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MDCAnno diCristoMDC. IndizioneXIII.Clemente VIIIpapa 9.Rodolfo IIimperadore 25.Celebrossi nel presente anno in Roma il giubileo, per cui la provvidenza dipapa Clementeavea fatto ogni convenevole preparamento di vettovaglia e di alberghi, affinchè nulla mancasse ai pellegrini divoti, che ben si prevedeva avere da essere smisurata la copia d'essi. Tale infatti si provò, essendosi fatto il conto che presso a poco tre milioni di persone forestiere in tutto l'anno si portarono a Roma a partecipar il perdono e le consuete indulgenze dell'anno santo. Nel giorno di Pasqua si calcolò che si trovassero in quella gran città presso a ducento mila cristiani stranieri di varie nazioni. Ma laddove ne' primi tempi che fu istituita questa divozione, Roma senza molto scomodo raccoglieva le limosine de' tanti cristiani che concorrevano, e faceva gran guadagno delle sue derrate: in questi tempi la carità del romano pontefice, dei cardinali e di tutto il popolo romano mirabilmente sfavillò per le laute limosine fatte agli stessi pellegrini, e per l'ospitalità e carità loro usata. Imperciocchè il papa, preparato un palazzo in Borgo, quivi diede alloggio e vitto per dieci giorni a qualsivoglia vescovo, prelato, sacerdote e cherico che volle quivi albergare; e lo stesso santo padre sovente si portava a visitarli, a lavar loro i piedi, e a servirli alla tavola. Oltre a ciò, dispensò egli in altre limosine da trecento mila scudi, e fu in continuo moto per esercitar gli atti della sua carità e pietà a consolazione di tanti divoti cristiani. Maravigliose cose fece l'arciconfraternita della Santissima Trinità, istituita appunto per le opere di carità cristiana, perchè nel corso di quest'anno diede ricetto e vitto per tre giorni a circa ducentocinquanta mila pellegrini, e in oltre a ducento quarantotto compagnie forestiere, ascendenti acinquanta quattro mila persone. A servire con umiltà e carità sì esorbitante copia di gente straniera non mancò mai tutta la nobiltà romana, sì ecclesiastici che secolari: il che cagionava non meno stupore che tenera edificazione a tante nazioni cristiane colà concorse. A proporzione poi delle lor forze altrettanto fecero l'altre arciconfraternite di Roma. In somma tali e tante furono le opere di misericordia e pietà esercitate in sì pia occasione dal papa e da' Romani; tale l'affluenza e il buon governo dei pellegrini, fra' quali si contarono anche dei principi e gran signori incogniti, come ilduca di Bavierae ilcardinale Andrea di Austria, oltre aiduchi di Parmae diBar, che un simile giubileo da gran tempo non s'era veduto, e mai più non si vide dipoi. Vi concorsero ancora per curiosità sconosciuti molti eretici, i quali, pieni di ammirazione per sì grande apparato di cristiana pietà, e massimamente allo osservare tanta esemplarità del papa e dei sacri ministri, o abbracciarono la fede cattolica, o giunti a' lor paesi distrussero le calunnie solite a spacciarsi dai protestanti contro la santa Sede e contro la religion cattolica. Nè si dee tacere che avendo le acque, che scendono dalle colline di Rieti nel lago Velino, ossia nella fossa Curiana, la proprietà di pietrificare il fango ed altre materie, si era venuta stringendo in tal maniera quella fossa, che restavano inondate le fertili campagne all'intorno. Papa Clemente vi applicò il rimedio con far di nuovo maggiormente slargar essa fossa, e fabbricarvi anche un ponte: spesa che ascese a settantacinque mila scudi. Nel presente anno terminato fu quel lavoro, come apparisce da una sua medaglia.DaMargherita di Valois reginasua moglie non avea, nè sperava più successioneArrigo IV redi Francia. Perciò si cercarono ragioni, e si trovarono nel precedente anno per disciogliere il loro sacro legume, consentendovi la stessa regina, che confessava d'averlo contratto perforza. Portata la controversia davanti al papa, dopo un serio esame restò dichiarato nullo esso matrimonio. Tutta questa festa era principalmente fatta dal re per desiderio e con disegno di sposare in appresso Gabriella