MDCLII

MDCLIIAnno diCristoMDCLII. IndizioneV.InnocenzoX papa 9.FerdinandoIII imperad. 15.Fu in quest'anno chepapa Innocenzo X, considerando i molti e gravi disordini provenienti alla regolar disciplina da tanti conventini di frati, venne finalmente alla risoluzion di schiantarli. Non solamente nelle castella, ma anche nelle picciole ville d'Italia aveano essi frati a poco a poco piantato il nido, e quivi si godevano un bell'ozio, sovente anche scandaloso, intenti, se poteano, a procurarsi dalla divota gente de' buoni lasciti, per poter menare una vita più deliziosa. Dimorandovi pochi religiosi, niuna osservanza restava fra essi delle sante regole del loro istituto. Alla riforma dunque di tali abusi mise man forte lo zelante pontefice, e nel dì 15 d'ottobre suppressee ridusse a stato secolare tutti que' conventi, dove pel poco numero de' religiosi non si potesse osservare la disciplina regolare. Moltissimi di fatto ne furono suppressi; ma ritrovaronsi anche maniere e mezzi per farne sussistere assaissimi altri contro la mente del papa, che a maraviglia intendeva di quanta corruttela degli ordini religiosi fossero luoghi tali, dove ordinariamente si perde tutto lo spirito religioso. In questi tempi ancora si vide cangiato l'animo di esso pontefice verso de' Barberini, fin qui esuli da Roma, e privi della di lui grazia. Si trovarono insussistenti e calunniose tutte le accuse intentate contro di loro; giuste e lodevoli tutte le loro azioni sotto il precedente pontificato. Gran teste erano i due fratelli cardinaliFrancescoedAntonio. Il primo, siccome savio ed esente da ogni reato, seppe conciliarsi la buona grazia de' principi, e massimamente del gran duca di Toscana, e col favore del suo partito nel sacro collegio superò dopo qualche tempo la tempesta, e tornossene a Roma. Rimasto in Francia Antonio, profittò delle sue disgrazie, con aver ottenuto da quella corte per mezzo dell'amicissimoMazzarinopingui abbazie e vescovati, e il grado di limosiniere di quella corona. Riconciliaronsi in questo anno essi barberini colla repubblica veneta, con rilasciarle tutte le rendite sequestrate de' lor benefizii, e donarle per soprappiù dodici mila ducati d'oro da impiegare nella guerra col Turco. In ricompensa vennero aggregati alla nobiltà veneta, e si portarono apposta a VeneziaCarloeMaffeofigli di donTaddeoprefetto di Roma, già mancato di vita in Francia, per ringraziare il senato di questo onore. Ora veggendodonna Olimpiacognata del papa, e gli altri di casa Panfilia declinare all'occaso il decrepito papa, si avvisarono di troncar la nemicizia coi Barberini, e di assodar meglio le cose loro, con farsi amica una casa sì potente per le ricchezze, per le protezioni e pel gran seguito nel sacro collegio. Però,cancellati gli odii, tornò anche il cardinale Antonio a Roma, ben accolto dal papa; si stabilirono le nozze didon Maffeocondonna OlimpiaGiustiniani pronipote d'esso pontefice; e aCarlo Barberinoper la restituzion del cappello fu conferita la sacra porpora: il che succedette nell'anno seguente. Sicchè essendo già defunto nel 1646 ilcardinal Antonio Barberinoseniore, piissimo cappuccino, e fratello de' suddetti due porporati, tornò quella casa ad aver tre cardinali suoi nello stesso tempo viventi, e servirono ad essa le traversie passate di gloria e di maggior grandezza.Seguitava intanto ad essere agitata fra balzi ora favorevoli ora contrarii la fortuna delcardinal Mazzarinoin Francia, tuttochè si mirasse egli protetto dal giovinettore Luigi XIV, che già avea assunto le redini del governo, e molto più dalla regina madre. Durando quelle guerre civili, restavano in gran depressione gli affari dei Franzesi nel Piemonte. Bella congiuntura che era questa almarchese di Caracenagovernator di Milano per ricavarne profitto. Sicuro