MDCIV

MDCIVAnno diCristoMDCIV. IndizioneII.Clemente VIIIpapa 13.Rodolfo IIimperadore 29.Avea ilpontefice Clementenel precedente anno, a dì 17 di settembre, creato cardinaleSilvestro Aldobrandinosuo pronipote, giovinetto di soli sedici anni. Nel presente a dì 9 di giugno fece una più solenne promozione, in cui ebbe luogo il celebreJacopo Davy di Perronavescovo di Eureux, celebre personaggio per la sua letteratura, e sommamente molto prima di questo tempo meritevole di quel grado. Ma perciocchè il santo padre si lasciava oramai governare dall'altrocardinale Aldobrandino Pietro, ad istanza sua conferì la sacra porpora aJacopo Sannesio, fratello di Clemente, maestro di camera di esso cardinale.Azione, dice il cardinal Bentivoglio, che,a dire il vero, tornò in poco onore di Aldobrandino, perchè non poteva essere da lui portato a quel grado alcun soggetto, non solo più oscuro di sangue, ma nè più rozzo di aspetto, nè più rustico di maniere, nè più debole d'ingegno e d'ogni altro più comune talento. Andarono talmente avanzando a palmo a palmo i cattolici sottoOstenda i loro approcci, durante anche il verno, continuamente animati dalmarchese Spinola, che or qua or là accorrendo era il primo ad arrischiarsi in ogni impresa, che s'impadronirono, a forza sempre di sangue, di tutte le fortificazioni esteriori e presero in parte la contrascarpa. Ma appena in quel fiero assedio si arrivava ad occupare un riparo, che se ne trovava fabbricato ed opposto un altro dagli assediati, ai quali non mancarono mai in sì lungo tempo di difesa rinforzi di gente e di viveri dalla parte del mare. Ardeva di voglia il conte Maurizio di sloggiar di colà i pertinaci assedianti; ma così terribili erano i loro trincieramenti, tanti i fossi e i canali che conveniva superare, ch'egli, tuttochè provveduto di buon esercito, non si attentò mai di mettersi a sì pericolosa impresa. Perciò, affine di fare una potente diversione, elesse di passare all'assedio dell'Esclusa, piazza di mare di tal conseguenza, che pareggiava, se non anche vantaggiava, Ostenda. Colà si portò egli sul fine del mese di aprile, e, non ostante la gran copia dei canali ed acque stagnanti che circondano quel luogo, vi si accampò e trincierò con sicurezza d'impossessarsene, se non coll'armi sue, colla fame degli assediati, che scarseggiavano non men di munizioni da guerra che di viveri. Tentò il Velasco, generale della cavalleria dell'arciduca, d'introdurvi soccorso; ma, sconfitto, ebbe fatica a salvarsi con que' pochi che non restarono ivi uccisi o prigioni. Venne il principio d'agosto; e perchè s'intese agonizzante quella piazza,Ambrosio Spinola, benchè suo malgrado fu spinto dall'arciduca a tentar pure miglior fortuna per soccorrerla; ma anch'egli trovò insuperabili impedimenti, sicchè con perdita d'alcune centinaia de' suoi fu forzato a retrocedere. Perciò non potendo più reggere alla fame quel presidio di quasi quattro mila soldati, capitolò con patti onorevoli la resa. Uscirono essi portando piuttosto l'effigie di scheletri ecadaveri che di uomini viventi. Questa rilevante perdita tal rabbia cagionò, e così accrebbe lo spirito del valore nei cattolici assediatori di Ostenda, che a gara Italiani, Spagnuoli, Valloni e Tedeschi, superato il fosso, presero anche due baluardi; e benchè dietro ad essi trovassero nuovi tagli e ripari, erano pronti a far le ultime pruove; quando gli assediati esposero bandiera bianca, ed ottennero nel dì 21 di settembre onesta capitolazione. Se ne andò libera quella guarnigione di quattro mila soldati tutti sani e vegeti, perchè sempre era ivi stata abbondanza di viveri per li frequenti soccorsi. Vi si trovò infatti tanta copia d'artiglierie, vettovaglie, e munizioni, che fu una maraviglia. Così terminò l'assedio di Ostenda con somma gloria del marchese Spinola, e gaudio inesplicabile dell'arciduca Alberto: assedio memorando anche ai secoli venturi, sì per la sua lunga durata di trentanove mesi, che per l'incredibil varietà dei lavori, macchine, mine ed assalti, e, quel che è più, per la strage di più di cento mila persone, che (al dir della fama di quei tempi) costò l'offesa e difesa di sì forte piazza. Altri dicono di più, perchè entro Ostenda, o per le battaglie o per la peste, si tiene