MCCLXXXVAnno diCristomcclxxxv. Indiz.VIII.Onorio IVpapa 1.Ridolfore de' Romani 13.Sopraffatto probabilmente da troppi affanniCarlo redi Sicilia, cadde infermo nella città di Foggia, mentre era tutto affaccendato per un formidabil armamento, con disegno d'assalir la Sicilia, in tempo che anche i Franzesi doveano dal canto loro invadere il regno di Aragona a Catalogna. Quivi terminò egli con tutta rassegnazione e con piissimi sentimenti la sua vita nel settimo dì di gennaio dell'anno presente, con infinito dispiacere de' Guelfi, che l'amavano forte, e il consideravano pel più forte loro sostegno[Giovanni Villani, lib. 7, cap. 94. Memorial. Potest. Regiens.]. Principe di smoderata ambizione, per soddisfar la quale sagrificava tutto, e che sarebbe stato assai lodevole e glorioso, se, siccome seppe guadagnar dei regni, avesse anche atteso a guadagnarsi l'amore de' sudditi, e non gli avesse piuttosto tiranneggiati: il che fu cagione di molte sue disavventure. Lasciò il suo regno di Puglia ossia di Napoli in poco buono stato, perchè in guerra co' Siciliani e col principe Carlo, suo primogenito ed erede, prigione in Sicilia stessa. Nè si dee tacere che questo sventurato suo figlio, dopo la sua prigionia, corse un gran pericolo. Non avendo potuto i cardinali legati, spediti dal papa in Sicilia, venire acapo del loro negoziato per liberarlo, fulminarono le più terribili scomuniche contra de' Siciliani e contro del re d'Aragona. Erano per questo al maggior segno irritati i Messinesi, e giunta colà anche la nuova della morte del re Carlo, furiosamente andarono alle prigioni, dove erano detenuti i Franzesi, per ucciderli; e perchè questi fecero quella difesa che poterono, attaccarono il fuoco alle carceri, e miseramente vi fecero perire più di sessanta nobili di quella nazione. Ricobaldo[Richobaldus, in Pom., tom. 9 Rer. Ital.], che fioriva in questi tempi, scrive che più di ducento nobili vi furono barbaramente uccisi, e non già bruciati nelle prigioni. Inoltre si accordarono tutte le terre dell'isola a voler la morte del suddetto principe Carlo in vendetta di quella di Manfredi e di Corradino. Ma Dio volle che laregina Costanzae l'infantedon Giacomocon savio consiglio frenarono così furiosa sentenza con prender tempo, allegando che conveniva intendere sopra ciò la volontà delre Pietro. Volontà appunto del re Pietro era che se gli mandasse in Catalogna il principe prigioniere per maggior sicurezza, e infatti vi fu mandato. Intanto fu questo principe riconosciuto per re e successore del padre in Puglia[Bartholom. de Neocastro, cap. 90, tom. 13 Rer. Ital.], e, durante la sua prigionia, sostituito balio del regnoRoberto contedi Artois, fratello del re di Francia, colla assistenza del cardinale legatoGherardo Biancoda Parma; e per allora cessò ogni pensiero di portar la guerra in Sicilia. In questi tempi la città di Gallipoli si diede agli Aragonesi. Tenne dietro alla morte del re Carlo quella di Martino IV pontefice, schiavo fin qui di tutti i voleri d'esso re, e che votò l'erario delle scomuniche per fulminar tutti i Ghibellini, e chiunque era nemico o poco amico del medesimo re Carlo. Pontefice per altro degno di lode, sì pel suo zelo ecclesiastico, come per lo staccamento dall'amore de' suoi parenti, che, nati poveri, nonvolle mai esaltare. Erasi egli portato a Perugia, giacchè quella città umiliatasi era rientrata in sua grazia, e quivi cantò messa nel giorno santo di Pasqua, caduto in quest'anno nel dì 25 di marzo. Nel dì seguente si ammalò, e nella notte del mercordì, venendo il dì 29, passò all'altra vita[Memorial. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.]