MCCCCXCIX

MCCCCXCIXAnno diCristoMCCCCXCIX. Indiz.II.Alessandro VIpapa 8.Massimiliano Ire de' Rom. 7.Bolliva tuttavia la discordia e guerra di Pisa, quando non meno iVenezianicheLodovico ducadi Milano, cangiati sentimenti, mostrarono genio che si trattasse d'accordo[Guicciardini, Istoria d'Italia. Sanuto, Istoria di Venezia, tom. 22 Rer. Ital. Ammirati, Istoria di Firenze. Nardi, Istoria di Firenze.]. I Veneziani, siccome accennerò fra poco, ad una preda di maggior loro soddisfazione aveano già rivolto il pensiero. Il duca di Milano, oramai presentendo un fiero temporale che contra di lui si preparava in Francia, volea pensare a difendere sè stesso, e non già l'altrui con tante inutili spese. Quanto poi ai Fiorentini, nulla più desideravano che la pace, perchè troppo stanchi e smunti per così lunga e dispendiosa guerra. Fu dunque da tutti gl'interessati fatto compromesso di questa pendenza inErcole I Estenseduca di Ferrara. Profferì egli il suo laudo nel dì 6 d'aprile; decretando che i Fiorentini tornassero padroni di Pisa, con restare i Pisani inpossesso delle rendite pubbliche e delle fortezze; e che dovessero i Fiorentini pagare ai Veneziani in dodici anni cento e ottanta mila scudi. L'insaziabilità delle persone cagion fu che tulle e tre le parti rimanessero mal contente, anzi disgustate di questo laudo. Con tutto ciò i Veneziani, sebben ricusarono di ratificarlo, pure l'effettuarono con ritirar da Pisa le loro milizie. V'acconsentirono anche i Fiorentini. Ma i Pisani, protestando di non volerlo accettare, si accinsero a sostener soli la guerra: tanta era la loro avversione a tornar sotto il giogo de' Fiorentini. Perciò eccoli ricominciar la guerra.Paolo Vitelli, generale d'essi Fiorentini, ebbe ordine di uscire in campagna: lo che eseguì nel mese di giugno; e, dopo la presa d'alcuni luoghi, andò nel dì primo d'agosto a mettere il campo intorno a Pisa. Impadronitosi da lì a dieci giorni della fortezza di Stampace, tal terrore diede a' cittadini, che fu creduta inevitabile la presa anche della città; ma il Vitelli non si seppe servir della fortuna, e questa, spirato quel dì, non tornò più. Fecero i Pisani dei ripari, ma quel che più gli aiutò fu l'aria della state, madre di sì copiose malattie nell'esercito de' Fiorentini, che quando il Vitelli determinò di dare un assalto generale alla città, gli convenne desistere per mancanza di gente. Vennero per questa e per altre apparenti ragioni in sospetto della di lui fede i Fiorentini, e chiamatolo a Firenze, ancorchè ne' fieri tormenti a lui dati nulla confessasse di pregiudiziale al suo onore, pure nel dì primo di ottobre fu decapitato, con lasciare esempio ai posteri dell'evidente pericolo a cui si espone chi pretende il generalato dell'armi delle repubbliche, perchè dove son tante teste, quivi più facilmente che altrove la poca fortuna diventa delitto.Vitellozzosuo fratello con più giudizio si salvò a tempo, ed, entrato in Pisa, vi fu ben veduto. Così per ora vergognosamente ebbe fine la guerra dei Pisani, e si mormorò forte d'essi dappertutto per la morte data al Vitelli. Nellostesso giorno, che tolta dicemmo la vita al Vitelli, pagò il suo debito alla naturaMarsilio FicinoFiorentino, ristoratore in Italia della filosofia platonica, ed uno de' più insigni letterati che s'abbia avuto l'Italia.Niun interesse stava in questi tempi più a cuore al novello re di FranciaLodovico XIIche la meditata conquista del ducato di Milano e del regno di Napoli, de' quali si pretendeva egli erede: dell'uno, per le ragioni diValentina Visconteavola sua; dell'altro, per la cessione fattane già dalla casa d'Angiò alla corona di Francia[Belcaire. Hist. Guicciardini, Istoria d'Italia. Corio, Istor. di Milano. Giovio, ed altri.]