che ve ne perissero cinquanta mila. Ciò fatto, cercarono quelle armate riposo. Gran differenza di guerreggiare da cento quarantadue anni in qua! Tre anni e un quarto vi vollero allora per espugnare Ostenda; e otto giorni o poco più ve ne hanno impiegato i Franzesi dei nostri tempi per impadronirsene nell'anno 1745. Ma i difensori di oggidì non sono stati come quei d'allora.Mentre bolliva sì forte quella guerra, trattarono del pari di paceFilippo III redi Spagna e l'arciduca AlbertoconJacopo redella Gran Bretagna, principe che, avendo già provate contraddizioni alla sua grandezza, ed anche congiure, bramoso di assodarsi la corona in capo, vi diede facilmente la mano. Fra le condizioni di questa nuova amistà vi fu che il re inglesenon invierebbe in avvenire soccorsi agli Olandesi. Se poi l'eseguisse, nol so io dire. In Ungheria male passarono gli affari dell'imperadore, perchè sebbene avendo i Turchi stretta di assedio la città di Strigonia, furono con loro gran perdita cacciati di là; pure i cristiani abbandonarono Pest per viltà del loro comandante, il quale, appena udito che i Turchi fabbricavano di sotto da Buda un ponte per passare coll'esercito loro, preso da panico terrore, se ne ritirò colla sua gente, dopo avere attaccato il fuoco a molte parti di quella città. In questi tempiFerdinando gran ducadi Toscana attendeva a popolare l'insigne terra o città di Livorno. Perchè la fece divenire anche un asilo per le genti di mal affare, non durò fatica ad accrescerne la popolazione. V'introdusse ancora gran copia di Ebrei; ma avendo le sue galee fatto dipoi nel 1607 un disegno sopra Negroponte, si trovò precorso l'avviso colà di tale spedizione, e ne fu data la colpa ad essi Giudei, creduti spioni del Turco, per l'odio che professavano al cristianesimo. Accidente occorse nell'anno presente a Roma, che sopra modo turbò il pontefice, e creduto fu che contribuisse non poco ad accelerare da lì a due o tre mesi la morte sua. Scappando dai birri un certo uomo, cercato da essi non per alcun delitto, ma solamente per debito civile, si rifugiò nel palazzo delcardinale Odoardo Farnese. Continuando gli esecutori la lor caccia, vi entrarono anch'essi; ma trovatisi quivi alcuni gentiluomini cortigiani del cardinale, fecero testa, ed avendo maltrattati con parole i birri, diedero campo all'uomo di fuggirsene per la porta di dietro. A tale avviso montò forte in collera il papa, e ordinò che il governatore di Roma procedesse con tutto rigore contro di que' gentiluomini, fermamente risoluto di volerli in mano, e di farne anche aspro risentimento col cardinale. In difesa di questo porporato accorsero non solamente molti baroni romani, ma lo stesso ambasciatore diSpagna, e poco vi mancò che non ne seguisse qualche strepitoso tumulto. Ma il saggio cardinale, per ovviare a maggiori inconvenienti, giudicò meglio di ritirarsi fuor di Roma, con sì forte accompagnamento nondimeno de' suoi parziali, e di nobili e di popolo, che non paventò violenza alcuna in contrario. Del che maggiormente concepì sdegno e si chiamò offeso il papa. Ma appena giunta aRanuccio ducadi Parma, marito della nipote del papa, e fratello del porporato, la nuova di questo sconcerto, si portò egli per le poste a Roma, e presentatosi al papa, adoperò sì buone maniere, assistito sempre dal favore del suddetto ambasciatore del re Cattolico, che il placò. Non piacque dipoi al pontefice, che tornando esso duca da monte Cavallo, il popolo l'accompagnasse fino al suo palazzo, gridando:Viva la casa Farnese. Seguì poscia accomodamento; ma di esso e del perdono dato ai delinquenti niuno si fidò, di maniera che il cardinale, il duca Gaetano ed altri principali di Roma stettero da lì innanzi alla larga, aspettando maggior sicurezza dalla morte del papa, creduta vicina, e, secondo il solito, sospirata da molti. Fu cagione questo imbroglio che il pontefice, senza far caso dell'aggravio della camera, assoldasse e chiamasse a Roma secento Corsi e ducento archibugieri a cavallo, che facessero la guardia al palazzo pontificio, e ad altri luoghi di quella gran città. Furono in quest'anno rimessi in varie città della Francia i Gesuiti dal reArrigo, che sempre più facea conoscere l'attaccamento suo alla religione cattolica.

