MDCLIV

MDCLIVAnno diCristoMDCLIV. IndizioneVII.InnocenzoX papa 11.FerdinandoIII imperadore 17.Pace non si godeva in Lombardia, e pur guerra non ci fu nell'anno presente; e ciò perchè tutti stavano attenti ad un gagliardo armamento marittimo che si faceva in Provenza, nè si sapea qual mira avesse questo minaccioso temporale. Venne finalmente a scoprirsi cheArrigo di Lorena duca di Guisa, che già dicemmo preso e poi liberato dalle carceri di Spagna meditava di tentar di nuovo la fortuna con passare nel regno di Napoli. Dopo la ribellione de' precedenti anni, molti di que' nobili aveano più tosto eletto di abbandonar la patria, che di restare esposti alla dubbiosa fede e nota crudeltà delconte di Ognatevicerè, ed erano stati per questo banditi da lui. Altri ancora nel seno dello stesso regno dimoranti si rodevano di rabbia per l'aspro governo degli Spagnuoli. Però volavano da più parti lettere ed inviti al suddetto duca di Guisa, signore che per le sue obbliganti maniere avea lasciato buon nome e non pochi amici in Napoli, affinchè si presentasse con un'armata in quel regno, promettendo a lui mari e monti di assistenze e di ribellioni. In chi già s'era veduto come re in quel bel paese, nè avea mai saputo deporre il desio e forse nè pur lasperanza di conquistarlo, fecero facilmente breccia i conforti e le promesse di tanti regnicoli, e il creduto universale odio di que' popoli contro gli Spagnuoli. Comunicò il Guisa il suo pensiero alla corte di Francia, che occupata da maggiori impegni non volle accudire a sì perigliosa impresa. Ottenne nondimeno favori per poter armare, ed anche intenzione di poderosi aiuti, qualora gli venisse fatto di sbarcare nel regno di Napoli, e di far conoscere un bell'aspetto di maggiori progressi. Raunato quanto danaro potè ricavar da' suoi proprii beni e dalle borse de' suoi amici, si applicò a far massa di gente e ad allestir gran copia di legni. Mal servito fu egli da chi avea tale incumbenza, perchè gran tempo si consumò in apparato, e le navi si trovarono dipoi mal corredate, nè a sufficienza fornite di marinaresca, di attrezzi e di munizioni. Arrivò l'autunno, tempo poco propizio ai naviganti; pure il duca salpò e fece vela verso il Levante. Ma eccoli le tempeste mover guerra a lui, prima ch'egli la facesse agli altri. Alcuni de' suoi legni, perchè deboli a quel conflitto, si perderono, o rimasero ben conquassati. Contuttociò a' lidi di Napoli giunse finalmente la flotta guisana, dove non si contavano più di quattro mila uomini da sbarco: armata in vero troppo lieve per conquistare un regno. Si aspettava il duca di vedere al suo arrivo fioccare a migliaia i regnicoli sotto le sue bandiere: che tali erano state le lusinghevoli promesse de' malcontenti. Poco tardò a conoscersi beffato, non trovando se non de' nemici in quelle parti.Aveano gli Spagnuoli preveduto che il preparamento di quella flotta in Provenza avea per mira il regno di Napoli, nè mancò loro tempo per premunirsi. Il vicerè, più accorto del duca, assai conoscendo qual danno potesse provenire da tanti banditi, se giugnessero ad unirsi coi Franzesi, si applicò al saggio consiglio di richiamarli per tempo, concedendo grazia e restituzion di beni a tutti, purchèfedelmente in questa congiuntura prestassero servigio alla corona. Concorsero tutti al perdono, anteponendo il sicuro presente bene all'incerto del patrocinio franzese; e però in vantaggio di lor soli si convertì la spedizione del Guisa. Ciò non ostante, esso duca, avendo giudicato utile ai suoi disegni l'acquisto di Castellamare, colà sbarcò le milizie sue; e giacchè quel presidio alla dolce chiamata negò di rendere la città, le artiglierie cominciarono a parlargli di altro tuono. Formata la breccia, si venne ad un generale assalto, per cui in meno di sei ore con poca perdita di gente il duca divenne padrone della città e del castello. Ciò fatto, spedì egli il marchese Plessis Belieure ad impossessarsi della Sarna, e ad occupare i mulini e ponti della Persica e di Scaffati: il che avrebbe sommamente incomodata la città di Napoli. Fu creduto che se il Guisa fosse marciato a dirittura ai borghi di Napoli, avrebbe fatto progressi superiori alla comune espettazione: tanta era la costernazion degli Spagnuoli, la lor diffidenza de' Napoletani, e poche le presenti lor forze. Ma perchè gli mancarono presto i viveri, e i soldati si abbandonarono alla licenza per procacciarsene, il che fece fuggire i paesani; e perchè