. Prese egli le necessarie misure per tali imprese, facendo pace coirediSpagnae d'Inghilterra, e conMassimiliano rede' Romani, e nello stesso tempo procacciando di aver le potenze d'Italia a sè favorevoli, o almeno non opposte a' disegni suoi. Colle grazie compartite aCesare ducaValentino s'era egli affezionatopapa Alessandro VI; e più ancora se ne prometteva, dacchè esso pontefice, in cuore di cui il primo mobile era l'ingrandimento de' proprii figliuoli, non avea potuto indurreFederigo redi Napoli a concedere una sua figliuola in moglie del suddetto duca Valentino, e il principato di Taranto in dote; e però tutte le mire della grandezza del figliuolo avea rivolte alla corte di Francia. Infatti l'accorto re Lodovico non ebbe difficoltà di promuovere le nozze d'esso duca Valentino con una figliuola diGiovanni d'Albretre di Navarra del real sangue di Francia, con condizione nondimeno che il papa la dotasse di ducento mila scudi, e promovesse al cardinalatomonsignor d'Albretfratello di quella principessa. In questa maniera tanto il papa, quanto il duca suo figliuolo diventarono affatto franzesi, e alli dieci di maggio seguì il matrimonio suddetto: del che sommamente si rallegrò il papa. Ma niuno potea maggiormente ostare in Italia alle idee del re Lodovico, che la potenza veneta.Trovò egli la via di guadagnare ancor questa. Oltre all'essere i Veneziani mal soddisfatti diLodovico il Moro, considerato da essi per uomo pieno sempre di doppiezze, e per traditore, massimamente pel fresco affare di Pisa, il re gli invitò ad entrar seco in lega contro del medesimo Lodovico, con esibir loro Cremona, città comodissima agli Stati di quella repubblica. Per sì vantaggiosa esibizione prestò volentieri l'orecchio quel senato alle proposizioni del re, e solamente fece istanza che a Cremona s'aggiugnesse anche la Ghiaradadda; e il re liberalmente accordò quanto vollero, pensando forse fin d'allora di ripigliarsela, e con buona derrata, a suo tempo[Navagero, Istoria di Venezia, loro. 24 Rer. Ital. Corio, Istoria di Milano.]. Fu pubblicata questa lega nel dì 25 di marzo, ed in essa entrò dipoi anche il papa, con patto che il re prestasse aiuto al duca Valentino, per conquistare Imola, Faenza, Forlì e Pesaro.Intanto il re di Francia, essendosi collegato ancora conFiliberto ducadi Savoia, cominciò a spedir soldatesche ad Asti sotto il comando diGian-Giacomo Trivulzio, sperimentato capitano, e nemico del duca di Milano, che l'avea spogliato di tutti i suoi beni. Mandò ancora ilconte di Lignìe ilsignor d'Obignìcon altre genti d'armi; ed egli, per dar più calore alla guerra già determinata contra d'esso duca di Milano, e per essere maggiormente a portata per li bisogni occorrenti, si portò in persona a Lione. Fra il Trivulzio e i Guelfi del ducato di Milano passavano intelligenze ed intrinsichezze di molta conseguenza. Lodovico poi per li suoi vecchi peccati e per le nuove sue estorsioni era odiato dai più, nè gli sconveniva il nome di tiranno. Fece egli un potente armamento di gente, e general d'essaGian-Galeazzo San Severinogenero suo; ma contra di lui era lo sdegno di Dio[Guicciardini, Istoria d'Italia. Corio, Istor. di Milano. Navagero, Istoria di Venezia. Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.]