egli che per le turbolenze suddette non potevano eglino sperar soccorso, si avvisò di fare un bel colpo, cioè di cacciare il presidio loro da Casale. Era il principio di maggio, e per coprire il suo disegno, all'improvviso comparve con tutto l'esercito suo sopra la città ben fortificata di Trino, ed affrettossi a tirar la linea di circonvallazione, a formare approcci e mine, a postar artiglierie, cominciando a bersagliar quella piazza. Si unirono Franzesi e Savoiardi sotto il comando del giovine marchese Villa e del conte di Verrua, per dare soccorso; ma ritrovato il Caracena uscito dalle linee in ordinanza di battaglia per ben riceverli, troppo periglioso parve loro il tentativo, e se ne tornarono indietro. Sicchè Trino dopo alquanti giorni capitolò la resa, con avere il Caracena accordato quante onorevoli condizioni potè mai chiedere il presidio. Dopo l'acquisto di sì importante fortezza s'inoltrò l'esercitospagnuolo sotto Crescentino, alla cui difesa trovò ottocento fanti e settanta cavalli, che pareano risoluti di non volerne dimettere il possesso a chi che fosse. Si diede principio alle offese, e contuttochè anche il cannone di Verrua giacente sull'opposta riva del Po incomodasse non poco gli assedianti, proseguirono vigorosamente, ciò non ostante, i lavori. Essendo riuscita poco felicemente una sortita della guernigione, venne essa infine obbligata a rendere la suddetta terra di Crescentino. Fu dipoi preso anche il castello di Masino, e dato il sacco al paese posto fra la Dora e il Po. Mandò poscia il Caracena le genti sue a ristorarsi nel Monferrato, distribuendole in Occimiano, Rossignana, San Giorgio ed altri luoghi, facendo intanto gli opportuni preparamenti pel sospirato assedio di Casale.Ossia che esso Caracena avesse trattato molto prima conCarlo II duca di Mantova, come fu creduto, o che aspettasse a farlo dopo l'acquisto di Crescentino; certo è che gli venne fatto d'indurre quel principe a mettersi sotto la protezion della corona di Spagna, e a dar colore a quella impresa, come progettata in benefizio di lui, e non già per vantaggio alcuno degli Spagnuoli, a fin di quetar le gelosie che ne potessero insorgere presso i principi d'Italia. Perciò il duca, secondo l'uso o l'abuso già da gran tempo introdotto di giustificare o inorpellare il movimento dell'armi, pubblicò un manifesto, con cui si studiò di mostrar la necessità sua di aderire agli Spagnuoli, per giusto timore di perdere tutto, se operava in contrario. Mandò poscia dal Mantovano mille e cinquecento fanti e trecento cavalli, comandati dal marchese Camillo Gonzaga, ad unirsi all'armata spagnuola. A questa unione, siccome aperta dichiarazione del duca contro i Franzesi, tenne tosto dietro una somma diffidenza fra essi e i cittadini di Casale, con riguardar cadauna parte l'altra come nemica, non ostante il dover gli uni e gli altri convivere insieme. Durò questo imbroglio finchè comparveroordini del duca a quel senato e preghiere ai Franzesi di consegnar la città e le fortezze al legittimo lor padrone. Perciocchè sì destramente allora seppero i cittadini concertar le loro faccende, che obbligarono i Franzesi a ritirarsi nel castello e nella cittadella. Ciò fatto, si videro spalancate le porte della città, e vi entrò don Camillo Gonzaga col marchese di Caracena, il quale non perdè tempo a formare gli approcci al castello. Questo solamente resistè per tre giorni, ancorchè fosse ben munito, e il signor d'Espredele ne capitolò la resa con patti onorevoli di guerra, e insieme con istupore di tutti. Ma da lì a pochi dì cessò la maraviglia, perchè esso governatore, incamminato verso il Piemonte, fallò la strada, e andò a finire il suo viaggio a Mantova, dove fu cortesemente accolto dal duca. Fece dipoi il signor di Sant'Angello, governatore della