MCCLXXXIV

MCCLXXXIVAnno diCristomcclxxxiv. Indiz.XII.Martino IVpapa 4.Ridolfore de' Romani 12.Gran preparamento di gente e di legni avea fattoCarlo, primogenito del re Carlo e principe di Salerno, per portare la guerra in Sicilia, quando venne la mala fortuna a visitarlo, e a dargli una ben disgustosa lezione delle umane vicende. Era già corsa sicura voce che il re Carlo suo padre veniva di Provenza con forte armata per unirla coll'altra di Puglia, e procedere poi contra de' Siciliani[Giachetto Malaspina, cap. 222. Ptolom. Lucens. et alii.]. Prima ch'egli venisse, il valenteRuggieri di Loria, ammiraglio delre d'Aragona, volle tentare, se gli veniva fatto, di tirare a battaglia il figliuolo. A questo fine con quarantacinque tra galee ed altri legni armati di Catalani e Siciliani uscì in corso sul principio di giugno, e cominciò ad infestare le coste del regno di Napoli. Nel lunedì, giorno quinto di esso mese (e non già nel dì 23, come ha il testo di Bartolommeo da Neocastro[Bartholomaeus de Neocastro, cap. 76, tom. 13 Rer. Ital.]), fu a Castello di San Salvatore a Mare e a vista di Napoli, e le sue ciurme cominciarono con alte grida a villaneggiare il re Carlo, suo figliuolo, e tutti i Franzesi chiamandoli poltroni e conigli, che non'ardivano di venire a battaglia, e dileggiandoli in altre sconcie maniere. A queste ingiurie non potendo reggere il principe Carlo, badando più alla collera sua che ai consigli del cardinal legato, co' furiosi suoi Franzesi e coll'altre ubbidienti sue truppe disordinatamente si imbarcò nei preparati suoi legni, e tutti, come se andassero a nozze, fecero vela contra de' Siciliani. Scrive Giovanni Villani[Giovanni Villani, lib. 7, cap. 92.]che il principe Carlo avea ordine preciso dal re Carlo suo padre di non venire a battaglia alcuna, e che aspettasse l'arrivo suo; ma egli, senza farne caso, si lasciò trasportare dall'empito suo giovanile, credendosi di far qualche prodezza. Diversamente Niccolò Speciale[Nicolaus Specialis, Hist. Sicul., tom. 10 Rer. Italic.]lasciò scritto: cioè che una barca spedita con questo ordine dal re Carlo cadde in mano di Ruggieri di Loria, nè arrivò a Napoli: il che forse avrebbe fermata la bizzarria del principe Carlo. Baldanzosamente procedeva l'armata franzese contro ai nemici; e Ruggieri gran maestro di guerra, fingendo paura, si andava ritirando in alto mare. Ma quando se la vide bella, animati prima i suoi, venne impetuosamente a ferire addosso alla contraria armata. Stettero poco a fuggire le galee di Soriento e di altri Pugliesi. Fecero quella resistenzache poterono i Franzesi; ma siccome gente allora non avvezza a battaglie di mare, poco potè operare contra dei Catalani e Siciliani, i quali, arditamente saltando nelle galee nemiche, dieci ne sottomisero. La mira principale dell'accorto Ruggieri di Loria era alla galea capitana, distinta dallo stendardo regale, dove stava il principe Carlo colla principal sua baronia, nè potendola prendere per la gagliarda opposizion di que' nobili, gridò ai suoi che la forassero in più luoghi. Entrava l'acqua a furia; e però il principe dimandò di rendersi a qualche cavaliere. S'affacciò tosto l'ammiraglio Ruggieri con darsi a conoscere chi egli era, e il raccolse nelle sue galee con Rinaldo Gagliardo ammiraglio di Provenza, e coi conti di Cerra, Brenna, Monopello, ed assaissimi altri nobili e copia grande d'altri prigionieri. Dopo la sconfitta accadde una piacevol avventura. In passando la vittoriosa flotta in vicinanza di Soriento[Giachetto Malaspina, Giovanni Villani.], quel popolo mandò a regalar di fichi e fiori e di ducento agostari (monete d'oro), l'ammiraglio siciliano. Entrati gli ambasciatori nella galea capitana, dove era preso il principe Carlo, veggendo lui riccamente armato e attorniato da baroni, e credendolo l'ammiraglio, inginocchiati a' suoi piedi, gli presentarono quel regalo, dicendo:Messer l'ammiraglio, goditi questo picciolo presente del comune di Soriento; e piacesse a Dio che come hai preso il figlio, avessi anche preso il padre. E sappi che noi fummo i primi a voltare. Il principe Carlo, contuttochè poca voglia n'avesse, pure non potè contenersi dal ridere, e disse all'ammiraglio:Per Dio, che costoro sono ben fedeli a monsignore il re. Si prevalse Ruggieri di Loria di questa congiuntura per cavar dalle carceri di Castello a MareBeatricefigliuola delre Manfredi, e sorella dellaregina Costanza, con altri prigioni[Ptolomaeus Lucens., Hist. Eccl., tom. 11 Rer. Ital.], avendola richiestaal principe, che la fece venire, e con essa e co' prigioni franzesi se ne tornò a Messina, dove con