. Nell'agosto diedero iFranzesi principio alla guerra. Dopo aver preso i due forti castelli d'Arazzo ed Anone, s'impadronirono di Valenza. Tortona spontaneamente mandò loro le chiavi, e, senza voler aspettare la forza, s'arrenderono Voghera, Castelnuovo e Ponte Corone. Nel medesimo tempo i Veneziani coll'esercito loro entrarono nella Ghiaradadda, e s'impossessarono di Caravaggio. Passò l'esercito franzese sotto Alessandria. V'era dentro il general dello Sforza, cioè il San Severino, con una poderosa guarnigione; ma vi era eziandio ilconte di Gaiazzosuo fratello, capitano altresì dello Sforza, segretamente già accordato co' Franzesi. Lo stesso Gian-Galeazzo due dì dopo l'assedio all'improvviso se ne fuggì di Alessandria, con dir poi d'essere stato ingannato da una lettera finta sotto nome diLodovico Sforzaduca di Milano: il che gli fece dubitar della sua testa. Comunque sia, certo è che la sua partenza sbigottì sì forte il presidio di quella città, che molti si diedero alla fuga, e i Franzesi entrati spogliarono il resto di quei soldati, e misero poi a sacco l'infelice città. Mortara e Pavia neppur esse fecero resistenza. Tutte queste disavventure, e in poco tempo succedute, fecero conoscere a Lodovico il Moro che era venuto il tempo di provar la mano di Dio sopra di sè e sopra la sua famiglia. E però, deliberato di ritirarsi in Germania, mandò innanzi i figliuoli, e con loro il tesoro, consistente in ducento quaranta mila scudi d'oro oltre alle gioie e perle. Dopo aver deputato alla custodia del castello di Milano, benchè contro il parere dei suoi,Bernardino da Cortecon tre mila fanti, e munizioni senza fine, perchè conservandosi questo, sperava coll'aiuto dell'imperadorMassimilianoe degli Svizzeri di ritornare in casa; nel dì 2 di settembre ito a Como, passò dipoi nel Tirolo. Allora il popolo di Milano spedì ambasciatori al campo franzese, invitandolo a venire, e restò in breve consolato. Tutte le altre città del ducato di Milanoprestarono anch'esse ubbidienza ai Franzesi, fuorchè Cremona che, secondo i patti, venne in potere de' Veneziani. Successi tali e mutazioni sì subitanee, accadute senza spargere una stilla di sangue, fecero inarcar le ciglia a tutti gl'Italiani, ed empierono di terroreFederigo redi Napoli, il quale nelle disgrazie diLodovico ii Morocominciava già a leggere le proprie. Non passarono dodici giorni dopo la fuga del duca che il creduto sì fedele Bernardino da Corte, senza aspettare un colpo d'artiglieria, per gran somma di danaro vendè l'allora creduto inespugnabil castello di Milano ai Franzesi, con tanta infamia del suo nome, che venne dipoi riguardato come un mostro, e fuggito e maledetto da ognuno, e fin dagli stessi Franzesi, in guisa tale che, non potendo reggere al dolore e all'obbrobrio, da lì a pochi giorni finì di vivere, seppur non fu aiutato a terminare la vita.Di così prosperosi avvenimenti informato ilre Lodovico, da Lione calò in Italia, e fece la sua solenne entrata in Milano nel dì 6 d'ottobre[Diar. di Ferrari, tom. 24 Rer. Ital. Sanuto, Istoria di Venezia, tom. 22 Rer. Ital. Corio, Istoria di Milano. Guicciardini, Istor. d'Italia. Belcaire, Histoire, ed altri.], accolto con istrepitosi viva da quel popolo, che, liberato dall'aspro giogo di Lodovico il Moro, sperava giorni più lieti sotto il governo franzese. Essendo stato lasciato in MilanoFrancesco Sforzapicciolo figliuolo del morto ducaGian-Galeazzocolladuchessa Isabellasua madre, fu poi condotto dal re in Francia, e dedicato alla vita monastica. Isabella nell'anno seguente se ne ritornò a Napoli ad essere spettatrice della final rovina della real sua casaGian-Giacomo