d'Etrè cotanto favorita da esso Arrigo, principe incredibilmente perduto negli amori delle donne, che dal volgo veniva creduto ammaliato da essa. Gli avea la medesima già partoriti due figli, Cesare ed Alessandro, che il re si figurava di poter legittimare, benchè spurii, col susseguente matrimonio. Ma le umane vicende vi provvidero, perchè Gabriella vicina al parto nel dì 10 di aprile dell'anno antecedente presa da una fiera apoplessia terminò i suoi giorni con infinito dispiacere del re, e forse non senza dicerie del popolo. Si rivolse pertanto Arrigo a cercare una più convenevol moglie, eFerdinando gran ducadi Toscana seppe prevalersi della congiuntura per promuovere a quelle nozze regaliMaria de Medici, figlia del giàgran duca Francescosuo fratello. Condotto a fine questo trattato, nel dì 5 di ottobre fu sposata in Firenze questa principessa a nome del re dal signor di Bellegarde suo ambasciatore, eseguendo le funzioni della chiesa ilcardinal Pietro Aldobrandinonipote del papa, colà spedito apposta con titolo di legato. In magnifici sollazzi si spesero poi i seguenti giorni, finchè nel dì 13 d'esso mese la regina accompagnata daCristina di Lorena gran duchessasua zia, daLeonora duchessadi Mantova, sua sorella maggiore, daVirginio Orsino ducadi Bracciano, e da una fioritissima corte, andò ad imbarcarsi a Livorno nelle galee del papa, di Toscana e di Malta. Approdò essa a Marsilia nel dì 3 di novembre, e passata dipoi a Lione quivi aspettò il re, affaccendato nella guerra col duca di Savoia. Giunto egli alla stessa città nel dì 9, la regina ben istruita dal saggio suo zio gran duca, se gl'inginocchiò davanti. La sollevò il re con abbracciarla e baciarla; e perciocchè il cardinale Aldobrandino,a cagion della guerra suddetta, era ito a Sciambery, fu chiamato colà, ed assistè alla solennità di quelle nozze che furono benedette da Dio, con aver la regina da lì a dieci mesi partorito al re un delfino, che fu poiLodovico XIII redi Francia.Abbiano detto insorta guerra fra essore ArrigoeCarlo Emmanueleduca di Savoia. Era stata rimessa nel pontefice la decisione della controversia sopra il marchesato di Saluzzo, che già vedemmo occupato dal duca, ma preteso dal re come dipendenza del delfinato. Spediti nell'anno precedente i ministri del re e del duca a Roma, sfoderò ciascuna delle parti le ragioni, credendo, giusta il solito, migliori le sue. Ed era veramente imbrogliato l'affare per varii atti dei passati marchesi in favore ora della Savoia ed ora della Francia. Fu proposto dal papa che si depositasse in sua mano quel marchesato; dopo di che egli giudicherebbe. Perchè spedito al re questo progetto fu accettato, il duca s'insospettì di essere preso in mezzo; e perchè lasciò traspirar questo suo sospetto, il pontefice, non sofferendo che fosse messa in dubbio la sua onoratezza, rinunziò al compromesso. Pensava il duca di poter egli riuscir meglio in questo affare, trattandone a dirittura col medesimo re, giacchè niun principe viveva allora che si potesse uguagliare nella perspicacia dell'ingegno e nella vivacità dello spirito a Carlo Emmanuele, siccome confessò chiunque il conobbe e praticò. Sul fine dunque dell'anno antecedente passò egli in persona a Parigi con accompagnamento nobilissimo; e quantunque il re avesse ordinato che gli fosse compartito ogni possibil onore, pure egli, superiore alle formalità, lasciati indietro i suoi, quasi solo e di notte a cavallo per le poste arrivò a trovare il re, da cui fu ricevuto con ogni sorta di stima. Sì da lui col re, come da' suoi ministri coi deputati del re, lungamente si trattò; ma con trovarsi inespugnabile il re, pretendente prima la purgazion dello spoglio, e che poi si conoscerebbono leragioni. Tuttavia coll'interposizione del Calatagirona ministro del papa già dichiarato patriarca di Costantinopoli, si ottenne che il re accetterebbe una compensazion di Stati in vece di Saluzzo, cioè il principato chiamato di Bressa con altri luoghi, fra' quali Pinerolo. Fu dato al duca il tempo di tre mesi a risolvere.Pretendono alcuni storici che il