MCCLXXXI

MCCLXXXIAnno diCristomcclxxxi. IndizioneIX.Martino IVpapa 1.Ridolfore de' Romani 9.Giacchè non era riuscito aCarlo redi Sicilia di far eleggere a modo suo un romano pontefice nella precedente vacanza della santa Sede (del che egli s'era trovato molto male); tanto studio mise questa volta, che ottenne l'intento suo. Adoperò infin le violenze; imperciocchè, non essendo allora chiuso il conclave, perchè era stata abolita la costituzione di Gregorio X, ed opponendosi a tutto potere due cardinali della casa Orsina, cioèMatteo RossoeGiordano, acciocchè non si eleggesse un papa franzese[Ricord. Malasp. Giovanni Villani. Raynald., Annal. Eccl. S. Antonin. Jordanus, in Chron., et alii.]; il re Carlo mosse il popolo di Viterbo, dove erano i cardinali, e Riccardo degli Annibaldeschi signore della città medesima, a rinserrare in una camera que' due cardinali, col pretesto che impedissero l'elezione. V'aggiunsero poscia il terzo, cioèLatino cardinale, vescovo d'Ostia, nipote anch'esso del defunto Niccolò III, e li ridussero a pane ed acqua, di modo che, volere o non volere, convenne che i cardinali italiani concorressero ad eleggere quel papa che piacque al re Carlo, cioè un papa franzese. Fu non senza ragione creduto che le disgrazie sopravvenute poco appresso al medesimo re fossero un gastigo della mano di Dio contra chi sì sconciamente si abusava della potenza sua in danno e scandalo della Chiesa.Videsi dunque alzato sulla Sede di san Pietro nel dì 22 di febbraioSimone cardinaledi Santa Cecilia, Franzese di nazione, perchè nato a Mompincè in Brie, ma chiamato da gl'Italiani Turonense, perchè era stato canonico e tesoriere della chiesa di San Martino di Tours. Egli prese il nome diMartino IV, tuttochè, secondo il retto parlare, si dovesse nominar solamente Martino II. Non mancò egli di far subito conoscere l'eccessiva gratitudine sua al re Carlo, con isposar come suoi proprii tutti i di lui interessi. Una nondimeno delle prime sue imprese fu di ritirarsi ad Orvieto, e di scomunicar quei Viterbesi che aveano usata violenza ai cardinali, e di sottoporre all'interdetto la città medesima. Poscia ottenne esso papa dai Romani il grado di senator perpetuo con facoltà di sustituire, e posevi in suo luogo il re Carlo, creandolo di nuovo senatore di Roma, senza far caso della costituzione contraria di Niccolò III[Vita Martini IV, P. I, tom. 3 Rer. Ital. Jordan., in Chron. Ptolom. Lucens., Hist. Eccl., tom. 11 Rer. Ital.]. Non soleva mettere uffiziale o governatore nelle città dello Stato ecclesiastico che non fosse preso dalla casa e famiglia del medesimo re Carlo. Parimente ad istanza d'esso re, che meditava di portar le sue armi contro all'imperador di Costantinopoli scomunicò l'imperador grecoMichele Paleologo: il che tornò in danno gravissimo non meno del re che della Chiesa stessa. E veramente di grandi preparamenti di genti e di navi faceva allora il re di Sicilia per invadere l'imperio greco; fors'anche avrebbe egli eseguita con buon successo così vasta impresa, se non si fosse da qui a non molto attaccato il fuoco alla casa propria: del che parleremo all'anno seguente.Nel verno di quest'anno s'inviòGuglielmo marchesedel Monferrato conBeatricesua moglie alla volta della Spagna, per visitareAlfonso redi Castiglia suocero suo[Benvenuto da S. Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.]