indicibil plauso fu accolto. Il principe Carlo fu rinserrato nel castello di Mattagriffone con buone guardie.Veniva ilre Carloalla volta di Napoli con cinquantacinque galee e tre navi grosse, tutte cariche di nobiltà franzese, di gente, cavalli ed armi. S'era egli dianzi rattristato forte in Marsilia per la percossa data ai suoi sotto Malta. Quando fu nel mare di Pisa, oppure a Gaeta, due dì dopo il suddetto conflitto, intese l'altra disavventura del figliuolo, che gli passò il cuore, e dicono che gridò: Ah fosse egli morto, dacchè ha trasgredito il mio comandamento! Altri scrivono[Jordanus, in Chron.]che fece il disinvolto, e, chiamati i suoi baroni, disse loro che si rallegrassero seco, perchè s'era perduto un prete, atto solamente ad impedire il suo governo, mostrando così di nulla stimare il figlio. Raccontano altri[Memorial. Potestat. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.], aver egli detto:Nulla perde chi perde un pazzo. A questa doglia s'aggiunse l'altra di avere scoperta la poca fede dei regnicoli e di Napoli stessa, dove in quest'ultima congiuntura alcuni, correndo per la terra, aveano gridato:Muoia il re Carlo, e viva Ruggieri di Loria. Aggiugne la Cronica di Reggio che si fecero di molte ruberie, e furono anche uccisi alcuni Franzesi, con durar due giorni quella commozion di plebei. Arrivato esso re Carlo a Napoli, non volle smontare al porto, ma furibondo sbarcò in altro sito con intendimento di mettere fuoco a tutta la città; ed avrebbe forse eseguilo il barbarico pensiero, se non era ilcardinal Gherardoda Parma legato apostolico, il quale s'interpose, mostrandogli che il reato di pochi vili e pazzi non era da gastigare colla pena dell'innocente pubblico. Tuttavia ne fece ben impiccare da centocinquanta, e poi mosse alla volta di Brindisi, dove, fatta la massa di tutte le sue forze, si trovò averedieci mila cavalli e quaranta mila fanti, con cento dieci galee, oltre a gran quantità di legni da trasporto. Con questa potente armata nel dì 7 di luglio passò in Calabria, e misesi per terra e per mare all'assedio di Reggio. Intanto due cardinali legati trattavano di liberare il principe Carlo. La lontananza del re Pietro, le cui risposte conveniva aspettare, e il saper egli tener in parole chiunque negoziava con lui, fecero perdere il tempo al re Carlo, senza tentar impresa più grande; e intanto la flotta fu sbattuta da una tempesta[Bartholomaeus de Neocastro, cap. 79, tom. 13 Rer. Ital.]; la stagione pericolosa per chi è in mare si accostò, e vennero meno i foraggi e le vettovaglie, di maniera che il re Carlo fu costretto a ritirarsi a Brindisi e a disarmare. Passò dipoi, ma pieno di rammarico e di tristi pensieri, a Napoli. Mentre era esso re in Calabria, avea il re Pietro spedito in soccorso della Sicilia quattordici galee, che arditamente in faccia dell'armata franzese entrarono nel porto di Messina. E partito appena fu il re Carlo, che Ruggieri di Loria s'impadronì di Nicotera, Cassano, Cotrone, Loria, Martorano, Squillace, Tropea, Neocastro ed altre terre in Calabria e Basilicata. In questo medesimo anno nel dì 12 di settembre arrivò il suddetto ammiraglio colla sua flotta all'isola delle Gerbe nel mare di Tunisi, abitata dai Maomettani, e la prese e spogliò, con asportarne gran copia di ricchezze e più di sei mila schiavi. Come potesse egli in tal tempo, cioè allorchè era minacciata sì da vicino la Sicilia, non si sa ben intendere. Fece egli quivi poscia fabbricare una fortezza, e vi mise un presidio di cristiani. Probabilmente è da riferire ad alcun altro anno sì fatta impresa. In questi tempiOttoneViscontearcivescovo di Milano, essendosi inimicatoGuglielmo marchesedi Monferrato[Gualv. Flamma, in Manip. Flor., cap. 321.], e ben prevedendo che i Torriani coll'aiuto di lui tenterebbonodi risorgere, siccome infatti avvenne, spedì ambasciatori aRidolfo rede' Romani, sì per distorlo di favorire essi Torriani, il che avea egli praticato in addietro, come ancora per ottenere il suo patrocinio. Ed appunto l'ottenne, con avergli Ridolfo mandate cento lancie tedesche e cinquanta balestrieri con balestre di corno. Maritò in quest'anno il suddetto marchese di MonferratoJolantao siaViolante, sua figliuola[Memorial. Potest. Regiens.], conAndronico Paleologoimperadore di Costantinopoli, e diedele in dote il regno di Tessalonica, ossia di Salonichi, da cui poco utile ricavava in questi tempi il marchese. Dal che apparisce che fin qui i marchesi di Monferrato doveano tuttavia ritenere qualche dominio in quelle contrade. Oltre di avere il greco Augusto pagate molte migliaia di bisanti al suocero