duca di Savoia in quella occasione proponesse al re l'acquisto del ducato di Milano (cosa da non credere sì facilmente), e tutti poi convengono in dire ch'egli intavolò delle trame col maresciallo di Birone contra del re. Infatti lo stesso Guichenone, storico della real casa di Savoia, non ha avuto difficoltà di confessarlo, stante l'aver il duca trovato in quel maresciallo un uomo superbo, che sparlava del re come di un grande ingrato ai rilevanti servigi suoi. Il cardinal Bentivoglio, fondato in una relazione del cardinale Aldobrandino, scrive essere andato il duca in Francia col fine principale di secretamente ordire e conchiudere quella congiura contra del re Arrigo. Tornato egli a' suoi Stati, dopo aver lasciato nel re e in tutta la corte di Francia un gran concetto del suo mirabil talento, della sua liberalità, della sua destrezza e affabilità, restò un pezzo irresoluto; e, o sia perchè non sapesse accomodarsi ad alcuna delle condizioni proposte, o perchè fosse dietro a tirare il re di Spagna e il conte di Fuentes governator di Milano alla propria difesa, o perchè manipolasse degli imbrogli, siccome principe di alte macchine e di vasti pensieri; lasciò spirare il tempo dei tre mesi convenuti. Allora il re Arrigo mosse l'armi sue sotto i marescialli di Lesdiguieres e Biron, che s'impadronirono di Monmeliano, Sciambery e di tutta la Savoia prima che terminasse l'anno. Intanto il pontefice, non men per proprio istinto che per le sollecitudini dell'ambasciatore di Spagna, s'interpose per la pace, e diede per questo pressanti ordini al cardinale Aldobrandino suo nipote, il quale già abbiam veduto passatoalla corte del re Cristianissimo. Se ne trattò vivamente per tutto il verno; e ciò che ne avvenisse, è riserbato all'anno seguente. Un bel servigio fece il re Arrigo in questi tempi ai Ginevrini, per divozione probabilmente alla lor pecunia; perchè avendo egli preso in Savoia il forte di Santa Caterina, cioè una spina che stava negli occhi di quella città, patriarchessa degli eretici, ordinò o permise che si demolisse: risoluzione che sommamente alterò l'animo del legato apostolico, e poco mancò che non andasse per terra tutto il quasi compiuto negozio della concordia.Mi darà licenza il lettore che io vada brevemente ora accennando gli affari della Fiandra e dell'Ungheria, perchè in fine assai condottieri, uffiziali e milizie italiane ebbero parte anch'essi in quelle guerre. Un bel regalo della buona fortuna parea all'arciduca Albertol'acquisto fatto della Fiandra; ma gli restava una dura pensione, cioè la guerra tuttavia viva cogli Olandesi, assistiti dalla regina d'Inghilterra. Non ommise l'imperadore Rodolfodi spedire ambasciatori a fin di smorzare sì lungo incendio in quelle parti, e seguirono eziandio molte conferenze; ma in fine le cose restarono nel piede di prima. Trovavasi intanto l'arciduca sprovveduto di quell'importante ingrediente, senza di cui chi vuole far guerra contra di chi può resistere, può aspettarsi ogni sinistro evento. Per mancanza appunto di paghe si ammutinarono in parte le milizie spagnuole, e l'esempio loro si trasse dietro ancor quello delle italiane. Profittò il conte Maurizio di Nassau di questo disordine, e s'impadronì di Vacthendonch e del forte di Crevacuore, e poi di quello di Sant'Andrea. Uscito di nuovo in campagna nel mese di giugno, inaspettatamente andò a mettere l'assedio a Neoporto. Avendo l'arciduca trovata maniera di ammansar gli ammutinati, si mosse per dar battaglia al Nassau, che in questi tempi godeva, e con ragione, il concetto di essere uno dei più prodi esperti generali di armata. Perchè la cavalleria dei cattolici sulle prime si disordinò e rovesciossi addosso alla fanteria, andò sconfitto tutto l'esercito dell'arciduca, con perdita della gente più fiorita e veterana. Vi perirono o restarono prigioni molti uffiziali di conto, e fra gli altri e Italiani morti il cardinal Bentivoglio vi conta un suo fratello e un nipote, giovani amendue di venti anni. Con tutta nondimeno questa gran percossa, essendo riuscito ai cattolici d'introdurre