MDCLV

MDCLVAnno diCristoMDCLV. IndizioneVIII.AlessandroVII papa 1.FerdinandoIII imperad. 18.Si vide il principio di quest'anno funestato dalla morte dipapa Innocenzo Xpiù che ottuagenario, succeduta nel dì 7 di gennaio, dopo dieci anni, tre mesi e ventitrè giorni di pontificato. Principe fu di rara prudenza nel governo, savio, circospetto nel parlare, tardo a risolvere, per accettar meglio le risoluzioni, e perciò difficile nelle grazie. Prelato Datario s'era acquistato il titolo dimonsignor, non si può. Per altro si diede sempre a conoscere amantissimo della giustizia, e alle occorrenze la esercitò, ed anche andando per Roma riceveva i memoriali de' poveri, per tenere in freno i ministri. Inclinava forte all'economia e al risparmio talmente che di lui si lagnarono forte i Veneziani, perchè non imitando egli tanti altri zelanti papi, pochissimi aiuti contribuì alla difesa dei cristianesimo nella guerra col Turco. Scusavasi esso pontefice coll'aver trovata troppo esausta la camera apostolica, e col costante desiderio di non aggravare i popoli (dal che ben si guardò), anzi di sgravarli: al qual fine avea adunata gran somma di danaro, che servì poi a tutt'altro. A riserva dell'affare di Castro, abborrì di entrare in alcun altro impegno, tenendosi amico di tutti, creduto sul principio sommamente parziale degli Spagnuoli, e sul fine tutto Franzese. Nella carestia del popolo romano provvide al suo bisogno, e lasciò insigni memorie di fabbriche nelle basiliche Lateranense e Vaticana, nel Campidoglio e in altri luoghi. Quel solo che ecclissò alquanto la gloria d'Innocenzo X fu l'aver avuto per cognata, cioè per moglie del defunto suo fratello Panfilio Panfilii,donna Olimpia Maidalchina, donna di gran senno bensì, e di non minore onestà ornata, ma insieme soggetta alta vertigini dell'ambizione e dell'interesse. Ancorchè non avesse ella che un figlio, cioèdon Camillo Panfilio, attoa propagar la sua casa; pure per dominare sotto la di lui ombra a palazzo, gli fece conferir la porpora, e il titolo allora usato di cardinal padrone. Innamoratosi questi poi della principessa di Rossano, deposta la porpora, passò alle nozze; per la qual risoluzione, non approvata dalla madre, e nè pure dal papa, restò poi escluso dalla corte ed anche da Roma. Trovandosi allora il vecchio pontefice bisognoso di chi l'aiutasse a portare la pesante soma del governo, donna Olimpia ebbe campo, siccome donna virile, d'ingerirsi in tutti gli affari, di maniera che a lei faceano capo anche gli ambasciatori, e per mezzo di lei si ottenevano le grazie; per le quali vie giunse ella ad accumular tesori. Ora, al vedere nel sacro palazzo un tal dispotismo, vie più improprio, perchè di donna, tanti in fine furono gli schiamazzi, che avvedutosi il buon pontefice che ne pativa la riputazione sua, rimosse non solo dai pubblici affari, ma anche dal palazzo l'ambiziosa cognata. Effetto fu della sua saviezza una tal risoluzione, ma effetto similmente della sua debolezza l'avere di poi rimessa alquanto nella sua confidenza essa donna Olimpia, la cui fortuna si sostenne da lì innanzi finchè visse il papa, e provò poi anche dei balzi sotto il di lui successore.Aprissi dopo l'esequie del defunto pontefice il sacro conclave, e si consumarono quasi tre mesi in discordie e dibattimenti, finchè nel dì 7 d'aprile cadde l'elezione nella persona delcardinale Fabio Chigi, Sanese di patria, il quale assunse il nome diAlessandro VII. Concorrevano in lui tali doti di pietà, di letteratura, di saviezza, che quantunque in età di cinquantasei anni, e creato cardinale solamente nel 1652, pure si trovò anteposto a tutti gli altri più vecchi porporati. Gran plauso riportò da tutti questa elezione. Sfavillava spezialmente in lui un vero zelo per la difesa della cristianità, e fu dei più caldi nel conclave a mettere fra gli obblighi del futuro pontefice, che si somministrassero gagliardi aiuti alla repubblicadi Venezia, per sostenersi nella guerra a lei mossa dal comune nemico. Avea egli anche assai conosciuti e molto detestati i disordini