. Per istrada fu ritenutoprigione daTommaso contedi Savoia suo cognato, perchè fratello della prima sua moglie. Se volle liberarsi, fu costretto a far cessione delle ragioni sue sopra Torino, Colegno, Pianezza ed altre terre; ed anche di pagar sei mila lire di bisanti, con dare ostaggi per questo. Andossene dipoi in Ispagna, dove finì di viver la sua moglie Beatrice, e servito da due galee genovesi se ne tornò in Italia, seco menando cinquecento cavalieri spagnuoli, cento balestrieri e buone somme di danaro, con aver dato ad intendere al suocero che ridurrebbe tutta l'Italia all'ubbidienza di lui. Essendo venuto a Lodi[Corio, Istor. di Milano.]Raimondo dalla Torrepatriarca d'Aquileia con cinquecento uomini di arme furlani, si unirono coi Torriani i Cremonesi ed altri popoli della lor fazione, ed, usciti in campagna, andarono nel contado di Milano per prendere il borgo di Vavrio. Allora anche i Milanesi con grande sforzo di loro genti e cogli aiuti de' loro collegati cavalcarono per impedire i disegni dei Torriani. Che in questo esercito fosse anche il marchese di Monferrato, lo asseriscono gli storici milanesi[Annal. Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.]e il Ventura nella Storia di Asti[Ventura, Chron. Estens., tom. 11 Rer. Ital.]. Dalla Cronica di Parma pare che si ricavi che no. Comunque sia, nel dì 25 di maggio, festa di san Dionisio arcivescovo di Milano, si affrontarono queste due armate[Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.], e si fece un ostinato e sanguinoso fatto d'armi. Rimasero sconfitti i Torriani; vi perdè la vita il valorosoCasson dalla Torrecol podestà di Lodi, Scurta dalla Porta Parmigiano; ed, oltre ad ottocento prigioni condotti a Milano, moltissimi furono i morti nel campo e gli annegati nel fiume Adda.Raimondo dalla Torre, intesa questa disavventura, col capo basso se ne tornò ad Aquileia. Abbiamo dalla Cronica di Parma[Chron. Parmense, tom. 9 Rerum Ital.]che il suddetto marchese Guglielmo, siccome capitano de' Milanesi,colla gente e col carroccio di quel comune, e i Vercellesi, Novaresi, Tortonesi ed Alessandrini si accamparono di poi a Santa Cristina senza uscire del lor territorio. Erasi tenuto in Parma nel precedente agosto un parlamento delle città guelfe, in cui s'era risoluto di dar soccorso a Lodi, occorrendone il bisogno. Questo venne; ma perchè durava ancora qualche antica ruggine fra i Parmigiani e Cremonesi, per avere l'un popolo all'altro tanti anni prima tolto il carroccio, si determinò di farne la vicendevol restituzione. Quello di Parma era chiamatoRegoglio(credo che sia in vece diOrgoglio), e quello de' Cremonesi si appellavaGaiardo. Nella Cronica Estense[Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.]quello de' Cremonesi è chiamaloBerta, e questo nome, oppur diBertazzuola, gli vien anche dato da Antonio Campi[Campi, Istor. di Cremona.]. Fu dunque fatto il cambio di questi carrocci con indicibil gaudio di amendue le città nel dì 6 di settembre. L'autore della suddetta Cronica Estense, che più minutamente racconta le particolarità di questo fatto, fra l'altre cose scrive che il podestà di Modena in persona si portò con assai altri nobili a Parma, per maggiormente condecorar quella funzione: il che ci dà a conoscere quai fossero i costumi e i genii di questi tempi. Ciò fatto, i Parmigiani con tutta la lor cavalleria e fanteria marciarono in aiuto di Lodi, e si andarono a postare sulla riva dello Adda in una terra chiamata Grotta. Lungi di là un miglio si accamparono i Cremonesi a Pizzighittone con tutte le lor forze. Cento uomini d'armi v'andarono da Reggio, altrettanti con secento pedoni da Modena, e cinquanta dal marchese d'Este vi furono spediti. Diede bensì l'esercito milanese assaissimo danno al distretto di Lodi, ma senza fare di più; e gli convenne tornare indietro con perdita di molti uomini e cavalli. Nel seguente dicembre Buoso da Doara (non so se figliuolo o nipote dell'altroche fiorì circa il 1260, oppure lo stesso) entrò con quattrocento cavalli ed altrettanti fanti in Crema, e