dipoi un soccorso di gente e di viveri in Neoporto, il Nassau fu obbligato a ritirarsi da quello assedio. Federigo Spinola che con quattro galee rondava per que' lidi, ed avea già recati non pochi danni all'armata olandese, continuò ad infestar la lor gente imbarcata, mentre si ritiravano.In Ungheria continuò la guerra coi Turchi, e il pontefice mandò danari in soccorso de' cristiani. Fu anche chiamato colà da Mantova don Ferrante Gonzaga, siccome persona celebre pel suo valore e per la sua sperienza militare, e dichiarato governatore dell'Ungheria superiore. Perchè mille tra Valloni e Franzesi si trovavano di presidio in Pappà, nè poteano aver le paghe, giunsero a tanta viltà e perfidia, che venderono quel forte luogo ai Musulmani. Ciò riferito ai capitani imperiali, volarono a cignere d'assedio quella piazza, e con sì frequenti assalti la tempestarono, che ducento Franzesi ivi restati presero la fuga di notte; ma scoperti, furono tutti parte uccisi e parte fatti morire, dopo averli straziati con inuditi tormenti. Fu assediata da' Turchi la città di Canissa, e tentò bene ilduca di Mercuriogenerale delle armi cesaree di soccorrerla; seguì ancora un caldo conflitto con essi; ma di più far non potè perchè poco era ubbidito dai capitani. Nel ritirarsi da que' contorni, ebbe egli nella retroguardia una fiera spelazzata dai Tartari, con perdita di molta gente, cannoni e carriaggi. Perciò Canissa, dianzi creduta fortezza inespugnabile, cadde nelle griffedegl'infedeli. Nel maggio di quest'anno seguì l'accasamento diMargherita Aldobrandinapronipote del papa, in età di tredici anni, conRanuccio ducadi Parma, venuto per questo a Roma. Non parve ad alcuni sì riguardevole alleanza assai conforme alla moderazione fin qui mostrata dal pontefice verso de' suoi, nè al decoro della casa Farnese. Certamente non riuscì felice, perchè non avendone ricavati que' vantaggi che sperava, ne seguirono disgusti, l'amore si convertì in odio, la stima in disprezzo, e finalmente la parentela in aperta nemicizia: accidente che, secondo il cardinale Bentivoglio, perturbò il papa stesso e in maniera che, per opinione comune, e tanto più presto e con tanto più lamentevol esito ne seguì alfin la sua morte.

Celebrossi nel presente anno in Roma il giubileo, per cui la provvidenza dipapa Clementeavea fatto ogni convenevole preparamento di vettovaglia e di alberghi, affinchè nulla mancasse ai pellegrini divoti, che ben si prevedeva avere da essere smisurata la copia d'essi. Tale infatti si provò, essendosi fatto il conto che presso a poco tre milioni di persone forestiere in tutto l'anno si portarono a Roma a partecipar il perdono e le consuete indulgenze dell'anno santo. Nel giorno di Pasqua si calcolò che si trovassero in quella gran città presso a ducento mila cristiani stranieri di varie nazioni. Ma laddove ne' primi tempi che fu istituita questa divozione, Roma senza molto scomodo raccoglieva le limosine de' tanti cristiani che concorrevano, e faceva gran guadagno delle sue derrate: in questi tempi la carità del romano pontefice, dei cardinali e di tutto il popolo romano mirabilmente sfavillò per le laute limosine fatte agli stessi pellegrini, e per l'ospitalità e carità loro usata. Imperciocchè il papa, preparato un palazzo in Borgo, quivi diede alloggio e vitto per dieci giorni a qualsivoglia vescovo, prelato, sacerdote e cherico che volle quivi albergare; e lo stesso santo padre sovente si portava a visitarli, a lavar loro i piedi, e a servirli alla tavola. Oltre a ciò, dispensò egli in altre limosine da trecento mila scudi, e fu in continuo moto per esercitar gli atti della sua carità e pietà a consolazione di tanti divoti cristiani. Maravigliose cose fece l'arciconfraternita della Santissima Trinità, istituita appunto per le opere di carità cristiana, perchè nel corso di quest'anno diede ricetto e vitto per tre giorni a circa ducentocinquanta mila pellegrini, e in oltre a ducento quarantotto compagnie forestiere, ascendenti acinquanta quattro mila persone. A servire con umiltà e carità sì esorbitante copia