sopraggiunse Carlo della Gatta con grossi rinforzi, perderono in breve i Franzesi i posti occupati; ed in Castellamare, dopo aver consumato quasi tutto il biscotto, si trovarono in tali angustie, che il duca si vide forzato a rimbarcar la sua gente, e rivolgere di nuovo le prore verso Ponente. Gran fatica durò per la contrarietà del mare all'imbarco, e nel viaggio patì gravissimi disastri, ma in fine si ridusse in Provenza, con aver perduto da secento de' suoi soldati, e lasciate in preda alle onde alcune sue navi. Allora, benchè troppo tardi, imparò qual pericolo sia il solcare in certi tempi il mare, e il fidarsi di popoli tumultuanti e promettitori di gran cose in lontananza, ma poi al bisogno atterriti e mancanti di parola. Sebuona piega prendevano gli affari del Guisa, pensava la Francia di spedirgli per terra un corpo di cavalleria; e perciò il Caracena nello Stato di Milano facea buone guardie a fine d'impedirne il passaggio. Andarono a monte questi pensieri per la ritirata del Guisa, restando sommamente ringalluzziti gli Spagnuoli al vedersi con tanta felicità liberi da quella temuta invasione, e confuso l'ardire dei nemici Franzesi.Poco prosperamente camminarono in quest'anno gli sforzi della veneta repubblica nella guerra col Turco. Venuta la primavera, voglioso Lorenzo Delfino, generale della Dalmazia, di far qualche gloriosa impresa, con sei mila combattenti si portò ad assediare la forte piazza di Chnin, e cominciò a batterla. Non passò gran tempo che sopraggiunsero al soccorso cinque mila Musulmani, che obbligarono i cristiani alla ritirata. Fu questa fatta con sì mal ordine, che rimase divisa la fanteria dalla cavalleria, e perciò restarono amendue sbaragliate con perdita di circa tre mila persone, di molte insegne e cannoni: disgrazia amaramente sentita dal senato non men per lo danno sofferto, che per lo scoraggimento delle rimanenti milizie. Seguì ancora nel dì 11 di giugno ne' mari di Levante una fiera battaglia fra l'armata navale turchesca e la veneta assai inferiore di forze. Con tutta la disparità fecero maraviglie di valore i Veneziani, ed anche incendiarono alcune navi nemiche; ma più n'ebbero incendiate delle proprie, ed alcune altre rimasero prese. Grave nulladimeno essendo stato il danno degli infedeli, ciascuna delle parti, secondo il solito in simili casi, decantò la vittoria. Nè si dee tacere una curiosa avventura di questi tempi. Ad alcuni religiosi minori osservanti, il numero dei quali supera di gran lunga qualsivoglia altro ordine religioso, cadde in pensiero di sacrificar le loro vite o sull'armata navale, o in Candia, per difesa della religion cristiana. Proposto nella congregaziondi Roma il loro zelo e disegno, fu approvato con alcune modificazioni, e restò disegnata più d'una città dove s'avea da unire quest'armata fratesca. Ma si frappose il duca di Terranuova ambasciatore di Spagna in Roma, facendo riflettere che portando i Francescani l'armi contra del Turco, avrebbono perduti i luoghi santi di Gerusalemme; e tanti altri dello stesso ordine, esistenti nelle missioni del Levante, sarebbono rimasti esposti alla crudeltà de' Turchi. Per tali opposizioni abortì il sopraddetto disegno. Molti maneggi avea fattoFrancesco I ducadi Modena per passare alle terze nozze, siccome principe robusto e di delicata coscienza; ma svaniti questi, infine s'appigliò a prenderedonna Lucrezia Barberini, nipote de' cardinaliFrancescoedAntonio, e pronipote del giàpapa Urbano VIII, con dote di mezzo milione d'oro. Tale era il credito e la potenza di quei porporati nella corte di Roma e di Francia, che intervenendovi anche gli uffizii dipapa Innocenzo X, divenuto tutto Barberino, e delcardinal Mazzarino, sempre intento a procurar parziali alla corona di Francia, che il duca di Modena riguardò tal matrimonio come utile ai presenti suoi interessi. Fu poi sposata questa principessa nel seguente anno in Loreto, e fece la sua entrata nel dì 23 d'aprile in Modena. Il magnifico viaggio della medesima si truova descritto da Leone Allacci celebre letterato. Più giorni furono impiegati in sontuose feste e pubblici solazzi, e spezialmente eccitò il plauso e l'ammirazione de' folti spettatori, sì del paese che forestieri, un ingegnoso torneo, accompagnato da gran copia di strane macchine, da ogni sorta di strumenti musicali, e dallo sfarzo degli abiti, che fu in tal congiuntura eseguito dalla nobiltà modenese, esercitata allora in somiglianti spettacoli.