cominciò la guerra contra di Cremona. Per questa novità i Piacentini, Parmigiani e Bresciani con possente milizia corsero di nuovo a sostener Cremona. La Cronica di Parma parla di questo solamente nell'anno seguente.Le premure del defunto papaNiccolò IIIerano state da padre nel procurar dappertutto la pace fra i Guelfi e Ghibellini. Diverse ben furono le massime diMartino IV, cioè di un pontefice che si lasciava menare pel naso, come sua creatura, daCarlo redi Sicilia, il quale non potea patire i Ghibellini fautori dell'imperio. Eransi ridotti in Forlì tutti, per così dire, i Ghibellini della Romagna, sbanditi dalle loro città. Contra di questi il papa e il re Carlo fecero preparamento grande d'armi nell'anno presente[Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.]; e tanto più perchèGuido contedi Montefeltro, capitano di Forlì, nel marzo ed aprile avea fatto delle scorrerie fino a Durbeco e alle porte di Faenza, dove, secondo gli Annali di Modena[Annal. Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.], diede una spelazzata ai Guelfi, e poscia era passato nel maggio sul Ravegnano, spogliando e bruciando senza opposizione alcuna que' paesi. All'avviso del formidabil temporale che si disponeva contra di loro, il comune di Forlì e la parte de' Lambertazzi spedirono ambasciatori supplichevoli alla corte pontificia, dimorante allora in Orvieto col re Carlo e cogli ambasciatori della parte contraria, cioè de' Geremii guelfi di Bologna. Ma furono mal veduti e mal ricevuti, in guisa che, senza poter ottenere nè giustizia nè misericordia dal papa, e vituperosamente rigettati, forza fu che se ne ritornassero come disperati a casa, con aver gittati i passi al vento. In questi tempi esso pontefice creò conte della RomagnaGiovanni d'Eppa, ossia d'Appia o de Pà, Franzese,consigliere del re Carlo. Costui colle milizie datogli del papa e dal re venne a Bologna con ordine di far aspra guerra a Forlì e a tutti i Ghibellini, e nel mese di giugno coi popoli di Bologna, Imola e Faenza passò ostilmente sul distretto di Forlì, facendo precedere comandamenti ed intimazioni al conte Guido e ai Lambertazzi d'andarsene con Dio. Dopo di che, avendo seco un'immensa quantità di guastatori, fece in più volte quanto danno potè al territorio forlivese, con giugnere fino alle porte, ma nulla di più osò per ora. Il conte Guido si contenne sempre con riguardo. Fulminò il papa contra de' Forlivesi le scomuniche più fiere, e pose l'interdetto alla città, con farne uscire tutti gli ecclesiastici sì secolari che regolari; e forse per la prima volta si cominciò ad udire quella detestabil invenzione di gastigo e pena, cioè che anche fuori dello stato ecclesiastico fossero confiscati in favore del papa tutti i beni e le robe de' Forlivesi: gastigo che cadeva ancora sopra gl'innocenti mercatanti, e sopra coloro eziandio che, per non participar di quelle brighe, si erano ritirati altrove, nè aveano parte alcuna negli affari del governo di Forlì. L'autore della Cronica di Parma scrive, che fu inoltre pubblicata in quella città la scomunica contra chiunque avesse roba di alcun forlivese, e non la rivelasse ai nunzii del papa, sotto pena di pagare del proprio, e di non essere assolto nè in vita nè in morte. In Parma più di tre mila lire si ritrovarono, che furono perciò consegnate ai deputati pontifizii. Veggasi un poco che strani frutti produsse la barbarie ed ignoranza di questi secoli. Fece in quest'anno lega coi Veneziani[Caffari, Annal. Genuens., lib. 10, tom. 6 Rer. Italic.]Carlo re di Sicilia, risoluto di far la guerra aMichele Paleologoimperador dei Greci: per la quale impresa seguitava ad ammannire una sterminata copia di galee, uscieri ed altre cose