MCCLXXXIIAnno diCristomcclxxxii. IndizioneX.Martino IVpapa 2.Ridolfore de' Romani 10.Celebre fu in quest'anno il vespro siciliano, celebre l'orditura di quella sì strepitosa rivoluzione. Con verga di ferro governava il re Carlo il regno di Sicilia e di Puglia. Da nuovi dazii, gabelle, taglie e confischi erano al sommo aggravati que' popoli. La superbia de' Franzesi ogni di più cresceva; insopportabile era la loro incontinenza e la violenza fatta alle donne. Di questi disordini parlano tutti gli scrittori d'allora[Bartholomaeus de Neocastro, Hist. Sicul., tom. 13 Rer. Ital, Sabas Malaspina. Ricord. Malaspina.], ed anche i più parziali della nazion franzese. Più volte i miseri Siciliani ricorsero ai papi per rimedio, rappresentando loro che la santa Sede avea creduto di dare un re e un pastore a que' popoli, e loro avea dato un tiranno e un lupo. E ben si leggono negli Annali Ecclesiastici[Raynaldus, in Annal. Eccl.]i buoni uffizii che più volle fecero i romani pontefici in favore e sollievo d'essi popoli, con esortare il re Carlo a sgravarli, e a guadagnarsi il loro affetto, e non già l'odio. Ma Carlo niun conto faceva di si fatte esortazioni, e colla febbre addosso de' conquistatori ad altro non attendeva che a raunar moneta e gente per far colle miserie del suo popolo, se gli riusciva, miseri anche gli altri popoli. Ora accadde cheGiovanni da Procida, nobile salernitano, uomo di mirabile accortezza letterato, e spezialmente peritissimo della medicina, entrò in pensiero di guarire anche i mali politici della Sicilia. Era egli stato carissimo aFederigo IIAugusto e alre Manfredi, ed appunto per questo suo attaccamento alla casa di Suevia gli erano stati confiscali tutti i suoi beni dal re Carlo. Ritiratosi egli in Aragona, cominciò ad incitare ilre Pietroe laregina Costanzosua moglie, figliuoladel fure Manfredi, alla conquista del regno siciliano, e a far valere le ragioni della casa di Suevia, unico rampollo di cui era restata essa regina Costanza. Ma perchè a sì grande impresa, e contra del re Carlo principe bellicosissimo e di alta potenza, non bastavano punto le forze del re Pietro, per mancanza massimamente delfac totumdelle guerre, cioè della pecunia: Giovanni da Procida assunse egli di provvedere a tutto. Passò pertanto travestito in Sicilia, e vi trovò disposti gli animi a cangiar mantello ad ogni buon vento che spirasse. Andò a Costantinopoli, e fece toccar con mano all'AugustoPaleologoche non v'era altro mezzo da salvarlo dalla potenza del re Carlo, che il fargli nascere la guerra in casa; e che, contribuendo egli un possente soccorso di danaro, aPietro d'Aragonadava l'animo di far calare gli ambiziosi pensieri al re di Sicilia. Si trasferì dipoi Giovanni da Procida alla corte pontificia, e in una segreta udienza trovò papaNiccolò IIInemico del re Carlo, e pronto anch'esso a contribuire pel di lui abbassamento. Portate queste disposizioni in Aragona, e insieme un buon rinforzo di moneta, il re Pietro si diede a far gran leva di gente, e a preparar navi per una spedizione importante, con far vista di voler passare in Africa contra de' Saraceni[Giachetto Malaspina. Giovanni Villani, lib. 7, cap. 56 et seq.]. Informato di questo armamento ilre CarlodaFilippo redi Francia suo nipote, fece che papaMartino IVspedisse persona apposta per indagare quali mire avesse il re Pietro, e per comandargli di non condurre le sue armi contra di alcun principe cattolico. Pietro, il più accorto di quanti allora regnassero nella cristianità, non volle scoprire il luogo dove egli mirava; anzi rispose, che se l'una delle sue mani, sapendolo, lo rivelasse all'altra, subito la mozzerebbe. E con belle parole rimandò il messo al papa. Ma il re Carlo, che molto sè stesso, poco o nulla stimava il re diAragona, dopo aver detto per dispetto al papa:Non vi diss'io che Pietro d'Aragona è uno fellone briccone?si addormentò, nè cercò più oltre di lui, senza ricordarsi di quel proverbio:Se ti vien detto che hai perduto il naso, mettivi la mano.Benchè fosse mancato di vita il pontefice Niccolò III, sul quale, più che sopra altri, fondava il re Pietro le sue speranze, pure cotanto fu animato e confortato da Giovanni da Procida e dai segreti impulsi de' Siciliani, che diede le vele al vento, e passò in Africa verso la città di Bona, cominciando quivi la guerra contra dei Mori colla presa di Ancolla, per aspettare se i Siciliani, dicendo da dovero, si rivoltassero; e, ciò non succedendo, per tornarsene quetamente a casa. Ora avvenne che nel dì 30 di marzo dell'anno presente, cioè nel lunedì di Pasqua di risurrezione, nell'ora del vespro (scrivono altri nel martedì, 31 del suddetto mese) i Palermitani, prese l'armi, insorsero contra de' Franzesi[Bartholomaeus de Neocastro, tom. 13 Rer. Ital. Nicolaus Specialis, Chron. Sicul., cap. 38, tom. 10 Rer. Ital. Jordan., in Chron. Caffari, Annal. Genuens., lib. 10, tom. 6 Rer. Ital.], e quanti ne trovarono, tutti misero a filo di spada; e andò sì innanzi questo furore, che neppure perdonarono a donne e fanciulli, e neppure alle Siciliane gravide di Franzesi. Per questo fatto divenne poi celebre il nome divespro siciliano. Falso è che in tutte le terre di Sicilia, e ad un'ora stessa, succedesse il macello de' Franzesi. Falso che i Palermitani acclamassero tosto per re loro Pietro d'Aragona. Alzarono essi bensì le bandiere della Chiesa romana, proclamando per loro sovrano il papa. Uscì poscia in armi il popolo di Palermo, e trasse nella sua lega alcun altro luogo della Sicilia. Intanto Messina col più dell'altre città dell'isola si tenne quieta per osservare dove andava a terminare questo gran movimento. Ma non passò il mese d'aprile, che le tante ragioni e i segreti maneggi de' Palermitaniindussero anche i Messinesi a ribellarsi colla morte ed espulsione di quanti Franzesi si trovarono in quelle parti, e colla presa di tutte le fortezze. Portata la dolorosa nuova della ribellion di Palermo al re Carlo, che, secondo il suo solito, dimorava allora in Orvieto alla corte pontificia, per insegnare al papa, sua creatura, e ai cardinali, come si avea da governare il mondo, non è da chiedere s'egli se ne turbasse e crucciasse. Tuttavia, rivolti gli occhi al cielo, fu udito dire[Giovanni Villani, lib. 7, cap. 61.]:Iddio Signore, dappoichè v'è piaciuto di farmi contraria la mia fortuna, piacciavi almeno che il mio calare sia a piccioli passi. Trattò col papa di quel che si avea da fare, e