MCCCCXCVIII

MCCCCXCVIIIAnno diCristoMCCCCXCVIII. Indiz.I.Alessandro VIpapa 7.Massimiliano Ire de' Rom. 6.Allorchè l'Italia si trovava agitata dall'apprensione cheCarlo VIIIre di Francia tornasse a lacerar queste contrade con forze superiori alle passate[Mèmoir. de Comines lib. 7, cap. 18.], eccoli giugnere nuova ch'egli nel castello d'Ambosia era mancato di vita per accidente di apoplessia nel dì 7 d'aprile dell'anno presente in età di ventisette anni e nove mesi. La taccia che a lui fu data, consistè nello smoderato amor dei piaceri e nella sfrenata sua libidine, per gli stimoli della quale andava frequentementemutando pastura. Del resto egli fu uno de' più mansueti, amorevoli e benigni principi del mondo, nè sapea far male ad alcuno, in guisa che tanta sua bontà ridondava talvolta in suo danno, perchè i ministri ed uffiziali faceano tutti a lor modo per la fidanza di non esser mai gastigati. Negli ultimi mesi di sua vita, scorgendo che appoco appoco veniva meno la sua sanità e forza, diede un calcio ai solazzi e piaceri, e massimamente ai vietati dalla legge santa di Dio, e con opere di pietà e carità si dispose a comparire davanti al giudice dei vivi e de' morti. L'esser egli mancato di vita senza lasciar successione maschile (giacchè un Delfino, nato qualche mese prima, poco tempo visse sopra la terra) diede luogo a succedergli aLodovico ducadi Orleans suo cugino in quarto grado, e il primo fra' principi del real sangue d'allora, che sotto i due precedenti re avea patito di molti affanni e contraddizioni con pericolo della vita. Fu egli coronato re di Francia a Rems nel dì 27 di maggio, e portò il nome diLodovico XII, principe di gran mente, abilità e coraggio. Si scoprirono ben tosto le sue idee, perchè prese anche il titolo di duca di Milano e di re delle Due Sicilie. La maggior prima sua cura fu di far sciogliere il matrimonio da lui contratto molti anni prima conGiovannafigliuola delre Lodovico XI, sì perchè da essa, assai brutta e mal sana, non avea mai potuto ricavar successione, e sì perchè gli premeva di sposareAnnavedova del poco fa defunto re, siccome quella che portava in dote l'importante ducato della Bretagna, e di cui dicono ch'egli anche prima era stato innamorato. Ricorse perciò a papaAlessandro VI, e si trovarono in quegli sconcertati tempi delle ragioni per dichiarar nullo il primo matrimonio, e far valere il secondo. Di questo affare volle nondimeno far mercato il papa, e coglierne profitto perCesaresuo figliuolo. Costui, non avendo gran genio all'abito ecclesiastico, perchè meditava già di comandarea popoli, ottenne in quest'anno di poter deporre la sacra porpora, e di ritornare al secolo, allegando che contro sua volontà e per timore del padre avea dianzi preso il diaconato; nè vi fu chi ad uomo sì dabbene negasse fede. Fu scelto Cesare per portare in Francia le bolle dello scioglimento del matrimonio del re[Nardi, Istor. di Firenze, lib. 4.], ed insieme il cappello cardinalizio aGiorgio d'Ambosiaarcivescovo di Roano. Il fasto con cui egli andò, parea che superasse la grandezza delle stesse corti regali. Ilre Lodovico, che per li suoi disegni sopra l'Italia bramava già di guadagnar in suo favore l'animo del papa, slargò la mano verso del di lui figliuolo, dichiarandolo duca di Valenza nel Delfinato, dandogli una compagnia di cento uomini d'armi, ed assegnandogli l'annua pensione di venti mila lire di Francia, con promessa ancora di qualche bel feudo nel Milanese, dacchè l'avesse conquistato. Prese poscia il re Lodovico in moglieAnna di Bretagnanel gennaio dell'anno seguente, e, siccome voglioso al maggior segno di conquistare il ducato di Milano per le ragioni diValentina Visconteavola sua (voglia a lui accresciuta dall'essere dimorato per tanto tempo in Asti, e dall'aver conosciuta la bellezza della Lombardia), così cominciò di buona ora a disporsi per ottener questo fine.Il fuoco acceso in Toscana per cagion di Pisa tuttavia durava[Ammirati, Istoria di Firenze. Guicciardini, Istoria d'Italia. Nardi, Ist. di Firenze, lib. 4.]