necessarie. Non poche istanze ebbero ancorada lui i Genovesi per entrare in lega, venendo loro esibito una parte del conquisto; ma se ne scusarono, siccome assai conoscenti di che pelo fosse quel regnante; anzi spedirono una galea apposta al Paleologo per avvertirlo di ciò che si macchinava contra di lui.I Lucchesi in quest'anno[Ptolomaeus Lucens., Annal. brev., tom. 11 Rer. Ital.]fecero oste contra di Pescia, la presero, e il pazzo furore de' soldati la ridusse in cenere. Tuttociò avvenne, per quanto fu creduto, perchè il popolo di quella terra si era suggettato ai cancelliere delre Ridolfo, a cui si pretendea che non avesse da sottomettersi se prima non compariva la conferma di lui fatta dal papa: tutti pretesti inventati dai Guelfi; imperciocchè, per attestato del Rinaldi[Raynaldus, Annal. Eccles.], papa Martino con sue lettere, date in Orvieto nel dì 21 maggio dell'anno corrente, e rapportate dal medesimo Annalista, avea scritto a tutte le città e baroni della Toscana che riconoscessero per ministri del re Ridolfo il vescovo gurcense e Ridolfo cancelliere, da lui spediti per suoi vicarii in Toscana. Ma sappiamo da Giachetto Malaspina[Giachetto Malaspina, cap. 213. Giovanni Villani.]che verisimilmente per segrete insinuazioni del Carlo niuna delle città di quella provincia, da Pisa e Santo Miniato in fuora, volle prestar fedeltà ed ubbidienza agli uffiziali del re Ridolfo: laonde il vicario del re Ridolfo si ritirò colle sue masnade in essa terra di Santo Miniato, condannò i popoli disubbidienti, e cominciò guerra contra dei Fiorentini e Lucchesi; ma con sì poco frutto, che da lì a non molto se n'andò con Dio, e tornossene come beffato in Germania. Veggasi ora se erano tutte frodi, siccome dicemmo, quelle del re Carlo, allorchè si fece dichiarar vicario della Toscana da papa Clemente IV con promessa di ritirarsi, creato che fosse un re de' Romani.

Giacchè non era riuscito aCarlo redi Sicilia di far eleggere a modo suo un romano pontefice nella precedente vacanza della santa Sede (del che egli s'era trovato molto male); tanto studio mise questa volta, che ottenne l'intento suo. Adoperò infin le violenze; imperciocchè, non essendo allora chiuso il conclave, perchè era stata abolita la costituzione di Gregorio X, ed opponendosi a tutto potere due cardinali della casa Orsina, cioèMatteo RossoeGiordano, acciocchè non si eleggesse un papa franzese[Ricord. Malasp. Giovanni Villani. Raynald., Annal. Eccl. S. Antonin. Jordanus, in Chron., et alii.]; il re Carlo mosse il popolo di Viterbo, dove erano i cardinali, e Riccardo degli Annibaldeschi signore della città medesima, a rinserrare in una camera que' due cardinali, col pretesto che impedissero l'elezione. V'aggiunsero poscia il terzo, cioèLatino cardinale, vescovo d'Ostia, nipote anch'esso del defunto Niccolò III, e li ridussero a pane ed acqua, di modo che, volere o non volere, convenne che i cardinali italiani concorressero ad eleggere quel papa che piacque al re Carlo, cioè un papa franzese. Fu non senza ragione creduto che le disgrazie sopravvenute poco appresso al medesimo re fossero un gastigo della mano di Dio contra chi sì sconciamente si abusava della potenza sua in danno e scandalo della Chiesa.Videsi dunque alzato sulla Sede di san Pietro nel dì 22 di febbraioSimone cardinaledi Santa Cecilia, Franzese di nazione, perchè nato a Mompincè in Brie, ma chiamato da gl'Italiani Turonense, perchè era stato canonico e tesoriere della chiesa di San Martino di Tours. Egli prese il nome diMartino IV, tuttochè, secondo il retto parlare, si dovesse nominar solamente Martino II. Non mancò egli di far subito conoscere l'eccessiva gratitudine sua al re Carlo, con isposar come suoi proprii tutti i di lui interessi. Una nondimeno delle prime sue imprese fu di ritirarsi ad Orvieto, e di scomunicar quei Viterbesi che aveano usata violenza ai cardinali, e di sottoporre all'interdetto la città medesima. Poscia ottenne esso papa dai Romani il grado di senator perpetuo con facoltà di sustituire, e posevi in suo luogo il re Carlo, creandolo di nuovo senatore di Roma, senza far caso della costituzione contraria di Niccolò III[Vita Martini IV, P. I, tom. 3 Rer. Ital. Jordan., in Chron. Ptolom. Lucens., Hist. Eccl., tom. 11 Rer. Ital.]