suo, si obbligò ancora di mantener al di lui servigio in Lombardia cinquecento cavalieri alle sue spese, durante la vita del medesimo marchese. Fu poi cagione questo maritaggio, siccome vedremo, che il Monferrato pervenne ad un figliuolo d'essa imperatrice[Du-Cange, in Famil. Byzantin.], alla quale, secondo il loro costume, i Greci mutarono il proprio nome in quello di Irene. Ora il marchese Guglielmo col suddetto rinforzo di moneta cominciò nuove tele per l'ingrandimento suo. Ebbe maniera di entrare un dì per tradimento nella città di Tortona verso l'aurora; nella qual congiuntura molti cittadini furono uccisi, altri spogliati, altri carcerati. Uno de' rimasti prigionieri fu ilvescovo Melchiore, il quale sempre si era opposto ai tentativi del marchese sopra quella città, sua patria. Fu egli inviato con guardie, acciocchè inducesse i castellani delle sue terre a rendersi al marchese: il che essi ricusarono di fare. Però, nel tornare a Tortona, i capitani del marchese con sacrilega barbarie ammazzarono l'infelice prelato. In quest'orrido misfatto protestò poi il marchese di nonavere avuta parte alcuna; ma forse da pochi gli fu creduto.Raimondo dalla Torrepatriarca di Aquileia cogli altri Torriani liberi strinse lega nell'anno presente con esso marchese[Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.], dopo aver fatto un deposito di grossa somma d'oro da pagarsi al medesimo marchese, dacchè fossero eseguiti i patti. In vigore di questo accordo furono rilasciati dalle carceri di Monte Baradello dai Comaschi, ubbidienti tuttavia al marchese,Antonio, ArenchioeMoscadalla Torre. Ne era dianzi fuggitoGuido dalla Torre, che poi divenne signor di Milano. Ma quivi aveano miseramente terminati i lor giorniNapoossiaNapoleone,CarnevaleeLombardo, tutti dalla Torre. Cominciarono, oltre a ciò, i Comaschi dal canto loro guerra a Milano, e presero alcune castella nella riviera di Lecco. Ma avendo l'arcivescovo eletto per suo vicario generale nel temporaleMatteo Viscontesuo nipote, questi valorosamente ricuperò quelle terre, cominciando con questa impresa a farsi strada alla somma esaltazione, a cui egli e la sua famiglia dipoi arrivò. Benchè nella Cronica di Parma si legga che nell'anno 1282 si sconciò la buona armonia fra i cittadini di Modena, pure abbiamo dalla stessa che nell'anno presente ebbe principio questa diavoleria, che ridusse poi in cattivo stato essa città, e tornò in grave pregiudizio della parte guelfa di Lombardia. Ne parlano appunto a quest'anno anche gli Annali vecchi di Modena[Annales Veteres Mutinenes, tom. 11 Rer. Ital.]e la Cronica di Reggio[Memorial. Potestat. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.]. In occasione che da uno della nobil casa dei Guidotti fu ucciso un altro nobile della famiglia da Savignano, si formarono due fazioni. Il podestà fece mozzare il capo all'uccisore, e distruggere da' fondamenti due torri, con altre non poche condannagioni. Il popolo fremente atterrò molte altrecase; e finalmente la parte de' Boschetti, co' quali andavano uniti i Rangoni e Guidoni, scacciò fuori della città la fazione de' Savignani e Grassoni, la quale, ritiratasi a Sassuolo, a Savignano e ad altre terre, si diede a far guerra ai Boschetti e alla città, distruggendo e bruciando. Fecero i Boschetti col popolo di Modena un buon esercito contra de' fuorusciti, e s'inviarono alla volta di Sassuolo. Manfredino dalla Rosa signor di quella terra cogli usciti venne ad incontrarli, e li sconfisse con istrage e prigionia di molte persone. Mandarono i Parmigiani dodici ambasciatori per trattar di pace; i Boschetti non vollero dar loro ascolto. Erano allora in lega Piacenza, Parma, Cremona, Reggio, Bologna, Ferrara e Brescia, tutte città di parte guelfa, e, loro dispiacendo la pazza discordia de' Modenesi, tutte spedirono a Reggio i loro ambasciatori, per tener quivi un parlamento, e trattare di levar questo scandalo. Chiamati v'intervennero i deputati delle due fazioni della città di Modena; tuttavia, per quanto si affaticassero i mediatori, le teste dure dei Boschetti e de' lor partigiani ricusarono ogni proposizion d'accordo, di maniera che fu risoluto di lasciarli in preda al loro capriccio, e che si rompessero pazzamente fra loro il capo, giacchè così loro piaceva. Il perchè i Modenesi dominanti mandarono in Toscana ad assoldare gran gente, e tornati in campagna, essendo al Montale nel dì 19 di settembre, vennero di nuovo alle mani coi fuorusciti, e di nuovo ancora furono rotti colla mortalità e prigionia di molti. Per compassione mandarono gli amici Parmigiani nuova ambasceria a Modena con