cittadella di Casale, impiccare la di lui statua, se con danno o risentimento dell'originale, nol dice la storia. Incredibil fu la sollecitudine del Caracena in assalire la restante cittadella. Nel termine di quindici giorni fu formata una terribil circonvallazione con fortini ben guerniti d'artiglierie, e talmente condotti i lavori, che furono prese due mezze lune e la strada coperta, e si giunse a pie' dei baloardi, sotto i quali si diede principio a mine e fornelli. Avvegnachè gli assediati, chiamati alla resa, si chiarissero del pericolo che lor sovrastava, protestarono di volersi difendere sino all'ultimo sangue. Ma infine alloggiatisi gli Spagnuoli sulla breccia, venne il tempo di rendersi con tutti gli onori militari nel dì 22 di ottobre, giacchè non sapea quel presidio essere in cammino un poderoso soccorso di Franzesi e Piemontesi, che aveano già passato il Po a Verrua, e che ricuperarono dipoi Crescentino e Masino. Da don Camillo Gonzaga furono introdotti nella cittadella mille soldati mantovani e cinquecento monferrini: la qual nuova sparsa per l'Italia fece rimbombar dappertutto gli encomii e i plausi alla generosità spagnuola, laquale con tante spese avesse guadagnata quella sì importante piazza non per sè, ma pel duca di Mantova, e pareva a tutti un miracolo così gran disinteresse. I soli Milanesi ne mormoravano, perchè avendo essi non solo con pubbliche, ma con private contribuzioni ancora, cooperato a quell'acquisto, aveano seminato e mietuto unicamente per comodo altrui. Essendo poi venuto a Casale il duca di Mantova, ritirati i suoi dalla cittadella, v'introdusse ottocento Alemanni della armata spagnuola, pagati da lì innanzi dalla camera di Milano: con che parve che si scoprisse l'arcano delle segrete capitolazioni seguite fra esso duca e il Caracena. La verità nondimeno si è, che il duca vi mise il governatore, e parve far da padrone anche della cittadella. Per questo negoziato e cangiamento del duca si alterò forte contra di lui la corte di Parigi; ma ilcardinal Mazzarinonon lasciò di calmare, per quanto potè, lo sdegno del re Cristianissimo.Nulla di rilievo accadde in questo anno nella guerra più che mai viva dei Turchi contro la veneta repubblica. Al servigio di essi Veneziani spedìRanuccio duca di Parmadue mila combattenti ben armati, e insieme il principeOrazio Farnesesuo fratello, a cui fu conferito il grado di generale della cavalleria veneta. Calarono in Italia nella primavera gli arciduchi del TiroloFerdinandoeFrancesco Sigismondoper visitareIsabella Chiaraduchessa di Mantova loro sorella. Di molte feste furono in tal congiuntura fatte in quella città, e v'intervenne ancheFrancesco I ducadi Modena. Invitati quei principi da esso duca, vennero poi nel dì 10 di aprile insieme colduca Carlo IIe colla duchessa di Mantova a Modena. E perciocchè uno dei pregi dell'Estense era la magnificenza, trattenne egli per più dì quell'illustre brigata con suntuosi divertimenti di commedie, caccie, conviti e danze. Superbo spezialmente riuscì un torneamento a cavallo fatto nella piazza del castello, per le ricchecomparse, per la rarità delle macchine, voli e battaglie: spettacolo descritto e pubblicato dalla famosa penna del conte Girolamo Graziani segretario del duca. Restò nulla di meno funestata sì allegra giornata da un sinistro accidente, cioè dalla morte di Giovanni Maria Molza cavalier modenese, il quale correndo colla lancia incontro al conte Raimondo Montecuccoli, miseramente ferito alla gola perdè tosto la vita. Sì afflitto rimase per questa disavventura il Montecuccoli, perchè suo grande amico era il Molza, che non tardò a tornarsene in Germania, dove poi divenuto generalissimo dell'imperadore, diede tanti saggi di valore e prudenza, che il suo nome passerà chiarissimo anche ai secoli avvenire.

