MD

MDAnno diCristoMD. IndizioneIII.Alessandro VIpapa 9.Massimiliano Ire de' Rom. 8.

Continuò ilduca Valentinosul principio di quest'anno, l'assedio di Forlì[Guicciardini, Istoria d'Italia. Cronica MS. di Bologna. Raynaldus, Annal. Eccles. Cronica Veneta, tom. 24 Rer. Ital.]. Perduta la città,Caterina Sforzasi ridusse alla difesa della cittadella e della rocca, mostrando in ciò non men vigilanza e bravura che i più esperti e veterani uffiziali. Ma, per li frequenti colpi delle artiglierie, caduta parte del muro, ed aperta ampia breccia, per quella entrarono le genti del Valentinocon tal prestezza, che raggiunsero i soldati di Caterina nel ritirarsi che faceano nella rocca; ad entrati in essa, della medesima s'insignorirono, ammazzando chi venne loro alle mani. Caterina rifugiatasi in una torre, con alcuni pochi fu fatta prigione, e mandata dipoi a Roma, e custodita in castello Sant'Angelo. MaIvo d'Allegre, capitano delle milizie franzesi ausiliare del duca Valentino, preso da ammirazione del coraggio di questa insigne dama e principessa, e da compassione al suo sesso, ne impetrò, da lì a non molto, la liberazione. Divenne poi, o, per dir meglio, era divenuta essa Caterina moglie diGiovanni de Medici, padre di quelGiovanniche nel secolo susseguente si acquistò la gloria di prode capitano, e generòCosimo, che fu primo granduca di Toscana. Le iniquità commesse da' Franzesi in Forlì furono indicibili. Non potè per allora il duca Valentino proseguir il corso di sua fortuna, perchè, insorte nel ducato di Milano le novità, delle quali parlerò fra poco, dovette accorrere colà il signor di Allegre colle milizie regie, dopo aver lasciata in Romagna memoria per un pezzo delle immense ruberie, disonestà ed altre ribalderie da loro commesse. Impadronitosi dunque d'Imola, Cesena e Forlì, se ne tornò a Roma ilduca Valentino, dove volle far la sua entrata come trionfante con incredibil pompa e corteggio nel dì 26 di febbraio. Era questo l'anno del giubileo, in cui se i cristiani guadagnarono le indulgenze dei loro peccati, anchepapa Alessandroseppe guadagnare dei gran tesori[Raynaldus, Annal. Eccles.], perchè concedea per tutta la cristianità quelle indulgenze medesime a chi non potea venire a Roma, purchè pagassero il terzo di ciò che avrebbono speso nel viaggio: alla raccolta del qual danaro furono deputati dappertutto i questori; e questo danaro, colle decime imposte al clero, e la vigesima agli Ebrei, dovea poi servire, secondo i soliti pretesti, per far la guerracontro al Turco; ma servì infine ad altri usi. Nonostante l'anno santo un lieto carnovale si fece in Roma, e il duca Valentino lasciò, in tal occasione, la briglia al suo fasto con giuochi e feste di indicibil magnificenza e spesa, per le quali nobilissime azioni meritò d'essere dichiarato gonfaloniere della santa Romana Chiesa.