Avea ilpontefice Clementenel precedente anno, a dì 17 di settembre, creato cardinaleSilvestro Aldobrandinosuo pronipote, giovinetto di soli sedici anni. Nel presente a dì 9 di giugno fece una più solenne promozione, in cui ebbe luogo il celebreJacopo Davy di Perronavescovo di Eureux, celebre personaggio per la sua letteratura, e sommamente molto prima di questo tempo meritevole di quel grado. Ma perciocchè il santo padre si lasciava oramai governare dall'altrocardinale Aldobrandino Pietro, ad istanza sua conferì la sacra porpora aJacopo Sannesio, fratello di Clemente, maestro di camera di esso cardinale.Azione, dice il cardinal Bentivoglio, che,a dire il vero, tornò in poco onore di Aldobrandino, perchè non poteva essere da lui portato a quel grado alcun soggetto, non solo più oscuro di sangue, ma nè più rozzo di aspetto, nè più rustico di maniere, nè più debole d'ingegno e d'ogni altro più comune talento. Andarono talmente avanzando a palmo a palmo i cattolici sottoOstenda i loro approcci, durante anche il verno, continuamente animati dalmarchese Spinola, che or qua or là accorrendo era il primo ad arrischiarsi in ogni impresa, che s'impadronirono, a forza sempre di sangue, di tutte le fortificazioni esteriori e presero in parte la contrascarpa. Ma appena in quel fiero assedio si arrivava ad occupare un riparo, che se ne trovava fabbricato ed opposto un altro dagli assediati, ai quali non mancarono mai in sì lungo tempo di difesa rinforzi di gente e di viveri dalla parte del mare. Ardeva di voglia il conte Maurizio di sloggiar di colà i pertinaci assedianti; ma così terribili erano i loro trincieramenti, tanti i fossi e i canali che conveniva superare, ch'egli, tuttochè provveduto di buon esercito, non si attentò mai di mettersi a sì pericolosa impresa. Perciò, affine di fare una potente diversione, elesse di passare all'assedio dell'Esclusa, piazza di mare di tal conseguenza, che pareggiava, se non anche vantaggiava, Ostenda. Colà si portò egli sul fine del mese di aprile, e, non ostante la gran copia dei canali ed acque stagnanti che circondano quel luogo, vi si accampò e trincierò con sicurezza d'impossessarsene, se non coll'armi sue, colla fame degli assediati, che scarseggiavano non men di munizioni da guerra che di viveri. Tentò il Velasco, generale della cavalleria dell'arciduca, d'introdurvi soccorso; ma, sconfitto, ebbe fatica a salvarsi con que' pochi che non restarono ivi uccisi o prigioni. Venne il principio d'agosto; e perchè s'intese agonizzante quella piazza,Ambrosio Spinola, benchè suo malgrado fu spinto dall'arciduca a tentar pure miglior fortuna per soccorrerla; ma anch'egli trovò insuperabili impedimenti, sicchè con perdita d'alcune centinaia de' suoi fu forzato a retrocedere. Perciò non potendo più reggere alla fame quel presidio di quasi quattro mila soldati, capitolò con patti onorevoli la resa. Uscirono essi portando piuttosto l'effigie di scheletri ecadaveri che di uomini viventi. Questa rilevante perdita tal rabbia cagionò, e così accrebbe lo spirito del valore nei cattolici assediatori di Ostenda, che a gara Italiani, Spagnuoli, Valloni e Tedeschi, superato il fosso, presero anche due baluardi; e benchè dietro ad essi trovassero nuovi tagli e ripari, erano pronti a far le ultime pruove; quando gli assediati esposero bandiera bianca, ed ottennero nel dì 21 di settembre onesta capitolazione. Se ne andò libera quella guarnigione di quattro mila soldati tutti sani e vegeti, perchè sempre era ivi stata abbondanza di viveri per li frequenti soccorsi. Vi si trovò infatti tanta copia d'artiglierie, vettovaglie, e munizioni, che fu una maraviglia. Così terminò l'assedio di Ostenda con somma gloria del marchese Spinola, e gaudio inesplicabile dell'arciduca Alberto: assedio memorando anche ai secoli venturi, sì per la sua lunga durata di trentanove mesi, che per l'incredibil varietà dei lavori, macchine, mine ed assalti, e, quel che è più, per la strage di più di cento mila persone, che (al dir della fama di quei tempi) costò l'offesa e difesa di sì forte piazza. Altri dicono di più, perchè entro Ostenda, o per le battaglie o per la peste, si tiene che ve ne perissero cinquanta mila. Ciò fatto, cercarono quelle armate riposo. Gran differenza di guerreggiare da cento quarantadue anni in qua! Tre anni e un quarto vi vollero allora per espugnare Ostenda; e otto giorni o poco più ve ne hanno impiegato i Franzesi dei nostri tempi per impadronirsene nell'anno 1745. Ma i difensori di oggidì non sono stati come quei d'allora.

