MCCLXXXVII

MCCLXXXVIIAnno diCristomcclxxxvii. Indiz.XV.Onorio IVpapa 3Ridolfore de' Romani 15.Erasi mossoOdoardo red'Inghilterra, e venuto in Guascogna, ed anche in Catalogna, per trattar della liberazione del suddetto re di Napoli, ossia di Sicilia, ed avea già ridotto a buon termine il negoziato[Raynaldus, in Annal. Eccl.]: con che la Sicilia e Reggio di Calabria restassero aGiacomo redi Sicilia, e che i Franzesi rinunziasseroalle pretensioni sopra l'Aragona. Informato di questo papa Onorio, con suo Breve dato in Roma nel dì 4 di marzo, riprovò ed annullò esso accordo. Questa fu delle ultime azioni, non so se lodevoli, d'esso pontefice; imperocchè, infermatosi in Roma nel giovedì santo, giorno 3 di aprile, passò a miglior vita[Franciscus Pipin., Chron., tom. 9 Rer. Ital.], con avere anch'egli fatto il possibile per arricchire ed ingrandire i suoi. Vacò dipoi lungo tempo la santa Sede a cagion della discordia de' cardinali, alcuni de' quali la pagarono caro, perchè dall'aria romana furono balzati all'altro mondo. Tramarono in quest'anno due frati in Sicilia la ribellione della piccola città di Augusta, ossia Agosta, credendosi di guadagnare gran ricompensa dal papa e dal governo di Napoli, e fors'anche il paradiso con sì bella impresa. Furono a Roma[Bartholomaeus de Neocastro, cap. 110, tom. 13 Rer. Ital.], e non fu fatto caso del loro progetto. Andarono a Napoli, eRoberto contedi Artois, balio del regno, non si lasciò scappare la congiuntura. Fece egli muovere da Brindisi quaranta galee piene di combattenti, e queste, nel dì primo di maggio, presentatesi ad Augusta, senza fatica presero il possesso della terra e del castello. Le galee, scaricati ch'ebbero gli armati, voltarono le prore alla volta di Sorrento. A questa nuova ilre Giacomoordinò tosto all'ammiraglioRuggieri di Loria, che fortunatamente era tornato dalla Catalogna a Messina, d'allestire quanti legni potea. Con questi esso re navigò a Catania, in tempo appunto che anche quella città correva pericolo di cadere in mano dei nemici. Poscia si portò all'assedio di Augusta, e tanto la tenne stretta e flagellò colle macchine, che per mancanza di viveri e d'acqua, nel dì 23 di giugno la costrinse alla resa, salva la vita de' cittadini, che furono dispersi per le castella della Sicilia. Intanto il valente Ruggieri di Loria, sapendo che si faceva un gran preparamento contro le terre di Sicilia,uscì colla sua flotta in traccia de' nemici. Li trovò a Castellamare, oppure a Napoli. La loro armata marittima consisteva in ottantaquattro fra galee e galeazze, senza contar altre navi e barche da trasporto e per la vettovaglia, e però superiore di gran lunga alla siciliana. Tuttavia mandò Ruggieri la sfida pel dì 25 di giugno all'ammiraglio nemico[Giovanni Villani, lib. 7, cap. 116.]; laonde per questo, o per gli scherni lor fatti dalle ciurme siciliane, si disposero tutti i baroni alla naval battaglia, animati spezialmente dalle grandi indulgenze che ilcardinal Gherardolegato apostolico profuse in questa congiuntura. Con incredibil valore fu combattuto dall'una e dall'altra parte; ma in fine restarono superiori i Siciliani con prendere quarantaquattro tra galee e galeazze, e gran copia di baroni, fra i qualiFilippofiglio del conte di Fiandra,Raimondo del Balzoconte d'Avellino, e i conti di Brenna, Monopello, Aquila, Joinvilla, eGuido contedi Monforte, i quali con altri nobili e circa cinque mila prigioni furono mandati a Messina, ed accolti con immenso giubilo e plauso da quel popolo. Il vittorioso Ruggieri si lasciò vedere dipoi davanti a Napoli; e se non era prevenuto dal conte d'Artois