Fu in quest'anno chepapa Innocenzo X, considerando i molti e gravi disordini provenienti alla regolar disciplina da tanti conventini di frati, venne finalmente alla risoluzion di schiantarli. Non solamente nelle castella, ma anche nelle picciole ville d'Italia aveano essi frati a poco a poco piantato il nido, e quivi si godevano un bell'ozio, sovente anche scandaloso, intenti, se poteano, a procurarsi dalla divota gente de' buoni lasciti, per poter menare una vita più deliziosa. Dimorandovi pochi religiosi, niuna osservanza restava fra essi delle sante regole del loro istituto. Alla riforma dunque di tali abusi mise man forte lo zelante pontefice, e nel dì 15 d'ottobre suppressee ridusse a stato secolare tutti que' conventi, dove pel poco numero de' religiosi non si potesse osservare la disciplina regolare. Moltissimi di fatto ne furono suppressi; ma ritrovaronsi anche maniere e mezzi per farne sussistere assaissimi altri contro la mente del papa, che a maraviglia intendeva di quanta corruttela degli ordini religiosi fossero luoghi tali, dove ordinariamente si perde tutto lo spirito religioso. In questi tempi ancora si vide cangiato l'animo di esso pontefice verso de' Barberini, fin qui esuli da Roma, e privi della di lui grazia. Si trovarono insussistenti e calunniose tutte le accuse intentate contro di loro; giuste e lodevoli tutte le loro azioni sotto il precedente pontificato. Gran teste erano i due fratelli cardinaliFrancescoedAntonio. Il primo, siccome savio ed esente da ogni reato, seppe conciliarsi la buona grazia de' principi, e massimamente del gran duca di Toscana, e col favore del suo partito nel sacro collegio superò dopo qualche tempo la tempesta, e tornossene a Roma. Rimasto in Francia Antonio, profittò delle sue disgrazie, con aver ottenuto da quella corte per mezzo dell'amicissimoMazzarinopingui abbazie e vescovati, e il grado di limosiniere di quella corona. Riconciliaronsi in questo anno essi barberini colla repubblica veneta, con rilasciarle tutte le rendite sequestrate de' lor benefizii, e donarle per soprappiù dodici mila ducati d'oro da impiegare nella guerra col Turco. In ricompensa vennero aggregati alla nobiltà veneta, e si portarono apposta a VeneziaCarloeMaffeofigli di donTaddeoprefetto di Roma, già mancato di vita in Francia, per ringraziare il senato di questo onore. Ora veggendodonna Olimpiacognata del papa, e gli altri di casa Panfilia declinare all'occaso il decrepito papa, si avvisarono di troncar la nemicizia coi Barberini, e di assodar meglio le cose loro, con farsi amica una casa sì potente per le ricchezze, per le protezioni e pel gran seguito nel sacro collegio. Però,cancellati gli odii, tornò anche il cardinale Antonio a Roma, ben accolto dal papa; si stabilirono le nozze didon Maffeocondonna OlimpiaGiustiniani pronipote d'esso pontefice; e aCarlo Barberinoper la restituzion del cappello fu conferita la sacra porpora: il che succedette nell'anno seguente. Sicchè essendo già defunto nel 1646 ilcardinal Antonio Barberinoseniore, piissimo cappuccino, e fratello de' suddetti due porporati, tornò quella casa ad aver tre cardinali suoi nello stesso tempo viventi, e servirono ad essa le traversie passate di gloria e di maggior grandezza.