varie esortazioni alla pace; ma neppur questa ebbe miglior esito della prima: tanto erano esacerbati e infelloniti gli animi de' nobili e popolari contra de' lor concittadini. Adoperossi ancora un cardinale legato, per introdurre trattato di aggiustamento, e fu rigettata del pari l'interposizione sua. Fecero di peggio inoltre i Modenesi. Perservigio de' Parmigiani veniva un convoglio di sale da Bologna, per essere impedita la via del Po. Quando fu nel territorio di Bazzano, che era allora del distretto di Modena, i Modenesi lo presero colle carra e trentadue paia di buoi, e condussero tutto alla città, e nulla vollero mai restituire, tuttochè si trattasse d'un popolo sì amico e fedele, qual era quello di Parma. Allora fu che i Bolognesi caritativamente proposero ai Parmigiani una lega, per espugnare concordemente Modena; ma il popolo di Parma, ricordevole dell'antica amicizia con quel di Modena, elesse piuttosto di sofferir con pazienza il danno, e di compatir le spropositate risoluzioni dei Modenesi, che di abbracciar le maligne insinuazioni degli antichi nemici di Modena. Nell'anno seguente poi si ravvidero i Modenesi, e soddisfecero al loro dovere.Furono nondimeno bagattelle questa rispetto all'aspra guerra che nell'anno presente seguì tra i Genovesi e Pisani[Caffari, Annal. Genuens., lib. 10, tom. 6 Rer. Ital.]. Accaniti l'un contra l'altro erano questi due popoli. L'interesse e l'ambizione non lasciavano lor posa, ardendo tutti di voglia di procurare l'uno la rovina dell'altro. L'anno appunto fu questo che decise la lor contesa. Vennero a dura battaglia le lor flotte nel dì 22 d'aprile, e andarono in rotta i Pisani con perdere otto galee, che furono condotte a Genova, e con restarne una sommersa. Per questa sciagura, in vece di avvilirsi, maggiormente s'impegnò il popolo pisano a sostener la gara, ed armate settantadue galee con altri legni, pieni di tutto il fiore della nobiltà e de' popolari e forensi, fastosamente uscì in mare con tal galloria, che sembrava il loro stuolo incamminato ad un sicuro trionfo[Giovanni Villani, lib. 7, cap. 91.]. Colto il tempo che l'armata de' Genovesi era ita in Sardegna, diedero i Pisani il guasto alla riviera di Genova: si presentarono anche al porto di quella città con balestrare,ingiuriare e richiedere di battaglia i Genovesi; e, dopo queste bravure, se ne ritornarono gloriosi a casa. Ma giunte dalla Sardegna a Genova le galee, fece il popolo genovese un armamento di ottantotto galee e otto panfili, e con questa flotta andò in traccia della pisana, e, trovatala in vicinanza della Melora, attaccò un'orribil battaglia nel dì 6 d'agosto. Da gran tempo non s'era veduto in mare un conflitto sì ostinato e sanguinoso come fu questo. La vittoria in fine si dichiarò per li Genovesi, siccome superiori di forze, che ventinove galee dei nemici menarono a Genova, e sette ne affondarono. Grande fu la mortalità dalla una parte e dall'altra; maggiore nondimeno, anzi sommo il danno de' Pisani, perchè circa undici mila d'essi (chi dice meno, e forse dirà più vero, e chi dice anche più, per ingrandimento di fama) rimasti prigionieri, furono condotti nelle carceri di Genova, dove la maggior parte per gli stenti a poco a poco andò terminando i suoi giorni. E di qui nacque il proverbio:Chi vuol veder Pisa vada a Genova. Gli speculativi de' segreti del cielo osservarono che in quelle stesse vicinanze della Melora nell'anno 1241 aveano i Pisani sacrilegamente presi i prelati che andavano al concilio, e credettero che Dio avesse aspettato per quarantatrè anni a gastigare il loro misfatto. Quel che è certo, Pisa da lì innanzi, per sì grave perdita di gente, non men popolare che nobile, non potè più alzare il capo, e andò tanto declinando che arrivò a perdere la propria libertà, siccome s'andrà vedendo. Io non so come l'autore della Cronica Reggiana[Memor. Potestat. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.], che scriveva di mano in mano le avventure di questi tempi, metta il suddetto memorando fatto d'armi sotto il dì 15 d'agosto. Una spaventosa innondazione del mare, smisuratamente gonfiato nel dì 22 di dicembre in quest'anno, recò un incredibll danno a Venezia e Chioggia, essendoviperite molte navi e persone ed una esorbitante copia di merci.Bernardo cardinalelegato in Bologna attribuiva questa loro disgrazia all'essere stati scomunicati da lui i Veneziani, perchè non voleano dar soccorso al re Carlo contra di Pietro re d'Aragona. Sicchè, secondo i suoi conti, Dio dovea essersi visibilmente dichiarato in favore del re Carlo. Se ciò si possa credere, lo vedremo all'anno seguente.