. Non soleva mettere uffiziale o governatore nelle città dello Stato ecclesiastico che non fosse preso dalla casa e famiglia del medesimo re Carlo. Parimente ad istanza d'esso re, che meditava di portar le sue armi contro all'imperador di Costantinopoli scomunicò l'imperador grecoMichele Paleologo: il che tornò in danno gravissimo non meno del re che della Chiesa stessa. E veramente di grandi preparamenti di genti e di navi faceva allora il re di Sicilia per invadere l'imperio greco; fors'anche avrebbe egli eseguita con buon successo così vasta impresa, se non si fosse da qui a non molto attaccato il fuoco alla casa propria: del che parleremo all'anno seguente.

Nel verno di quest'anno s'inviòGuglielmo marchesedel Monferrato conBeatricesua moglie alla volta della Spagna, per visitareAlfonso redi Castiglia suocero suo[Benvenuto da S. Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.]. Per istrada fu ritenutoprigione daTommaso contedi Savoia suo cognato, perchè fratello della prima sua moglie. Se volle liberarsi, fu costretto a far cessione delle ragioni sue sopra Torino, Colegno, Pianezza ed altre terre; ed anche di pagar sei mila lire di bisanti, con dare ostaggi per questo. Andossene dipoi in Ispagna, dove finì di viver la sua moglie Beatrice, e servito da due galee genovesi se ne tornò in Italia, seco menando cinquecento cavalieri spagnuoli, cento balestrieri e buone somme di danaro, con aver dato ad intendere al suocero che ridurrebbe tutta l'Italia all'ubbidienza di lui. Essendo venuto a Lodi[Corio, Istor. di Milano.]Raimondo dalla Torrepatriarca d'Aquileia con cinquecento uomini di arme furlani, si unirono coi Torriani i Cremonesi ed altri popoli della lor fazione, ed, usciti in campagna, andarono nel contado di Milano per prendere il borgo di Vavrio. Allora anche i Milanesi con grande sforzo di loro genti e cogli aiuti de' loro collegati cavalcarono per impedire i disegni dei Torriani. Che in questo esercito fosse anche il marchese di Monferrato, lo asseriscono gli storici milanesi[Annal. Mediolan., tom. 16 Rer. Ital.]e il Ventura nella Storia di Asti[Ventura, Chron. Estens., tom. 11 Rer. Ital.]. Dalla Cronica di Parma pare che si ricavi che no. Comunque sia, nel dì 25 di maggio, festa di san Dionisio arcivescovo di Milano, si affrontarono queste due armate[Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.], e si fece un ostinato e sanguinoso fatto d'armi. Rimasero sconfitti i Torriani; vi perdè la vita il valorosoCasson dalla Torrecol podestà di Lodi, Scurta dalla Porta Parmigiano; ed, oltre ad ottocento prigioni condotti a Milano, moltissimi furono i morti nel campo e gli annegati nel fiume Adda.Raimondo dalla Torre, intesa questa disavventura, col capo basso se ne tornò ad Aquileia. Abbiamo dalla Cronica di Parma[Chron. Parmense, tom. 9 Rerum Ital.]che il suddetto marchese Guglielmo, siccome capitano de' Milanesi,colla gente e col carroccio di quel comune, e i Vercellesi, Novaresi, Tortonesi ed Alessandrini si accamparono di poi a Santa Cristina senza uscire del lor territorio. Erasi tenuto in Parma nel precedente agosto un parlamento delle città guelfe, in cui s'era risoluto di dar