Seguitava intanto ad essere agitata fra balzi ora favorevoli ora contrarii la fortuna delcardinal Mazzarinoin Francia, tuttochè si mirasse egli protetto dal giovinettore Luigi XIV, che già avea assunto le redini del governo, e molto più dalla regina madre. Durando quelle guerre civili, restavano in gran depressione gli affari dei Franzesi nel Piemonte. Bella congiuntura che era questa almarchese di Caracenagovernator di Milano per ricavarne profitto. Sicuro egli che per le turbolenze suddette non potevano eglino sperar soccorso, si avvisò di fare un bel colpo, cioè di cacciare il presidio loro da Casale. Era il principio di maggio, e per coprire il suo disegno, all'improvviso comparve con tutto l'esercito suo sopra la città ben fortificata di Trino, ed affrettossi a tirar la linea di circonvallazione, a formare approcci e mine, a postar artiglierie, cominciando a bersagliar quella piazza. Si unirono Franzesi e Savoiardi sotto il comando del giovine marchese Villa e del conte di Verrua, per dare soccorso; ma ritrovato il Caracena uscito dalle linee in ordinanza di battaglia per ben riceverli, troppo periglioso parve loro il tentativo, e se ne tornarono indietro. Sicchè Trino dopo alquanti giorni capitolò la resa, con avere il Caracena accordato quante onorevoli condizioni potè mai chiedere il presidio. Dopo l'acquisto di sì importante fortezza s'inoltrò l'esercitospagnuolo sotto Crescentino, alla cui difesa trovò ottocento fanti e settanta cavalli, che pareano risoluti di non volerne dimettere il possesso a chi che fosse. Si diede principio alle offese, e contuttochè anche il cannone di Verrua giacente sull'opposta riva del Po incomodasse non poco gli assedianti, proseguirono vigorosamente, ciò non ostante, i lavori. Essendo riuscita poco felicemente una sortita della guernigione, venne essa infine obbligata a rendere la suddetta terra di Crescentino. Fu dipoi preso anche il castello di Masino, e dato il sacco al paese posto fra la Dora e il Po. Mandò poscia il Caracena le genti sue a ristorarsi nel Monferrato, distribuendole in Occimiano, Rossignana, San Giorgio ed altri luoghi, facendo intanto gli opportuni preparamenti pel sospirato assedio di Casale.

Ossia che esso Caracena avesse trattato molto prima conCarlo II duca di Mantova, come fu creduto, o che aspettasse a farlo dopo l'acquisto di Crescentino; certo è che gli venne fatto d'indurre quel principe a mettersi sotto la protezion della corona di Spagna, e a dar colore a quella impresa, come progettata in benefizio di lui, e non già per vantaggio alcuno degli Spagnuoli, a fin di quetar le gelosie che ne potessero insorgere presso i principi d'Italia. Perciò il duca, secondo l'uso o l'abuso già da gran tempo introdotto di giustificare o inorpellare il movimento dell'armi, pubblicò un manifesto, con cui si studiò di mostrar la necessità sua di aderire agli Spagnuoli, per giusto timore di perdere tutto, se operava in contrario. Mandò poscia dal Mantovano mille e cinquecento fanti e trecento cavalli, comandati dal marchese Camillo Gonzaga, ad unirsi all'armata spagnuola. A questa unione, siccome aperta dichiarazione del duca contro i Franzesi, tenne tosto dietro una somma diffidenza fra essi e i cittadini di Casale, con riguardar cadauna parte l'altra come nemica, non ostante il dover gli uni e gli altri convivere insieme. Durò questo imbroglio finchè comparveroordini del duca a quel senato e preghiere ai Franzesi di consegnar la città e le fortezze al legittimo lor padrone. Perciocchè sì destramente allora seppero i cittadini concertar le loro faccende, che obbligarono i Franzesi a ritirarsi nel castello e nella cittadella. Ciò fatto, si videro spalancate le porte della città, e vi entrò don Camillo Gonzaga col marchese di Caracena, il quale non perdè tempo a formare gli approcci al castello. Questo solamente resistè per tre giorni, ancorchè fosse ben munito, e il signor d'Espredele ne capitolò la resa con patti onorevoli di guerra, e insieme con istupore di tutti. Ma da lì a pochi dì cessò la maraviglia, perchè