. Dicesi che nel giovedì susseguente gli fu data sepoltura nella cattedrale di quella città; ma, secondo il Rinaldi[Raynaldus, in Annal. Eccl.], fu portato il di lui cadavere ad Assisi nella chiesa de' Minori, da lui amati sopra gli altri religiosi finchè visse. Fu da alcuni[Franciscus Pipin., Chron., tom. 9 Rer. Ital. Annales Colmar.]attribuita la sua infermità e morte ad eccesso in mangiar delle anguille, del qual cibo egli era ghiotto. Nel dì 2 d'aprile concordemente si vide esaltato dai cardinali al pontificatoJacopodella nobil casa de' Savelli, Romano, cardinal diacono di Santa Maria in Cosmedin[Bernardus Guid. Ptolom. Lucens., Hist. Eccl. et alii.], il quale prese il nome diOnorio IV. Era egli così attratto per cagion della gotta, ne' piedi e nelle mani, che non potea camminare, nè stare in piedi, nè unire un dito coll'altro. Ma vegeta era la sua testa, e vigorosa la sua lingua. Portossi egli dipoi a Roma, dove, consecrato prete e vescovo, fu ornato della tiara pontificia. Contribuì questo pontefice al sollievo del regno di Napoli, con pubblicare una saggia costituzione di varii capitoli, già ordita da papa Martino IV, che vien rapportata dal Rinaldi e dagli scrittori napoletani, e fu data nel dì 17 di settembre dell'anno presente in Tivoli. Dovea servir questa a levar di molte gravezze ed abusi introdotti già da Federigo II, da Manfredi, e massimamente dal re Carlo I. Ma i re susseguenti, con pretesto che fosse pregiudiziale ai loro diritti, non permisero che avesse vigore.Del resto seguitò anche Onorio IV, come il suo predecessore, ad aggravare di decime i beni ecclesiastici per le guerre(non so come appellate sante) dei Franzesi contra degli Aragonesi. Mi sia lecito l'accennar qui brevemente quella di Catalogna, perchè essa ha connessione cogli affari della Sicilia. Già papa Martino IV avea privato il re Pietro del regno di Aragona, Valenza e Catalogna, e datane la investitura aCarlo di Valois, secondogenito di Filippo l'Ardito re di Francia. Già s'era predicata la crociata per andare alla conquista di quel regno, perchè pur troppo in questi miserabili tempi si facea continuamente servire la religione all'umana politica con disonore del nome cristiano. Lo stessore Filippoin persona conFilippoeCarlosuoi figliuoli, con una formidabile armata per terra e una potentissima flotta per mare[Bartholom. de Neocastro, cap. 91 et seq., tom. 13 Rer. Ital. Giovanni Villani, lib. 7, cap. 101 et seq.], passò in Catalogna, dove que' santi crociati commisero violenze e sacrilegii senza numero. Prese la città di Roses, ed assediò, nel dì 28 di giugno, la città di Girona, che fece una mirabil difesa. Ilre Pietro, signore di gran valore, con quelle poche compagnie di cavalleria che avea, fece di grandi prodezze, infestando continuamente dì e notte l'esercito nemico. Ma in una di queste scorrerie sopraffatto da' Franzesi, e ferito con una lancia, sconosciuto venne condotto prigione. Male per lui, se, presa la spada ad un di que' nobili nemici, non si fosse fatto largo: con che, dato di sproni al cavallo, ebbe la fortuna di ridursi in salvo. Fu presa in fine Girona a patti di buona guerra dai Franzesi. Avea intantoRuggieri di Loriasottomessa la città di Taranto nel dì 15 di luglio, quando gli arrivò ordine di passare a Barcellona. Vi giunse egli nel dì 26 di settembre con trentasei galee, colle quali si unirono dodici altre di Catalani. Sarpò dipoi l'ancore, e con questa flotta l'animoso ammiraglio andò nel dì primo di ottobre ad assalir la franzese, scemata molto di ciurme e di gente, benchè superioredi numero. Parte di quelle galee fu presa, parte incendiata, non senza strage di molti, e col guadagno di gran bottino. Ritolse egli ancora Roses ai Franzesi; ed appresso, venendo un grosso vascello del duca di Brabante, carico di viveri e di ricchezze, in soccorso de' Franzesi, sotto la scorta di