e dal legato pontificio, che tennero in dovere il popolo napoletano, questo già inclinava alla rivolta. Si riscattarono poi con danaro tutti que' baroni, a riserva del conte Guido di Monforte, che morì allora nelle prigioni, e meritava di morir peggio tanto prima. Attribuisce Giovanni Villani con altri la colpa di sì gran rotta ad Arrighino de' Mari ammiraglio, che colle sue galee genovesi abbandonò la mischia. Per questo fortunato colpo crebbe di molto la riputazion del re Giacomo, de' Siciliani e degli Aragonesi, e calò non poco quella del conte d'Artois e del re Carlo II.Attese in questi tempiOttone Viscontearcivescovo di Milano ad esaltare la propria casa[Gualvan. Flamma, Manip. Flor., cap. 324.], coll'avere ottenuto cheMatteo Visconte, appellato poscia il Magno,ossia il Grande, suo nipote, fosse dichiarato capitano del popolo di Milano. Ebbe questi da una figliuola di Scazzino Borri, sua moglie, cinque figli maschi, cioèGaleazzo, Marco, Giovanni, che fu poi arcivescovo di Milano,LuchinoeStefano. Forte era di corpo, ma maggiormente d'animo; in accortezza e prudenza niuno gli andava innanzi; e lo studio suo principale consisteva in guadagnarsi il cuore sì della nobiltà che del basso popolo. Tendeva egli per questa via a quell'altezza a cui il vedremo giunto a suo tempo. Tenne ancora l'arcivescovo Ottone nel settembre un concilio provinciale, i cui atti furono da me già dati alla luce[Tom. 8 Rer. Ital.]. Peggiorarono in questo anno gli affari di Reggio e di Modena per la matta discordia dei cittadini. Nel dì 10 d'aprile la parte detta di Sopra di Reggio[Memor. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.]scacciò dalla città la parte di Sotto, cioè i nobili di Fogliano e da Canossa coi loro aderenti. Accorsero i Parmigiani[Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.]per medicar queste piaghe; ma gl'infermi rigettarono il medico. Per sospetto che anche i Modenesi si levassero a rumore, vennero gli ambasciatori di Parma e di Bologna coi loro podestà a Modena, e nel dì 19 del suddetto mese, nel palazzo pubblico, dove intervenne tutto il clero secolare e regolare, col braccio di san Gemignano, con doppieri accesi e colle croci e turiboli, si confermò la pace fra i cittadini. Ma che? Si coprivano, non si estinguevano gli odii in quegl'infelici tempi. Però i Savignani colla parte ghibellina de' Grasolfi, e con Tommasino signore di Sassuolo andarono formando una mina, che scoppiò nel dì cinque di settembre. La Cronica di Reggio mette il dì sei. Fatta una gran raunata di banditi da Modena e Bologna, e di molta gente assoldata in Mantova e Verona, e di molti Tedeschi inviati dal conte del Tirolo[Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.], si presentarono allaporta bazovara di Modena, per entrarvi. Corse gente; e perchè non si potè aprire quella porta in tutto, fu difesa. Intanto, data campana a martello, ognuno colle armi volò contra dei mal venuti, con ucciderne e prenderne non pochi. Il resto si ritirò a Sassuolo. Corsero i Reggiani guelfi in aiuto di Modena, i Reggiani ghibellini in soccorso de' fuorusciti. Anche cento uomini d'armi a tre cavalli per uno furono spediti da Parma a Modena. Giunta dipoi una falsa voce a Sassuolo, che venivano colà tutte le milizie di Bologna, Parma, Cremona, e di tutta la parte della Chiesa, Tommasino da Sassuolo, che principalmente avea maneggiato il suddetto trattato, con tutti quei banditi se ne fuggì: il che riferito al popolo di Modena, gli servì di stimolo per andare a Sassuolo, e ridurre col fuoco un monte di pietre quella terra. Bernardino da Polenta, che era allora