Trivulzio, da cui principalmente riconobbe il re un sì presto e felice acquisto del ducato di Milano, ebbe in dono la nobil terra di Vigevano. Nè fu pigra la città di Genova a spedire ambasciatori, e a darsi con onorevoli condizioni al trionfante re di Francia. Giunsero a fargli riverenza anche gli ambasciatoride' Fiorentini, i quali, non ostante molta contrarietà, conchiusero lega con lui. Intanto asprissima guerra ai Veneziani faceaBaiazettoimperador de' Turchi non solo in Levante, ma sino nel Friuli, dove penetrarono que' Barbari, commettendo innumerabili crudeltà. Persona non vi fu che non credesse avereLodovico il Morosollecitati quegl'infedeli contra de' Veneziani per vendicarsi di loro, siccome principal cagione della rovina di lui e della felicità de' Franzesi, della quale non di meno cominciarono essi Veneziani a pentirsi ben tosto, e maggiormente poi ebbero a pentirsene ne' primi anni del secolo susseguente. Ed ecco darsi principio negli ultimi mesi di quest'anno ad un'altra guerra in Romagna. Era tutto lietopapa Alessandroper li progressi delle armi franzesi in Lombardia, perchè, secondo i patti, doveano queste aiutare ilduca Valentinosuo figliuolo a conquistare le città d'essa Romagna, destinata più di ogni altra contrada ad essere il magnifico principato della casa Borgia. Trovò egli in questi tempi delle ragioni di torre alla casa de' Gaetani Sermoneta con altre terre, delle quali immediatamente investìLucrezia Borgiasua figliuola, moglie in questi tempi didon Alfonsod'Aragona duca di Biseglia, e dichiarata governatrice perpetua di Spoleti e del suo ducato. Poscia si diede il pontefice a spronare ilre Lodovico, acciocchè prestasse la promessa gagliarda assistenza al duca Valentino per la guerra disegnata contra dei signori di Romagna e della Marca, cioè contra degliSforzadi Pesaro, de'Malatestidi Rimini, de'Manfredidi Faenza, deiRiariid'Imola e Forlì, de'Varanidi Camerino e de' conti di Montefeltroduchi d'Urbino: Teneano questi signori con bolle pontificie le loro città: non importa; doveano queste cedere al bisogno di stabilire la grandezza della casa Borgia; e pretesti di spogliarne i padroni non mancavano a chi voleva alzare un maestoso edilizio sopra la loro rovina: che questa fu di ordinario l'origine e la mira delle guerrefatte dai pontefici di que' tempi, non mai contenti, finchè non alzavano i suoi figliuoli o nipoti al grado e dominio principesco, con tradire manifestamente l'intenzione di Dio e della Chiesa nel sublimarli a quella sacrosanta dignità. Venuto dunque ilduca Valentino, accompagnando sempre ilre Lodovicoda Lione a Milano, e spalleggiato dai pressanti uffizii del pontefice, ottenne dal re un grosso corpo di gente; che, unito colle soldatesche pontificie, si trovò capace di eseguir poscia felicemente i di lui disegni. Dopo un mese di dimora in Milano se ne tornò il re in Francia, lasciando il governo dello stato di Milano nelle mani del valoroso maresciallo suoGian-Giacomo Trivulzio[Cronica di Bologna MS. nella Libreria Estense. Diar. di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.]; ed allora, cioè nella metà di novembre, anche il duca Valentino con due mila cavalli e sei mila fanti venne a piantar l'assedio ad Imola. Poca resistenza fece quella città: la rocca si tenne lo spazio di venti giorni, e poi capitolò. Passò di là all'assedio di Forlì. Dentro v'eraCaterina Sforza, donna d'animo virile, vedova del già conteGirolamo Riario, che vigorosamente si mise alla difesa. Con tali strepitosi avvenimenti ebbe fine l'anno presente.