soccorso a Lodi, occorrendone il bisogno. Questo venne; ma perchè durava ancora qualche antica ruggine fra i Parmigiani e Cremonesi, per avere l'un popolo all'altro tanti anni prima tolto il carroccio, si determinò di farne la vicendevol restituzione. Quello di Parma era chiamatoRegoglio(credo che sia in vece diOrgoglio), e quello de' Cremonesi si appellavaGaiardo. Nella Cronica Estense[Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.]quello de' Cremonesi è chiamaloBerta, e questo nome, oppur diBertazzuola, gli vien anche dato da Antonio Campi[Campi, Istor. di Cremona.]. Fu dunque fatto il cambio di questi carrocci con indicibil gaudio di amendue le città nel dì 6 di settembre. L'autore della suddetta Cronica Estense, che più minutamente racconta le particolarità di questo fatto, fra l'altre cose scrive che il podestà di Modena in persona si portò con assai altri nobili a Parma, per maggiormente condecorar quella funzione: il che ci dà a conoscere quai fossero i costumi e i genii di questi tempi. Ciò fatto, i Parmigiani con tutta la lor cavalleria e fanteria marciarono in aiuto di Lodi, e si andarono a postare sulla riva dello Adda in una terra chiamata Grotta. Lungi di là un miglio si accamparono i Cremonesi a Pizzighittone con tutte le lor forze. Cento uomini d'armi v'andarono da Reggio, altrettanti con secento pedoni da Modena, e cinquanta dal marchese d'Este vi furono spediti. Diede bensì l'esercito milanese assaissimo danno al distretto di Lodi, ma senza fare di più; e gli convenne tornare indietro con perdita di molti uomini e cavalli. Nel seguente dicembre Buoso da Doara (non so se figliuolo o nipote dell'altroche fiorì circa il 1260, oppure lo stesso) entrò con quattrocento cavalli ed altrettanti fanti in Crema, e cominciò la guerra contra di Cremona. Per questa novità i Piacentini, Parmigiani e Bresciani con possente milizia corsero di nuovo a sostener Cremona. La Cronica di Parma parla di questo solamente nell'anno seguente.

Le premure del defunto papaNiccolò IIIerano state da padre nel procurar dappertutto la pace fra i Guelfi e Ghibellini. Diverse ben furono le massime diMartino IV, cioè di un pontefice che si lasciava menare pel naso, come sua creatura, daCarlo redi Sicilia, il quale non potea patire i Ghibellini fautori dell'imperio. Eransi ridotti in Forlì tutti, per così dire, i Ghibellini della Romagna, sbanditi dalle loro città. Contra di questi il papa e il re Carlo fecero preparamento grande d'armi nell'anno presente[Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.]; e tanto più perchèGuido contedi Montefeltro, capitano di Forlì, nel marzo ed aprile avea fatto delle scorrerie fino a Durbeco e alle porte di Faenza, dove, secondo gli Annali di Modena[Annal. Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.], diede una spelazzata ai Guelfi, e poscia era passato nel maggio sul Ravegnano, spogliando e bruciando senza opposizione alcuna que' paesi. All'avviso del formidabil temporale che si disponeva contra di loro, il comune di Forlì e la parte de' Lambertazzi spedirono ambasciatori supplichevoli alla corte pontificia, dimorante allora in Orvieto col re Carlo e cogli ambasciatori della parte contraria, cioè de' Geremii guelfi di Bologna. Ma furono mal veduti e mal ricevuti, in guisa che, senza poter ottenere nè giustizia nè misericordia dal papa, e vituperosamente rigettati, forza fu che se ne ritornassero come disperati a casa, con aver gittati i passi al vento. In questi tempi esso pontefice creò conte della RomagnaGiovanni d'Eppa, ossia d'Appia o de Pà, Franzese,consigliere del re Carlo. Costui colle milizie datogli del papa e dal re venne a Bologna con ordine di far aspra guerra a Forlì e a