podestà di Modena, fece prendere molti nobili e potenti della città, ed uno de' Lamberti da Ferrara, incolpati di avere tenuta mano in quella trama, e ne fece impiccare trentadue: cosa riputata da tutte per un'orrida crudeltà e pazzia. Tante premure de' Parmigiani, ed anche de' Bolognesi, i quali parimente aveano spedita gente in tal congiuntura a Modena, nascevano dal timore che questa città si gittasse nel partito dei Ghibellini: essendo fuor di dubbio chePinamonte Bonacossisignore di Mantova, eAlberto dalla Scalasignor di Verona fomentavano ed aiutavano gli usciti ghibellini di Modena. Anzi palesemente nel mese di luglio di questo anno furono in aiuto de' fuorusciti di Reggio, i quali s'erano già messi in possesso di molte castella del Reggiano, e faceano gran guerra alla città. Andò il popolo di Reggio con cento cavalieri venuti da Modena ad assediare la rocca di Tumberga, dove stavano alcuni de' Fogliani e Canossi. Mossesi allora Alberto dalla Scala con tutta la cavalleria di Verona e con due figliuoli di Pinamonte, e gran quantità di cavalieri mantovani, evenne per liberar quella rocca dall'assedio; prese anche il castello di Santo Stefano, situato due miglia lungi da Sassuolo. Trattarono gli ambasciatori di Bologna un accordo per essa rocca, ed ebbe fine quel rumore, ma non già la nemicizia e guerra fra quelle fazioni, contuttochè fosse fatto compromesso nel comune di Bologna, e proferito il laudo, che non ebbe effetto alcuno. Fu anche nell'anno presente novità in Toscana. Imperocchè nel mese di giugno[Giovanni Villani, lib. 7, cap. 114.]i Bostoli e Tarlato di Pietramala, e tutti i grandi di Arezzo ghibellini, fatto concerto col vescovo e con altri vicini di lor fazione, oppressero all'improvviso la parte guelfa, e la spinsero fuori della città, con dichiarare poscia signore il vescovo suddetto degli Ubertini, gran ghibellino. Per questo insorse guerra fra i Fiorentini ed Aretini. Venne anche ad Arezzo Prinzivalle dal Fiesco, vicario del re Ridolfo, con alcune poche squadre di Tedeschi, e colà trassero tutti i Ghibellini di Toscana. Durando tuttavia la guerra fra Genova e Pisa[Caffari, Annal. Genuens., lib. 10, tom. 6 Rer. Ital.], mandarono i Genovesi alquante loro galee ad infestar Porto Pisano. A queste riuscì di rompere la catena e di entrarvi, con bruciar ivi alcuni legni e varie macchine da guerra: il che fatto, se ne tornarono come trionfanti a Genova. Ebbero anche i Pisani una spelazzata dai Lucchesi a Buisi[Ptolom. Lucens., Annal. brev., tom. 11 Rer. Ital.], essendo restati prigioni molti nobili di quella città, e fra gli altri Baldino degli Ubaldini, nipote dell'arcivescovo di Pisa. Se pure in questi tempi è da fidarsi della cronologia degli Annali di Forlì[Chron. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.], era seguita una lega fra i comuni di Forlì e di Faenza a propria difesa contra del conte della Romagna. Malatesta potente cittadino di Rimini quegli fu che maneggiò questa unione, pacificando fra loro le famiglie potenti di quella città. Mamentre egli nel dì 14 di giugno con settanta uomini a cavallo da Forlì passava a Rimini, cadde in un'imboscata, tesagli dal conte suddetto della Romagna, e furono morti o presi alcuni de' suoi, fra i quali Giovanni Malatesta suo parente. S'interposero poi varii pacieri, e ne seguì una concordia, per cui le città di Rimini, Forlì e Faenza fecero un deposito di quattro mila fiorini d'oro per cadauna, affine di liberar l'imprigionato Giovanni; e il conte della Romagna sospese tutti i processi e bandi fatti contra di quelle città, finchè il romano pontefice vi consentisse.