volò tosto a Napoli, consolato perchè non s'udiva per anche tumulto alcuno in Messina. Ma dacchè giunse l'altro avviso che anche i Messinesi aveano prese l'armi contra di lui, allora andò nelle smanie, ed ordinò che facessero vela verso di Messina le tante galee e navi da lui preparate per assalire il greco imperio, ed egli col resto dell'armata di terra si inviò alla volta della Calabria. Non si può prestar fede a Bartolommeo da Neocastro, che racconta avere condotto il re Carlo in questa spedizione ventiquattro mila cavalli e novanta mila fanti, senza contare i marinari, e cento sessanta galee, oltre all'altre navi da trasporto e barche minori. O è guasto il suo testo, o egli amplificò di troppo le forze di Carlo, acciocchè maggiormente risaltasse la gloria dei suoi Messinesi. Giovanni Villani scrive che menò seco più di cinque mila cavalieri fra Franceschi, Provenzali ed Italiani; e tra questi erano cinquecento ben in arnese, inviatigli dal comune di Firenze. Ed ebbe cento trenta tra galee, uscieri e legni grossi. Comunque sia, abbiam di certo ch'egli, passato il Faro, imprese sul fine di luglio l'assedio di Messina, accompagnato daGherardo Biancoda Parma, cardinale, vescovo sabinense e legato apostolico. Entrò in Messina questo saggio porporato, e contale energia parlò a quel popolo, che lo indusse ad abbracciare il partito della misericordia, senza aspettare il furor delle armi. Ma portate da lui al re Carlo le condizioni colle quali desideravano i Messinesi di rendersi, non piacquero al re, e si diede principio alle offese della città, agli assalti ed alle battaglie. I Messinesi anch'essi, contandosi giù tutti per morti, si diedero ad una gagliarda difesa tale, che si rendè memorabile per tutti i secoli.Intanto i Palermitani, considerando le straordinarie forze del re Carlo, e il pericolo che lor soprastava, aveano spedito ambasciatori apapa Martino, chiedendogli misericordia. Furono questi obbrobriosamente rimandati con villane parole. Anche i Messinesi, secondochè abbiamo da Giachetto Malaspina[Giacchetto Malaspina, cap. 212.]. da Giovanni Villani[Giovanni Villani, lib. 7, cap. 63.]e da altri, dacchè intesero la presa di Milazzo, tornarono a implorar la mediazione del cardinal legato per arrendersi. Entrò egli nella città, e quel popolo esibiva la resa, se il re perdonava loro il misfatto, e voleano pagargli i tributi usati al tempo del re Guglielmo il Buono. Portata questa risposta al re Carlo, e avvalorata dalle preghiere del legato, che accettasse quel misero e pentito popolo, fellonescamente rispose che si maravigliava di sì ardita proposizione, e che in altro modo non perdonerebbe loro, se non gli davano ottocento ostaggi a sua elezione, per farne quello che a lui piacesse; e voleva che pagassero colte e dogane, come allora si praticava, altrimenti si difondessero. Ciò inteso da' Messinesi, determinarono di voler piuttosto morir tutti colla spada alla mano, che di andar morendo in prigioni e tormenti per istrani paesi. Ebbe ben poi a mangiarsi le dita il re Carlo per la smoderata sua alterigia e crudeltà. S'egli usava della clemenza, Messina tornava sua, e per le stesse vie avrebbe avuto il resto della Sicilia, perchè que' popoli erano allorasenza capitani e senza guarnimenti e forze da guerra. Ma a chi Dio vuol male gli toglie il senno. E Dio appunto per tante inumanità ed orgoglio il pagò di buona moneta. Bartolommeo da Neocastro tace questi trattati di resa dei Messinesi, anzi scrive che il re Carlo fece loro i ponti d'oro perchè si arrendessero, ma ch'eglino rigettarono ogni offerta. Credendosi poscia il re di poter con un generale assalto vincere la terra, si trovò forte ingannato, perchè sì virilmente si difesero i cittadini e ripararono le breccie, che rimase inutile il suo sforzo. Fin le donne e i fanciulli tutti con sollecitudine mirabile, portando chi acqua, chi calce e pietre, prestarono ogni possibile aiuto contro ai nemici, e in loro lode furono poi fatte e cantate dappertutto varie canzoni.In tale stato erano le cose di Messina, quandoPietro red'Aragona, ricevuta un'ambasceria de' Palermitani, venne dirittamente a sbarcare a Trapani con cinquanta galee ed altri legni, con ottocento uomini d'armi e dieci mila fanti, tutta gente agguerrita e di gran coraggio. Vi arrivò nel dì 30 d'agosto[Caffari, Annal. Genuens., lib. 10, tom. 6 Rer. Ital.], e fra due giorni entrò in Palermo, ricevuto con altissime acclamazioni da quel popolo, e quivi fu coronato re di Sicilia. Tutti tremavano dianzi; tanta era la paura della potenza e del rigore del re Carlo. Ad ognuno allora tornò il cuore in petto; e sparsa questa nuova per le altre terre ribellate ai Franzesi, se ne fece gran festa, credendosi allora ognuno in salvo. I soli Messinesi furono gli ultimi a saperlo. Spedì poscia il re Pietro due suoi ambasciatori al re Carlo, i quali, ottenuta licenza d'andare, si presentarono davanti a lui nel dì 16 di settembre, con intimargli da parte di Pietro re di Aragona e di Sicilia di levarsi dall'assedio di Messina, altrimenti che fra poco verrebbe egli in persona a far pruova delle forze sue. All'avviso dell'inaspettatosbarco dell'Aragonese era rimasto pieno di maraviglia e di doglia il re Carlo. Ricevuta poi quell'ambasciata, fremeva per la collera; e la risposta sua, data nel dì seguente, fu che intimassero al re Pietro di levarsi dal regno di Sicilia, e di non fomentar dei ribelli, perchè se ne avrebbe a pentire, e si tirerebbe addosso anche la nemicizia del papa, del re di Francia e degli altri principi della cristianità. Leggonsi presso il Villani[Giovanni Villani, lib. 7, cap. 70.]e presso fra Francesco Pipino[Franciscus Pipinus, lib, 3, cap. 15, tom. 9 Rer. Ital.]delle lettere che si dicono in tal congiuntura scritte dall'un re all'altro. Dubito io che sieno fatture dei novellisti d'allora. Tenuto consiglio dal re Pietro, fu determinato, secondo il parere dell'accorto Giovanni da Procida, che si mandasse la flotta catalana a sorprendere nel Faro di Messina le galee del re Carlo, che quivi stavano ancorate senza difensori. Traspirò questa risoluzione, e saputasi da esso re Carlo, fu creduto necessario che il re levasse l'assedio: altrimenti, se veniva rotta la comunicazion colla Calabria, potea perir tutta l'armata di terra per mancanza di viveri. Però, lasciati solamente due mila cavalli in agguato, per tentare di sorprendere i Messinesi, se uscivano a spogliare il