esso governatore, incamminato verso il Piemonte, fallò la strada, e andò a finire il suo viaggio a Mantova, dove fu cortesemente accolto dal duca. Fece dipoi il signor di Sant'Angello, governatore della cittadella di Casale, impiccare la di lui statua, se con danno o risentimento dell'originale, nol dice la storia. Incredibil fu la sollecitudine del Caracena in assalire la restante cittadella. Nel termine di quindici giorni fu formata una terribil circonvallazione con fortini ben guerniti d'artiglierie, e talmente condotti i lavori, che furono prese due mezze lune e la strada coperta, e si giunse a pie' dei baloardi, sotto i quali si diede principio a mine e fornelli. Avvegnachè gli assediati, chiamati alla resa, si chiarissero del pericolo che lor sovrastava, protestarono di volersi difendere sino all'ultimo sangue. Ma infine alloggiatisi gli Spagnuoli sulla breccia, venne il tempo di rendersi con tutti gli onori militari nel dì 22 di ottobre, giacchè non sapea quel presidio essere in cammino un poderoso soccorso di Franzesi e Piemontesi, che aveano già passato il Po a Verrua, e che ricuperarono dipoi Crescentino e Masino. Da don Camillo Gonzaga furono introdotti nella cittadella mille soldati mantovani e cinquecento monferrini: la qual nuova sparsa per l'Italia fece rimbombar dappertutto gli encomii e i plausi alla generosità spagnuola, laquale con tante spese avesse guadagnata quella sì importante piazza non per sè, ma pel duca di Mantova, e pareva a tutti un miracolo così gran disinteresse. I soli Milanesi ne mormoravano, perchè avendo essi non solo con pubbliche, ma con private contribuzioni ancora, cooperato a quell'acquisto, aveano seminato e mietuto unicamente per comodo altrui. Essendo poi venuto a Casale il duca di Mantova, ritirati i suoi dalla cittadella, v'introdusse ottocento Alemanni della armata spagnuola, pagati da lì innanzi dalla camera di Milano: con che parve che si scoprisse l'arcano delle segrete capitolazioni seguite fra esso duca e il Caracena. La verità nondimeno si è, che il duca vi mise il governatore, e parve far da padrone anche della cittadella. Per questo negoziato e cangiamento del duca si alterò forte contra di lui la corte di Parigi; ma ilcardinal Mazzarinonon lasciò di calmare, per quanto potè, lo sdegno del re Cristianissimo.

Nulla di rilievo accadde in questo anno nella guerra più che mai viva dei Turchi contro la veneta repubblica. Al servigio di essi Veneziani spedìRanuccio duca di Parmadue mila combattenti ben armati, e insieme il principeOrazio Farnesesuo fratello, a cui fu conferito il grado di generale della cavalleria veneta. Calarono in Italia nella primavera gli arciduchi del TiroloFerdinandoeFrancesco Sigismondoper visitareIsabella Chiaraduchessa di Mantova loro sorella. Di molte feste furono in tal congiuntura fatte in quella città, e v'intervenne ancheFrancesco I ducadi Modena. Invitati quei principi da esso duca, vennero poi nel dì 10 di aprile insieme colduca Carlo IIe colla duchessa di Mantova a Modena. E perciocchè uno dei pregi dell'Estense era la magnificenza, trattenne egli per più dì quell'illustre brigata con suntuosi divertimenti di commedie, caccie, conviti e danze. Superbo spezialmente riuscì un torneamento a cavallo fatto nella piazza del castello, per le ricchecomparse, per la rarità delle macchine, voli e battaglie: spettacolo descritto e pubblicato dalla famosa penna del conte Girolamo Graziani segretario del duca. Restò nulla di meno funestata sì allegra giornata da un sinistro accidente, cioè dalla morte di Giovanni Maria Molza cavalier modenese, il quale correndo colla lancia incontro al conte Raimondo Montecuccoli, miseramente ferito alla gola perdè tosto la vita. Sì afflitto rimase per questa disavventura il Montecuccoli, perchè suo grande amico era il Molza, che non tardò a tornarsene in Germania, dove poi divenuto generalissimo dell'imperadore, diede tanti saggi di valore e prudenza, che il suo nome passerà chiarissimo anche ai secoli avvenire.


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