Erasi mossoOdoardo red'Inghilterra, e venuto in Guascogna, ed anche in Catalogna, per trattar della liberazione del suddetto re di Napoli, ossia di Sicilia, ed avea già ridotto a buon termine il negoziato[Raynaldus, in Annal. Eccl.]: con che la Sicilia e Reggio di Calabria restassero aGiacomo redi Sicilia, e che i Franzesi rinunziasseroalle pretensioni sopra l'Aragona. Informato di questo papa Onorio, con suo Breve dato in Roma nel dì 4 di marzo, riprovò ed annullò esso accordo. Questa fu delle ultime azioni, non so se lodevoli, d'esso pontefice; imperocchè, infermatosi in Roma nel giovedì santo, giorno 3 di aprile, passò a miglior vita[Franciscus Pipin., Chron., tom. 9 Rer. Ital.], con avere anch'egli fatto il possibile per arricchire ed ingrandire i suoi. Vacò dipoi lungo tempo la santa Sede a cagion della discordia de' cardinali, alcuni de' quali la pagarono caro, perchè dall'aria romana furono balzati all'altro mondo. Tramarono in quest'anno due frati in Sicilia la ribellione della piccola città di Augusta, ossia Agosta, credendosi di guadagnare gran ricompensa dal papa e dal governo di Napoli, e fors'anche il paradiso con sì bella impresa. Furono a Roma[Bartholomaeus de Neocastro, cap. 110, tom. 13 Rer. Ital.], e non fu fatto caso del loro progetto. Andarono a Napoli, eRoberto contedi Artois, balio del regno, non si lasciò scappare la congiuntura. Fece egli muovere da Brindisi quaranta galee piene di combattenti, e queste, nel dì primo di maggio, presentatesi ad Augusta, senza fatica presero il possesso della terra e del castello. Le galee, scaricati ch'ebbero gli armati, voltarono le prore alla volta di Sorrento. A questa nuova ilre Giacomoordinò tosto all'ammiraglioRuggieri di Loria, che fortunatamente era tornato dalla Catalogna a Messina, d'allestire quanti legni potea. Con questi esso re navigò a Catania, in tempo appunto che anche quella città correva pericolo di cadere in mano dei nemici. Poscia si portò all'assedio di Augusta, e tanto la tenne stretta e flagellò colle macchine, che per mancanza di viveri e d'acqua, nel dì 23 di giugno la costrinse alla resa, salva la vita de' cittadini, che furono dispersi per le castella della Sicilia. Intanto il valente Ruggieri di Loria, sapendo che si faceva un gran preparamento contro le terre di Sicilia,uscì colla sua flotta in traccia de' nemici. Li trovò a Castellamare, oppure a Napoli. La loro armata marittima consisteva in ottantaquattro fra galee e galeazze, senza contar altre navi e barche da trasporto e per la vettovaglia, e però superiore di gran lunga alla siciliana. Tuttavia mandò Ruggieri la sfida pel dì 25 di giugno all'ammiraglio nemico[Giovanni Villani, lib. 7, cap. 116.]; laonde per questo, o per gli scherni lor fatti dalle ciurme siciliane, si disposero tutti i baroni alla naval battaglia, animati spezialmente dalle grandi indulgenze che ilcardinal Gherardolegato apostolico profuse in questa congiuntura. Con incredibil valore fu combattuto dall'una e dall'altra parte; ma in fine restarono superiori i Siciliani con prendere quarantaquattro tra galee e galeazze, e gran copia di baroni, fra i qualiFilippofiglio del conte di Fiandra,Raimondo del Balzoconte d'Avellino, e i conti di Brenna, Monopello, Aquila, Joinvilla, eGuido contedi Monforte, i quali con altri nobili e circa cinque mila prigioni furono mandati a Messina, ed accolti con immenso giubilo e plauso da quel popolo. Il vittorioso Ruggieri si lasciò vedere dipoi davanti a Napoli; e se non era prevenuto dal conte d'Artois e dal legato pontificio, che tennero in dovere il popolo napoletano, questo già inclinava alla rivolta. Si riscattarono poi con danaro tutti que' baroni, a riserva del conte Guido di Monforte, che morì allora nelle prigioni, e meritava di morir peggio tanto prima. Attribuisce Giovanni Villani con altri la colpa di sì gran rotta ad Arrighino de' Mari ammiraglio, che colle sue galee genovesi abbandonò la mischia. Per questo fortunato colpo crebbe di molto la riputazion del re Giacomo, de' Siciliani e degli Aragonesi, e calò non poco quella del conte d'Artois e del re Carlo II.