campo, giacchè per la fretta restò ivi un'immensa copia di tende, bagaglie ed arnesi da guerra, il re Carlo col resto di sua gente precipitosamente, e come sconfitto, scampò in Calabria. Ma non potè provvedere così per tempo al bisogno, che non sopraggiugnesse nello stretto di Messina l'ammiraglio del re Pietro, cioèRuggieri di Loria, il più valoroso ed avventurato condottiere d'armate navali che fosse allora, il quale con sessanta galee cariche di Catalani e Siciliani prese ventinove tra galee grosse e sottili del re Carlo, fra le quali cinque del comune di Pisa, che erano al di lui servigio. Passò anche alla Catona ed a Reggio di Calabria, e vi bruciò ottanta uscieri,cioè barche grosse da trasporto, che trovò disarmate alla spiaggia; e questo sugli occhi dello stesso re Carlo, il quale per la rabbia cominciò a rodere la sua bacchetta, e poi confuso, dopo aver dato commiato ai baroni ed agli amici, si ritirò a Napoli. I Messinesi, se il re non levava l'assedio, erano già ridotti alle estremità, per essere venuta meno ogni sorta di vettovaglia. Scoperto anche l'agguato, si tennero rinchiusi, finchè videro ritirati in Calabria i due mila cavalli nemici. Intanto marciò il re Pietro da Palermo, rinforzato dall'esercito siciliano, e dopo avere ricuperato a patti di buona guerra Milazzo, arrivò nel dì 2 di ottobre a Messina, ricevuto con giubilo inesplicabile da quel popolo glorioso, che era come risuscitato da morte a vita. Interdetti e scomuniche furono fulminate dal papa contra del re Pietro e de' Siciliani per tali novità. Ma per ora abbastanza di questo.Trovavasi in gravi angustie ed affanni sul principio dell'anno presente la città di Forlì; e i Lambertazzi ed altri fuorusciti ghibellini colà rifugiati non trovavano più scampo, perchè si vedevano battuti dall'un canto dall'armi spirituali del papa, e dall'altro attorniati dall'armi temporali d'esso pontefice, del re Carlo, de' Bolognesi e degli altri Guelfi di Romagna, Lombardia e Toscana. Come resistere a tanti nemici un pugno di gente? Però ilconte Guidoda Montefeltro[Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.], i Forlivesi e gli altri fuorusciti spedirono un'altra ambasceria ad Orvieto a papaMartino IVper supplicarlo di aver misericordia di loro. Furono bruscamente ricevuti anche questa fiata gli ambasciatori, ed ebbero per risposta che Forlì non avrebbe mai perdono e pace, se prima non iscacciava tutti i forestieri maschi e femmine. A questo disse il deputato de' Lambertazzi e degli altri fuorusciti, che erano pronti ad ubbidire e ad andarsene, ma che supplicavano sua Santità di assegnar loro unsito da potervi abitare, giacchè iniquamente erano stati cacciati dalle lor patrie, nè aveano luogo per loro abitazione. Nè pur questo poterono impetrare, ma ignominiosamente furono licenziati e caricati di scomuniche. Se qui alcuno cercasse il comun padre dei fedeli, forse nol troverebbe: colpa, a mio credere, del re Carlo, che inesorabile contra dei Ghibellini, aveva anche la fortuna di poter prescrivere quanto voleva alla corte di Roma. Così non avea fatto il precedente ponteficeNiccolò III. Ebbe dunque ordine Giovanni d'Eppa o sia d'Appia, conte della Romagna, di rinforzar la guerra contra di Forlì, nella quale impresa il papa andava impiegando il danaro sborsato dalla pietà dei fedeli, perchè servisse in soccorso di Terra Santa. Ora il conte della Romagna, dopo aver maneggiato un trattato segreto con alcuni dei cittadini di quella città, perchè gli dessero una porta[Ptolomaeus Lucens., Annal. brev., tom. 11 Rer. Ital.], su questa speranza comparve sotto Forlì sull'imbrunir della notte precedente al dì primo di maggio con un potente esercito[Giachetto Malaspina, cap. 215. Giovanni Villani, lib. 7, cap. 70.]. A Guido conte di Montefeltro, e capitano dei Forlivesi, non era ignoto questo trattato; anzi dicono che ne fu egli stesso il promotore, siccome astutissimo e gran maestro di guerra. Aveva egli ordinato che tutti i cittadini preparassero buona cena, e lasciassero aperta una porta. Ed allorchè i nemici arrivarono, egli con tutta la gente atta all'armi uscì fuori della città per un'altra. Entrò Giovanni d'Eppa con parte dell'esercito nell'aperta città, nè trovandovisi resistenza alcuna, le soldatesche si sparsero per la terra e per le case a darsi bel tempo coi cibi e vini lor preparati; e tolte le briglie ai lor cavalli, li misero alle greppie e al riposo. Allorchè fu creduto che fossero ben satolli ed ubbriachi, e andati a dormire, il conte Guido colla sua gente rientrò per unaporta che tuttavia si custodiva per lui, e diede addosso ai nemici che senza poter raccoglier, sè stessi, nè ordinare le loro armi e cavalli, restarono per la maggior parte vittima delle spade de' Forlivesi[Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.]. Dicono altri che il conte Guido andò prima ad assalire e sconfiggere la parte dell'armata che Giovanni di Eppa avea lasciato di fuori in un determinato luogo, e poscia, rientrato in città, fece del resto, con altre particolarità che io tralascio per dubbio della lor sussistenza. Certamente cadono molti inverisimili nella maniera con cui dicono condotto questo fatto. E si può dubitare che il tempo e le ciarle del volgo accrescessero delle favole alla verità dell'avvenimento. Favole sembrano ancora tanti altri fatti attribuiti in queste guerre aGuido Bonato, filosofo e strologo famoso di que' tempi, e cittadino di Forlì, narrati nella Cronica di quella città. Per attestato della Cronica di Parma[Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.], con cui vanno d'accordo fra Francesco Pipino[Pipin., Chron. Bononiens., tom. 9 Rer. Ital.]e Ricobaldo[Richobald., in Pomar., tom. Rer. Ital.], il conte della Romagna entrò in un borgo di Forlì, ebbe una porta della città, e vi prese molte case per forza. Ma per sagacità e valore del conte Guido da Montefeltro e de' Forlivesi egli restò sconfitto. Due mila e più, la maggior parte Franzesi, vi lasciarono la vita, e quasi tutto il resto vi rimase prigione. Fra gli altri che perirono nella fossa di quella città, si contò Tibaldello degli Zambrasi, che avea tradita Faenza. E vi morì il conte Taddeo da Montefeltro, nemico del conte Guido, con altri nobili bolognesi e della Romagna. La Cronica di Bologna[Chronic. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.], che per errore, mette questo fatto sotto il dì 7 di giugno va annoverando la cavalleria venuta da diverse parti all'esercito del conte della Romagna, e la fa ascendere a tre mila e quattrocento cavalieri. Nulla dice dellostratagemma suddetto del conte Guido; e solamente parla d'un fiero combattimento seguito ne' borghi di Forlì, colla disfatta de' Guelfi. Altrettanto abbiamo dalla Vita di papa Martino[Vita Martini IV, P. I, tom. 3 Rer. Ital.]. Giovanni d'Eppa falso è che morisse in quel conflitto. Egli, per attestato di Ricobaldo, arrivò a Faenza sano e salvo con circa venti cavalli, e fu poi adoperato dal papa in altre militari imprese.Veggendo i Lodigiani[Gualvan. Flamma, Manip. Flor., cap. 319.]ridotti in pessimo stato gli affari de' Torriani, e temendo di restar eglino la vittima dello sdegno de' Milanesi, trattarono di pace conOttone Viscontearcivescovo di Milano, il quale volentieri vi acconsentì, purchè rinunziassero alla protezione de' Torriani. Seguitarono essi nondimeno, per attestato della Cronica di Parma, a tener la parte guelfa. Di qui prese maggior orgoglioGuglielmo marchesedi Monferrato, e cominciò, di capitano che egli era, a far da signore di Milano, in pregiudizio dell'autorità dell'arcivescovo. Ottenne di poter mettere un vicario e un podestà in Milano a piacimento suo, e vi mise Giovanni dal Poggio Torinese. L'arcivescovo, come uomo accorto, mostrava di non curarsene, ma, conoscendo dove il marchese mirasse, cominciò segretamente a tirare nel suo partito alcune delle case più forti di Milano, cioè quelle di Castiglione, Carcano, Mandello, Posterla e Monza, e a disporre i mezzi per liberarsi dalla prepotenza del marchese. Minacciava intanto esso marchese i Cremonesi, e però, ad istanza di quel popolo, tenuto fu un parlamento in Cremona, dove intervennero i Piacentini, Parmigiani, Reggiani, Modenesi, Bolognesi, Ferraresi e Bresciani, tutti di parte guelfa. Risoluto fu di spedire ambasciatori al papa per ricavarne dei soccorsi e di tenere in essa Cremona una taglia di soldati di cadauna città per difesa di quella. E perciocchè Buoso da Doara era entrato in Soncino, e s'era anche ribellato al comune di Cremonail castello di Riminengo, i Parmigiani, Piacentini e Bresciani colle loro forze marciarono a Cremona, e passarono dipoi a dare il guasto a Soncino. Nel dì 2 di luglio il marchese di Monferrato coi Milanesi, Astigiani, Novaresi, Alessandrini, Vercellesi, Comaschi e Pavesi venne sino a Vavrio, e quivi si accampò, con ispargere voce di voler pacificare tutta la Lombardia. Ma le apparenze erano che egli meditasse d'entrare nel Cremonese[Memor. Potestat. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.]. Allora tutte le città guelfe suddette inviarono le lor milizie a Paderno in aiuto di Cremona. Furono anche richiesti di soccorso il marchese d'Este, il conte della Romagna e i comuni della Toscana; ed ognuno promise de' buoni rinforzi, se si fosse dovuto venire ad un fatto d'armi. Giunse il marchese a postarsi due miglia lungi da Crema, e i collegati piantarono in faccia di lui il lor campo. Si trombettava ogni dì, ma niuno uscì mai per volere battaglia, nè i Milanesi voleano entrar nel Cremonese, perchè durava la tregua fra loro, sicchè il marchese nel dì 12 di luglio, senza far altro, si ritirò, e lo stesso fecero gli avversarii guelfi. Diedero i Cremonesi il guasto sino alle porte di Soncino, la qual terra riebbero poi per tradimento nel dì 11 di novembre. Mandarono i Parmigiani una taglia de' lor soldati in servigio del papa contra Forlì, ed ottennero che si levasse l'interdetto dalla loro città, con esservi tornati solennemente i frati predicatori, che già n'erano usciti.Fece in quest'anno Giovanni d'Eppa conte di Romagna l'assedio della terra di Meldola, e, dopo avervi inutilmente consumati alquanti mesi, fu forzato dalla penuria de' viveri e dalla perversa stagione a ritirarsene. Il conte d'Artois ed altri principi franzesi, spediti dal re di Francia, passarono per Parma e Reggio nell'ottobre dell'anno presente, menando seco una gran quantità di cavalli e fanti in aiuto del re Carlo dopo la perdita della Sicilia. Tennesi una nobilissimacorte bandita in Ferrara per la festa di san Michele di settembre dell'anno presente e ne' susseguenti giorni[Chron. Estens., tom. 15 Rer. Ital.], perchèAzzo VIII, figliuolo d'Obizzo marchesed'Este e signor di Ferrara, fu creato cavaliere, e prese per moglieGiovannafigliuola diGentile Orsinonipote del fu papa Niccolò III, e figliuolo diBertoldogià conte della Romagna. A tanti sconvolgimenti d'Italia si aggiunse in questo anno anche il principio d'un'aspra e funestissima guerra[Caffari, Annal. Genuens., lib. 10, tom. 6 Rer. Ital.]fra i Genovesi e Pisani, popoli amendue potenti per terra e per mare. Nacque la lor discordia dallo avere i Genovesi inviate quattro galee in Corsica per gastigare il giudice di Cinarca, che avea fatto non pochi aggravii alla lor nazione. L'aveano essi ridotto in camicia. Fu presa dai Pisani la protezion di costui con pretenderlo loro vassallo; e gli ambasciatori adoperati per questo affare, in vece di rimettere la pace, fecero saltar fuori la guerra, che andò a finire nella rovina di Pisa. Si diedero tutti e due questi comuni a fare un mirabil preparamento di galee e d'altri legni. Vennero anche i Pisani a Porto Venere, e diedero il guasto a quel paese; ma nel ritornare a casa, levatasi una crudel tempesta, spinse diecisette delle loro galee alla spiaggia, e le ruppe colla morte di molta gente. Anche i Perugini inferocirono nell'anno presente contro la città di Foligno[Memor. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.], non so per quali disgusti. Studiossi ben papa Martino di fermare il loro armamento colla minaccia delle scomuniche; ma, senza farne caso, essi procederono innanzi con guastar tutto il paese sino alle porte di quella città. Non mancò già il papa di scomunicare quel popolo; ma esso, maggiormente irritato per questo, ed imbestialito, fece un papa e varii cardinali di paglia, e, dopo avere strascinati per la città que' fantocci, sopra una montagna li bruciò, dicendo:Questoè il tal cardinale, questo è quell'altro.Sorse ancora nei medesimi tempi guerra in Roma fra gli Orsini e gli Annibaldeschi[Vita Martini IV, P. I, tom. 3 Rer. Ital.]. Erano i primi odiati dal re Carlo per la memoria del loro zio; e però, unito il vicario di esso re, che esercitava l'uffizio di senatore, andò cogli Annibaldeschi a dare il guasto sino a Palestrina, dove s'erano ritirati gli Orsini.