Gran preparamento di gente e di legni avea fattoCarlo, primogenito del re Carlo e principe di Salerno, per portare la guerra in Sicilia, quando venne la mala fortuna a visitarlo, e a dargli una ben disgustosa lezione delle umane vicende. Era già corsa sicura voce che il re Carlo suo padre veniva di Provenza con forte armata per unirla coll'altra di Puglia, e procedere poi contra de' Siciliani[Giachetto Malaspina, cap. 222. Ptolom. Lucens. et alii.]. Prima ch'egli venisse, il valenteRuggieri di Loria, ammiraglio delre d'Aragona, volle tentare, se gli veniva fatto, di tirare a battaglia il figliuolo. A questo fine con quarantacinque tra galee ed altri legni armati di Catalani e Siciliani uscì in corso sul principio di giugno, e cominciò ad infestare le coste del regno di Napoli. Nel lunedì, giorno quinto di esso mese (e non già nel dì 23, come ha il testo di Bartolommeo da Neocastro[Bartholomaeus de Neocastro, cap. 76, tom. 13 Rer. Ital.]), fu a Castello di San Salvatore a Mare e a vista di Napoli, e le sue ciurme cominciarono con alte grida a villaneggiare il re Carlo, suo figliuolo, e tutti i Franzesi chiamandoli poltroni e conigli, che non'ardivano di venire a battaglia, e dileggiandoli in altre sconcie maniere. A queste ingiurie non potendo reggere il principe Carlo, badando più alla collera sua che ai consigli del cardinal legato, co' furiosi suoi Franzesi e coll'altre ubbidienti sue truppe disordinatamente si imbarcò nei preparati suoi legni, e tutti, come se andassero a nozze, fecero vela contra de' Siciliani. Scrive Giovanni Villani[Giovanni Villani, lib. 7, cap. 92.]che il principe Carlo avea ordine preciso dal re Carlo suo padre di non venire a battaglia alcuna, e che aspettasse l'arrivo suo; ma egli, senza farne caso, si lasciò trasportare dall'empito suo giovanile, credendosi di far qualche prodezza. Diversamente Niccolò Speciale[Nicolaus Specialis, Hist. Sicul., tom. 10 Rer. Italic.]lasciò scritto: cioè che una barca spedita con questo ordine dal re Carlo cadde in mano di Ruggieri di Loria, nè arrivò a Napoli: il che forse avrebbe fermata la bizzarria del principe Carlo. Baldanzosamente procedeva l'armata franzese contro ai nemici; e Ruggieri gran maestro di guerra, fingendo paura, si andava ritirando in alto mare. Ma quando se la vide bella, animati prima i suoi, venne impetuosamente a ferire addosso alla contraria armata. Stettero poco a fuggire le galee di Soriento e di altri Pugliesi. Fecero quella resistenzache poterono i Franzesi; ma siccome gente allora non avvezza a battaglie di mare, poco potè operare contra dei Catalani e Siciliani, i quali, arditamente saltando nelle galee nemiche, dieci ne sottomisero. La mira principale dell'accorto Ruggieri di Loria era alla galea capitana, distinta dallo stendardo regale, dove stava il principe Carlo colla principal sua baronia, nè potendola prendere per la gagliarda opposizion di que' nobili, gridò ai suoi che la forassero in più luoghi. Entrava l'acqua a furia; e però il principe dimandò di rendersi a qualche cavaliere. S'affacciò tosto l'ammiraglio Ruggieri con darsi a conoscere chi egli era, e il raccolse nelle sue galee con Rinaldo Gagliardo ammiraglio di Provenza, e coi conti di Cerra, Brenna, Monopello, ed assaissimi altri nobili e copia grande d'altri prigionieri. Dopo la sconfitta accadde una piacevol avventura. In passando la vittoriosa flotta in vicinanza di Soriento[Giachetto Malaspina, Giovanni Villani.], quel popolo mandò a regalar di fichi e fiori e di ducento agostari (monete d'oro), l'ammiraglio siciliano. Entrati gli ambasciatori nella galea capitana, dove era preso il principe Carlo, veggendo lui riccamente armato e attorniato da baroni, e credendolo l'ammiraglio, inginocchiati a' suoi piedi, gli presentarono quel regalo, dicendo:Messer l'ammiraglio, goditi questo picciolo presente del comune di Soriento; e piacesse a Dio che come hai preso il figlio, avessi anche preso il padre. E sappi che noi fummo i primi a voltare. Il principe Carlo, contuttochè poca voglia n'avesse, pure non potè contenersi dal ridere, e disse all'ammiraglio:Per Dio, che costoro sono ben fedeli a monsignore il re. Si prevalse Ruggieri di Loria di questa congiuntura per cavar dalle carceri di Castello a MareBeatricefigliuola delre Manfredi, e sorella dellaregina Costanza, con altri prigioni[Ptolomaeus Lucens., Hist. Eccl., tom. 11 Rer. Ital.], avendola richiestaal principe, che la fece venire, e con essa e co' prigioni franzesi se ne tornò a Messina, dove con indicibil plauso fu accolto. Il principe Carlo fu rinserrato nel castello di Mattagriffone con buone guardie.