dodici galee, Ruggieri con bandiera di Francia aggraffò tutti que' legni, il tesoro e la vettovaglie. Tutte queste funeste nuove portate al campo franzese, lo riempierono di terrore, perchè perduta era la speranza di ricevere in avvenire le necessarie provvisioni per mare. Il re Filippo, o per la doglia, o per l'aria s'infermò. Se vogliam credere a Bartolommeo da Neocastro[Bartholom. de Neocastro, cap. 91 et seq., tom. 13 Rer. Ital.]e a Niccolò Speciale[Nicolaus Specialis, Hist. Sicul., tom. 10 Rer. Ital.], la lunghezza dell'assedio di Girona, ed una prodigiosa specie di tafani che feriva uomini e cavalli, aveano fatto perire assaissime migliaia di soldati e d'animali: laonde per necessità convenne sloggiare in somma fretta per ripassare i Pirenei e tornarsene in Linguadoca. Ai passi delle montagne eccoti i Micheletti, che recarono gran danno alle persone e robe de' fuggitivi e sconfitti Franzesi. Il re Filippo, portato con gran disagio in una bara sino a Perpignano, quivi nel dì 6 d'ottobre fece fine ai suoi giorni. All'incontro ricuperata ch'ebbe il re Pietro Girona, anch'egli, o per malattia, o per la ferita di cui parlammo, passò all'altra vita nel dì 11 di novembre con atti di vera penitenza, e riconciliato colla Chiesa. E tale fu il fine di quella strepitosa impresa, per cui ebbe molto da piagnere la Catalogna, ma molto più senza paragone la Francia. Vien essa descritta da Bartolommeo da Neocastro, da Giovanni Villani e da altri, con diversità di circostanze, e colla giunta di qualche favola, siccome tuttodì avviene in casi tali per la varietà delle passioni e della parzialità, amplificando cadauno leprodezze e diminuendo le disgrazie proprie. Ed ecco dove andarono a terminar le scomuniche, le crociate e tanto sangue per detronizzar gli Aragonesi.Alfonsoprimogenito del re Pietro succedette al padre nell'Aragona; l'infantedon Giacomo, secondo il testamento del padre, nel regno di Sicilia; ed essi tennero forte i loro Stati. Ma cotante disgrazie, e le morti del papa e dei due re Filippo e Carlo dovrebbono ben servire di documento alle corte nostre teste, per non entrare con tanta franchezza ne' gabinetti di Dio, quasichè egli operi o abbia da operare a misura dei nostri vani desiderii e del nostro mondano interesse. Sono ben diversi i giudizii di lui da quei de' mortali; nè mai manca in quelli sapienza e giustizia: mancano bensì queste, e sovente, nei nostri.Erano entrati in Como i Torriani, ed in quest'anno fecero guerra con varia fortuna a Milano, impadronendosi di Castel Seprio e d'altri luoghi, che daMatteo Viscontee dal popolo milanese furono ricuperati. Io non mi fermerò in questi minuti fatti. Le notizie d'essi a noi sono state conservate dal Corio[Corio, Istor. di Milano.]e dal Calchi[Calchus, Hist. Mediolanens.]. Benchè in quest'anno ancora[Chron. Parmens., tom. 9 Rer. Ital.]si adoperassero più d'una volta gli ambasciatori di Parma, Reggio, Bologna e Ferrara per quetare i torbidi di Modena; pure nulla di bene se ne ricavò. Aveano Gherardino Rangone pel popolo della città, e Manfredino da Sassuolo per gli usciti ridotto a buon termine un trattato d'accomodamento; ma, per le esorbitanti pretensioni de' Boschetti, tutto andò a terra. E quantunque essendo venuti a Modena Guido e Matteo fratelli da Correggio, si facesse compromesso in essi, e fossero dati gli ostaggi, e si venisse al laudo[Annal. Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.]; pure i Boschetti non vollero accettarlo. Seguì poi unanuova battaglia a Gorzano fra il popolo di questa città e i fuorusciti, in cui gli ultimi rimasero sconfitti. Aveano, trovandosi in gravi angustie i Pisani per la funestissima lor perdita dell'anno precedente, e veggendo giù collegati e in armi tutti i Guelfi di Toscana, cioè Fiorentini, Sanesi, Lucchesi ed altri popoli, giacchè tutti erano istigati dai Genovesi[Caffari, Annal. Genuens., lib. 10, tom. 6 Rer. Italic. Giovanni Villani, lib. 7, cap. 97.], gente ansiosa, più che d'altro, della rovina di Pisa, e che già avea in mente di schiantarla, e di ridurre quel popolo in varii borghi: aveano, dissi, i Pisani spedito a Genova per ottener pace. Ma quivi si trovarono orecchi sordi e cuori inflessibili. Si rivolsero dunque ai Fiorentini, e segretamente trattarono concordia con essi a condizione di governarsi in avvenire a parte guelfa, e di cedere a' Fiorentini Ponte ad Era, con altri vantaggi. Acconsentirono al partito i Fiorentini, perchè non amavano di veder troppo crescere i Genovesi, e premeva loro di aver libero commercio a Porto Pisano. Ilconte Ugolinode' Gherardeschi, guelfo di professione, che avea menato il trattato, seppe profittarne per sè; imperciocchè nel gennaio del presente anno, dopo aver cacciati di Pisa i Ghibellini, ottenne d'essere fatto signore della città per dieci anni. I Genovesi e Lucchesi, che niuna contezza aveano avuto di questo trattato, e molto meno vi aveano prestato il loro assenso, sdegnati più che mai seguitarono a far guerra a Pisa. Presero i Lucchesi parecchie lor castella, e i Genovesi molte lor navi, con distruggere ancora le torri di Porto Pisano e rovinare Livorno. Fu levato in quest'anno dal papa l'interdetto posto alla città di Venezia[Raynald., in Annal. Eccl., num. 63.], non per altro delitto che per non aver voluto i Veneziani, secondo le lor leggi, lasciar far gente ed armar legni ne' loro Stati in soccorso del re Carlo contra del re Pietro. Motivo c'è di stupire oggidì, come percagion sì fatta venisse privata de' divini uffizii e gastigata quell'illustre e libera città. Ma erano tali i costumi di questi tempi sconvolti, tali i frutti della barbarie e della malizia, o piuttosto dell'ignoranza d'allora.
Sopraffatto probabilmente da troppi affanniCarlo redi Sicilia, cadde infermo nella città di Foggia, mentre era tutto affaccendato per un formidabil armamento, con disegno d'assalir la Sicilia, in tempo che anche i Franzesi doveano dal canto loro invadere il regno di Aragona a Catalogna. Quivi terminò egli con tutta rassegnazione e con piissimi sentimenti la sua vita nel settimo dì di gennaio dell'anno presente, con infinito dispiacere de' Guelfi, che l'amavano forte, e il consideravano pel più forte loro sostegno[Giovanni Villani, lib. 7, cap. 94. Memorial. Potest. Regiens.]. Principe di smoderata ambizione, per soddisfar la quale sagrificava tutto, e che sarebbe stato assai lodevole e glorioso, se, siccome seppe guadagnar dei regni, avesse anche atteso a guadagnarsi l'amore de' sudditi, e non gli avesse piuttosto tiranneggiati: il che fu cagione di molte sue disavventure. Lasciò il suo regno di Puglia ossia di Napoli in poco buono stato, perchè in guerra co' Siciliani e col principe Carlo, suo primogenito ed erede, prigione in Sicilia stessa. Nè si dee tacere che questo sventurato suo figlio, dopo la sua prigionia, corse un gran pericolo. Non avendo potuto i cardinali legati, spediti dal papa in Sicilia, venire acapo del loro negoziato per liberarlo, fulminarono le più terribili scomuniche contra de' Siciliani e contro del re d'Aragona. Erano per questo al maggior segno irritati i Messinesi, e giunta colà anche la nuova della morte del re Carlo, furiosamente andarono alle prigioni, dove erano detenuti i Franzesi, per ucciderli; e perchè questi fecero quella difesa che poterono, attaccarono il fuoco alle carceri, e miseramente vi fecero perire più di sessanta nobili di quella nazione. Ricobaldo[Richobaldus, in Pom., tom. 9 Rer. Ital.], che fioriva in questi tempi, scrive che più di ducento