di gente straniera non mancò mai tutta la nobiltà romana, sì ecclesiastici che secolari: il che cagionava non meno stupore che tenera edificazione a tante nazioni cristiane colà concorse. A proporzione poi delle lor forze altrettanto fecero l'altre arciconfraternite di Roma. In somma tali e tante furono le opere di misericordia e pietà esercitate in sì pia occasione dal papa e da' Romani; tale l'affluenza e il buon governo dei pellegrini, fra' quali si contarono anche dei principi e gran signori incogniti, come ilduca di Bavierae ilcardinale Andrea di Austria, oltre aiduchi di Parmae diBar, che un simile giubileo da gran tempo non s'era veduto, e mai più non si vide dipoi. Vi concorsero ancora per curiosità sconosciuti molti eretici, i quali, pieni di ammirazione per sì grande apparato di cristiana pietà, e massimamente allo osservare tanta esemplarità del papa e dei sacri ministri, o abbracciarono la fede cattolica, o giunti a' lor paesi distrussero le calunnie solite a spacciarsi dai protestanti contro la santa Sede e contro la religion cattolica. Nè si dee tacere che avendo le acque, che scendono dalle colline di Rieti nel lago Velino, ossia nella fossa Curiana, la proprietà di pietrificare il fango ed altre materie, si era venuta stringendo in tal maniera quella fossa, che restavano inondate le fertili campagne all'intorno. Papa Clemente vi applicò il rimedio con far di nuovo maggiormente slargar essa fossa, e fabbricarvi anche un ponte: spesa che ascese a settantacinque mila scudi. Nel presente anno terminato fu quel lavoro, come apparisce da una sua medaglia.

DaMargherita di Valois reginasua moglie non avea, nè sperava più successioneArrigo IV redi Francia. Perciò si cercarono ragioni, e si trovarono nel precedente anno per disciogliere il loro sacro legume, consentendovi la stessa regina, che confessava d'averlo contratto perforza. Portata la controversia davanti al papa, dopo un serio esame restò dichiarato nullo esso matrimonio. Tutta questa festa era principalmente fatta dal re per desiderio e con disegno di sposare in appresso Gabriella d'Etrè cotanto favorita da esso Arrigo, principe incredibilmente perduto negli amori delle donne, che dal volgo veniva creduto ammaliato da essa. Gli avea la medesima già partoriti due figli, Cesare ed Alessandro, che il re si figurava di poter legittimare, benchè spurii, col susseguente matrimonio. Ma le umane vicende vi provvidero, perchè Gabriella vicina al parto nel dì 10 di aprile dell'anno antecedente presa da una fiera apoplessia terminò i suoi giorni con infinito dispiacere del re, e forse non senza dicerie del popolo. Si rivolse pertanto Arrigo a cercare una più convenevol moglie, eFerdinando gran ducadi Toscana seppe prevalersi della congiuntura per promuovere a quelle nozze regaliMaria de Medici, figlia del giàgran duca Francescosuo fratello. Condotto a fine questo trattato, nel dì 5 di ottobre fu sposata in Firenze questa principessa a nome del re dal signor di Bellegarde suo ambasciatore, eseguendo le funzioni della chiesa ilcardinal Pietro Aldobrandinonipote del papa, colà spedito apposta con titolo di legato. In magnifici sollazzi si spesero poi i seguenti giorni, finchè nel dì 13 d'esso mese la regina accompagnata daCristina di Lorena gran duchessasua zia, daLeonora duchessadi Mantova, sua sorella maggiore, daVirginio Orsino ducadi Bracciano, e da una fioritissima corte, andò ad imbarcarsi a Livorno nelle galee del papa, di Toscana e di Malta. Approdò essa a Marsilia nel dì 3 di novembre, e passata dipoi a Lione quivi aspettò il re, affaccendato nella guerra col duca di Savoia. Giunto egli alla stessa città nel dì 9, la regina ben istruita dal saggio suo zio gran duca, se gl'inginocchiò davanti. La sollevò il re con abbracciarla e baciarla; e perciocchè il cardinale Aldobrandino,a cagion della guerra suddetta, era ito a Sciambery, fu chiamato colà, ed assistè alla solennità di quelle nozze che furono benedette da Dio, con aver la regina da lì a dieci mesi partorito al re un delfino, che fu poiLodovico XIII redi Francia.