Celebre fu in quest'anno il vespro siciliano, celebre l'orditura di quella sì strepitosa rivoluzione. Con verga di ferro governava il re Carlo il regno di Sicilia e di Puglia. Da nuovi dazii, gabelle, taglie e confischi erano al sommo aggravati que' popoli. La superbia de' Franzesi ogni di più cresceva; insopportabile era la loro incontinenza e la violenza fatta alle donne. Di questi disordini parlano tutti gli scrittori d'allora[Bartholomaeus de Neocastro, Hist. Sicul., tom. 13 Rer. Ital, Sabas Malaspina. Ricord. Malaspina.], ed anche i più parziali della nazion franzese. Più volte i miseri Siciliani ricorsero ai papi per rimedio, rappresentando loro che la santa Sede avea creduto di dare un re e un pastore a que' popoli, e loro avea dato un tiranno e un lupo. E ben si leggono negli Annali Ecclesiastici[Raynaldus, in Annal. Eccl.]i buoni uffizii che più volle fecero i romani pontefici in favore e sollievo d'essi popoli, con esortare il re Carlo a sgravarli, e a guadagnarsi il loro affetto, e non già l'odio. Ma Carlo niun conto faceva di si fatte esortazioni, e colla febbre addosso de' conquistatori ad altro non attendeva che a raunar moneta e gente per far colle miserie del suo popolo, se gli riusciva, miseri anche gli altri popoli. Ora accadde cheGiovanni da Procida, nobile salernitano, uomo di mirabile accortezza letterato, e spezialmente peritissimo della medicina, entrò in pensiero di guarire anche i mali politici della Sicilia. Era egli stato carissimo aFederigo IIAugusto e alre Manfredi, ed appunto per questo suo attaccamento alla casa di Suevia gli erano stati confiscali tutti i suoi beni dal re Carlo. Ritiratosi egli in Aragona, cominciò ad incitare ilre Pietroe laregina Costanzosua moglie, figliuoladel fure Manfredi, alla conquista del regno siciliano, e a far valere le ragioni della casa di Suevia, unico rampollo di cui era restata essa regina Costanza. Ma perchè a sì grande impresa, e contra del re Carlo principe bellicosissimo e di alta potenza, non bastavano punto le forze del re Pietro, per mancanza massimamente delfac totumdelle guerre, cioè della pecunia: Giovanni da Procida assunse egli di provvedere a tutto. Passò pertanto travestito in Sicilia, e vi trovò disposti gli animi a cangiar mantello ad ogni buon vento che spirasse. Andò a Costantinopoli, e fece toccar con mano all'AugustoPaleologoche non v'era altro mezzo da salvarlo dalla potenza del re Carlo, che il fargli nascere la guerra in casa; e che, contribuendo egli un possente soccorso di danaro, aPietro d'Aragonadava l'animo di far calare gli ambiziosi pensieri al re di Sicilia. Si trasferì dipoi Giovanni da Procida alla corte pontificia, e in una segreta udienza trovò papaNiccolò IIInemico del re Carlo, e pronto anch'esso a contribuire pel di lui abbassamento. Portate queste disposizioni in Aragona, e insieme un buon rinforzo di moneta, il re Pietro si diede a far gran leva di gente, e a preparar navi per una spedizione importante, con far vista di voler passare in Africa contra de' Saraceni[Giachetto Malaspina. Giovanni Villani, lib. 7, cap. 56 et seq.]. Informato di questo armamento ilre CarlodaFilippo redi Francia suo nipote, fece che papaMartino IVspedisse persona apposta per indagare quali mire avesse il re Pietro, e per comandargli di non condurre le sue armi contra di alcun principe cattolico. Pietro, il più accorto di quanti allora regnassero nella cristianità, non volle scoprire il luogo dove egli mirava; anzi rispose, che se l'una delle sue mani, sapendolo, lo rivelasse all'altra, subito la mozzerebbe. E con belle parole rimandò il messo al papa. Ma il re Carlo, che molto sè stesso, poco o nulla stimava il re diAragona, dopo aver detto per dispetto al papa:Non vi diss'io che Pietro d'Aragona è uno fellone briccone?si addormentò, nè cercò più oltre di lui, senza ricordarsi di quel proverbio:Se ti vien detto che hai perduto il naso, mettivi la mano.
Benchè fosse mancato di vita il pontefice Niccolò III, sul quale, più che sopra altri, fondava il re Pietro le sue speranze, pure cotanto fu animato e confortato da Giovanni da Procida e dai segreti impulsi de' Siciliani, che diede le vele al vento, e passò in Africa verso la città di Bona, cominciando quivi la guerra contra dei Mori colla presa di Ancolla, per aspettare se i Siciliani, dicendo da dovero, si rivoltassero; e, ciò non succedendo, per tornarsene quetamente a casa. Ora avvenne che nel dì 30 di marzo dell'anno presente, cioè nel lunedì di Pasqua di risurrezione, nell'ora del vespro (scrivono altri nel martedì, 31 del suddetto mese) i Palermitani, prese l'armi, insorsero contra de' Franzesi[Bartholomaeus de Neocastro, tom. 13 Rer. Ital. Nicolaus Specialis, Chron. Sicul., cap. 38, tom. 10 Rer. Ital. Jordan., in Chron. Caffari, Annal. Genuens., lib. 10, tom. 6 Rer. Ital.], e quanti ne trovarono, tutti misero a filo di spada; e andò sì innanzi questo furore, che neppure perdonarono a donne e fanciulli, e neppure alle Siciliane gravide di Franzesi. Per questo fatto divenne poi celebre il nome divespro siciliano. Falso è che in tutte le terre di Sicilia, e ad un'ora stessa, succedesse il macello de' Franzesi. Falso che i Palermitani acclamassero tosto per re loro Pietro d'Aragona. Alzarono essi bensì le bandiere della Chiesa romana, proclamando per loro sovrano il papa. Uscì poscia in armi il popolo di Palermo, e trasse nella sua lega alcun altro luogo della Sicilia. Intanto Messina col più dell'altre città dell'isola si tenne quieta per osservare dove andava a terminare questo gran movimento. Ma non passò il mese d'aprile, che le tante ragioni e i segreti maneggi de' Palermitaniindussero anche i Messinesi a ribellarsi colla morte ed espulsione di quanti Franzesi si trovarono in quelle parti, e colla presa di tutte le fortezze. Portata la dolorosa nuova della ribellion di Palermo al re Carlo, che, secondo il suo solito, dimorava allora in Orvieto alla corte pontificia, per insegnare al papa, sua creatura, e ai cardinali, come si avea da governare il mondo, non è da chiedere s'egli se ne turbasse e crucciasse. Tuttavia, rivolti gli occhi al cielo, fu udito dire[Giovanni Villani, lib. 7, cap. 61.]:Iddio Signore, dappoichè v'è piaciuto di farmi contraria la mia fortuna, piacciavi almeno che il mio calare sia a piccioli passi. Trattò col papa di quel che si avea da fare, e volò tosto a Napoli, consolato perchè non s'udiva per anche tumulto alcuno in Messina. Ma dacchè giunse l'altro avviso che anche i Messinesi aveano prese l'armi contra di lui, allora andò nelle smanie, ed ordinò che facessero vela verso di Messina le tante galee e navi da lui preparate per assalire il greco imperio, ed egli col resto dell'armata di terra si inviò alla volta della Calabria. Non si può prestar fede a Bartolommeo da Neocastro, che racconta avere condotto il re Carlo in questa spedizione ventiquattro mila cavalli e novanta mila fanti, senza contare i marinari, e cento sessanta galee, oltre all'altre navi da trasporto e barche minori. O è guasto il suo testo, o egli amplificò di troppo le forze di Carlo, acciocchè maggiormente risaltasse la gloria dei suoi Messinesi. Giovanni Villani scrive che menò seco più di cinque mila cavalieri fra Franceschi, Provenzali ed Italiani; e tra questi erano cinquecento ben in arnese, inviatigli dal comune di Firenze. Ed ebbe cento trenta tra galee, uscieri e legni grossi. Comunque sia, abbiam di certo ch'egli, passato il Faro, imprese sul fine di luglio l'assedio di Messina, accompagnato daGherardo Biancoda Parma, cardinale, vescovo sabinense e legato apostolico. Entrò in Messina questo saggio porporato, e contale energia parlò a quel popolo, che lo indusse ad abbracciare il partito della misericordia, senza aspettare il furor delle armi. Ma portate da lui al re Carlo le condizioni colle quali desideravano i Messinesi di rendersi, non piacquero al re, e si diede principio alle offese della città, agli assalti ed alle battaglie. I Messinesi anch'essi, contandosi giù tutti per morti, si diedero ad una gagliarda difesa tale, che si rendè memorabile per tutti i secoli.