. Quanto più quella città veniva angustiata dai Fiorentini, tanto più i Pisani si raccomandavano alla potenza de' Veneziani, e questi maggiormente s'insperanzivano di ridurre quella città sotto il loro dominio. Perciò, avendo il senato veneto condotti al suo soldoGuidubaldo ducad'Urbino,Astorre BaglioniPerugino,Bartolomeo d'Alviano,Paolo Orsinoed altri condottieri d'armi, misero in viaggio alla volta della Toscana delle grosse brigate in aiuto de' Pisani con aver mosso anchei Medici ed altri fuorusciti ad unirsi alle lor genti. Lo stesso marchese di MantovaFrancescofu poi spedito anche egli con titolo di generale colà. Per lo contrario, non cessarono i Fiorentini d'accrescere le lor genti d'armi, prendendo al soldo loro i signori d'Imola e Forlì ed altre milizie. Quel ch'è più, trassero nel lor partitoLodovico Sforzaduca di Milano. Non poteva questi senza invidia mirare, e senza grave sdegno sofferire che i Veneziani fossero dietro ad accrescere la lor già formidabile grandezza coll'acquisto di Pisa; e però, accordatosi co' Fiorentini, pensò sulle prime d'aiutarli segretamente a ricuperar quella città, ma infine apertamente inviò loro de' soccorsi. Capitan generale dell'esercito fiorentino fu sceltoPaolo Vitello, uomo di credito nel mestier della guerra, a cui fu dato con gran solennità il bastone in un giorno determinato dagli astrologi. Quanto costoro dessero nel segno, in breve si scorgerà. Prese il Vitelli Buti, Vico-Pisano e Librafatta. Corse la guerra pel Casentino, e per altre contrade del dominio fiorentino; succederono varii piccioli fatti d'armi ora all'uno ora all'altra parte favorevoli. L'anno poi fu questo, in cui Firenze mirò la tragedia di frateGirolamo SavonarolaFerrarese dell'ordine di san Domenico, uomo per l'austerità della vita, pel suo raro sapere, e per la sua forza e zelo nel predicare la parola di Dio, ammirato da tutti, e degno di miglior fortuna. Reggevasi la maggior parte del popolo col consiglio di lui anche ne' politici affari; ed egli fu che il tenne lungamente saldo nella dipendenza dal re di Francia. Ma non mancavano a lui nemici, e molti e potenti nella stessa città di Firenze; e specialmente i Medici fuorusciti l'odiavano a morte, perchè direttamente opposto alle loro intenzioni di signoreggiar nella repubblica[Raynaldus, Annal. Eccl. Nardi, Istor. di Firenze.]. Chi gli volea male l'accusò alla corte di Roma, come seduttore e seminator di falsa dottrina.Però gli fu proibito dal papa di predicare, e tanto più perchè egli non avea saputo astenersi dal toccar nelle sue prediche i vizii dello stesso regnante pontefice, troppo per altro palesi, e i depravati costumi della corte romana. Disprezzò frate Girolamo i comandamenti del pontefice, tornò sul pulpito, maggiormente inveendo da lì innanzi contro la corruttela d'allora. Fu scomunicato dal papa, intimate le censure a chi l'ascoltasse, il favorisse, e mandate finalmente replicate lettere ai magistrati di Firenze, con ordine di mettere le mani addosso al frate, minacciando scomuniche ed interdetti se non si ubbidiva. Temeva fortepapa Alessandrouno scisma; e guai a lui se persona d'autorità avesse allora alzato un dito contra di lui. Non vi era chi non detestasse un pastore di vita sì contraria al sublime suo grado. Ora avvenne che un frate Francesco di Puglia dell'osservanza di san Francesco predicò pubblicamente contra del Savonarola, impugnando