Abbiano detto insorta guerra fra essore ArrigoeCarlo Emmanueleduca di Savoia. Era stata rimessa nel pontefice la decisione della controversia sopra il marchesato di Saluzzo, che già vedemmo occupato dal duca, ma preteso dal re come dipendenza del delfinato. Spediti nell'anno precedente i ministri del re e del duca a Roma, sfoderò ciascuna delle parti le ragioni, credendo, giusta il solito, migliori le sue. Ed era veramente imbrogliato l'affare per varii atti dei passati marchesi in favore ora della Savoia ed ora della Francia. Fu proposto dal papa che si depositasse in sua mano quel marchesato; dopo di che egli giudicherebbe. Perchè spedito al re questo progetto fu accettato, il duca s'insospettì di essere preso in mezzo; e perchè lasciò traspirar questo suo sospetto, il pontefice, non sofferendo che fosse messa in dubbio la sua onoratezza, rinunziò al compromesso. Pensava il duca di poter egli riuscir meglio in questo affare, trattandone a dirittura col medesimo re, giacchè niun principe viveva allora che si potesse uguagliare nella perspicacia dell'ingegno e nella vivacità dello spirito a Carlo Emmanuele, siccome confessò chiunque il conobbe e praticò. Sul fine dunque dell'anno antecedente passò egli in persona a Parigi con accompagnamento nobilissimo; e quantunque il re avesse ordinato che gli fosse compartito ogni possibil onore, pure egli, superiore alle formalità, lasciati indietro i suoi, quasi solo e di notte a cavallo per le poste arrivò a trovare il re, da cui fu ricevuto con ogni sorta di stima. Sì da lui col re, come da' suoi ministri coi deputati del re, lungamente si trattò; ma con trovarsi inespugnabile il re, pretendente prima la purgazion dello spoglio, e che poi si conoscerebbono leragioni. Tuttavia coll'interposizione del Calatagirona ministro del papa già dichiarato patriarca di Costantinopoli, si ottenne che il re accetterebbe una compensazion di Stati in vece di Saluzzo, cioè il principato chiamato di Bressa con altri luoghi, fra' quali Pinerolo. Fu dato al duca il tempo di tre mesi a risolvere.

Pretendono alcuni storici che il duca di Savoia in quella occasione proponesse al re l'acquisto del ducato di Milano (cosa da non credere sì facilmente), e tutti poi convengono in dire ch'egli intavolò delle trame col maresciallo di Birone contra del re. Infatti lo stesso Guichenone, storico della real casa di Savoia, non ha avuto difficoltà di confessarlo, stante l'aver il duca trovato in quel maresciallo un uomo superbo, che sparlava del re come di un grande ingrato ai rilevanti servigi suoi. Il cardinal Bentivoglio, fondato in una relazione del cardinale Aldobrandino, scrive essere andato il duca in Francia col fine principale di secretamente ordire e conchiudere quella congiura contra del re Arrigo. Tornato egli a' suoi Stati, dopo aver lasciato nel re e in tutta la corte di Francia un gran concetto del suo mirabil talento, della sua liberalità, della sua destrezza e affabilità, restò un pezzo irresoluto; e, o sia perchè non sapesse accomodarsi ad alcuna delle condizioni proposte, o perchè fosse dietro a tirare il re di Spagna e il conte di Fuentes governator di Milano alla propria difesa, o perchè manipolasse degli imbrogli, siccome principe di alte macchine e di vasti pensieri; lasciò spirare il tempo dei tre mesi convenuti. Allora il re Arrigo mosse l'armi sue sotto i marescialli di Lesdiguieres e Biron, che s'impadronirono di Monmeliano, Sciambery e di tutta la Savoia prima che terminasse l'anno. Intanto il pontefice, non men per proprio istinto che per le sollecitudini dell'ambasciatore di Spagna, s'interpose per la pace, e diede per questo pressanti ordini al cardinale Aldobrandino suo nipote, il quale già abbiam veduto passatoalla corte del re Cristianissimo. Se ne trattò vivamente per tutto il verno; e ciò che ne avvenisse, è riserbato all'anno seguente. Un bel servigio fece il re Arrigo in questi tempi ai Ginevrini, per divozione probabilmente alla lor pecunia; perchè avendo egli preso in Savoia il forte di Santa Caterina, cioè una spina che stava negli occhi di quella città, patriarchessa degli eretici, ordinò o permise che si demolisse: risoluzione che sommamente alterò l'animo del legato apostolico, e poco mancò che non andasse per terra tutto il quasi compiuto negozio della concordia.