nobili vi furono barbaramente uccisi, e non già bruciati nelle prigioni. Inoltre si accordarono tutte le terre dell'isola a voler la morte del suddetto principe Carlo in vendetta di quella di Manfredi e di Corradino. Ma Dio volle che laregina Costanzae l'infantedon Giacomocon savio consiglio frenarono così furiosa sentenza con prender tempo, allegando che conveniva intendere sopra ciò la volontà delre Pietro. Volontà appunto del re Pietro era che se gli mandasse in Catalogna il principe prigioniere per maggior sicurezza, e infatti vi fu mandato. Intanto fu questo principe riconosciuto per re e successore del padre in Puglia[Bartholom. de Neocastro, cap. 90, tom. 13 Rer. Ital.], e, durante la sua prigionia, sostituito balio del regnoRoberto contedi Artois, fratello del re di Francia, colla assistenza del cardinale legatoGherardo Biancoda Parma; e per allora cessò ogni pensiero di portar la guerra in Sicilia. In questi tempi la città di Gallipoli si diede agli Aragonesi. Tenne dietro alla morte del re Carlo quella di Martino IV pontefice, schiavo fin qui di tutti i voleri d'esso re, e che votò l'erario delle scomuniche per fulminar tutti i Ghibellini, e chiunque era nemico o poco amico del medesimo re Carlo. Pontefice per altro degno di lode, sì pel suo zelo ecclesiastico, come per lo staccamento dall'amore de' suoi parenti, che, nati poveri, nonvolle mai esaltare. Erasi egli portato a Perugia, giacchè quella città umiliatasi era rientrata in sua grazia, e quivi cantò messa nel giorno santo di Pasqua, caduto in quest'anno nel dì 25 di marzo. Nel dì seguente si ammalò, e nella notte del mercordì, venendo il dì 29, passò all'altra vita[Memorial. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.]. Dicesi che nel giovedì susseguente gli fu data sepoltura nella cattedrale di quella città; ma, secondo il Rinaldi[Raynaldus, in Annal. Eccl.], fu portato il di lui cadavere ad Assisi nella chiesa de' Minori, da lui amati sopra gli altri religiosi finchè visse. Fu da alcuni[Franciscus Pipin., Chron., tom. 9 Rer. Ital. Annales Colmar.]attribuita la sua infermità e morte ad eccesso in mangiar delle anguille, del qual cibo egli era ghiotto. Nel dì 2 d'aprile concordemente si vide esaltato dai cardinali al pontificatoJacopodella nobil casa de' Savelli, Romano, cardinal diacono di Santa Maria in Cosmedin[Bernardus Guid. Ptolom. Lucens., Hist. Eccl. et alii.], il quale prese il nome diOnorio IV. Era egli così attratto per cagion della gotta, ne' piedi e nelle mani, che non potea camminare, nè stare in piedi, nè unire un dito coll'altro. Ma vegeta era la sua testa, e vigorosa la sua lingua. Portossi egli dipoi a Roma, dove, consecrato prete e vescovo, fu ornato della tiara pontificia. Contribuì questo pontefice al sollievo del regno di Napoli, con pubblicare una saggia costituzione di varii capitoli, già ordita da papa Martino IV, che vien rapportata dal Rinaldi e dagli scrittori napoletani, e fu data nel dì 17 di settembre dell'anno presente in Tivoli. Dovea servir questa a levar di molte gravezze ed abusi introdotti già da Federigo II, da Manfredi, e massimamente dal re Carlo I. Ma i re susseguenti, con pretesto che fosse pregiudiziale ai loro diritti, non permisero che avesse vigore.