specialmente queste di lui proposizioni:La Chiesa di Dio ha bisogno d'essere riformata e purgata. La Chiesa di Dio sarà flagellata, e dopo i flagelli sarà riformata e rinovata, e tornerà in prosperità. Gl'infedeli si convertiranno a Cristo. Firenze sarà flagellata, e dopo i flagelli si rinoverà, e tornerà in prosperità; ed altre che tralascio.Chi teneva e chi tien tuttavia il Savonarola per uomo di santa vita, e che egli ispirato da Dio predicesse le cose avvenire, fra non molti anni trovò il tutto avverato. Altre simili predizioni fatte da lui, e nominatamente aCarlo VIII redi Francia, ebbero il loro effetto. Si esibì ancora frate Francesco di confermare alla pruova del fuoco la falsità delle proposizioni suddette; E all'incontro fra Domenico da Pescia domenicano accettò di sostener giuste e verificabili le medesime, con esibirsi di entrar anch'egli nel fuoco. Perchè il frate minore trovò maniera di sottrarsi all'impegno preso, per lui sottentrò un frate Andrea Rondinelli.Adunque, nel dì 17 d'aprile per ordine de' magistrati acceso un gran fuoco, vennero alla presenza d'innumerabil popolo i due contradditori, per provare, se in quella avvampata catasta si sentisse fresco o caldo. Ma non volendo comportare i frati minori che fra Domenico vi entrasse vestito con gli abiti sacerdotali, nè che egli portasse in mano il Sacramento dell'altare, in sole contese terminò tutto quell'apparato, e nulla si fece. Scapitò molto per questo del suo buon concetto il Savonarola, e crescendo l'ardire della fazione a lui contraria, e massimamente degli scapestrati, nella seguente domenica dell'Olivo si alzò contra di lui gran rumore, in guisa che i magistrati, timorosi ancora delle tante minaccie del papa, fecero prendere e menar nelle carceri il Savonarola. Allora fu che infierì contra di lui chi gli volea male. Corse tosto a Firenze un commessario del papa per accendere maggiormente il fuoco, ed accelerar la morte dell'infelice. Si adoperarono i tormenti per fargli confessare ciò che vero non era; e si pubblicò poi un processo contenente la confessione di molti reati, che agevolmente ognun riconobbe per inventati e calunniosi. Venuto dunque il dì 23 di maggio, vigilia dell'Ascensione, alzato un palco nella piazza, quivi il Savonarola degradato insieme con due frati suoi compagni, cioè Silvestro e Domenico, fu impiccato, i loro corpi dipoi bruciati, e le ceneri gittate in Arno, per timore che tanti divoti di questo religioso le tenessero per sante reliquie. Restò appresso involta in molte dispute la di lui fama, riguardandolo gran copia di gente, cioè tutti i buoni, qual santo e qual martire del Signore; ed all'incontro tutti i cattivi per uomo ambizioso e seduttore. Dio ne sarà stato buon giudice. Certo è ch'egli mancò al suo dovere, dispregiando gli ordini del papa, i cui perversi costumi non estinguevano già in lui l'autorità delle chiavi. Parimente lodevole non fu nel Savonarola il cotanto mischiarsi nelgoverno secolare della repubblica fiorentina: cosa poco conveniente al sacro suo abito e ministero. Per altro, ch'egli fosse d'illibati costumi, di singolar pietà e zelo, tutto volto al bene spirituale del popolo, con altre rarissime doti, indicanti un vero servo di Dio, le cui opere stampate contengono una mirabil unzione e odore di santità, non si può già negare. Ma di questo avendo pienamente trattatoGian-Francesco Picoconte della Mirandola, dottissimo scrittore suo contemporaneo, nella Vita ed Apologia del medesimo Savonarola, e Jacopo Nardi Fiorentino, anch'esso allora vivente, nella sua Storia di Firenze, senza che io osi di far qui da giudice, rimetto ai loro scritti il lettore che più copiosamente desideri d'essere informato di quella lagrimevol tragedia.