Pochi mesi erano soggiornati in Milano e nelle altre città di quel ducato i Franzesi, che la poca disciplina da loro osservata in quei tempi, e la sfrenata lor disonestà, di cui molto parlano le storie[Diar. di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital. Senarega, de Reb. Genuens. Guicciardini, Istoria d'Italia. Nardi, Istoria di Firenze. Bembo, ed altri.], cominciò ad essere di troppo peso a que' popoli, e a farli sospirar di nuovo il governo degli abbattuti loro principi. Quel che è più, mal sofferendo i Ghibellini, potente fazione in quelle contrade, cheGian-Giacomo Trivulzio, capo de' Guelfi, comandasse le feste, cominciarono ad animare al ritornoLodovico il Moroe ilcardinale Ascaniosuo fratello. Questi per tanto, giacchè andarono loro ben presto fallite le speranze poste inMassimilianore de' Romani, principe negligentissimo ne' propri affari, privo sempre e sempre sitibondo di danaro, si rivolsero agli Svizzeri con assoldarne otto mila, e misero insieme ancora cinquecento uomini d'arme borgognoni. Sul fine di gennaio, senza perdere tempo, calarono essi pel lago di Como a quella città, che aprì loro le porte. Bastò questo perchè il popolo di Milano si levasse a rumore, gridando:Moro, Moro. Mossesi ancora, perchè Lodovico avea lor fatto credere di venire con un esercito infinito: il che non fu vero. Si rifugiarono i Franzesi nel castello, e il Trivulzio si ritirò a Mortara. Sul principio di febbraio giunse prima il cardinale Ascanio, poscia Lodovico a Milano con festa di quel popolo. Ed amendue si affrettarono ad assoldar quante genti d'armi poterono. Anche le città di Pavia e diParma alzarono le bandiere del Moro: altrettanto erano per fare Piacenza e Lodi, se, chiamati in aiuto i Veneziani dai Franzesi, non vi fossero entrati colle loro milizie. Tornò bensì all'ubbidienza di esso Moro Tortona; ma, sopraggiunto colàIvo di Allegrecolle soldatesche richiamate dalla Romagna, ed assistito dai Guelfi, ricuperò quella città, mettendo dipoi a sacco non meno i Ghibellini nemici, che i Guelfi amici. PassòLodovico il Moroall'assedio di Novara, ed, obbligati i Franzesi a rendere la città, si diede a bersagliar la fortezza tuttavia resistente. Fu mirabile intanto la sollecitudine delre Lodovicoper ispedire in Lombardia nuove genti sotto il comando del signoredella Tremoglia, di maniera che sul principio d'aprile questo capitano, unito colTrivulzioe colconte di Lignì, ebbe in pronto un'armata di mille e cinquecento lancie, dieci mila fanti svizzeri e sei mila franzesi, co' quali si appressò a Novara. Pure più ne' tradimenti che nelle forza delle lor armi riposero i comandanti franzesi la speranza di vincere.

Già s'erano intesi gli uffiziali svizzeri militanti per la Francia con quei che erano al servigio diLodovico il Moro, promettendo loro una gran somma di oro; e menarono così accortamente la loro trama, che venne lor fatto di tradire il duca con eterna infamia del loro nome. Col pretesto dunque di non voler combattere coi proprii fratelli, gli Svizzeri tedeschi abbandonarono Lodovico il Moro, e con licenza dei Franzesi uscirono di Novara per tornarsene al loro paese. Per misericordia ottenne Lodovico di poter fuggire con loro, e tanto egli come i tre San Severini travestiti da Svizzeri marciarono colla truppa, per ridursi in salvo. Scoperti dai traditori, furono tutti e quattro fermati e fatti prigionieri nel dì 10 d'aprile: spettacolo sì miserabile, che trasse le lagrime insino a molti dei nemici. Si sbandò per questa calamità il resto delle truppe sforzesche; e, portatala dolorosa nuova a!cardinal Ascanio, che attendeva in Milano all'assedio del castello, tosto si partì anch'egli da quella città, ed inviossi frettolosamente alla volta del Piacentino per non essere colto[Cronica di Venezia, tom. 21 Rer. Ital.]. Ma giunto la notte a Rivolta, castello del conteCorrado Landosuo amico, e quivi avendo preso riposo, trovò quella sfortuna ch'egli andava fuggendo. Imperocchè, avvisati di ciòCarlo OrsinoeSoncino Benzone, capitani delle genti veneziane che stavano in Piacenza, cavalcarono speditamente colà, e colla forza obbligarono il conte Lando (ingiustamente accusato da alcuni di tradimento) a consegnar loro l'infelice porporato, conErmes Sforza, fratello del morto ducaGian-Galeazzo, e con altri gentiluomini di sua famiglia. Fu mandato a Venezia il cardinale; ma il re Lodovico prima colle preghiere, e poi colle minaccie di guerra, tanto battè, che l'ebbe nelle mani. Furono condotti in Francia questi sventurati principi.Lodovico il Moroconfinato nel castello di Loches nel Berrì in una oscura camera senza libri, senza carta ed inchiostro, ebbe quanto tempo volle per potere riflettere alla caducità delle umane grandezze, e ai frutti della smoderata sua ambizione e vanità, cioè alla cagione delle sue e delle altrui rovine, per aver chiamato in Italia le armi straniere, ed assassinato il proprio nipote, essendo esso Lodovico dopo dieci anni di prigionia mancato poi di vita. Alcardinale Ascanio, che con intrepidezza accolse le sue disavventure, fu data per carcere la torre di Borges, quella stessa dove il medesimore Lodovico, allorchè era duca d'Orleans, tenuto fu prigione: tanto è varia e suggetta a peripezie la sorte de' mortali. Poca cura si prese del cardinal suddettopapa Alessandro, siccome venduto al volere dei Franzesi, e però solamente sotto il ponteficeGiulio IIriebbe Ascanio la sua libertà.