Intanto i Palermitani, considerando le straordinarie forze del re Carlo, e il pericolo che lor soprastava, aveano spedito ambasciatori apapa Martino, chiedendogli misericordia. Furono questi obbrobriosamente rimandati con villane parole. Anche i Messinesi, secondochè abbiamo da Giachetto Malaspina[Giacchetto Malaspina, cap. 212.]. da Giovanni Villani[Giovanni Villani, lib. 7, cap. 63.]e da altri, dacchè intesero la presa di Milazzo, tornarono a implorar la mediazione del cardinal legato per arrendersi. Entrò egli nella città, e quel popolo esibiva la resa, se il re perdonava loro il misfatto, e voleano pagargli i tributi usati al tempo del re Guglielmo il Buono. Portata questa risposta al re Carlo, e avvalorata dalle preghiere del legato, che accettasse quel misero e pentito popolo, fellonescamente rispose che si maravigliava di sì ardita proposizione, e che in altro modo non perdonerebbe loro, se non gli davano ottocento ostaggi a sua elezione, per farne quello che a lui piacesse; e voleva che pagassero colte e dogane, come allora si praticava, altrimenti si difondessero. Ciò inteso da' Messinesi, determinarono di voler piuttosto morir tutti colla spada alla mano, che di andar morendo in prigioni e tormenti per istrani paesi. Ebbe ben poi a mangiarsi le dita il re Carlo per la smoderata sua alterigia e crudeltà. S'egli usava della clemenza, Messina tornava sua, e per le stesse vie avrebbe avuto il resto della Sicilia, perchè que' popoli erano allorasenza capitani e senza guarnimenti e forze da guerra. Ma a chi Dio vuol male gli toglie il senno. E Dio appunto per tante inumanità ed orgoglio il pagò di buona moneta. Bartolommeo da Neocastro tace questi trattati di resa dei Messinesi, anzi scrive che il re Carlo fece loro i ponti d'oro perchè si arrendessero, ma ch'eglino rigettarono ogni offerta. Credendosi poscia il re di poter con un generale assalto vincere la terra, si trovò forte ingannato, perchè sì virilmente si difesero i cittadini e ripararono le breccie, che rimase inutile il suo sforzo. Fin le donne e i fanciulli tutti con sollecitudine mirabile, portando chi acqua, chi calce e pietre, prestarono ogni possibile aiuto contro ai nemici, e in loro lode furono poi fatte e cantate dappertutto varie canzoni.
In tale stato erano le cose di Messina, quandoPietro red'Aragona, ricevuta un'ambasceria de' Palermitani, venne dirittamente a sbarcare a Trapani con cinquanta galee ed altri legni, con ottocento uomini d'armi e dieci mila fanti, tutta gente agguerrita e di gran coraggio. Vi arrivò nel dì 30 d'agosto[Caffari, Annal. Genuens., lib. 10, tom. 6 Rer. Ital.], e fra due giorni entrò in Palermo, ricevuto con altissime acclamazioni da quel popolo, e quivi fu coronato re di Sicilia. Tutti tremavano dianzi; tanta era la paura della potenza e del rigore del re Carlo. Ad ognuno allora tornò il cuore in petto; e sparsa questa nuova per le altre terre ribellate ai Franzesi, se ne fece gran festa, credendosi allora ognuno in salvo. I soli Messinesi furono gli ultimi a saperlo. Spedì poscia il re Pietro due suoi ambasciatori al re Carlo, i quali, ottenuta licenza d'andare, si presentarono davanti a lui nel dì 16 di settembre, con intimargli da parte di Pietro re di Aragona e di Sicilia di levarsi dall'assedio di Messina, altrimenti che fra poco verrebbe egli in persona a far pruova delle forze sue. All'avviso dell'inaspettatosbarco dell'Aragonese era rimasto pieno di maraviglia e di doglia il re Carlo. Ricevuta poi quell'ambasciata, fremeva per la collera; e la risposta sua, data nel dì seguente, fu che intimassero al re Pietro di levarsi dal regno di Sicilia, e di non fomentar dei ribelli, perchè se ne avrebbe a pentire, e si tirerebbe addosso anche la nemicizia del papa, del re di Francia e degli altri principi della cristianità. Leggonsi presso il Villani[Giovanni Villani, lib. 7, cap. 70.]e presso fra Francesco Pipino[Franciscus Pipinus, lib, 3, cap. 15, tom. 9 Rer. Ital.]delle lettere che si dicono in tal congiuntura scritte dall'un re all'altro. Dubito io che sieno fatture dei novellisti d'allora. Tenuto consiglio dal re Pietro, fu determinato, secondo il parere dell'accorto Giovanni da Procida, che si mandasse la flotta catalana a sorprendere nel Faro di Messina le galee del re Carlo, che quivi stavano ancorate senza difensori. Traspirò questa risoluzione, e saputasi da esso re Carlo, fu creduto necessario che il re levasse l'assedio: altrimenti, se veniva rotta la comunicazion colla Calabria, potea perir tutta l'armata di terra per mancanza di viveri. Però, lasciati solamente due mila cavalli in agguato, per tentare di sorprendere i Messinesi, se uscivano a spogliare il campo, giacchè per la fretta restò ivi un'immensa copia di tende, bagaglie ed arnesi da guerra, il re Carlo col resto di sua gente precipitosamente, e come sconfitto, scampò in Calabria. Ma non potè provvedere così per tempo al bisogno, che non sopraggiugnesse nello stretto di Messina l'ammiraglio del re Pietro, cioèRuggieri di Loria, il più valoroso ed avventurato condottiere d'armate navali che fosse allora, il quale con sessanta galee cariche di Catalani e Siciliani prese ventinove tra galee grosse e sottili del re Carlo, fra le quali cinque del comune di Pisa, che erano al di lui servigio. Passò anche alla Catona ed a Reggio di Calabria, e vi bruciò ottanta uscieri,cioè barche grosse da trasporto, che trovò disarmate alla spiaggia; e questo sugli occhi dello stesso re Carlo, il quale per la rabbia cominciò a rodere la sua bacchetta, e poi confuso, dopo aver dato commiato ai baroni ed agli amici, si ritirò a Napoli. I Messinesi, se il re non levava l'assedio, erano già ridotti alle estremità, per essere venuta meno ogni sorta di vettovaglia. Scoperto anche l'agguato, si tennero rinchiusi, finchè videro ritirati in Calabria i due mila cavalli nemici. Intanto marciò il re Pietro da Palermo, rinforzato dall'esercito siciliano, e dopo avere ricuperato a patti di buona guerra Milazzo, arrivò nel dì 2 di ottobre a Messina, ricevuto con giubilo inesplicabile da quel popolo glorioso, che era come risuscitato da morte a vita. Interdetti e scomuniche furono fulminate dal papa contra del re Pietro e de' Siciliani per tali novità. Ma per ora abbastanza di questo.
