MCCLXXXIII

MCCLXXXIIIAnno diCristomcclxxxiii. Indiz.XI.Martino IVpapa 3.Ridolfore de' Romani 11.Non istette già colle mani alla cintolaPietro red'Aragona, dacchè ebbe dato sesto alle cose della conquistata Sicilia, ma rivolse il pensiero anche alla vicina Calabria[Barthol. de Neocastro, tom. 13 Rer. Ital.]. Già aveva egli nel dì 6 di novembre spedite quindici galee con alcune migliaia de' suoi bellicosi fanti catalani verso la Catona, dove era un presidio di due mila cavalli ed altrettanti fanti, postovi daCarlo principedi Salerno, primogenito del re Carlo, lasciato ivi dal padre per opporsi ai tentativi dei nemici. Nella notte del dì 6 di novembre i Catalani assalirono sì vigorosamente quella guarnigione, che parte ne uccisero, e il restante misero in fuga. Nel dì 11 seguente s'impadronirono ancora della Scalea, e vi fu posto un presidio di cinquecento Catalani, che cominciarono ad infestare i contorni di Reggio. Essendosi ritirato il principe Carlo nel piano di San Martino, per non restar troppo esposto agli attentati de' nemici, il popolo di Reggio si diede incontanente al re Pietro, il quale, nel dì 14 di febbraio, fece la sua solenne entrata in quella città. L'esempio di Reggio seco trasse anche la città di Gieraci. Avea il re Pietro già spedito ordine che laregina Costanzasua moglie co' figliuoli venissero in Sicilia. Vi arrivò essa nel dì 22 d'aprile; fu riconosciuta per legittima padrona della Sicilia; e l'infantedon Giacomosuosecondogenito fu accettato per successore di quella corona, giacchè il re Pietro suo padre veniva obbligato da' suoi affari a tornarsene in Catalogna. Il motivo della sua partenza fu questo. Nell'anno precedente avea il re Carlo mandato a dire al re Pietro delle villane parole, trattandolo da traditore e fellone; e per mantenerglielo in buona forma, lo sfidò a combattere con lui a corpo a corpo. Più saporita nuova di questa non potea giugnere al re Pietro, che in coraggio e valore non cedeva punto al re Carlo, ma il superava di molto nell'accortezza. Si trovava egli con poca moneta; e se il re Carlo colle sue forze avesse continuata la guerra in Calabria e Sicilia, gran pericolo v'era di soccombere col tempo. Il meglio era di addormentarlo, di guadagnar tempo con accettare il proposto duello, e di farlo intanto uscire d'Italia[Giovanni Villani, lib. 7, cap. 85.]. Diede dunque per risposta che manterrebbe in campo e in paese neutrale al re Carlo il suo legittimo diritto e possesso della Sicilia; e però fu concertato con solenne promessa e giuramento che da essi re e da novanta nove cavalieri eletti per cadauna delle parti si farebbe il combattimento in Bordeos di Guascogna, ottenutane prima licenza dal re d'Inghilterra, padrone allora di quella città. Chi restasse vincitore chetamente ancora sarebbe padrone della Sicilia, e chi mancasse alla promessa verrebbe dichiarato infame, e privato del titolo di re, con altre gravissime pene. Il dì primo di giugno fu destinato per questa insigne battaglia. Portato apapa Martinol'avviso di così strepitosa risoluzione, tanto è lungi che v'intervenisse l'approvazione sua, come scrive il Villani dopo il Malaspina[Giachetto Malaspina, cap. 217.], che anzi la detestò[Raynald., in Annal. Eccl.], e fece quanto potè per dissuadere il re Carlo, mostrandola contraria non meno alla politica che alla coscienza, ed intimando la scomunica contra chiunque passasse adeseguirla. Non si fermò per questo il coraggioso re Carlo; scelti i suoi cavalieri tra Franzesi, Provenzali ed Italiani, che tutti fecero a gara per essere di quel numero, fu nel dì prefisso e Bordeos, passeggiò co' suoi armati il campo, ma finì la giornata, senza che si lasciasse vedere il re d'Aragona. Deluso in questa maniera il re Carlo, se ne tornò a Parigi, malcontento di non aver potuto combattere, e d'avere inutilmente perduto il tempo; ma contento per essere, secondo l'opinione sua, divenuto l'Aragonese spergiuro in faccia del mondo, e caduto nella infamia e nell'altre pene prescritte nella convenzione. Pubblicò pertanto un manifesto, dove esponeva le dislealtà e finzioni di Pietro, e le pene da lui incorse. Ma Pietro anche