Veniva ilre Carloalla volta di Napoli con cinquantacinque galee e tre navi grosse, tutte cariche di nobiltà franzese, di gente, cavalli ed armi. S'era egli dianzi rattristato forte in Marsilia per la percossa data ai suoi sotto Malta. Quando fu nel mare di Pisa, oppure a Gaeta, due dì dopo il suddetto conflitto, intese l'altra disavventura del figliuolo, che gli passò il cuore, e dicono che gridò: Ah fosse egli morto, dacchè ha trasgredito il mio comandamento! Altri scrivono[Jordanus, in Chron.]che fece il disinvolto, e, chiamati i suoi baroni, disse loro che si rallegrassero seco, perchè s'era perduto un prete, atto solamente ad impedire il suo governo, mostrando così di nulla stimare il figlio. Raccontano altri[Memorial. Potestat. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.], aver egli detto:Nulla perde chi perde un pazzo. A questa doglia s'aggiunse l'altra di avere scoperta la poca fede dei regnicoli e di Napoli stessa, dove in quest'ultima congiuntura alcuni, correndo per la terra, aveano gridato:Muoia il re Carlo, e viva Ruggieri di Loria. Aggiugne la Cronica di Reggio che si fecero di molte ruberie, e furono anche uccisi alcuni Franzesi, con durar due giorni quella commozion di plebei. Arrivato esso re Carlo a Napoli, non volle smontare al porto, ma furibondo sbarcò in altro sito con intendimento di mettere fuoco a tutta la città; ed avrebbe forse eseguilo il barbarico pensiero, se non era ilcardinal Gherardoda Parma legato apostolico, il quale s'interpose, mostrandogli che il reato di pochi vili e pazzi non era da gastigare colla pena dell'innocente pubblico. Tuttavia ne fece ben impiccare da centocinquanta, e poi mosse alla volta di Brindisi, dove, fatta la massa di tutte le sue forze, si trovò averedieci mila cavalli e quaranta mila fanti, con cento dieci galee, oltre a gran quantità di legni da trasporto. Con questa potente armata nel dì 7 di luglio passò in Calabria, e misesi per terra e per mare all'assedio di Reggio. Intanto due cardinali legati trattavano di liberare il principe Carlo. La lontananza del re Pietro, le cui risposte conveniva aspettare, e il saper egli tener in parole chiunque negoziava con lui, fecero perdere il tempo al re Carlo, senza tentar impresa più grande; e intanto la flotta fu sbattuta da una tempesta[Bartholomaeus de Neocastro, cap. 79, tom. 13 Rer. Ital.]; la stagione pericolosa per chi è in mare si accostò, e vennero meno i foraggi e le vettovaglie, di maniera che il re Carlo fu costretto a ritirarsi a Brindisi e a disarmare. Passò dipoi, ma pieno di rammarico e di tristi pensieri, a Napoli. Mentre era esso re in Calabria, avea il re Pietro spedito in soccorso della Sicilia quattordici galee, che arditamente in faccia dell'armata franzese entrarono nel porto di Messina. E partito appena fu il re Carlo, che Ruggieri di Loria s'impadronì di Nicotera, Cassano, Cotrone, Loria, Martorano, Squillace, Tropea, Neocastro ed altre terre in Calabria e Basilicata. In questo medesimo anno nel dì 12 di settembre arrivò il suddetto ammiraglio colla sua flotta all'isola delle Gerbe nel mare di Tunisi, abitata dai Maomettani, e la prese e spogliò, con asportarne gran copia di ricchezze e più di sei mila schiavi. Come potesse egli in tal tempo, cioè allorchè era minacciata sì da vicino la Sicilia, non si sa ben intendere. Fece egli quivi poscia fabbricare una fortezza, e vi mise un presidio di cristiani. Probabilmente è da riferire ad alcun altro anno sì fatta impresa. In questi tempiOttoneViscontearcivescovo di Milano, essendosi inimicatoGuglielmo marchesedi Monferrato[Gualv. Flamma, in Manip. Flor., cap. 321.], e ben prevedendo che i Torriani coll'aiuto di lui tenterebbonodi risorgere, siccome infatti avvenne, spedì ambasciatori aRidolfo rede' Romani, sì per distorlo di favorire essi Torriani, il che avea egli praticato in addietro, come ancora per ottenere il suo patrocinio. Ed appunto l'ottenne, con avergli Ridolfo mandate cento lancie tedesche e cinquanta balestrieri con balestre di corno. Maritò in quest'anno il suddetto marchese di MonferratoJolantao siaViolante, sua figliuola[Memorial. Potest. Regiens.], conAndronico Paleologoimperadore di Costantinopoli, e diedele in dote il regno di Tessalonica, ossia di Salonichi, da cui poco utile ricavava in questi tempi il marchese. Dal che apparisce che fin qui i marchesi di Monferrato doveano tuttavia ritenere qualche dominio in quelle contrade. Oltre di avere il greco Augusto pagate molte migliaia di bisanti al suocero suo, si obbligò ancora di mantener al di lui servigio in Lombardia cinquecento cavalieri alle sue spese, durante la vita del medesimo marchese. Fu poi cagione questo maritaggio, siccome vedremo, che il Monferrato pervenne ad un figliuolo d'essa imperatrice[Du-Cange, in Famil. Byzantin.], alla quale, secondo il loro costume, i Greci mutarono il proprio nome in quello di Irene. Ora il marchese Guglielmo col suddetto rinforzo di moneta cominciò nuove tele per l'ingrandimento suo. Ebbe maniera di entrare un dì per tradimento nella città di Tortona verso l'aurora; nella qual congiuntura molti cittadini furono uccisi, altri spogliati, altri carcerati. Uno de' rimasti prigionieri fu ilvescovo Melchiore, il quale sempre si era opposto ai tentativi del marchese sopra quella città, sua patria. Fu egli inviato con guardie, acciocchè inducesse i castellani delle sue terre a rendersi al marchese: il che essi ricusarono di fare. Però, nel tornare a Tortona, i capitani del marchese con sacrilega barbarie ammazzarono l'infelice prelato. In quest'orrido misfatto protestò poi il marchese di nonavere avuta parte alcuna; ma forse da pochi gli fu creduto.