Bolliva tuttavia la discordia e guerra di Pisa, quando non meno iVenezianicheLodovico ducadi Milano, cangiati sentimenti, mostrarono genio che si trattasse d'accordo[Guicciardini, Istoria d'Italia. Sanuto, Istoria di Venezia, tom. 22 Rer. Ital. Ammirati, Istoria di Firenze. Nardi, Istoria di Firenze.]. I Veneziani, siccome accennerò fra poco, ad una preda di maggior loro soddisfazione aveano già rivolto il pensiero. Il duca di Milano, oramai presentendo un fiero temporale che contra di lui si preparava in Francia, volea pensare a difendere sè stesso, e non già l'altrui con tante inutili spese. Quanto poi ai Fiorentini, nulla più desideravano che la pace, perchè troppo stanchi e smunti per così lunga e dispendiosa guerra. Fu dunque da tutti gl'interessati fatto compromesso di questa pendenza inErcole I Estenseduca di Ferrara. Profferì egli il suo laudo nel dì 6 d'aprile; decretando che i Fiorentini tornassero padroni di Pisa, con restare i Pisani inpossesso delle rendite pubbliche e delle fortezze; e che dovessero i Fiorentini pagare ai Veneziani in dodici anni cento e ottanta mila scudi. L'insaziabilità delle persone cagion fu che tulle e tre le parti rimanessero mal contente, anzi disgustate di questo laudo. Con tutto ciò i Veneziani, sebben ricusarono di ratificarlo, pure l'effettuarono con ritirar da Pisa le loro milizie. V'acconsentirono anche i Fiorentini. Ma i Pisani, protestando di non volerlo accettare, si accinsero a sostener soli la guerra: tanta era la loro avversione a tornar sotto il giogo de' Fiorentini. Perciò eccoli ricominciar la guerra.Paolo Vitelli, generale d'essi Fiorentini, ebbe ordine di uscire in campagna: lo che eseguì nel mese di giugno; e, dopo la presa d'alcuni luoghi, andò nel dì primo d'agosto a mettere il campo intorno a Pisa. Impadronitosi da lì a dieci giorni della fortezza di Stampace, tal terrore diede a' cittadini, che fu creduta inevitabile la presa anche della città; ma il Vitelli non si seppe servir della fortuna, e questa, spirato quel dì, non tornò più. Fecero i Pisani dei ripari, ma quel che più gli aiutò fu l'aria della state, madre di sì copiose malattie nell'esercito de' Fiorentini, che quando il Vitelli determinò di dare un assalto generale alla città, gli convenne desistere per mancanza di gente. Vennero per questa e per altre apparenti ragioni in sospetto della di lui fede i Fiorentini, e chiamatolo a Firenze, ancorchè ne' fieri tormenti a lui dati nulla confessasse di pregiudiziale al suo onore, pure nel dì primo di ottobre fu decapitato, con lasciare esempio ai posteri dell'evidente pericolo a cui si espone chi pretende il generalato dell'armi delle repubbliche, perchè dove son tante teste, quivi più facilmente che altrove la poca fortuna diventa delitto.Vitellozzosuo fratello con più giudizio si salvò a tempo, ed, entrato in Pisa, vi fu ben veduto. Così per ora vergognosamente ebbe fine la guerra dei Pisani, e si mormorò forte d'essi dappertutto per la morte data al Vitelli. Nellostesso giorno, che tolta dicemmo la vita al Vitelli, pagò il suo debito alla naturaMarsilio FicinoFiorentino, ristoratore in Italia della filosofia platonica, ed uno de' più insigni letterati che s'abbia avuto l'Italia.