Pace non si godeva in Lombardia, e pur guerra non ci fu nell'anno presente; e ciò perchè tutti stavano attenti ad un gagliardo armamento marittimo che si faceva in Provenza, nè si sapea qual mira avesse questo minaccioso temporale. Venne finalmente a scoprirsi cheArrigo di Lorena duca di Guisa, che già dicemmo preso e poi liberato dalle carceri di Spagna meditava di tentar di nuovo la fortuna con passare nel regno di Napoli. Dopo la ribellione de' precedenti anni, molti di que' nobili aveano più tosto eletto di abbandonar la patria, che di restare esposti alla dubbiosa fede e nota crudeltà delconte di Ognatevicerè, ed erano stati per questo banditi da lui. Altri ancora nel seno dello stesso regno dimoranti si rodevano di rabbia per l'aspro governo degli Spagnuoli. Però volavano da più parti lettere ed inviti al suddetto duca di Guisa, signore che per le sue obbliganti maniere avea lasciato buon nome e non pochi amici in Napoli, affinchè si presentasse con un'armata in quel regno, promettendo a lui mari e monti di assistenze e di ribellioni. In chi già s'era veduto come re in quel bel paese, nè avea mai saputo deporre il desio e forse nè pur lasperanza di conquistarlo, fecero facilmente breccia i conforti e le promesse di tanti regnicoli, e il creduto universale odio di que' popoli contro gli Spagnuoli. Comunicò il Guisa il suo pensiero alla corte di Francia, che occupata da maggiori impegni non volle accudire a sì perigliosa impresa. Ottenne nondimeno favori per poter armare, ed anche intenzione di poderosi aiuti, qualora gli venisse fatto di sbarcare nel regno di Napoli, e di far conoscere un bell'aspetto di maggiori progressi. Raunato quanto danaro potè ricavar da' suoi proprii beni e dalle borse de' suoi amici, si applicò a far massa di gente e ad allestir gran copia di legni. Mal servito fu egli da chi avea tale incumbenza, perchè gran tempo si consumò in apparato, e le navi si trovarono dipoi mal corredate, nè a sufficienza fornite di marinaresca, di attrezzi e di munizioni. Arrivò l'autunno, tempo poco propizio ai naviganti; pure il duca salpò e fece vela verso il Levante. Ma eccoli le tempeste mover guerra a lui, prima ch'egli la facesse agli altri. Alcuni de' suoi legni, perchè deboli a quel conflitto, si perderono, o rimasero ben conquassati. Contuttociò a' lidi di Napoli giunse finalmente la flotta guisana, dove non si contavano più di quattro mila uomini da sbarco: armata in vero troppo lieve per conquistare un regno. Si aspettava il duca di vedere al suo arrivo fioccare a migliaia i regnicoli sotto le sue bandiere: che tali erano state le lusinghevoli promesse de' malcontenti. Poco tardò a conoscersi beffato, non trovando se non de' nemici in quelle parti.

Aveano gli Spagnuoli preveduto che il preparamento di quella flotta in Provenza avea per mira il regno di Napoli, nè mancò loro tempo per premunirsi. Il vicerè, più accorto del duca, assai conoscendo qual danno potesse provenire da tanti banditi, se giugnessero ad unirsi coi Franzesi, si applicò al saggio consiglio di richiamarli per tempo, concedendo grazia e restituzion di beni a tutti, purchèfedelmente in questa congiuntura prestassero servigio alla corona. Concorsero tutti al perdono, anteponendo il sicuro presente bene all'incerto del patrocinio franzese; e però in vantaggio di lor soli si convertì la spedizione del Guisa. Ciò non ostante, esso duca, avendo giudicato utile ai suoi disegni l'acquisto di Castellamare, colà sbarcò le milizie sue; e giacchè quel presidio alla dolce chiamata negò di rendere la città, le artiglierie cominciarono a parlargli di altro tuono. Formata la breccia, si venne ad un generale assalto, per cui in meno di sei ore con poca perdita di gente il duca divenne padrone della città e del castello. Ciò fatto, spedì egli il marchese Plessis Belieure ad impossessarsi della Sarna, e ad occupare i mulini e ponti della Persica e di Scaffati: il che avrebbe sommamente incomodata la città di Napoli. Fu creduto che se il Guisa fosse marciato a dirittura ai borghi di Napoli, avrebbe fatto progressi superiori alla comune espettazione: tanta era la costernazion degli Spagnuoli, la lor diffidenza de' Napoletani, e poche le presenti lor forze. Ma perchè gli mancarono presto i viveri, e i soldati si abbandonarono alla licenza per procacciarsene, il che fece fuggire i paesani; e perchè sopraggiunse Carlo della Gatta con grossi rinforzi, perderono in breve i Franzesi i posti occupati; ed in Castellamare, dopo aver consumato quasi tutto il biscotto, si trovarono in tali angustie, che il duca si vide forzato a rimbarcar la sua gente, e rivolgere di nuovo le prore verso Ponente. Gran fatica durò per la contrarietà del mare all'imbarco, e nel viaggio patì gravissimi disastri, ma in fine si ridusse in Provenza, con aver perduto da secento de' suoi soldati, e lasciate in preda alle onde alcune sue navi. Allora, benchè troppo tardi, imparò qual pericolo sia il solcare in certi tempi il mare, e il fidarsi di popoli tumultuanti e promettitori di gran cose in lontananza, ma poi al bisogno atterriti e mancanti di parola. Sebuona piega prendevano gli affari del Guisa, pensava la Francia di spedirgli per terra un corpo di cavalleria; e perciò il Caracena nello Stato di Milano facea buone guardie a fine d'impedirne il passaggio. Andarono a monte questi pensieri per la ritirata del Guisa, restando sommamente ringalluzziti gli Spagnuoli al vedersi con tanta felicità liberi da quella temuta invasione, e confuso l'ardire dei nemici Franzesi.

