Milano, e scagliò l'asta sua contra di porta Ticinese. Nel dì 10 d'agosto s'impadronì ancora di Cassano e di Vavrio, e menò da ogni parte gran quantità di prigioni: cose tutte che obbligarono Ottone arcivescovo e i Milanesi, siccome abbiam detto, a chiamare Guglielmo marchese di Monferrato, e a dargli la bacchetta del comando militare. In queste liti fra i Milanesi e Torriani non si vollero mischiare i Piacentini.

Spedì in quest'anno il ponteficeNiccolò IIIa Bolognafra Latinodell'ordine de' Predicatori, suo nipote, cioè figliuolo di una sua sorella, cardinale vescovo di Ostia e legato della Romagna, Marca, Lombardia e Toscana, acciocchè trattasse di pace fra le città di quelle contrade e fra i Geremii e i Lambertazziusciti di Bologna. Così calde furono intorno a ciò le premure del papa, così efficaci i maneggi del cardinale legato e diBertoldo Orsinoconte della Romagna, fratello d'esso papa[Matth. de Griffonibus, Histor. Bononiens., tom. 18 Rer. Italic. Ghirardacci, Istor. di Bologna. Sigon., de Regno Ital., lib. 20.], che, quantunque s'incontrassero di molte opposizioni, pure si disposero gli animi a ricevere la concordia, a cui si venne poi nell'anno seguente, siccome appresso diremo. Passò dipoi in Toscana[Ricordano Malaspina, cap. 205.]il medesimo cardinale Latino, ed entrò in Firenze nel dì 8 di ottobre, con porre anche ivi le fondamenta della pace, che seguì nell'anno vegnente fra i Guelfi e i Ghibellini. Ebbero nel presente guerra i Padovani coi Veronesi[Chron. Patavin., tom. 8 Rer. Italic.], e coll'esercito si portarono all'assedio della terra di Cologna. Uniti con esso loro furono a questa impresa i Vicentini sudditi, edObizzo[Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.]marchesed'Este e signor di Ferrara, il quale, siccome collegato, oppur come principale, andò colle sue genti in aiuto loro. Durò quell'assedio quarantadue giorni; in fine l'ebbero a patti, e sembra che la restituissero al suddetto marchese, i cui antenati ne erano stati padroni. Dagli Annali Ecclesiastici abbiamo[Raynaldus, in Annal. Eccl., num. 77.]che il pontefice Niccolò stese il suo desiderio della pace non solo alle città della Romagna, ma anche a quelle della Lombardia, con aver data facoltà a' suoi ministri di assolvere dalle censure e liberar dall'interdetto ilconte Guidodi Montefeltro, il marchese di Monferrato, le città d'Asti, Novara, Vercelli, Pavia e Verona, purchè giurassero di sottomettersi ai comandamenti del papa. Non piacevano già alre Carloquesti passi, perchè egli tendeva ad esser l'arbitro dell'Italia, e il papa molto più di lui pretendeva a questa gloria. Nè si dee tacere che in quest'anno[Æneas Silvius, in Hist. Austr. Stero, in Annalib. Chron. Colmar.], essendorecedutoOttocarosuperbo e potente re di Boemia dalla convenzione stipulata conRidolfo rede' Romani per gli affari del ducato d'Austria, ed avendo già ricominciata la guerra contra di lui, nel dì 26 d'agosto si venne ad un fierissimo fatto d'armi fra i due nemici eserciti in vicinanza di Vienna. Restò sconfitta l'armata boema, e lo stesso re Ottocaro vi lasciò la vita: per così gloriosa vittoria altamente crebbe in credito a potenza il re Ridolfo.


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