MDCIX

MDCIXAnno diCristoMDCIX. IndizioneVII.Paolo Vpapa 5.Rodolfo IIimperadore 34.Grandi consulte si tennero alla corte di Madrid nel verno di quest'anno pel progettato accomodamento fra la Fiandra e le Provincie Unite. In Anversa ancora fra gli scambievoli deputati delle partiseguirono amichevoli e lunghi combattimenti per questo negozio. Consistevano le principali difficoltà a vederne il fine nel pretendere il re di Spagna che fosse libero ai cattolici nell'Olanda l'esercizio della religione; alla qual dimanda era specialmente spronato dallo zelo del pontefice, e che non fosse permessa agli Olandesi la navigazione all'Indie: punti ai quali troppa resistenza mostravano le provincie eretiche. Finalmente bisognò che l'altura degli Spagnuoli e i desiderii dell'arciduca Alberto cedessero alla mala situazione de' loro interessi, non sapendo essi come continuar la guerra con gli Olandesi, favoriti sempre sotto mano da' Franzesi ed Inglesi. Però infine si conchiuse, nel dì 9 d'aprile, una tregua di dodici anni, in cui fu dichiarato che l'arciduca trattava colle Provincie Unite come con provincie e Stati, sopra i quali non pretendeva cosa alcuna. Si lasciò andare la pretension della religione. Quella dell'Indie si acconciò con imbrogliate parole, restando vietato agli Olandesi l'entrare ne' paesi del re fuori dell'Europa, senza nominar le Indie. Conviene ben credere che la corte di Spagna e l'arciduca avessero gran bisogno e sete di questo accomodamento, perchè neppur poterono indurre le Provincie Unite, possedenti alcuni forti sulle rive della Schelda, a levar gli esorbitanti dazii imposti a chi volea navigare per quel fiume: il che finì di distruggere il commercio di Anversa, città che nei tempi addietro era stato il più ricco e celebre emporio de' Paesi Bassi, ed angustiata fece maggiormente volgere esso commercio ad Amsterdam e ad altri porti dell'Olanda e Zelanda. Per questa tregua non si può dir quanto fosse il giubilo delle provincie cattoliche della Fiandra, le quali dopo tante e sì lunghe tempeste sperarono di godere una volta il sereno. In Anversa per segno di eccessiva allegrezza, dopo tanti anni di silenzio, si fece udire lo strepitoso suono di quel campanone, a sonar il quale, secondo ilDoglioni, vi si adoperano almeno ventiquattro uomini nerboruti. Per ordine diFilippo IIIre di Spagna nell'anno presente furono cacciati da Granata e molto molto più da Valenza i Mori, fin qui tollerati come sudditi della corona in quelle parti, perchè si scoprirono delle intelligenze e trame di essi coi Mori d'Africa e col gran signore, e fin coi re di Francia e d'Inghilterra, per una ribellione. Nel mese d'ottobre sino al fine di gennaio dell'anno seguente uscirono del regno di Valenza più di cento trentaquattro mila di costoro, imbarcati parte in legni proprii, e parte in somministrati dal re. Erano la maggior parte battezzati, molti nondimeno finti e non veri cristiani. Indarno esibirono al re tre milioni d'oro per potervi restare. Chi scrive che gli usciti di Spagna furono novecento mila, e chi li fa ascendere ad un milione, ed anche a due, pare che non meriti fede. Gran piaga che fu questa per la Spagna, sì pel salasso di tanta gente, come per lo trasporto d'immense somme d'oro, argento, gioie ed altre cose preziose fuori del regno. Molti di costoro passarono in Italia e Francia, e gli altri in Africa. Essendo restate incolte per questo moltissime terre, il re invitò a coltivarle i popoli stranieri, con privilegii ed esenzioni per dieci anni. Ve ne andarono non pochi dall'Italia, e fra gli altri cinquecento Genovesi, raccolti alla sordina dai ministri del re.Finì nel dì 7 di febbraio dell'anno presente i suoi giorniFerdinando I gran ducadi Toscana, principe che lasciò dopo di sè memoria di una somma saviezza e magnificenza. Era signore di grave aspetto, amator della caccia, ma senza che i divertimenti pregiudicassero punto al negozio e al buon governo de' suoi Stati, col quale cercò di farsi molto più amare che temere. Oltre ad altri figliuoli, ebbeCosimo II, che come primogenito a lui succedette nel