egli ne divolgò un altro in sua difesa. E qui non s'accordano gli scrittori. Vi ha chi tiene, non essere egli punto andato a Bordeos; ed altri ch'egli vi andò travestito, e segretamente si lasciò vedere al siniscalco del re d'Inghilterra, con protestare d'essere pronto a combattere, ma che non potea farlo, non trovandosi sicuro in quel luogo, dacchèFilippo redi Francia s'era postato con più di tre mila cavalieri una sola giornata lungi da Bordeos[Bartholom. de Neocastro, cap. 68, tom. 13 Rer. Ital.], e nella stessa città era concorsa troppa copia di Franzesi. Preso pertanto un attestato di sua comparsa dall'uffiziale del re inglese, rimontato a cavallo, frettolosamente se ne tornò in Aragona. Se ciò sia finzione o verità, nol so dire. Quand'anche sussistesse la segreta sua andata a Bordeos, giacchè scrive l'autore della Cronica di Reggio[Memorial. Potestat. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.]ch'egli fu veduto nel dì 30 di giugno in vicinanza di quella città; tuttavia non si sa ch'egli menasse seco i cavalieri che dovea condurre, e però sembra potersi conchiudere che questa scena fu fatta per deludere il re Carlo, e non già per decidere con un duello,cioè con poco cervello, la controversia della Sicilia da lui posseduta, quantunque anch'egli avesse già scelti i suoi cavalieri, per dare un bel colore all'inganno. Ho io rapportato altrove[Antiquit. Italic., Dissert. XXXIX.]alcuni atti pubblici spettanti a questa tragedia, oppure illusione fatta al re Carlo dallo scaltro re d'Aragona, apparendo da essi che fra le condizioni v'era che il re d'Inghilterra dovesse essere presente al combattimento, ed è certo ch'egli non venne a Bordeos, nè mai consentì a dare il campo, nè ad assicurarlo: il che solo bastava ad iscusare e discolpare il re Pietro.Qui nondimeno non terminò la faccenda. Il pontefice Martino prese di qui motivo per aggravar le censure contra del re Pietro, e passò a dichiararlo non solamente ingiusto usurpatore del regno della Sicilia, ma anche decaduto da quelli d'Aragona, Valenza e Catalogna[Raynald., in Annal. Ecclesiast.], con appresso conferirli aCarlo di Valois, secondo figliuolo del re Filippo di Francia, il quale doveva in avvenire riconoscerli in feudo, e prenderne l'investitura dal romano pontefice. Come fosse creduto giusto e lodevole questo papal decreto, lo lascierò io decidere ad altri. Ben so che i signori franzesi, i quali specialmente in questi ultimi tempi hanno impugnata l'autorità che si attribuiscono i sommi pontefici di deporre i re e di trasferire i regni, allora a man baciata riceverono questo regalo degli altrui Stati, loro fatto da papa Martino, e tentarono in vigor d'esso di occuparli, siccome vedremo. Abbiamo da Bartolommeo di Neocastro che furono in quest'anno spedite dal re Carlo verso Puglia venti galee di Provenzali. Dirizzò questa flotta le vele verso Malta, dove quel castello tuttavia si tenea fedele ad esso re, benchè assediato dai Siciliani, per dargli soccorso[Nicol. Specialis, Hist. Sicul., lib. 1, cap. 26, tom. 10 Rer. Ital.]. N'ebbe contezza il valente ammiraglio di SiciliaRuggieri di Loria,e tutto allegro con dieciotto galee ben armate sciolse da Messina per andare a trovarlo. Arrivato al porto di Malta, attaccò la zuffa, e fu questa terribile di più ore; ma infine dieci d'esse galee provenzali furono prese dai Siciliani e condotte a Messina; l'altre dieci maltrattate se ne tornarono con indicibil fretta al loro paese. Miglior fortuna ebbero in Romagna l'armi del pontefice, che avea fatto venir grossa gente di Francia, ed unita colle milizie delle città guelfe di Romagna e di Lombardia. Capitano di questa possente armata fu creato[Annal. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital. Matthaeus de Griffonibus, tom. 18 Rer. Ital. Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.]Guido conte di Montefeltro, già rimesso in grazia della Sede apostolica, con ordine di domare i Forlivesi, ricettatori ostinati degli usciti ghibellini. Ma, scorgendo quel popolo di non potere alla lunga sostenere il peso della guerra contra di tanti nemici, massimamente dappoichè il paese era sprovveduto di viveri, mandò ambasciatori al papa, ed altrettanto fece ilconte Guidodi Montefeltro, ad esibir la loro sommessione a quanto la santità sua avesse ordinato. Accettata L'offerta, furono cacciati da quella città tutti i Lambertazzi con gli altri Ghibellini, che andarono dispersi colle lor misere famiglie per l'Italia; e Guido da Montefeltro fu mandato a' confini, cioè in luogo disegnato dal papa. Venuto poscia a Forlì un legato pontificio, in gastigo della strage dianzi fatta de' Franzesi, fece demolir le mura, le torri ed ogni fortezza di quella città, e spianarne le fosse[Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.]. Anche Cesena, Forlimpopoli, Bertinoro, Meldola e le castella di Montefeltro vennero all'ubbidienza del papa, e quivi ancora fu fatto lo stesso scempio di mura e fortezze. Oltre a ciò, in tutti que' luoghi furono cavati dai sepolcri i morti nel tempo della guerra, e seppelliti come scomunicati fuori della città. Secondo Galvano Fiamma[Gualv. Flamma, Manip. Flor., cap. 320.]e gli AnnaliMilanesi[Annales Mediolanenses, tom. 16 Rer. Ital.], in quest'annoOttone Viscontesi liberò daGuglielmo marchesedi Monferrato, e per questo ho io differito a parlarne qui, benchè la Cronica di Parma metta il fatto nell'anno precedente. Anzi, dicendo il Fiamma, essere ciò succeduto nella festa di san Giovanni Evangelista, se l'anno milanese avea allora principio nel Natale del Signore, ancora, secondo lui, si dee riferir questo fatto all'antecedente anno, come appunto accuratamente notò anche il Corio[Corio, Istoria di Milano.]. Era il marchese Guglielmo principe di fina politica e destrezza, e di non minor ambizione provveduto. Mirava egli a farsi signore di tutta la Lombardia. E già gli era riuscito di farsi proclamare a poco a poco signor di Como, Alba, Crema, Novara, Alessandria, Vercelli[Benvenuto da S. Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.]. Non so ben dire se anche Pavia. Gli restava Milano; egli ne era già capitano, vi avea un gran partito, e andava disponendo le cose per abbattere la signoria dell'arcivescovo Ottone, e prender egli le redini, del governo. Ottone, che a lui non cedeva in avvedutezza, aspettato il tempo propizio che il marchese fosse ito per suoi affari a Vercelli, nel dì 27 di dicembre dell'anno precedente, montato a cavallo con tutti i suoi aderenti, prese il Broletto e il palazzo pubblico, e ne scacciò Giovanni dal Poggio podestà e vicario del marchese, mettendovi in suo luogo Jacopo da Sommariva Lodigiano. Fece appresso intendere al marchese che non osasse più di ritornare a Milano: dal che si accese una mortale nemicizia fra loro. Cercò immantenente Ottone di fortificarsi nel ricuperato pieno dominio di Milano coll'amicizia de' vicini, e però stabilì pace e lega coi Cremonesi, Piacentini e Bresciani. Fiera guerra continuò in quest'anno fra i Genovesi e Pisani per mare, avendo l'uno e l'altro popolo fatto un formidabil armamento di galeee d'altri legni. Presero i Genovesi e saccheggiarono l'isola della Pianosa, e sottomisero alcune navi de' Pisani, e gli altri parimente fecero quegl'insulti che poterono ai Genovesi. Minutamente si veggono descritti i lor fatti negli Annali di Genova[Caffari, Annal. Genuens., lib. 10, tom. 6 Rer. Ital.]; tali nondimeno non sono che meritino d'esserne qui fatta particolar menzione. Succederono delle novità anche in Trivigi[Richobaldus, in Pomar., tom. 9 Rer. Ital. Annal. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.], città al pari dell'altre divisa in due fazioni.Gherardodella nobil famiglia da Camino seppe far tanto, che ne scacciò fuori Gherardo de' Castelli capo della parte contraria, e prese la signoria di quella città. Tollerabile riuscì dipoi il suo governo, perchè era amatore della giustizia. Ebbe principio nel marzo di quest'anno la guerra dei Veneziani col patriarca d'Aquileia per le giurisdizioni dell'Istria, come s'ha dalle Vite di que' patriarchi, da me date alla luce[Vitae Pontific. Aquilejens., tom. 4 Anecdot. Latin.]. Durò questa quasi undici anni, e in fine fu costretto il patriarca ad accomodarsi, come potè, con chi era superiore di forze.