Attese in questi tempiOttone Viscontearcivescovo di Milano ad esaltare la propria casa[Gualvan. Flamma, Manip. Flor., cap. 324.], coll'avere ottenuto cheMatteo Visconte, appellato poscia il Magno,ossia il Grande, suo nipote, fosse dichiarato capitano del popolo di Milano. Ebbe questi da una figliuola di Scazzino Borri, sua moglie, cinque figli maschi, cioèGaleazzo, Marco, Giovanni, che fu poi arcivescovo di Milano,LuchinoeStefano. Forte era di corpo, ma maggiormente d'animo; in accortezza e prudenza niuno gli andava innanzi; e lo studio suo principale consisteva in guadagnarsi il cuore sì della nobiltà che del basso popolo. Tendeva egli per questa via a quell'altezza a cui il vedremo giunto a suo tempo. Tenne ancora l'arcivescovo Ottone nel settembre un concilio provinciale, i cui atti furono da me già dati alla luce[Tom. 8 Rer. Ital.]. Peggiorarono in questo anno gli affari di Reggio e di Modena per la matta discordia dei cittadini. Nel dì 10 d'aprile la parte detta di Sopra di Reggio[Memor. Potest. Regiens., tom. 8 Rer. Ital.]scacciò dalla città la parte di Sotto, cioè i nobili di Fogliano e da Canossa coi loro aderenti. Accorsero i Parmigiani[Chron. Parmense, tom. 9 Rer. Ital.]per medicar queste piaghe; ma gl'infermi rigettarono il medico. Per sospetto che anche i Modenesi si levassero a rumore, vennero gli ambasciatori di Parma e di Bologna coi loro podestà a Modena, e nel dì 19 del suddetto mese, nel palazzo pubblico, dove intervenne tutto il clero secolare e regolare, col braccio di san Gemignano, con doppieri accesi e colle croci e turiboli, si confermò la pace fra i cittadini. Ma che? Si coprivano, non si estinguevano gli odii in quegl'infelici tempi. Però i Savignani colla parte ghibellina de' Grasolfi, e con Tommasino signore di Sassuolo andarono formando una mina, che scoppiò nel dì cinque di settembre. La Cronica di Reggio mette il dì sei. Fatta una gran raunata di banditi da Modena e Bologna, e di molta gente assoldata in Mantova e Verona, e di molti Tedeschi inviati dal conte del Tirolo[Chron. Estense, tom. 15 Rer. Ital.], si presentarono allaporta bazovara di Modena, per entrarvi. Corse gente; e perchè non si potè aprire quella porta in tutto, fu difesa. Intanto, data campana a martello, ognuno colle armi volò contra dei mal venuti, con ucciderne e prenderne non pochi. Il resto si ritirò a Sassuolo. Corsero i Reggiani guelfi in aiuto di Modena, i Reggiani ghibellini in soccorso de' fuorusciti. Anche cento uomini d'armi a tre cavalli per uno furono spediti da Parma a Modena. Giunta dipoi una falsa voce a Sassuolo, che venivano colà tutte le milizie di Bologna, Parma, Cremona, e di tutta la parte della Chiesa, Tommasino da Sassuolo, che principalmente avea maneggiato il suddetto trattato, con tutti quei banditi se ne fuggì: il che riferito al popolo di Modena, gli servì di stimolo per andare a Sassuolo, e ridurre col fuoco un monte di pietre quella terra. Bernardino da Polenta, che era allora podestà di Modena, fece prendere molti nobili e potenti della città, ed uno de' Lamberti da Ferrara, incolpati di avere tenuta mano in quella trama, e ne fece impiccare trentadue: cosa riputata da tutte per un'orrida crudeltà e pazzia. Tante premure de' Parmigiani, ed anche de' Bolognesi, i quali parimente aveano spedita gente in tal congiuntura