Allorchè l'Italia si trovava agitata dall'apprensione cheCarlo VIIIre di Francia tornasse a lacerar queste contrade con forze superiori alle passate[Mèmoir. de Comines lib. 7, cap. 18.], eccoli giugnere nuova ch'egli nel castello d'Ambosia era mancato di vita per accidente di apoplessia nel dì 7 d'aprile dell'anno presente in età di ventisette anni e nove mesi. La taccia che a lui fu data, consistè nello smoderato amor dei piaceri e nella sfrenata sua libidine, per gli stimoli della quale andava frequentementemutando pastura. Del resto egli fu uno de' più mansueti, amorevoli e benigni principi del mondo, nè sapea far male ad alcuno, in guisa che tanta sua bontà ridondava talvolta in suo danno, perchè i ministri ed uffiziali faceano tutti a lor modo per la fidanza di non esser mai gastigati. Negli ultimi mesi di sua vita, scorgendo che appoco appoco veniva meno la sua sanità e forza, diede un calcio ai solazzi e piaceri, e massimamente ai vietati dalla legge santa di Dio, e con opere di pietà e carità si dispose a comparire davanti al giudice dei vivi e de' morti. L'esser egli mancato di vita senza lasciar successione maschile (giacchè un Delfino, nato qualche mese prima, poco tempo visse sopra la terra) diede luogo a succedergli aLodovico ducadi Orleans suo cugino in quarto grado, e il primo fra' principi del real sangue d'allora, che sotto i due precedenti re avea patito di molti affanni e contraddizioni con pericolo della vita. Fu egli coronato re di Francia a Rems nel dì 27 di maggio, e portò il nome diLodovico XII, principe di gran mente, abilità e coraggio. Si scoprirono ben tosto le sue idee, perchè prese anche il titolo di duca di Milano e di re delle Due Sicilie. La maggior prima sua cura fu di far sciogliere il matrimonio da lui contratto molti anni prima conGiovannafigliuola delre Lodovico XI, sì perchè da essa, assai brutta e mal sana, non avea mai potuto ricavar successione, e sì perchè gli premeva di sposareAnnavedova del poco fa defunto re, siccome quella che portava in dote l'importante ducato della Bretagna, e di cui dicono ch'egli anche prima era stato innamorato. Ricorse perciò a papaAlessandro VI, e si trovarono in quegli sconcertati tempi delle ragioni per dichiarar nullo il primo matrimonio, e far valere il secondo. Di questo affare volle nondimeno far mercato il papa, e coglierne profitto perCesaresuo figliuolo. Costui, non avendo gran genio all'abito ecclesiastico, perchè meditava già di comandarea popoli, ottenne in quest'anno di poter deporre la sacra porpora, e di ritornare al secolo, allegando che contro sua volontà e per timore del padre avea dianzi preso il diaconato; nè vi fu chi ad uomo sì dabbene negasse fede. Fu scelto Cesare per portare in Francia le bolle dello scioglimento del matrimonio del re[Nardi, Istor. di Firenze, lib. 4.], ed insieme il cappello cardinalizio aGiorgio d'Ambosiaarcivescovo di Roano. Il fasto con cui egli andò, parea che superasse la grandezza delle stesse corti regali. Ilre Lodovico, che per li suoi disegni sopra l'Italia bramava già di guadagnar in suo favore l'animo del papa, slargò la mano verso del di lui figliuolo, dichiarandolo duca di Valenza nel Delfinato, dandogli una compagnia di cento uomini d'armi, ed assegnandogli l'annua pensione di venti mila lire di Francia, con promessa ancora di qualche bel feudo nel Milanese, dacchè l'avesse conquistato. Prese poscia il re Lodovico in moglieAnna di Bretagnanel gennaio dell'anno seguente, e, siccome voglioso al maggior segno di conquistare il ducato di Milano per le ragioni diValentina Visconteavola sua (voglia a lui accresciuta dall'essere dimorato per tanto tempo in Asti, e dall'aver conosciuta la bellezza della Lombardia), così cominciò di buona ora a disporsi per ottener questo fine.