Non istette già colle mani alla cintolaPietro red'Aragona, dacchè ebbe dato sesto alle cose della conquistata Sicilia, ma rivolse il pensiero anche alla vicina Calabria[Barthol. de Neocastro, tom. 13 Rer. Ital.]. Già aveva egli nel dì 6 di novembre spedite quindici galee con alcune migliaia de' suoi bellicosi fanti catalani verso la Catona, dove era un presidio di due mila cavalli ed altrettanti fanti, postovi daCarlo principedi Salerno, primogenito del re Carlo, lasciato ivi dal padre per opporsi ai tentativi dei nemici. Nella notte del dì 6 di novembre i Catalani assalirono sì vigorosamente quella guarnigione, che parte ne uccisero, e il restante misero in fuga. Nel dì 11 seguente s'impadronirono ancora della Scalea, e vi fu posto un presidio di cinquecento Catalani, che cominciarono ad infestare i contorni di Reggio. Essendosi ritirato il principe Carlo nel piano di San Martino, per non restar troppo esposto agli attentati de' nemici, il popolo di Reggio si diede incontanente al re Pietro, il quale, nel dì 14 di febbraio, fece la sua solenne entrata in quella città. L'esempio di Reggio seco trasse anche la città di Gieraci. Avea il re Pietro già spedito ordine che laregina Costanzasua moglie co' figliuoli venissero in Sicilia. Vi arrivò essa nel dì 22 d'aprile; fu riconosciuta per legittima padrona della Sicilia; e l'infantedon Giacomosuosecondogenito fu accettato per successore di quella corona, giacchè il re Pietro suo padre veniva obbligato da' suoi affari a tornarsene in Catalogna. Il motivo della sua partenza fu questo. Nell'anno precedente avea il re Carlo mandato a dire al re Pietro delle villane parole, trattandolo da traditore e fellone; e per mantenerglielo in buona forma, lo sfidò a combattere con lui a corpo a corpo. Più saporita nuova di questa non potea giugnere al re Pietro, che in coraggio e valore non cedeva punto al re Carlo, ma il superava di molto nell'accortezza. Si trovava egli con poca moneta; e se il re Carlo colle sue forze avesse continuata la guerra in Calabria e Sicilia, gran pericolo v'era di soccombere col tempo. Il meglio era di addormentarlo, di guadagnar tempo con accettare il proposto duello, e di farlo intanto uscire d'Italia[Giovanni Villani, lib. 7, cap. 85.]. Diede dunque per risposta che manterrebbe in campo e in paese neutrale al re Carlo il suo legittimo diritto e possesso della Sicilia; e però fu concertato con solenne promessa e giuramento che da essi re e da novanta nove cavalieri eletti per cadauna delle parti si farebbe il combattimento in Bordeos di Guascogna, ottenutane prima licenza dal re d'Inghilterra, padrone allora di quella città. Chi restasse vincitore chetamente ancora sarebbe padrone della Sicilia, e chi mancasse alla promessa verrebbe dichiarato infame, e privato del titolo di re, con altre gravissime pene. Il dì primo di giugno fu destinato per questa insigne battaglia. Portato apapa Martinol'avviso di così strepitosa risoluzione, tanto è lungi che v'intervenisse l'approvazione sua, come scrive il Villani dopo il Malaspina[Giachetto Malaspina, cap. 217.], che anzi la detestò[Raynald., in Annal. Eccl.], e fece quanto potè per dissuadere il re Carlo, mostrandola contraria non meno alla politica che alla coscienza, ed intimando la scomunica contra chiunque passasse adeseguirla. Non si fermò per questo il coraggioso re Carlo; scelti i suoi cavalieri tra Franzesi, Provenzali ed Italiani, che tutti fecero a gara per essere di quel numero, fu nel dì prefisso e Bordeos, passeggiò co' suoi armati il campo, ma finì la giornata, senza che si lasciasse vedere il re d'Aragona. Deluso in questa maniera il re Carlo, se ne tornò a Parigi, malcontento di non aver potuto combattere, e d'avere inutilmente perduto il tempo; ma contento per essere, secondo l'opinione sua, divenuto l'Aragonese spergiuro in faccia del mondo, e caduto nella infamia e nell'altre pene prescritte nella convenzione. Pubblicò pertanto un manifesto, dove esponeva le dislealtà e finzioni di Pietro, e le pene da lui incorse. Ma Pietro anche egli ne divolgò un altro in sua difesa. E qui non s'accordano gli