Trovavasi in gravi angustie ed affanni sul principio dell'anno presente la città di Forlì; e i Lambertazzi ed altri fuorusciti ghibellini colà rifugiati non trovavano più scampo, perchè si vedevano battuti dall'un canto dall'armi spirituali del papa, e dall'altro attorniati dall'armi temporali d'esso pontefice, del re Carlo, de' Bolognesi e degli altri Guelfi di Romagna, Lombardia e Toscana. Come resistere a tanti nemici un pugno di gente? Però ilconte Guidoda Montefeltro[Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.], i Forlivesi e gli altri fuorusciti spedirono un'altra ambasceria ad Orvieto a papaMartino IVper supplicarlo di aver misericordia di loro. Furono bruscamente ricevuti anche questa fiata gli ambasciatori, ed ebbero per risposta che Forlì non avrebbe mai perdono e pace, se prima non iscacciava tutti i forestieri maschi e femmine. A questo disse il deputato de' Lambertazzi e degli altri fuorusciti, che erano pronti ad ubbidire e ad andarsene, ma che supplicavano sua Santità di assegnar loro unsito da potervi abitare, giacchè iniquamente erano stati cacciati dalle lor patrie, nè aveano luogo per loro abitazione. Nè pur questo poterono impetrare, ma ignominiosamente furono licenziati e caricati di scomuniche. Se qui alcuno cercasse il comun padre dei fedeli, forse nol troverebbe: colpa, a mio credere, del re Carlo, che inesorabile contra dei Ghibellini, aveva anche la fortuna di poter prescrivere quanto voleva alla corte di Roma. Così non avea fatto il precedente ponteficeNiccolò III. Ebbe dunque ordine Giovanni d'Eppa o sia d'Appia, conte della Romagna, di rinforzar la guerra contra di Forlì, nella quale impresa il papa andava impiegando il danaro sborsato dalla pietà dei fedeli, perchè servisse in soccorso di Terra Santa. Ora il conte della Romagna, dopo aver maneggiato un trattato segreto con alcuni dei cittadini di quella città, perchè gli dessero una porta[Ptolomaeus Lucens., Annal. brev., tom. 11 Rer. Ital.], su questa speranza comparve sotto Forlì sull'imbrunir della notte precedente al dì primo di maggio con un potente esercito[Giachetto Malaspina, cap. 215. Giovanni Villani, lib. 7, cap. 70.]. A Guido conte di Montefeltro, e capitano dei Forlivesi, non era ignoto questo trattato; anzi dicono che ne fu egli stesso il promotore, siccome astutissimo e gran maestro di guerra. Aveva egli ordinato che tutti i cittadini preparassero buona cena, e lasciassero aperta una porta. Ed allorchè i nemici arrivarono, egli con tutta la gente atta all'armi uscì fuori della città per un'altra. Entrò Giovanni d'Eppa con parte dell'esercito nell'aperta città, nè trovandovisi resistenza alcuna, le soldatesche si sparsero per la terra e per le case a darsi bel tempo coi cibi e vini lor preparati; e tolte le briglie ai lor cavalli, li misero alle greppie e al riposo. Allorchè fu creduto che fossero ben satolli ed ubbriachi, e andati a dormire, il conte Guido colla sua gente rientrò per unaporta che tuttavia si custodiva per lui, e diede addosso ai nemici che senza poter raccoglier, sè stessi, nè ordinare le loro armi e cavalli, restarono per la maggior parte vittima delle spade de' Forlivesi[Chron. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.]. Dicono altri che il conte Guido andò prima ad assalire e sconfiggere la parte dell'armata che Giovanni di Eppa avea lasciato di fuori in un determinato luogo, e poscia, rientrato in città, fece del resto, con altre particolarità che io tralascio per dubbio della lor sussistenza. Certamente cadono molti inverisimili nella maniera con cui dicono condotto questo fatto. E si può dubitare che il tempo e le ciarle del volgo accrescessero delle favole alla verità dell'avvenimento. Favole sembrano ancora tanti altri fatti attribuiti in queste guerre aGuido Bonato, filosofo e strologo famoso di que' tempi, e cittadino di Forlì, narrati nella Cronica di quella città. Per attestato della Cronica di Parma[Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.], con cui vanno d'accordo fra Francesco Pipino[Pipin., Chron. Bononiens., tom. 9 Rer. Ital.]e Ricobaldo[Richobald., in Pomar., tom. Rer. Ital.], il conte della Romagna entrò in un borgo di Forlì, ebbe una porta della città, e vi prese molte case per forza. Ma per sagacità e valore del conte Guido da Montefeltro e de' Forlivesi egli restò sconfitto. Due mila e più, la maggior parte Franzesi, vi lasciarono la vita, e quasi tutto il resto vi rimase prigione. Fra gli altri che perirono nella fossa di quella città, si contò Tibaldello degli Zambrasi, che avea tradita Faenza. E vi morì il conte Taddeo da Montefeltro, nemico del conte Guido, con altri nobili bolognesi e della Romagna. La Cronica di Bologna[Chronic. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.], che per errore, mette questo fatto sotto il dì 7 di giugno va annoverando la cavalleria venuta da diverse parti all'esercito del conte della Romagna, e la fa ascendere a tre mila e quattrocento cavalieri. Nulla dice dellostratagemma suddetto del conte Guido; e solamente parla d'un fiero combattimento seguito ne' borghi di Forlì, colla disfatta de' Guelfi. Altrettanto abbiamo dalla Vita di papa Martino[Vita Martini IV, P. I, tom. 3 Rer. Ital.]. Giovanni d'Eppa falso è che morisse in quel conflitto. Egli, per attestato di Ricobaldo, arrivò a Faenza sano e salvo con circa venti cavalli, e fu poi adoperato dal papa in altre militari imprese.