del nepotismo, e però per quasi tutto il primo anno del suo governo stette fermo in non volere in Roma il fratelloMarioe i nipoti, con istupore di Roma, non avvezza a somiglianti miracoli. In Lombardia vide l'anno presente divampar di nuovo la guerra, suscitata dalla baldanzosa politica delmarchese di Caracenagovernatore dello Stato di Milano. Dappoichè era a lui riuscito di snidar da Casale i Francesi, d'impadronirsi di Trino, e di far altre imprese con felicità, e spezialmente di ridurre alla divozione di SpagnaCarlo II ducadi Mantova, si avvisò di far lo stesso anche conFrancesco I ducadi Modena, e di adoperarvi l'esorcismo della forza. Sul principio dunque di marzo si mosse da Cremona coll'esercito suo, seco menando un gran treno di grossa artiglieria e di attrezzi militari, e una smisurata folla di guastatori, accostandosi al Po, per entrare negli Stati del duca. Nello stesso tempo spedì a Modena il conte Girolamo Stampa ad esporre i motivi della corte di Spagna di essere poco soddisfatta degli andamenti di esso duca, il quale fortificava Brescello e la cittadella di Modena; facea massa di gente; non avea indotto ilcardinale Rinaldosuo fratello a dimettere, secondo i patti, la protezion della Francia; ed avea stabilito un matrimonio, ed era dietro ad un altro che non piacevano al re Cattolico. Il perchè chiedeva sicurezze della di lui fede o colla consegna di qualche piazza, o che si mandassero per ostaggi in Ispagna i figli del duca. Rispose il duca, che l'aver egli solamente due mila fanti e cinquecento cavalli, e il fortificar le sue piazze conveniva a lui per propria difesa; aver egli richiamato da Roma il fratello cardinale, e fattogli accettare il vescovato di Reggio; con altre ragioni che egli a suo tempo dedusse in un manifesto pubblicato colle stampe. Quanto poi alle bravate, se ne sbrigò con dire che si sarebbedifeso dall'ingiusta violenza altrui. Perciò non perdè tempo a spedire rinforzi a Reggio e Brescello, e il tenente generale conte Baiardi con ottocento cavalli a guardar le rive del Po.Ma il Caracena su quel di Parma valicò il suddetto fiume: il che saputo, volò il Baiardi a Correggio, ed obbligò quel presidio spagnuolo a cedergli la piazza. Credendo il duca che il nemico esercito avesse da far pruove del suo valore contro la fortezza di Brescello, si portò colla sua nobiltà e con un corpo di fanteria a Reggio. Ma eccoli comparire il Caracena sotto quella stessa città, e bloccarla, quivi trovando chi tosto uscì a scaramucciar colle sue genti. Ora il duca, per meglio accudire a' suoi bisogni, animosamente colle sue guardie uscì nella notte del di 18 di marzo fuor di Reggio, lasciando ivi alla difesa il marchese Tobia Pallavicino; e postosi al largo, si applicò a mettere in armi tutte le sue cernide, e fatti venir di qua dall'Apennino i valorosi suoi Garfagnini, si preparò per soccorrere la minacciata città di Reggio. Interpostosi il duca di Parma per un aggiustamento, trovò così alte le pretensioni del superbo Caracena, che l'Estense con disdegno le rigettò, e andò a terra ogni trattato. Non erano le forze degli Spagnuoli, quali sul principio la fama decantò; laonde il Caracena, scorgendo aumentarsi ogni dì più quelle del duca, e la guarnigion di Reggio far delle frequenti sortite con danno de' suoi, nella notte del dì 22 di marzo con precipitosa ritirata levò il campo, e se ne tornò colla testa bassa a ripassare il Po, dopo aver fatto divenire nemico aperto un principe dianzi solamente amico sospetto. E di questa violenza riportò bene il Caracena l'universale biasimo, siccome il duca Francesco gran lode per la sua intrepidezza. Fu di poi esso Caracena richiamato e spedito in Fiandra a riparar la riputazione perduta. Ai primi rumori dell'armi suddette avea l'Estense spedito a Torino e a Parigi per ottener soccorsi. Di tal congiuntura si prevalseilcardinal Mazzarinoper conchiudere il matrimonio didonna Laura Martinozzi, sua nipote, e sorella del principe di Contì, colprincipe Alfonsoprimogenito d'esso duca Francesco I: alleanza a cui fin qui avea