Mentre bolliva sì forte quella guerra, trattarono del pari di paceFilippo III redi Spagna e l'arciduca AlbertoconJacopo redella Gran Bretagna, principe che, avendo già provate contraddizioni alla sua grandezza, ed anche congiure, bramoso di assodarsi la corona in capo, vi diede facilmente la mano. Fra le condizioni di questa nuova amistà vi fu che il re inglesenon invierebbe in avvenire soccorsi agli Olandesi. Se poi l'eseguisse, nol so io dire. In Ungheria male passarono gli affari dell'imperadore, perchè sebbene avendo i Turchi stretta di assedio la città di Strigonia, furono con loro gran perdita cacciati di là; pure i cristiani abbandonarono Pest per viltà del loro comandante, il quale, appena udito che i Turchi fabbricavano di sotto da Buda un ponte per passare coll'esercito loro, preso da panico terrore, se ne ritirò colla sua gente, dopo avere attaccato il fuoco a molte parti di quella città. In questi tempiFerdinando gran ducadi Toscana attendeva a popolare l'insigne terra o città di Livorno. Perchè la fece divenire anche un asilo per le genti di mal affare, non durò fatica ad accrescerne la popolazione. V'introdusse ancora gran copia di Ebrei; ma avendo le sue galee fatto dipoi nel 1607 un disegno sopra Negroponte, si trovò precorso l'avviso colà di tale spedizione, e ne fu data la colpa ad essi Giudei, creduti spioni del Turco, per l'odio che professavano al cristianesimo. Accidente occorse nell'anno presente a Roma, che sopra modo turbò il pontefice, e creduto fu che contribuisse non poco ad accelerare da lì a due o tre mesi la morte sua. Scappando dai birri un certo uomo, cercato da essi non per alcun delitto, ma solamente per debito civile, si rifugiò nel palazzo delcardinale Odoardo Farnese. Continuando gli esecutori la lor caccia, vi entrarono anch'essi; ma trovatisi quivi alcuni gentiluomini cortigiani del cardinale, fecero testa, ed avendo maltrattati con parole i birri, diedero campo all'uomo di fuggirsene per la porta di dietro. A tale avviso montò forte in collera il papa, e ordinò che il governatore di Roma procedesse con tutto rigore contro di que' gentiluomini, fermamente risoluto di volerli in mano, e di farne anche aspro risentimento col cardinale. In difesa di questo porporato accorsero non solamente molti baroni romani, ma lo stesso ambasciatore diSpagna, e poco vi mancò che non ne seguisse qualche strepitoso tumulto. Ma il saggio cardinale, per ovviare a maggiori inconvenienti, giudicò meglio di ritirarsi fuor di Roma, con sì forte accompagnamento nondimeno de' suoi parziali, e di nobili e di popolo, che non paventò violenza alcuna in contrario. Del che maggiormente concepì sdegno e si chiamò offeso il papa. Ma appena giunta aRanuccio ducadi Parma, marito della nipote del papa, e fratello del porporato, la nuova di questo sconcerto, si portò egli per le poste a Roma, e presentatosi al papa, adoperò sì buone maniere, assistito sempre dal favore del suddetto ambasciatore del re Cattolico, che il placò. Non piacque dipoi al pontefice, che tornando esso duca da monte Cavallo, il popolo l'accompagnasse fino al suo palazzo, gridando:Viva la casa Farnese. Seguì poscia accomodamento; ma di esso e del perdono dato ai delinquenti niuno si fidò, di maniera che il cardinale, il duca Gaetano ed altri principali di Roma stettero da lì innanzi alla larga, aspettando maggior sicurezza dalla morte del papa, creduta vicina, e, secondo il solito, sospirata da molti. Fu cagione questo imbroglio che il pontefice, senza far caso dell'aggravio della camera, assoldasse e chiamasse a Roma secento Corsi e ducento archibugieri a cavallo, che facessero la guardia al palazzo pontificio, e ad altri luoghi di quella gran città. Furono in quest'anno rimessi in varie città della Francia i Gesuiti dal reArrigo, che sempre più facea conoscere l'attaccamento suo alla religione cattolica.


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