Poco prosperamente camminarono in quest'anno gli sforzi della veneta repubblica nella guerra col Turco. Venuta la primavera, voglioso Lorenzo Delfino, generale della Dalmazia, di far qualche gloriosa impresa, con sei mila combattenti si portò ad assediare la forte piazza di Chnin, e cominciò a batterla. Non passò gran tempo che sopraggiunsero al soccorso cinque mila Musulmani, che obbligarono i cristiani alla ritirata. Fu questa fatta con sì mal ordine, che rimase divisa la fanteria dalla cavalleria, e perciò restarono amendue sbaragliate con perdita di circa tre mila persone, di molte insegne e cannoni: disgrazia amaramente sentita dal senato non men per lo danno sofferto, che per lo scoraggimento delle rimanenti milizie. Seguì ancora nel dì 11 di giugno ne' mari di Levante una fiera battaglia fra l'armata navale turchesca e la veneta assai inferiore di forze. Con tutta la disparità fecero maraviglie di valore i Veneziani, ed anche incendiarono alcune navi nemiche; ma più n'ebbero incendiate delle proprie, ed alcune altre rimasero prese. Grave nulladimeno essendo stato il danno degli infedeli, ciascuna delle parti, secondo il solito in simili casi, decantò la vittoria. Nè si dee tacere una curiosa avventura di questi tempi. Ad alcuni religiosi minori osservanti, il numero dei quali supera di gran lunga qualsivoglia altro ordine religioso, cadde in pensiero di sacrificar le loro vite o sull'armata navale, o in Candia, per difesa della religion cristiana. Proposto nella congregaziondi Roma il loro zelo e disegno, fu approvato con alcune modificazioni, e restò disegnata più d'una città dove s'avea da unire quest'armata fratesca. Ma si frappose il duca di Terranuova ambasciatore di Spagna in Roma, facendo riflettere che portando i Francescani l'armi contra del Turco, avrebbono perduti i luoghi santi di Gerusalemme; e tanti altri dello stesso ordine, esistenti nelle missioni del Levante, sarebbono rimasti esposti alla crudeltà de' Turchi. Per tali opposizioni abortì il sopraddetto disegno. Molti maneggi avea fattoFrancesco I ducadi Modena per passare alle terze nozze, siccome principe robusto e di delicata coscienza; ma svaniti questi, infine s'appigliò a prenderedonna Lucrezia Barberini, nipote de' cardinaliFrancescoedAntonio, e pronipote del giàpapa Urbano VIII, con dote di mezzo milione d'oro. Tale era il credito e la potenza di quei porporati nella corte di Roma e di Francia, che intervenendovi anche gli uffizii dipapa Innocenzo X, divenuto tutto Barberino, e delcardinal Mazzarino, sempre intento a procurar parziali alla corona di Francia, che il duca di Modena riguardò tal matrimonio come utile ai presenti suoi interessi. Fu poi sposata questa principessa nel seguente anno in Loreto, e fece la sua entrata nel dì 23 d'aprile in Modena. Il magnifico viaggio della medesima si truova descritto da Leone Allacci celebre letterato. Più giorni furono impiegati in sontuose feste e pubblici solazzi, e spezialmente eccitò il plauso e l'ammirazione de' folti spettatori, sì del paese che forestieri, un ingegnoso torneo, accompagnato da gran copia di strane macchine, da ogni sorta di strumenti musicali, e dallo sfarzo degli abiti, che fu in tal congiuntura eseguito dalla nobiltà modenese, esercitata allora in somiglianti spettacoli.


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