Del resto seguitò anche Onorio IV, come il suo predecessore, ad aggravare di decime i beni ecclesiastici per le guerre(non so come appellate sante) dei Franzesi contra degli Aragonesi. Mi sia lecito l'accennar qui brevemente quella di Catalogna, perchè essa ha connessione cogli affari della Sicilia. Già papa Martino IV avea privato il re Pietro del regno di Aragona, Valenza e Catalogna, e datane la investitura aCarlo di Valois, secondogenito di Filippo l'Ardito re di Francia. Già s'era predicata la crociata per andare alla conquista di quel regno, perchè pur troppo in questi miserabili tempi si facea continuamente servire la religione all'umana politica con disonore del nome cristiano. Lo stessore Filippoin persona conFilippoeCarlosuoi figliuoli, con una formidabile armata per terra e una potentissima flotta per mare[Bartholom. de Neocastro, cap. 91 et seq., tom. 13 Rer. Ital. Giovanni Villani, lib. 7, cap. 101 et seq.], passò in Catalogna, dove que' santi crociati commisero violenze e sacrilegii senza numero. Prese la città di Roses, ed assediò, nel dì 28 di giugno, la città di Girona, che fece una mirabil difesa. Ilre Pietro, signore di gran valore, con quelle poche compagnie di cavalleria che avea, fece di grandi prodezze, infestando continuamente dì e notte l'esercito nemico. Ma in una di queste scorrerie sopraffatto da' Franzesi, e ferito con una lancia, sconosciuto venne condotto prigione. Male per lui, se, presa la spada ad un di que' nobili nemici, non si fosse fatto largo: con che, dato di sproni al cavallo, ebbe la fortuna di ridursi in salvo. Fu presa in fine Girona a patti di buona guerra dai Franzesi. Avea intantoRuggieri di Loriasottomessa la città di Taranto nel dì 15 di luglio, quando gli arrivò ordine di passare a Barcellona. Vi giunse egli nel dì 26 di settembre con trentasei galee, colle quali si unirono dodici altre di Catalani. Sarpò dipoi l'ancore, e con questa flotta l'animoso ammiraglio andò nel dì primo di ottobre ad assalir la franzese, scemata molto di ciurme e di gente, benchè superioredi numero. Parte di quelle galee fu presa, parte incendiata, non senza strage di molti, e col guadagno di gran bottino. Ritolse egli ancora Roses ai Franzesi; ed appresso, venendo un grosso vascello del duca di Brabante, carico di viveri e di ricchezze, in soccorso de' Franzesi, sotto la scorta di dodici galee, Ruggieri con bandiera di Francia aggraffò tutti que' legni, il tesoro e la vettovaglie. Tutte queste funeste nuove portate al campo franzese, lo riempierono di terrore, perchè perduta era la speranza di ricevere in avvenire le necessarie provvisioni per mare. Il re Filippo, o per la doglia, o per l'aria s'infermò. Se vogliam credere a Bartolommeo da Neocastro[Bartholom. de Neocastro, cap. 91 et seq., tom. 13 Rer. Ital.]e a Niccolò Speciale[Nicolaus Specialis, Hist. Sicul., tom. 10 Rer. Ital.], la lunghezza dell'assedio di Girona, ed una prodigiosa specie di tafani che feriva uomini e cavalli, aveano fatto perire assaissime migliaia di soldati e d'animali: laonde per necessità convenne sloggiare in somma fretta per ripassare i Pirenei e tornarsene in Linguadoca. Ai passi delle montagne eccoti i Micheletti, che recarono gran danno alle persone e robe de' fuggitivi e sconfitti Franzesi. Il re Filippo, portato con gran disagio in una bara sino a Perpignano, quivi nel dì 6 d'ottobre fece fine ai suoi giorni. All'incontro ricuperata ch'ebbe il re Pietro Girona, anch'egli, o per malattia, o per la ferita di cui parlammo, passò all'altra vita nel dì 11 di novembre con atti di vera penitenza, e riconciliato colla Chiesa. E tale fu il fine di quella strepitosa impresa, per cui ebbe molto da piagnere la Catalogna, ma molto più senza paragone la Francia. Vien essa descritta da Bartolommeo da Neocastro, da Giovanni Villani e da altri, con diversità di circostanze, e colla giunta di qualche favola, siccome tuttodì avviene in casi tali per la varietà delle passioni e della parzialità, amplificando cadauno leprodezze e diminuendo le disgrazie proprie. Ed ecco dove andarono a terminar le scomuniche, le crociate e tanto sangue per detronizzar gli Aragonesi.Alfonsoprimogenito del re Pietro succedette al padre nell'Aragona; l'infantedon Giacomo, secondo il testamento del padre, nel regno di Sicilia; ed essi tennero forte i loro Stati. Ma cotante disgrazie, e le morti del papa e dei due re Filippo e Carlo dovrebbono ben servire di documento alle corte nostre teste, per non entrare con tanta franchezza ne' gabinetti di Dio, quasichè egli operi o abbia da operare a misura dei nostri vani desiderii e del nostro mondano interesse. Sono ben diversi i giudizii di lui da quei de' mortali; nè mai manca in quelli sapienza e giustizia: mancano bensì queste, e sovente, nei nostri.