Niun interesse stava in questi tempi più a cuore al novello re di FranciaLodovico XIIche la meditata conquista del ducato di Milano e del regno di Napoli, de' quali si pretendeva egli erede: dell'uno, per le ragioni diValentina Visconteavola sua; dell'altro, per la cessione fattane già dalla casa d'Angiò alla corona di Francia[Belcaire. Hist. Guicciardini, Istoria d'Italia. Corio, Istor. di Milano. Giovio, ed altri.]. Prese egli le necessarie misure per tali imprese, facendo pace coirediSpagnae d'Inghilterra, e conMassimiliano rede' Romani, e nello stesso tempo procacciando di aver le potenze d'Italia a sè favorevoli, o almeno non opposte a' disegni suoi. Colle grazie compartite aCesare ducaValentino s'era egli affezionatopapa Alessandro VI; e più ancora se ne prometteva, dacchè esso pontefice, in cuore di cui il primo mobile era l'ingrandimento de' proprii figliuoli, non avea potuto indurreFederigo redi Napoli a concedere una sua figliuola in moglie del suddetto duca Valentino, e il principato di Taranto in dote; e però tutte le mire della grandezza del figliuolo avea rivolte alla corte di Francia. Infatti l'accorto re Lodovico non ebbe difficoltà di promuovere le nozze d'esso duca Valentino con una figliuola diGiovanni d'Albretre di Navarra del real sangue di Francia, con condizione nondimeno che il papa la dotasse di ducento mila scudi, e promovesse al cardinalatomonsignor d'Albretfratello di quella principessa. In questa maniera tanto il papa, quanto il duca suo figliuolo diventarono affatto franzesi, e alli dieci di maggio seguì il matrimonio suddetto: del che sommamente si rallegrò il papa. Ma niuno potea maggiormente ostare in Italia alle idee del re Lodovico, che la potenza veneta.Trovò egli la via di guadagnare ancor questa. Oltre all'essere i Veneziani mal soddisfatti diLodovico il Moro, considerato da essi per uomo pieno sempre di doppiezze, e per traditore, massimamente pel fresco affare di Pisa, il re gli invitò ad entrar seco in lega contro del medesimo Lodovico, con esibir loro Cremona, città comodissima agli Stati di quella repubblica. Per sì vantaggiosa esibizione prestò volentieri l'orecchio quel senato alle proposizioni del re, e solamente fece istanza che a Cremona s'aggiugnesse anche la Ghiaradadda; e il re liberalmente accordò quanto vollero, pensando forse fin d'allora di ripigliarsela, e con buona derrata, a suo tempo[Navagero, Istoria di Venezia, loro. 24 Rer. Ital. Corio, Istoria di Milano.]. Fu pubblicata questa lega nel dì 25 di marzo, ed in essa entrò dipoi anche il papa, con patto che il re prestasse aiuto al duca Valentino, per conquistare Imola, Faenza, Forlì e Pesaro.

Intanto il re di Francia, essendosi collegato ancora conFiliberto ducadi Savoia, cominciò a spedir soldatesche ad Asti sotto il comando diGian-Giacomo Trivulzio, sperimentato capitano, e nemico del duca di Milano, che l'avea spogliato di tutti i suoi beni. Mandò ancora ilconte di Lignìe ilsignor d'Obignìcon altre genti d'armi; ed egli, per dar più calore alla guerra già determinata contra d'esso duca di Milano, e per essere maggiormente a portata per li bisogni occorrenti, si portò in persona a Lione. Fra il Trivulzio e i Guelfi del ducato di Milano passavano intelligenze ed intrinsichezze di molta conseguenza. Lodovico poi per li suoi vecchi peccati e per le nuove sue estorsioni era odiato dai più, nè gli sconveniva il nome di tiranno. Fece egli un potente armamento di gente, e general d'essaGian-Galeazzo San Severinogenero suo; ma contra di lui era lo sdegno di Dio[Guicciardini, Istoria d'Italia. Corio, Istor. di Milano. Navagero, Istoria di Venezia. Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.]. Nell'agosto diedero iFranzesi principio alla guerra. Dopo aver preso i due forti castelli d'Arazzo ed Anone, s'impadronirono di Valenza. Tortona spontaneamente mandò loro le chiavi, e, senza voler aspettare la forza, s'arrenderono Voghera, Castelnuovo e Ponte Corone. Nel medesimo tempo i Veneziani coll'esercito loro entrarono nella Ghiaradadda, e s'impossessarono di Caravaggio. Passò l'esercito franzese sotto Alessandria. V'era dentro il general dello Sforza, cioè il San Severino, con una poderosa guarnigione; ma vi era eziandio ilconte di Gaiazzosuo fratello, capitano altresì dello Sforza, segretamente già accordato co' Franzesi. Lo stesso Gian-Galeazzo due dì dopo l'assedio all'improvviso se ne fuggì di Alessandria, con dir poi d'essere stato ingannato da una lettera finta sotto nome diLodovico Sforzaduca di Milano: il che gli fece dubitar della sua testa. Comunque sia, certo è che la sua partenza sbigottì sì forte il presidio di quella città, che molti si diedero alla fuga, e i Franzesi entrati spogliarono il resto di quei soldati, e misero poi a sacco l'infelice città. Mortara e Pavia neppur esse fecero resistenza. Tutte queste disavventure, e in poco tempo succedute, fecero conoscere a Lodovico il Moro che era venuto il tempo di provar la mano di Dio sopra di sè e sopra la sua famiglia. E però, deliberato di ritirarsi in Germania, mandò innanzi i figliuoli, e con loro il tesoro, consistente in ducento quaranta mila scudi d'oro oltre alle gioie e perle. Dopo aver deputato alla custodia del castello di Milano, benchè contro il parere dei suoi,Bernardino da Cortecon tre mila fanti, e munizioni senza fine, perchè conservandosi questo, sperava coll'aiuto dell'imperadorMassimilianoe degli Svizzeri di ritornare in casa; nel dì 2 di settembre ito a Como, passò dipoi nel Tirolo. Allora il popolo di Milano spedì ambasciatori al campo franzese, invitandolo a venire, e restò in breve consolato. Tutte le altre città del ducato di Milanoprestarono anch'esse ubbidienza ai Franzesi, fuorchè Cremona che, secondo i patti, venne in potere de' Veneziani. Successi tali e mutazioni sì subitanee, accadute senza spargere una stilla di sangue, fecero inarcar le ciglia a tutti gl'Italiani, ed empierono di terroreFederigo redi Napoli, il quale nelle disgrazie diLodovico ii Morocominciava già a leggere le proprie. Non passarono dodici giorni dopo la fuga del duca che il creduto sì fedele Bernardino da Corte, senza aspettare un colpo d'artiglieria, per gran somma di danaro vendè l'allora creduto inespugnabil castello di Milano ai Franzesi, con tanta infamia del suo nome, che venne dipoi riguardato come un mostro, e fuggito e maledetto da ognuno, e fin dagli stessi Franzesi, in guisa tale che, non potendo reggere al dolore e all'obbrobrio, da lì a pochi giorni finì di vivere, seppur non fu aiutato a terminare la vita.