scrittori. Vi ha chi tiene, non essere egli punto andato a Bordeos; ed altri ch'egli vi andò travestito, e segretamente si lasciò vedere al siniscalco del re d'Inghilterra, con protestare d'essere pronto a combattere, ma che non potea farlo, non trovandosi sicuro in quel luogo, dacchèFilippo redi Francia s'era postato con più di tre mila cavalieri una sola giornata lungi da Bordeos[Bartholom. de Neocastro, cap. 68, tom. 13 Rer. Ital.], e nella stessa città era concorsa troppa copia di Franzesi. Preso pertanto un attestato di sua comparsa dall'uffiziale del re inglese, rimontato a cavallo, frettolosamente se ne tornò in Aragona. Se ciò sia finzione o verità, nol so dire. Quand'anche sussistesse la segreta sua andata a Bordeos, giacchè scrive l'autore della Cronica di Reggio[Memorial. Potestat. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.]ch'egli fu veduto nel dì 30 di giugno in vicinanza di quella città; tuttavia non si sa ch'egli menasse seco i cavalieri che dovea condurre, e però sembra potersi conchiudere che questa scena fu fatta per deludere il re Carlo, e non già per decidere con un duello,cioè con poco cervello, la controversia della Sicilia da lui posseduta, quantunque anch'egli avesse già scelti i suoi cavalieri, per dare un bel colore all'inganno. Ho io rapportato altrove[Antiquit. Italic., Dissert. XXXIX.]alcuni atti pubblici spettanti a questa tragedia, oppure illusione fatta al re Carlo dallo scaltro re d'Aragona, apparendo da essi che fra le condizioni v'era che il re d'Inghilterra dovesse essere presente al combattimento, ed è certo ch'egli non venne a Bordeos, nè mai consentì a dare il campo, nè ad assicurarlo: il che solo bastava ad iscusare e discolpare il re Pietro.

Qui nondimeno non terminò la faccenda. Il pontefice Martino prese di qui motivo per aggravar le censure contra del re Pietro, e passò a dichiararlo non solamente ingiusto usurpatore del regno della Sicilia, ma anche decaduto da quelli d'Aragona, Valenza e Catalogna[Raynald., in Annal. Ecclesiast.], con appresso conferirli aCarlo di Valois, secondo figliuolo del re Filippo di Francia, il quale doveva in avvenire riconoscerli in feudo, e prenderne l'investitura dal romano pontefice. Come fosse creduto giusto e lodevole questo papal decreto, lo lascierò io decidere ad altri. Ben so che i signori franzesi, i quali specialmente in questi ultimi tempi hanno impugnata l'autorità che si attribuiscono i sommi pontefici di deporre i re e di trasferire i regni, allora a man baciata riceverono questo regalo degli altrui Stati, loro fatto da papa Martino, e tentarono in vigor d'esso di occuparli, siccome vedremo. Abbiamo da Bartolommeo di Neocastro che furono in quest'anno spedite dal re Carlo verso Puglia venti galee di Provenzali. Dirizzò questa flotta le vele verso Malta, dove quel castello tuttavia si tenea fedele ad esso re, benchè assediato dai Siciliani, per dargli soccorso[Nicol. Specialis, Hist. Sicul., lib. 1, cap. 26, tom. 10 Rer. Ital.]. N'ebbe contezza il valente ammiraglio di SiciliaRuggieri di Loria,e tutto allegro con dieciotto galee ben armate sciolse da Messina per andare a trovarlo. Arrivato al porto di Malta, attaccò la zuffa, e fu questa terribile di più ore; ma infine dieci d'esse galee provenzali furono prese dai Siciliani e condotte a Messina; l'altre dieci maltrattate se ne tornarono con indicibil fretta al loro paese. Miglior fortuna ebbero in Romagna l'armi del pontefice, che avea fatto venir grossa gente di Francia, ed unita colle milizie delle città guelfe di Romagna e di Lombardia. Capitano di questa possente armata fu creato[Annal. Forolivien., tom. 22 Rer. Ital. Matthaeus de Griffonibus, tom. 18 Rer. Ital. Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.]Guido conte di Montefeltro, già rimesso in grazia della Sede apostolica, con ordine di domare i Forlivesi, ricettatori ostinati degli usciti ghibellini. Ma, scorgendo quel popolo di non potere alla lunga sostenere il peso della guerra contra di tanti nemici, massimamente dappoichè il paese era sprovveduto di viveri, mandò ambasciatori al papa, ed altrettanto fece ilconte Guidodi Montefeltro, ad esibir la loro sommessione a quanto la santità sua avesse ordinato. Accettata L'offerta, furono cacciati da quella città tutti i Lambertazzi con gli altri Ghibellini, che andarono dispersi colle lor misere famiglie per l'Italia; e Guido da Montefeltro fu mandato a' confini, cioè in luogo disegnato dal papa. Venuto poscia a Forlì un legato pontificio, in gastigo della strage dianzi fatta de' Franzesi, fece demolir le mura, le torri ed ogni fortezza di quella città, e spianarne le fosse[Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.]. Anche Cesena, Forlimpopoli, Bertinoro, Meldola e le castella di Montefeltro vennero all'ubbidienza del papa, e quivi ancora fu fatto lo stesso scempio di mura e fortezze. Oltre a ciò, in tutti que' luoghi furono cavati dai sepolcri i morti nel tempo della guerra, e seppelliti come scomunicati fuori della città. Secondo Galvano Fiamma[Gualv. Flamma, Manip. Flor., cap. 320.]e gli AnnaliMilanesi[Annales Mediolanenses, tom. 16 Rer. Ital.], in quest'annoOttone Viscontesi liberò daGuglielmo marchesedi Monferrato, e per questo ho io differito a parlarne qui, benchè la Cronica di Parma metta il fatto nell'anno precedente. Anzi, dicendo il Fiamma, essere ciò succeduto nella festa di san Giovanni Evangelista, se l'anno milanese avea allora principio nel Natale del Signore, ancora, secondo lui, si dee riferir questo fatto all'antecedente anno, come appunto accuratamente notò anche il Corio[Corio, Istoria di Milano.]. Era il marchese Guglielmo principe di fina politica e destrezza, e di non minor ambizione provveduto. Mirava egli a farsi signore di tutta la Lombardia. E già gli era riuscito di farsi proclamare a poco a poco signor di Como, Alba, Crema, Novara, Alessandria, Vercelli[Benvenuto da S. Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.]. Non so ben dire se anche Pavia. Gli restava Milano; egli ne era già capitano, vi avea un gran partito, e andava disponendo le cose per abbattere la signoria dell'arcivescovo Ottone, e prender egli le redini, del governo. Ottone, che a lui non cedeva in avvedutezza, aspettato il tempo propizio che il marchese fosse ito per suoi affari a Vercelli, nel dì 27 di dicembre dell'anno precedente, montato a cavallo con tutti i suoi aderenti, prese il Broletto e il palazzo pubblico, e ne scacciò Giovanni dal Poggio podestà e vicario del marchese, mettendovi in suo luogo Jacopo da Sommariva Lodigiano. Fece appresso intendere al marchese che non osasse più di ritornare a Milano: dal che si accese una mortale nemicizia fra loro. Cercò immantenente Ottone di fortificarsi nel ricuperato pieno dominio di Milano coll'amicizia de' vicini, e però stabilì pace e lega coi Cremonesi, Piacentini e Bresciani. Fiera guerra continuò in quest'anno fra i Genovesi e Pisani per mare, avendo l'uno e l'altro popolo fatto un formidabil armamento di galeee d'altri legni. Presero i Genovesi e saccheggiarono l'isola della Pianosa, e sottomisero alcune navi de' Pisani, e gli altri parimente fecero quegl'insulti che poterono ai Genovesi. Minutamente si veggono descritti i lor fatti negli Annali di Genova[Caffari, Annal. Genuens., lib. 10, tom. 6 Rer. Ital.]; tali nondimeno non sono che meritino d'esserne qui fatta particolar menzione. Succederono delle novità anche in Trivigi[Richobaldus, in Pomar., tom. 9 Rer. Ital. Annal. Bononiens., tom. 18 Rer. Ital.], città al pari dell'altre divisa in due fazioni.Gherardodella nobil famiglia da Camino seppe far tanto, che ne scacciò fuori Gherardo de' Castelli capo della parte contraria, e prese la signoria di quella città. Tollerabile riuscì dipoi il suo governo, perchè era amatore della giustizia. Ebbe principio nel marzo di quest'anno la guerra dei Veneziani col patriarca d'Aquileia per le giurisdizioni dell'Istria, come s'ha dalle Vite di que' patriarchi, da me date alla luce[Vitae Pontific. Aquilejens., tom. 4 Anecdot. Latin.]. Durò questa quasi undici anni, e in fine fu costretto il patriarca ad accomodarsi, come potè, con chi era superiore di forze.


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