a Modena, nascevano dal timore che questa città si gittasse nel partito dei Ghibellini: essendo fuor di dubbio chePinamonte Bonacossisignore di Mantova, eAlberto dalla Scalasignor di Verona fomentavano ed aiutavano gli usciti ghibellini di Modena. Anzi palesemente nel mese di luglio di questo anno furono in aiuto de' fuorusciti di Reggio, i quali s'erano già messi in possesso di molte castella del Reggiano, e faceano gran guerra alla città. Andò il popolo di Reggio con cento cavalieri venuti da Modena ad assediare la rocca di Tumberga, dove stavano alcuni de' Fogliani e Canossi. Mossesi allora Alberto dalla Scala con tutta la cavalleria di Verona e con due figliuoli di Pinamonte, e gran quantità di cavalieri mantovani, evenne per liberar quella rocca dall'assedio; prese anche il castello di Santo Stefano, situato due miglia lungi da Sassuolo. Trattarono gli ambasciatori di Bologna un accordo per essa rocca, ed ebbe fine quel rumore, ma non già la nemicizia e guerra fra quelle fazioni, contuttochè fosse fatto compromesso nel comune di Bologna, e proferito il laudo, che non ebbe effetto alcuno. Fu anche nell'anno presente novità in Toscana. Imperocchè nel mese di giugno[Giovanni Villani, lib. 7, cap. 114.]i Bostoli e Tarlato di Pietramala, e tutti i grandi di Arezzo ghibellini, fatto concerto col vescovo e con altri vicini di lor fazione, oppressero all'improvviso la parte guelfa, e la spinsero fuori della città, con dichiarare poscia signore il vescovo suddetto degli Ubertini, gran ghibellino. Per questo insorse guerra fra i Fiorentini ed Aretini. Venne anche ad Arezzo Prinzivalle dal Fiesco, vicario del re Ridolfo, con alcune poche squadre di Tedeschi, e colà trassero tutti i Ghibellini di Toscana. Durando tuttavia la guerra fra Genova e Pisa[Caffari, Annal. Genuens., lib. 10, tom. 6 Rer. Ital.], mandarono i Genovesi alquante loro galee ad infestar Porto Pisano. A queste riuscì di rompere la catena e di entrarvi, con bruciar ivi alcuni legni e varie macchine da guerra: il che fatto, se ne tornarono come trionfanti a Genova. Ebbero anche i Pisani una spelazzata dai Lucchesi a Buisi[Ptolom. Lucens., Annal. brev., tom. 11 Rer. Ital.], essendo restati prigioni molti nobili di quella città, e fra gli altri Baldino degli Ubaldini, nipote dell'arcivescovo di Pisa. Se pure in questi tempi è da fidarsi della cronologia degli Annali di Forlì[Chron. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.], era seguita una lega fra i comuni di Forlì e di Faenza a propria difesa contra del conte della Romagna. Malatesta potente cittadino di Rimini quegli fu che maneggiò questa unione, pacificando fra loro le famiglie potenti di quella città. Mamentre egli nel dì 14 di giugno con settanta uomini a cavallo da Forlì passava a Rimini, cadde in un'imboscata, tesagli dal conte suddetto della Romagna, e furono morti o presi alcuni de' suoi, fra i quali Giovanni Malatesta suo parente. S'interposero poi varii pacieri, e ne seguì una concordia, per cui le città di Rimini, Forlì e Faenza fecero un deposito di quattro mila fiorini d'oro per cadauna, affine di liberar l'imprigionato Giovanni; e il conte della Romagna sospese tutti i processi e bandi fatti contra di quelle città, finchè il romano pontefice vi consentisse.


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