Di così prosperosi avvenimenti informato ilre Lodovico, da Lione calò in Italia, e fece la sua solenne entrata in Milano nel dì 6 d'ottobre[Diar. di Ferrari, tom. 24 Rer. Ital. Sanuto, Istoria di Venezia, tom. 22 Rer. Ital. Corio, Istoria di Milano. Guicciardini, Istor. d'Italia. Belcaire, Histoire, ed altri.], accolto con istrepitosi viva da quel popolo, che, liberato dall'aspro giogo di Lodovico il Moro, sperava giorni più lieti sotto il governo franzese. Essendo stato lasciato in MilanoFrancesco Sforzapicciolo figliuolo del morto ducaGian-Galeazzocolladuchessa Isabellasua madre, fu poi condotto dal re in Francia, e dedicato alla vita monastica. Isabella nell'anno seguente se ne ritornò a Napoli ad essere spettatrice della final rovina della real sua casaGian-Giacomo Trivulzio, da cui principalmente riconobbe il re un sì presto e felice acquisto del ducato di Milano, ebbe in dono la nobil terra di Vigevano. Nè fu pigra la città di Genova a spedire ambasciatori, e a darsi con onorevoli condizioni al trionfante re di Francia. Giunsero a fargli riverenza anche gli ambasciatoride' Fiorentini, i quali, non ostante molta contrarietà, conchiusero lega con lui. Intanto asprissima guerra ai Veneziani faceaBaiazettoimperador de' Turchi non solo in Levante, ma sino nel Friuli, dove penetrarono que' Barbari, commettendo innumerabili crudeltà. Persona non vi fu che non credesse avereLodovico il Morosollecitati quegl'infedeli contra de' Veneziani per vendicarsi di loro, siccome principal cagione della rovina di lui e della felicità de' Franzesi, della quale non di meno cominciarono essi Veneziani a pentirsi ben tosto, e maggiormente poi ebbero a pentirsene ne' primi anni del secolo susseguente. Ed ecco darsi principio negli ultimi mesi di quest'anno ad un'altra guerra in Romagna. Era tutto lietopapa Alessandroper li progressi delle armi franzesi in Lombardia, perchè, secondo i patti, doveano queste aiutare ilduca Valentinosuo figliuolo a conquistare le città d'essa Romagna, destinata più di ogni altra contrada ad essere il magnifico principato della casa Borgia. Trovò egli in questi tempi delle ragioni di torre alla casa de' Gaetani Sermoneta con altre terre, delle quali immediatamente investìLucrezia Borgiasua figliuola, moglie in questi tempi didon Alfonsod'Aragona duca di Biseglia, e dichiarata governatrice perpetua di Spoleti e del suo ducato. Poscia si diede il pontefice a spronare ilre Lodovico, acciocchè prestasse la promessa gagliarda assistenza al duca Valentino per la guerra disegnata contra dei signori di Romagna e della Marca, cioè contra degliSforzadi Pesaro, de'Malatestidi Rimini, de'Manfredidi Faenza, deiRiariid'Imola e Forlì, de'Varanidi Camerino e de' conti di Montefeltroduchi d'Urbino: Teneano questi signori con bolle pontificie le loro città: non importa; doveano queste cedere al bisogno di stabilire la grandezza della casa Borgia; e pretesti di spogliarne i padroni non mancavano a chi voleva alzare un maestoso edilizio sopra la loro rovina: che questa fu di ordinario l'origine e la mira delle guerrefatte dai pontefici di que' tempi, non mai contenti, finchè non alzavano i suoi figliuoli o nipoti al grado e dominio principesco, con tradire manifestamente l'intenzione di Dio e della Chiesa nel sublimarli a quella sacrosanta dignità. Venuto dunque ilduca Valentino, accompagnando sempre ilre Lodovicoda Lione a Milano, e spalleggiato dai pressanti uffizii del pontefice, ottenne dal re un grosso corpo di gente; che, unito colle soldatesche pontificie, si trovò capace di eseguir poscia felicemente i di lui disegni. Dopo un mese di dimora in Milano se ne tornò il re in Francia, lasciando il governo dello stato di Milano nelle mani del valoroso maresciallo suoGian-Giacomo Trivulzio[Cronica di Bologna MS. nella Libreria Estense. Diar. di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.]; ed allora, cioè nella metà di novembre, anche il duca Valentino con due mila cavalli e sei mila fanti venne a piantar l'assedio ad Imola. Poca resistenza fece quella città: la rocca si tenne lo spazio di venti giorni, e poi capitolò. Passò di là all'assedio di Forlì. Dentro v'eraCaterina Sforza, donna d'animo virile, vedova del già conteGirolamo Riario, che vigorosamente si mise alla difesa. Con tali strepitosi avvenimenti ebbe fine l'anno presente.


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