Il fuoco acceso in Toscana per cagion di Pisa tuttavia durava[Ammirati, Istoria di Firenze. Guicciardini, Istoria d'Italia. Nardi, Ist. di Firenze, lib. 4.]. Quanto più quella città veniva angustiata dai Fiorentini, tanto più i Pisani si raccomandavano alla potenza de' Veneziani, e questi maggiormente s'insperanzivano di ridurre quella città sotto il loro dominio. Perciò, avendo il senato veneto condotti al suo soldoGuidubaldo ducad'Urbino,Astorre BaglioniPerugino,Bartolomeo d'Alviano,Paolo Orsinoed altri condottieri d'armi, misero in viaggio alla volta della Toscana delle grosse brigate in aiuto de' Pisani con aver mosso anchei Medici ed altri fuorusciti ad unirsi alle lor genti. Lo stesso marchese di MantovaFrancescofu poi spedito anche egli con titolo di generale colà. Per lo contrario, non cessarono i Fiorentini d'accrescere le lor genti d'armi, prendendo al soldo loro i signori d'Imola e Forlì ed altre milizie. Quel ch'è più, trassero nel lor partitoLodovico Sforzaduca di Milano. Non poteva questi senza invidia mirare, e senza grave sdegno sofferire che i Veneziani fossero dietro ad accrescere la lor già formidabile grandezza coll'acquisto di Pisa; e però, accordatosi co' Fiorentini, pensò sulle prime d'aiutarli segretamente a ricuperar quella città, ma infine apertamente inviò loro de' soccorsi. Capitan generale dell'esercito fiorentino fu sceltoPaolo Vitello, uomo di credito nel mestier della guerra, a cui fu dato con gran solennità il bastone in un giorno determinato dagli astrologi. Quanto costoro dessero nel segno, in breve si scorgerà. Prese il Vitelli Buti, Vico-Pisano e Librafatta. Corse la guerra pel Casentino, e per altre contrade del dominio fiorentino; succederono varii piccioli fatti d'armi ora all'uno ora all'altra parte favorevoli. L'anno poi fu questo, in cui Firenze mirò la tragedia di frateGirolamo SavonarolaFerrarese dell'ordine di san Domenico, uomo per l'austerità della vita, pel suo raro sapere, e per la sua forza e zelo nel predicare la parola di Dio, ammirato da tutti, e degno di miglior fortuna. Reggevasi la maggior parte del popolo col consiglio di lui anche ne' politici affari; ed egli fu che il tenne lungamente saldo nella dipendenza dal re di Francia. Ma non mancavano a lui nemici, e molti e potenti nella stessa città di Firenze; e specialmente i Medici fuorusciti l'odiavano a morte, perchè direttamente opposto alle loro intenzioni di signoreggiar nella repubblica[Raynaldus, Annal. Eccl. Nardi, Istor. di Firenze.]. Chi gli volea male l'accusò alla corte di Roma, come seduttore e seminator di falsa dottrina.Però gli fu proibito dal papa di predicare, e tanto più perchè egli non avea saputo astenersi dal toccar nelle sue prediche i vizii dello stesso regnante pontefice, troppo per altro palesi, e i depravati costumi della corte romana. Disprezzò frate Girolamo i comandamenti del pontefice, tornò sul pulpito, maggiormente inveendo da lì innanzi contro la corruttela d'allora. Fu scomunicato dal papa, intimate le censure a chi l'ascoltasse, il favorisse, e mandate finalmente replicate lettere ai magistrati di Firenze, con ordine di mettere le mani addosso al frate, minacciando scomuniche ed interdetti se non si ubbidiva. Temeva fortepapa Alessandrouno scisma; e guai a lui se persona d'autorità avesse allora alzato un dito contra di lui. Non vi era chi non detestasse un pastore di vita sì contraria al sublime suo grado. Ora avvenne che un frate Francesco di Puglia dell'osservanza di san Francesco predicò pubblicamente contra del Savonarola, impugnando specialmente queste di lui proposizioni:La Chiesa di Dio ha bisogno d'essere riformata e purgata. La Chiesa di Dio sarà flagellata, e dopo i flagelli sarà riformata e rinovata, e tornerà in prosperità. Gl'infedeli si convertiranno a Cristo. Firenze sarà flagellata, e dopo i flagelli si rinoverà, e tornerà in prosperità; ed altre che tralascio.