In gran pericolo di un sacco si trovò il popolo di Milano dopo la caduta del Moro;ma, avendo essi inviata un'ambasceria aicardinal di Roano, che veniva spedito dal re in Italia per governatore, impetrarono che il gastigo si riducesse al pagamento di trecento mila ducati d'oro: pena che loro fu anche per la maggior parte rimessa dalla clemenza del saggiore Lodovico. Non potè poi resistere esso re alle premure dipapa Alessandro, che di nuovo gli fece istanza di gente[Raynaldus, Annal. Eccles.], affinchè ilduca Valentinoterminasse il sospirato conquisto della Romagna. Questi erano allora i gran pensieri del pontefice, il quale poco avea profittato di un indizio dello sdegno di Dio contro la di lui persona, che sì malamente corrispondeva ai doveri del sacrosanto suo ministero. Imperciocchè nella festa di san Pietro svegliatosi un terribil vento, con gragnuola e fulmini, rovesciò il più alto camino del Vaticano con tal empito, che il suo peso ruppe il tetto, e due travi della stanza superiore alla pontificia. Penetrò questa rovina nella stanza medesima, dove dimorava il papa, con essersi rotto un trave. Vi perironoLorenzo Chigigentiluomo sanese, e due altre persone. Lo stesso papa si trovò bensì vivo sotto le pietre, ma stordito e leso ancora in più parti del corpo. Per buona ventura, quel trave ch'era caduto servì a lui di riparo. Questo colpo, invece di servire di paterno avviso ad Alessandro per farlo ravvedere, il confermò piuttosto nella persuasione della protezion del cielo; e però, dopo un pubblico ringraziamento a Dio che lo avesse preservato dalla morte, seguitò lo scandaloso cammino di prima. Fu in questi tempi assassinato da alcuni sgherridon Alfonsod'Aragona marito diLucrezia Borgia; e perchè le ferite non furono sufficienti, a levarlo di vita, il veleno diede compimento all'opera. Ne fu creduto autore ilduca Valentino, il quale, divenuto tutto franzese, e volendo andar unito con quella corona alla distruzion degli Aragonesi, giudicò meglio di levar di mezzo un parentado sì fatto, siccome quello chepiù non si adattava alle mire presenti. Impetrato dunque ch'ebbe esso duca Valentino un possente soccorso di Franzesi, condotto daIvo d'Allegre, nel mese di ottobre ricominciò la guerra in Romagna. Non durò fatica ad impossessarsi di Pesaro, perchèGiovanni Sforza, già di lui cognato, si ritirò per tempo, non volendo che per cagion sua ricevessero danno immenso que' cittadini[Diar. di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital. Cronica MS. di Bologna. Guicciardini, Istor. d'Italia, ed altri.]. AnchePandolfo Malatestagli cedè il campo, e fecegli aprir le porte di Rimini. La sola Faenza, dove egli si trasferì dipoi, fece gagliarda resistenza, perchè il giovinettoAstorre de' Manfredisignor della terra si trovò così ben sostenuto dall'amore e dalla fedeltà de' suoi sudditi, che rendè per questo anno inutili i di lui sforzi, benchèpoi nel seguente gli convenisse cedere alla forza, e restar poi vittima della lussuria e della crudeltà del duca Valentino. Guerra ancora fu nell'anno presente in Toscana, più che mai ardendo di voglia i Fiorentini di ricuperare la città di Pisa. Ebbero soccorsi dal re di Francia; condussero ancora al loro soldo qualche migliaio di Svizzeri, gente ch'avea cominciato ad essere alla moda di questi tempi. Fu posto il campo a quella città, si venne all'assalto; ma essendosi valorosamente difeso quel popolo, segretamente aiutato da' Genovesi, Sanesi e Lucchesi, ed insorte appresso molte discordie dalla parte dei Francesi e degli Svizzeri, appoco appoco si sciolse quell'esercito, altro non riportandone i Fiorentini se non vergogna e un incredibil danno al proprio erario. Con tali imprese terminò l'anno; ebbe fine il secolo presente, e fine ancora farò io a questi racconti.


Back to IndexNext