tutti i Ghibellini, e nel mese di giugno coi popoli di Bologna, Imola e Faenza passò ostilmente sul distretto di Forlì, facendo precedere comandamenti ed intimazioni al conte Guido e ai Lambertazzi d'andarsene con Dio. Dopo di che, avendo seco un'immensa quantità di guastatori, fece in più volte quanto danno potè al territorio forlivese, con giugnere fino alle porte, ma nulla di più osò per ora. Il conte Guido si contenne sempre con riguardo. Fulminò il papa contra de' Forlivesi le scomuniche più fiere, e pose l'interdetto alla città, con farne uscire tutti gli ecclesiastici sì secolari che regolari; e forse per la prima volta si cominciò ad udire quella detestabil invenzione di gastigo e pena, cioè che anche fuori dello stato ecclesiastico fossero confiscati in favore del papa tutti i beni e le robe de' Forlivesi: gastigo che cadeva ancora sopra gl'innocenti mercatanti, e sopra coloro eziandio che, per non participar di quelle brighe, si erano ritirati altrove, nè aveano parte alcuna negli affari del governo di Forlì. L'autore della Cronica di Parma scrive, che fu inoltre pubblicata in quella città la scomunica contra chiunque avesse roba di alcun forlivese, e non la rivelasse ai nunzii del papa, sotto pena di pagare del proprio, e di non essere assolto nè in vita nè in morte. In Parma più di tre mila lire si ritrovarono, che furono perciò consegnate ai deputati pontifizii. Veggasi un poco che strani frutti produsse la barbarie ed ignoranza di questi secoli. Fece in quest'anno lega coi Veneziani[Caffari, Annal. Genuens., lib. 10, tom. 6 Rer. Italic.]Carlo re di Sicilia, risoluto di far la guerra aMichele Paleologoimperador dei Greci: per la quale impresa seguitava ad ammannire una sterminata copia di galee, uscieri ed altre cose necessarie. Non poche istanze ebbero ancorada lui i Genovesi per entrare in lega, venendo loro esibito una parte del conquisto; ma se ne scusarono, siccome assai conoscenti di che pelo fosse quel regnante; anzi spedirono una galea apposta al Paleologo per avvertirlo di ciò che si macchinava contra di lui.

I Lucchesi in quest'anno[Ptolomaeus Lucens., Annal. brev., tom. 11 Rer. Ital.]fecero oste contra di Pescia, la presero, e il pazzo furore de' soldati la ridusse in cenere. Tuttociò avvenne, per quanto fu creduto, perchè il popolo di quella terra si era suggettato ai cancelliere delre Ridolfo, a cui si pretendea che non avesse da sottomettersi se prima non compariva la conferma di lui fatta dal papa: tutti pretesti inventati dai Guelfi; imperciocchè, per attestato del Rinaldi[Raynaldus, Annal. Eccles.], papa Martino con sue lettere, date in Orvieto nel dì 21 maggio dell'anno corrente, e rapportate dal medesimo Annalista, avea scritto a tutte le città e baroni della Toscana che riconoscessero per ministri del re Ridolfo il vescovo gurcense e Ridolfo cancelliere, da lui spediti per suoi vicarii in Toscana. Ma sappiamo da Giachetto Malaspina[Giachetto Malaspina, cap. 213. Giovanni Villani.]che verisimilmente per segrete insinuazioni del Carlo niuna delle città di quella provincia, da Pisa e Santo Miniato in fuora, volle prestar fedeltà ed ubbidienza agli uffiziali del re Ridolfo: laonde il vicario del re Ridolfo si ritirò colle sue masnade in essa terra di Santo Miniato, condannò i popoli disubbidienti, e cominciò guerra contra dei Fiorentini e Lucchesi; ma con sì poco frutto, che da lì a non molto se n'andò con Dio, e tornossene come beffato in Germania. Veggasi ora se erano tutte frodi, siccome dicemmo, quelle del re Carlo, allorchè si fece dichiarar vicario della Toscana da papa Clemente IV con promessa di ritirarsi, creato che fosse un re de' Romani.


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