Veggendo i Lodigiani[Gualvan. Flamma, Manip. Flor., cap. 319.]ridotti in pessimo stato gli affari de' Torriani, e temendo di restar eglino la vittima dello sdegno de' Milanesi, trattarono di pace conOttone Viscontearcivescovo di Milano, il quale volentieri vi acconsentì, purchè rinunziassero alla protezione de' Torriani. Seguitarono essi nondimeno, per attestato della Cronica di Parma, a tener la parte guelfa. Di qui prese maggior orgoglioGuglielmo marchesedi Monferrato, e cominciò, di capitano che egli era, a far da signore di Milano, in pregiudizio dell'autorità dell'arcivescovo. Ottenne di poter mettere un vicario e un podestà in Milano a piacimento suo, e vi mise Giovanni dal Poggio Torinese. L'arcivescovo, come uomo accorto, mostrava di non curarsene, ma, conoscendo dove il marchese mirasse, cominciò segretamente a tirare nel suo partito alcune delle case più forti di Milano, cioè quelle di Castiglione, Carcano, Mandello, Posterla e Monza, e a disporre i mezzi per liberarsi dalla prepotenza del marchese. Minacciava intanto esso marchese i Cremonesi, e però, ad istanza di quel popolo, tenuto fu un parlamento in Cremona, dove intervennero i Piacentini, Parmigiani, Reggiani, Modenesi, Bolognesi, Ferraresi e Bresciani, tutti di parte guelfa. Risoluto fu di spedire ambasciatori al papa per ricavarne dei soccorsi e di tenere in essa Cremona una taglia di soldati di cadauna città per difesa di quella. E perciocchè Buoso da Doara era entrato in Soncino, e s'era anche ribellato al comune di Cremonail castello di Riminengo, i Parmigiani, Piacentini e Bresciani colle loro forze marciarono a Cremona, e passarono dipoi a dare il guasto a Soncino. Nel dì 2 di luglio il marchese di Monferrato coi Milanesi, Astigiani, Novaresi, Alessandrini, Vercellesi, Comaschi e Pavesi venne sino a Vavrio, e quivi si accampò, con ispargere voce di voler pacificare tutta la Lombardia. Ma le apparenze erano che egli meditasse d'entrare nel Cremonese[Memor. Potestat. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.]. Allora tutte le città guelfe suddette inviarono le lor milizie a Paderno in aiuto di Cremona. Furono anche richiesti di soccorso il marchese d'Este, il conte della Romagna e i comuni della Toscana; ed ognuno promise de' buoni rinforzi, se si fosse dovuto venire ad un fatto d'armi. Giunse il marchese a postarsi due miglia lungi da Crema, e i collegati piantarono in faccia di lui il lor campo. Si trombettava ogni dì, ma niuno uscì mai per volere battaglia, nè i Milanesi voleano entrar nel Cremonese, perchè durava la tregua fra loro, sicchè il marchese nel dì 12 di luglio, senza far altro, si ritirò, e lo stesso fecero gli avversarii guelfi. Diedero i Cremonesi il guasto sino alle porte di Soncino, la qual terra riebbero poi per tradimento nel dì 11 di novembre. Mandarono i Parmigiani una taglia de' lor soldati in servigio del papa contra Forlì, ed ottennero che si levasse l'interdetto dalla loro città, con esservi tornati solennemente i frati predicatori, che già n'erano usciti.
Fece in quest'anno Giovanni d'Eppa conte di Romagna l'assedio della terra di Meldola, e, dopo avervi inutilmente consumati alquanti mesi, fu forzato dalla penuria de' viveri e dalla perversa stagione a ritirarsene. Il conte d'Artois ed altri principi franzesi, spediti dal re di Francia, passarono per Parma e Reggio nell'ottobre dell'anno presente, menando seco una gran quantità di cavalli e fanti in aiuto del re Carlo dopo la perdita della Sicilia. Tennesi una nobilissimacorte bandita in Ferrara per la festa di san Michele di settembre dell'anno presente e ne' susseguenti giorni[Chron. Estens., tom. 15 Rer. Ital.], perchèAzzo VIII, figliuolo d'Obizzo marchesed'Este e signor di Ferrara, fu creato cavaliere, e prese per moglieGiovannafigliuola diGentile Orsinonipote del fu papa Niccolò III, e figliuolo diBertoldogià conte della Romagna. A tanti sconvolgimenti d'Italia si aggiunse in questo anno anche il principio d'un'aspra e funestissima guerra[Caffari, Annal. Genuens., lib. 10, tom. 6 Rer. Ital.]fra i Genovesi e Pisani, popoli amendue potenti per terra e per mare. Nacque la lor discordia dallo avere i Genovesi inviate quattro galee in Corsica per gastigare il giudice di Cinarca, che avea fatto non pochi aggravii alla lor nazione. L'aveano essi ridotto in camicia. Fu presa dai Pisani la protezion di costui con pretenderlo loro vassallo; e gli ambasciatori adoperati per questo affare, in vece di rimettere la pace, fecero saltar fuori la guerra, che andò a finire nella rovina di Pisa. Si diedero tutti e due questi comuni a fare un mirabil preparamento di galee e d'altri legni. Vennero anche i Pisani a Porto Venere, e diedero il guasto a quel paese; ma nel ritornare a casa, levatasi una crudel tempesta, spinse diecisette delle loro galee alla spiaggia, e le ruppe colla morte di molta gente. Anche i Perugini inferocirono nell'anno presente contro la città di Foligno[Memor. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.], non so per quali disgusti. Studiossi ben papa Martino di fermare il loro armamento colla minaccia delle scomuniche; ma, senza farne caso, essi procederono innanzi con guastar tutto il paese sino alle porte di quella città. Non mancò già il papa di scomunicare quel popolo; ma esso, maggiormente irritato per questo, ed imbestialito, fece un papa e varii cardinali di paglia, e, dopo avere strascinati per la città que' fantocci, sopra una montagna li bruciò, dicendo:Questoè il tal cardinale, questo è quell'altro.Sorse ancora nei medesimi tempi guerra in Roma fra gli Orsini e gli Annibaldeschi[Vita Martini IV, P. I, tom. 3 Rer. Ital.]. Erano i primi odiati dal re Carlo per la memoria del loro zio; e però, unito il vicario di esso re, che esercitava l'uffizio di senatore, andò cogli Annibaldeschi a dare il guasto sino a Palestrina, dove s'erano ritirati gli Orsini.