Raimondo dalla Torrepatriarca di Aquileia cogli altri Torriani liberi strinse lega nell'anno presente con esso marchese[Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.], dopo aver fatto un deposito di grossa somma d'oro da pagarsi al medesimo marchese, dacchè fossero eseguiti i patti. In vigore di questo accordo furono rilasciati dalle carceri di Monte Baradello dai Comaschi, ubbidienti tuttavia al marchese,Antonio, ArenchioeMoscadalla Torre. Ne era dianzi fuggitoGuido dalla Torre, che poi divenne signor di Milano. Ma quivi aveano miseramente terminati i lor giorniNapoossiaNapoleone,CarnevaleeLombardo, tutti dalla Torre. Cominciarono, oltre a ciò, i Comaschi dal canto loro guerra a Milano, e presero alcune castella nella riviera di Lecco. Ma avendo l'arcivescovo eletto per suo vicario generale nel temporaleMatteo Viscontesuo nipote, questi valorosamente ricuperò quelle terre, cominciando con questa impresa a farsi strada alla somma esaltazione, a cui egli e la sua famiglia dipoi arrivò. Benchè nella Cronica di Parma si legga che nell'anno 1282 si sconciò la buona armonia fra i cittadini di Modena, pure abbiamo dalla stessa che nell'anno presente ebbe principio questa diavoleria, che ridusse poi in cattivo stato essa città, e tornò in grave pregiudizio della parte guelfa di Lombardia. Ne parlano appunto a quest'anno anche gli Annali vecchi di Modena[Annales Veteres Mutinenes, tom. 11 Rer. Ital.]e la Cronica di Reggio[Memorial. Potestat. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.]. In occasione che da uno della nobil casa dei Guidotti fu ucciso un altro nobile della famiglia da Savignano, si formarono due fazioni. Il podestà fece mozzare il capo all'uccisore, e distruggere da' fondamenti due torri, con altre non poche condannagioni. Il popolo fremente atterrò molte altrecase; e finalmente la parte de' Boschetti, co' quali andavano uniti i Rangoni e Guidoni, scacciò fuori della città la fazione de' Savignani e Grassoni, la quale, ritiratasi a Sassuolo, a Savignano e ad altre terre, si diede a far guerra ai Boschetti e alla città, distruggendo e bruciando. Fecero i Boschetti col popolo di Modena un buon esercito contra de' fuorusciti, e s'inviarono alla volta di Sassuolo. Manfredino dalla Rosa signor di quella terra cogli usciti venne ad incontrarli, e li sconfisse con istrage e prigionia di molte persone. Mandarono i Parmigiani dodici ambasciatori per trattar di pace; i Boschetti non vollero dar loro ascolto. Erano allora in lega Piacenza, Parma, Cremona, Reggio, Bologna, Ferrara e Brescia, tutte città di parte guelfa, e, loro dispiacendo la pazza discordia de' Modenesi, tutte spedirono a Reggio i loro ambasciatori, per tener quivi un parlamento, e trattare di levar questo scandalo. Chiamati v'intervennero i deputati delle due fazioni della città di Modena; tuttavia, per quanto si affaticassero i mediatori, le teste dure dei Boschetti e de' lor partigiani ricusarono ogni proposizion d'accordo, di maniera che fu risoluto di lasciarli in preda al loro capriccio, e che si rompessero pazzamente fra loro il capo, giacchè così loro piaceva. Il perchè i Modenesi dominanti mandarono in Toscana ad assoldare gran gente, e tornati in campagna, essendo al Montale nel dì 19 di settembre, vennero di nuovo alle mani coi fuorusciti, e di nuovo ancora furono rotti colla mortalità e prigionia di molti. Per compassione mandarono gli amici Parmigiani nuova ambasceria a Modena con varie esortazioni alla pace; ma neppur questa ebbe miglior esito della prima: tanto erano esacerbati e infelloniti gli animi de' nobili e popolari contra de' lor concittadini. Adoperossi ancora un cardinale legato, per introdurre trattato di aggiustamento, e fu rigettata del pari l'interposizione sua. Fecero di peggio inoltre i Modenesi. Perservigio de' Parmigiani veniva un convoglio di sale da Bologna, per essere impedita la via del Po. Quando fu nel territorio di Bazzano, che era allora del distretto di Modena, i Modenesi lo presero colle carra e trentadue paia di buoi, e condussero tutto alla città, e nulla vollero mai restituire, tuttochè si trattasse d'un popolo sì amico e fedele, qual era quello di Parma. Allora fu che i Bolognesi caritativamente proposero ai Parmigiani una lega, per espugnare concordemente Modena; ma il popolo di Parma, ricordevole dell'antica amicizia con quel di Modena, elesse piuttosto di sofferir con pazienza il danno, e di compatir le spropositate risoluzioni dei Modenesi, che di abbracciar le maligne insinuazioni degli antichi nemici di Modena. Nell'anno seguente poi si ravvidero i Modenesi, e soddisfecero al loro dovere.