Chi teneva e chi tien tuttavia il Savonarola per uomo di santa vita, e che egli ispirato da Dio predicesse le cose avvenire, fra non molti anni trovò il tutto avverato. Altre simili predizioni fatte da lui, e nominatamente aCarlo VIII redi Francia, ebbero il loro effetto. Si esibì ancora frate Francesco di confermare alla pruova del fuoco la falsità delle proposizioni suddette; E all'incontro fra Domenico da Pescia domenicano accettò di sostener giuste e verificabili le medesime, con esibirsi di entrar anch'egli nel fuoco. Perchè il frate minore trovò maniera di sottrarsi all'impegno preso, per lui sottentrò un frate Andrea Rondinelli.Adunque, nel dì 17 d'aprile per ordine de' magistrati acceso un gran fuoco, vennero alla presenza d'innumerabil popolo i due contradditori, per provare, se in quella avvampata catasta si sentisse fresco o caldo. Ma non volendo comportare i frati minori che fra Domenico vi entrasse vestito con gli abiti sacerdotali, nè che egli portasse in mano il Sacramento dell'altare, in sole contese terminò tutto quell'apparato, e nulla si fece. Scapitò molto per questo del suo buon concetto il Savonarola, e crescendo l'ardire della fazione a lui contraria, e massimamente degli scapestrati, nella seguente domenica dell'Olivo si alzò contra di lui gran rumore, in guisa che i magistrati, timorosi ancora delle tante minaccie del papa, fecero prendere e menar nelle carceri il Savonarola. Allora fu che infierì contra di lui chi gli volea male. Corse tosto a Firenze un commessario del papa per accendere maggiormente il fuoco, ed accelerar la morte dell'infelice. Si adoperarono i tormenti per fargli confessare ciò che vero non era; e si pubblicò poi un processo contenente la confessione di molti reati, che agevolmente ognun riconobbe per inventati e calunniosi. Venuto dunque il dì 23 di maggio, vigilia dell'Ascensione, alzato un palco nella piazza, quivi il Savonarola degradato insieme con due frati suoi compagni, cioè Silvestro e Domenico, fu impiccato, i loro corpi dipoi bruciati, e le ceneri gittate in Arno, per timore che tanti divoti di questo religioso le tenessero per sante reliquie. Restò appresso involta in molte dispute la di lui fama, riguardandolo gran copia di gente, cioè tutti i buoni, qual santo e qual martire del Signore; ed all'incontro tutti i cattivi per uomo ambizioso e seduttore. Dio ne sarà stato buon giudice. Certo è ch'egli mancò al suo dovere, dispregiando gli ordini del papa, i cui perversi costumi non estinguevano già in lui l'autorità delle chiavi. Parimente lodevole non fu nel Savonarola il cotanto mischiarsi nelgoverno secolare della repubblica fiorentina: cosa poco conveniente al sacro suo abito e ministero. Per altro, ch'egli fosse d'illibati costumi, di singolar pietà e zelo, tutto volto al bene spirituale del popolo, con altre rarissime doti, indicanti un vero servo di Dio, le cui opere stampate contengono una mirabil unzione e odore di santità, non si può già negare. Ma di questo avendo pienamente trattatoGian-Francesco Picoconte della Mirandola, dottissimo scrittore suo contemporaneo, nella Vita ed Apologia del medesimo Savonarola, e Jacopo Nardi Fiorentino, anch'esso allora vivente, nella sua Storia di Firenze, senza che io osi di far qui da giudice, rimetto ai loro scritti il lettore che più copiosamente desideri d'essere informato di quella lagrimevol tragedia.


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