Mi darà licenza il lettore che io vada brevemente ora accennando gli affari della Fiandra e dell'Ungheria, perchè in fine assai condottieri, uffiziali e milizie italiane ebbero parte anch'essi in quelle guerre. Un bel regalo della buona fortuna parea all'arciduca Albertol'acquisto fatto della Fiandra; ma gli restava una dura pensione, cioè la guerra tuttavia viva cogli Olandesi, assistiti dalla regina d'Inghilterra. Non ommise l'imperadore Rodolfodi spedire ambasciatori a fin di smorzare sì lungo incendio in quelle parti, e seguirono eziandio molte conferenze; ma in fine le cose restarono nel piede di prima. Trovavasi intanto l'arciduca sprovveduto di quell'importante ingrediente, senza di cui chi vuole far guerra contra di chi può resistere, può aspettarsi ogni sinistro evento. Per mancanza appunto di paghe si ammutinarono in parte le milizie spagnuole, e l'esempio loro si trasse dietro ancor quello delle italiane. Profittò il conte Maurizio di Nassau di questo disordine, e s'impadronì di Vacthendonch e del forte di Crevacuore, e poi di quello di Sant'Andrea. Uscito di nuovo in campagna nel mese di giugno, inaspettatamente andò a mettere l'assedio a Neoporto. Avendo l'arciduca trovata maniera di ammansar gli ammutinati, si mosse per dar battaglia al Nassau, che in questi tempi godeva, e con ragione, il concetto di essere uno dei più prodi esperti generali di armata. Perchè la cavalleria dei cattolici sulle prime si disordinò e rovesciossi addosso alla fanteria, andò sconfitto tutto l'esercito dell'arciduca, con perdita della gente più fiorita e veterana. Vi perirono o restarono prigioni molti uffiziali di conto, e fra gli altri e Italiani morti il cardinal Bentivoglio vi conta un suo fratello e un nipote, giovani amendue di venti anni. Con tutta nondimeno questa gran percossa, essendo riuscito ai cattolici d'introdurre dipoi un soccorso di gente e di viveri in Neoporto, il Nassau fu obbligato a ritirarsi da quello assedio. Federigo Spinola che con quattro galee rondava per que' lidi, ed avea già recati non pochi danni all'armata olandese, continuò ad infestar la lor gente imbarcata, mentre si ritiravano.

In Ungheria continuò la guerra coi Turchi, e il pontefice mandò danari in soccorso de' cristiani. Fu anche chiamato colà da Mantova don Ferrante Gonzaga, siccome persona celebre pel suo valore e per la sua sperienza militare, e dichiarato governatore dell'Ungheria superiore. Perchè mille tra Valloni e Franzesi si trovavano di presidio in Pappà, nè poteano aver le paghe, giunsero a tanta viltà e perfidia, che venderono quel forte luogo ai Musulmani. Ciò riferito ai capitani imperiali, volarono a cignere d'assedio quella piazza, e con sì frequenti assalti la tempestarono, che ducento Franzesi ivi restati presero la fuga di notte; ma scoperti, furono tutti parte uccisi e parte fatti morire, dopo averli straziati con inuditi tormenti. Fu assediata da' Turchi la città di Canissa, e tentò bene ilduca di Mercuriogenerale delle armi cesaree di soccorrerla; seguì ancora un caldo conflitto con essi; ma di più far non potè perchè poco era ubbidito dai capitani. Nel ritirarsi da que' contorni, ebbe egli nella retroguardia una fiera spelazzata dai Tartari, con perdita di molta gente, cannoni e carriaggi. Perciò Canissa, dianzi creduta fortezza inespugnabile, cadde nelle griffedegl'infedeli. Nel maggio di quest'anno seguì l'accasamento diMargherita Aldobrandinapronipote del papa, in età di tredici anni, conRanuccio ducadi Parma, venuto per questo a Roma. Non parve ad alcuni sì riguardevole alleanza assai conforme alla moderazione fin qui mostrata dal pontefice verso de' suoi, nè al decoro della casa Farnese. Certamente non riuscì felice, perchè non avendone ricavati que' vantaggi che sperava, ne seguirono disgusti, l'amore si convertì in odio, la stima in disprezzo, e finalmente la parentela in aperta nemicizia: accidente che, secondo il cardinale Bentivoglio, perturbò il papa stesso e in maniera che, per opinione comune, e tanto più presto e con tanto più lamentevol esito ne seguì alfin la sua morte.


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