ducato; eCarlo, che nel 1615 in età di diecinove anni fu decorato della sacra porpora dapapa Paolo V.In questi tempiCarlo Emmanuele ducadi Savoia, siccome principe dotato di un maraviglioso ed insieme sempre inquieto spirito, meditò di nuovo di sorprendere la città di Ginevra; ma, scoperta la mena, gli andò fallito il colpo. Avea egli cominciata anche una tela coi cristiani del regno di Cipri per le giuste pretensioni che la casa di Savoia conservava su quella isola. Si esibivano essi cristiani, forse ascendenti al numero di trentacinque mila, di rivoltarsi per iscuotere il giogo turchesco, ogni qual volta comparisse colà per mare un grosso corpo di truppe regolate dal duca. Andarono innanzi e indietro persone travestite, maneggiando questo affare, finchè intercetta una lettera dai Turchi, li mise in sospetto di qualche trama. Di qua venne la rovina di que' poveri cristiani, e il duca rimase deluso nelle sue speranze. Ma se a questo principe d'alti pensieri andava a male una idea, cento altre ne metteva egli immediatamente in campo. Di ricche pensioni aveva ottenuto dalla corte di Madrid per li suoi figli; pure internamente era malcontento degli Spagnuoli anzi gli odiava. Però in questi tempi si trattò colla corte di Francia per collegarsi seco, proponendo alre Arrigo IVla conquista dello Stato di Milano, il matrimonio della primogenita del re col primogenito suo principe di Piemonte, e di una delle sue figlie col Delfino di Francia. Il re Arrigo, tutto che sapesse quante macchine avesse fatto il duca contra di lui, vivente il maresciallo di Birone, pure, conoscendo il gran talento di questo principe, ne avea conceputa una singolare stima, e però diede volentieri ascolto alle di lui proposizioni, e si crede che sarebbe concorso all'esecuzione dei suoi grandiosi disegni, se non fosse intervenuto ciò che è riserbato all'anno seguente. Non lasciava per questo il duca di trattar con gli Spagnuoli a fin di ottenere maggiori vantaggi, facendo loro sempre paura con lasciar traspirare anche i suoi maneggi col re Cristianissimo.

Grandi consulte si tennero alla corte di Madrid nel verno di quest'anno pel progettato accomodamento fra la Fiandra e le Provincie Unite. In Anversa ancora fra gli scambievoli deputati delle partiseguirono amichevoli e lunghi combattimenti per questo negozio. Consistevano le principali difficoltà a vederne il fine nel pretendere il re di Spagna che fosse libero ai cattolici nell'Olanda l'esercizio della religione; alla qual dimanda era specialmente spronato dallo zelo del pontefice, e che non fosse permessa agli Olandesi la navigazione all'Indie: punti ai quali troppa resistenza mostravano le provincie eretiche. Finalmente bisognò che l'altura degli Spagnuoli e i desiderii dell'arciduca Alberto cedessero alla mala situazione de' loro interessi, non sapendo essi come continuar la guerra con gli Olandesi, favoriti sempre sotto mano da' Franzesi ed Inglesi. Però infine si conchiuse, nel dì 9 d'aprile, una tregua di dodici anni, in cui fu dichiarato che l'arciduca trattava colle Provincie Unite come con provincie e Stati, sopra i quali non pretendeva cosa alcuna. Si lasciò andare la pretension della religione. Quella dell'Indie si acconciò con imbrogliate parole, restando vietato agli Olandesi l'entrare ne' paesi del re fuori dell'Europa, senza nominar le Indie. Conviene ben credere che la corte di Spagna e l'arciduca avessero gran bisogno e sete di questo accomodamento, perchè neppur poterono indurre le Provincie Unite, possedenti alcuni forti sulle rive della Schelda, a levar gli esorbitanti dazii imposti a chi volea navigare per quel fiume: il che finì di distruggere il commercio di Anversa, città che nei tempi addietro era stato il più ricco e celebre emporio de' Paesi Bassi, ed angustiata fece maggiormente volgere esso commercio ad Amsterdam e ad altri porti dell'Olanda e Zelanda. Per questa tregua non si può dir quanto fosse il giubilo delle provincie cattoliche della Fiandra, le quali dopo tante e sì lunghe tempeste sperarono di godere una volta il sereno. In Anversa per segno di eccessiva