Furono nondimeno bagattelle questa rispetto all'aspra guerra che nell'anno presente seguì tra i Genovesi e Pisani[Caffari, Annal. Genuens., lib. 10, tom. 6 Rer. Ital.]. Accaniti l'un contra l'altro erano questi due popoli. L'interesse e l'ambizione non lasciavano lor posa, ardendo tutti di voglia di procurare l'uno la rovina dell'altro. L'anno appunto fu questo che decise la lor contesa. Vennero a dura battaglia le lor flotte nel dì 22 d'aprile, e andarono in rotta i Pisani con perdere otto galee, che furono condotte a Genova, e con restarne una sommersa. Per questa sciagura, in vece di avvilirsi, maggiormente s'impegnò il popolo pisano a sostener la gara, ed armate settantadue galee con altri legni, pieni di tutto il fiore della nobiltà e de' popolari e forensi, fastosamente uscì in mare con tal galloria, che sembrava il loro stuolo incamminato ad un sicuro trionfo[Giovanni Villani, lib. 7, cap. 91.]. Colto il tempo che l'armata de' Genovesi era ita in Sardegna, diedero i Pisani il guasto alla riviera di Genova: si presentarono anche al porto di quella città con balestrare,ingiuriare e richiedere di battaglia i Genovesi; e, dopo queste bravure, se ne ritornarono gloriosi a casa. Ma giunte dalla Sardegna a Genova le galee, fece il popolo genovese un armamento di ottantotto galee e otto panfili, e con questa flotta andò in traccia della pisana, e, trovatala in vicinanza della Melora, attaccò un'orribil battaglia nel dì 6 d'agosto. Da gran tempo non s'era veduto in mare un conflitto sì ostinato e sanguinoso come fu questo. La vittoria in fine si dichiarò per li Genovesi, siccome superiori di forze, che ventinove galee dei nemici menarono a Genova, e sette ne affondarono. Grande fu la mortalità dalla una parte e dall'altra; maggiore nondimeno, anzi sommo il danno de' Pisani, perchè circa undici mila d'essi (chi dice meno, e forse dirà più vero, e chi dice anche più, per ingrandimento di fama) rimasti prigionieri, furono condotti nelle carceri di Genova, dove la maggior parte per gli stenti a poco a poco andò terminando i suoi giorni. E di qui nacque il proverbio:Chi vuol veder Pisa vada a Genova. Gli speculativi de' segreti del cielo osservarono che in quelle stesse vicinanze della Melora nell'anno 1241 aveano i Pisani sacrilegamente presi i prelati che andavano al concilio, e credettero che Dio avesse aspettato per quarantatrè anni a gastigare il loro misfatto. Quel che è certo, Pisa da lì innanzi, per sì grave perdita di gente, non men popolare che nobile, non potè più alzare il capo, e andò tanto declinando che arrivò a perdere la propria libertà, siccome s'andrà vedendo. Io non so come l'autore della Cronica Reggiana[Memor. Potestat. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.], che scriveva di mano in mano le avventure di questi tempi, metta il suddetto memorando fatto d'armi sotto il dì 15 d'agosto. Una spaventosa innondazione del mare, smisuratamente gonfiato nel dì 22 di dicembre in quest'anno, recò un incredibll danno a Venezia e Chioggia, essendoviperite molte navi e persone ed una esorbitante copia di merci.Bernardo cardinalelegato in Bologna attribuiva questa loro disgrazia all'essere stati scomunicati da lui i Veneziani, perchè non voleano dar soccorso al re Carlo contra di Pietro re d'Aragona. Sicchè, secondo i suoi conti, Dio dovea essersi visibilmente dichiarato in favore del re Carlo. Se ciò si possa credere, lo vedremo all'anno seguente.


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