Erano entrati in Como i Torriani, ed in quest'anno fecero guerra con varia fortuna a Milano, impadronendosi di Castel Seprio e d'altri luoghi, che daMatteo Viscontee dal popolo milanese furono ricuperati. Io non mi fermerò in questi minuti fatti. Le notizie d'essi a noi sono state conservate dal Corio[Corio, Istor. di Milano.]e dal Calchi[Calchus, Hist. Mediolanens.]. Benchè in quest'anno ancora[Chron. Parmens., tom. 9 Rer. Ital.]si adoperassero più d'una volta gli ambasciatori di Parma, Reggio, Bologna e Ferrara per quetare i torbidi di Modena; pure nulla di bene se ne ricavò. Aveano Gherardino Rangone pel popolo della città, e Manfredino da Sassuolo per gli usciti ridotto a buon termine un trattato d'accomodamento; ma, per le esorbitanti pretensioni de' Boschetti, tutto andò a terra. E quantunque essendo venuti a Modena Guido e Matteo fratelli da Correggio, si facesse compromesso in essi, e fossero dati gli ostaggi, e si venisse al laudo[Annal. Veteres Mutinens., tom. 11 Rer. Italic.]; pure i Boschetti non vollero accettarlo. Seguì poi unanuova battaglia a Gorzano fra il popolo di questa città e i fuorusciti, in cui gli ultimi rimasero sconfitti. Aveano, trovandosi in gravi angustie i Pisani per la funestissima lor perdita dell'anno precedente, e veggendo giù collegati e in armi tutti i Guelfi di Toscana, cioè Fiorentini, Sanesi, Lucchesi ed altri popoli, giacchè tutti erano istigati dai Genovesi[Caffari, Annal. Genuens., lib. 10, tom. 6 Rer. Italic. Giovanni Villani, lib. 7, cap. 97.], gente ansiosa, più che d'altro, della rovina di Pisa, e che già avea in mente di schiantarla, e di ridurre quel popolo in varii borghi: aveano, dissi, i Pisani spedito a Genova per ottener pace. Ma quivi si trovarono orecchi sordi e cuori inflessibili. Si rivolsero dunque ai Fiorentini, e segretamente trattarono concordia con essi a condizione di governarsi in avvenire a parte guelfa, e di cedere a' Fiorentini Ponte ad Era, con altri vantaggi. Acconsentirono al partito i Fiorentini, perchè non amavano di veder troppo crescere i Genovesi, e premeva loro di aver libero commercio a Porto Pisano. Ilconte Ugolinode' Gherardeschi, guelfo di professione, che avea menato il trattato, seppe profittarne per sè; imperciocchè nel gennaio del presente anno, dopo aver cacciati di Pisa i Ghibellini, ottenne d'essere fatto signore della città per dieci anni. I Genovesi e Lucchesi, che niuna contezza aveano avuto di questo trattato, e molto meno vi aveano prestato il loro assenso, sdegnati più che mai seguitarono a far guerra a Pisa. Presero i Lucchesi parecchie lor castella, e i Genovesi molte lor navi, con distruggere ancora le torri di Porto Pisano e rovinare Livorno. Fu levato in quest'anno dal papa l'interdetto posto alla città di Venezia[Raynald., in Annal. Eccl., num. 63.], non per altro delitto che per non aver voluto i Veneziani, secondo le lor leggi, lasciar far gente ed armar legni ne' loro Stati in soccorso del re Carlo contra del re Pietro. Motivo c'è di stupire oggidì, come percagion sì fatta venisse privata de' divini uffizii e gastigata quell'illustre e libera città. Ma erano tali i costumi di questi tempi sconvolti, tali i frutti della barbarie e della malizia, o piuttosto dell'ignoranza d'allora.