allegrezza, dopo tanti anni di silenzio, si fece udire lo strepitoso suono di quel campanone, a sonar il quale, secondo ilDoglioni, vi si adoperano almeno ventiquattro uomini nerboruti. Per ordine diFilippo IIIre di Spagna nell'anno presente furono cacciati da Granata e molto molto più da Valenza i Mori, fin qui tollerati come sudditi della corona in quelle parti, perchè si scoprirono delle intelligenze e trame di essi coi Mori d'Africa e col gran signore, e fin coi re di Francia e d'Inghilterra, per una ribellione. Nel mese d'ottobre sino al fine di gennaio dell'anno seguente uscirono del regno di Valenza più di cento trentaquattro mila di costoro, imbarcati parte in legni proprii, e parte in somministrati dal re. Erano la maggior parte battezzati, molti nondimeno finti e non veri cristiani. Indarno esibirono al re tre milioni d'oro per potervi restare. Chi scrive che gli usciti di Spagna furono novecento mila, e chi li fa ascendere ad un milione, ed anche a due, pare che non meriti fede. Gran piaga che fu questa per la Spagna, sì pel salasso di tanta gente, come per lo trasporto d'immense somme d'oro, argento, gioie ed altre cose preziose fuori del regno. Molti di costoro passarono in Italia e Francia, e gli altri in Africa. Essendo restate incolte per questo moltissime terre, il re invitò a coltivarle i popoli stranieri, con privilegii ed esenzioni per dieci anni. Ve ne andarono non pochi dall'Italia, e fra gli altri cinquecento Genovesi, raccolti alla sordina dai ministri del re.

Finì nel dì 7 di febbraio dell'anno presente i suoi giorniFerdinando I gran ducadi Toscana, principe che lasciò dopo di sè memoria di una somma saviezza e magnificenza. Era signore di grave aspetto, amator della caccia, ma senza che i divertimenti pregiudicassero punto al negozio e al buon governo de' suoi Stati, col quale cercò di farsi molto più amare che temere. Oltre ad altri figliuoli, ebbeCosimo II, che come primogenito a lui succedette nel ducato; eCarlo, che nel 1615 in età di diecinove anni fu decorato della sacra porpora dapapa Paolo V.In questi tempiCarlo Emmanuele ducadi Savoia, siccome principe dotato di un maraviglioso ed insieme sempre inquieto spirito, meditò di nuovo di sorprendere la città di Ginevra; ma, scoperta la mena, gli andò fallito il colpo. Avea egli cominciata anche una tela coi cristiani del regno di Cipri per le giuste pretensioni che la casa di Savoia conservava su quella isola. Si esibivano essi cristiani, forse ascendenti al numero di trentacinque mila, di rivoltarsi per iscuotere il giogo turchesco, ogni qual volta comparisse colà per mare un grosso corpo di truppe regolate dal duca. Andarono innanzi e indietro persone travestite, maneggiando questo affare, finchè intercetta una lettera dai Turchi, li mise in sospetto di qualche trama. Di qua venne la rovina di que' poveri cristiani, e il duca rimase deluso nelle sue speranze. Ma se a questo principe d'alti pensieri andava a male una idea, cento altre ne metteva egli immediatamente in campo. Di ricche pensioni aveva ottenuto dalla corte di Madrid per li suoi figli; pure internamente era malcontento degli Spagnuoli anzi gli odiava. Però in questi tempi si trattò colla corte di Francia per collegarsi seco, proponendo alre Arrigo IVla conquista dello Stato di Milano, il matrimonio della primogenita del re col primogenito suo principe di Piemonte, e di una delle sue figlie col Delfino di Francia. Il re Arrigo, tutto che sapesse quante macchine avesse fatto il duca contra di lui, vivente il maresciallo di Birone, pure, conoscendo il gran talento di questo principe, ne avea conceputa una singolare stima, e però diede volentieri ascolto alle di lui proposizioni, e si crede che sarebbe concorso all'esecuzione dei suoi grandiosi disegni, se non fosse intervenuto ciò che è riserbato all'anno seguente. Non lasciava per questo il duca di trattar con gli Spagnuoli a fin di ottenere maggiori vantaggi, facendo loro sempre paura con lasciar traspirare anche i suoi maneggi col re Cristianissimo.


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