trovato il duca delle difficoltà. Promise il cardinale una gagliarda assistenza dell'armi franzesi all'Estense, e seguì a Compiegne lo sposalizio con gran solennità della corte reale nel dì 27 di maggio. Giunse questa principessa a Modena nel dì 16 di luglio, e riuscì poi donna superiore al suo sesso. Alle allegrezze della casa d'Este s'aggiunse ancora il giubilo della nascita d'un principino figlio del duca Francesco, a cui fu posto il nome diRinaldo; ed a lui, benchè terzogenito, Dio riserbò la conservazione e la propagazione del nobilissimo sangue estense.Attenne ilcardinal Mazzarinola sua promessa, ed ecco giugnere nel mese di giugno in Piemonte un'armata, che unita colle milizie del duca di Savoia si fece ascendere a diciotto mila fanti e sette mila cavalli. La politica e la fama accrescono sempre il nerbo degli eserciti. Ne prese il comando ilprincipe Tommasodi Savoia, come generale dell'armi di Francia. Nel dì 8 del mese suddetto, avendo egli felicemente passato il Ticino, colle scorrerie portò la costernazione sino a Milano, da dove i benestanti cominciarono a salvarsi col loro meglio in altri paesi. Si mosse intanto anche il duca di Modena con più di quattro mila fanti e mille cavalli per unirsi ai Franzesi; e perciocchè le maggiori istanze del principe Tommaso erano che egli menasse al campo munizioni da guerra, inviò colle genti sue una processione di novecento carra tirate da due o tre paia di buoi, con diciotto pezzi d'artiglieria, e con quanto occorreva per imprese militari. Giunto egli al campo, si trattò di assalir qualche piazza, e il duca voleva che si cominciasse da Lodi, di facile conquista; ma chi più potea determinò l'assedio di Pavia, a cui fu dato principio nel dì 24 di luglio. Non mi tratterrò io in descrivernele particolarità, dopo averne abbastanza parlato nelle Antichità Estensi. Basterà al lettore il sapere che bella difesa fecero gli Spagnuoli e Pavesi, e che il duca di Modena colpito alla sfuggita da una palla di falconetto nelle spalle, con ampia ferita gli portò via la carne e gli scheggiò l'osso, fu in pericolo della vita; e che quell'assedio infelicemente progredì, avendo di tanto in tanto lasciato entrar dei soccorsi nella città il principe Tommaso. Era egli figlio delduca Carlo Emmanueleseniore, cioè del maggior politico de' suoi tempi, e seppe ben profittare della di lui scuola. Per attestato d'Alberto Lazzari, quand'egli fu del partito spagnuolo, seppe ben servire i Franzesi; e quando comandò l'armi franzesi, non dimenticò di prestar servigio agli Spagnuoli. In una parola, all'avviso che fossero sbarcate al Finale alcune migliaia di combattenti spediti da Spagna, l'esercito franzese, già molto infievolito per le diserzioni e malattie, trovandosi anche infermi il duca e il principe, quasi preso da timor panico, disordinatamente ed in fretta si ritirò nel dì 15 di settembre da quell'assedio, lasciando indietro alquanti pezzi di cannone, seicento sacchi di farina, non poche bagaglie e molti attrezzi da guerra. Ilprincipe Tommaso, condotto colla febbre in corpo a Torino, finì di vivere nel dì 22 di gennaio dell'anno seguente 1656. Fu portato il feritoduca di Modenaad Asti, dove dopo tre mesi riavuta la sanità, passò a Torino, e di là poi prese le poste alla volta di Parigi. Colà giunto nel dì 27 di dicembre, incredibili carezze ricevette dal re Cristianissimo e dal cardinal Mazzarino, ben persuasi che egli dicea daddovero nel servigio della corona di Francia.Fu in quest'anno cheCarlo Emmanuele IIduca di Savoia fu inquietato dalla ribellion dei Barbetti, eretici valdesi, abitanti nelle valli di Luzerna, San Martino, Angrogna e Perusa. Le insolenze di costoro contra dei cattolici e la lor disubbidienza agli editti del sovrano arrivaronofinalmente ad un'aperta sedizione; laonde quella corte fu obbligata a spedir colà il marchese di Pianezza con fanteria e cavalleria, e poscia il marchese Galeazzo Villa, per mettere in dovere gli ammutinati. Costoro si ritirarono all'alto delle montagne in siti fortissimi, e però seguirono stragi, incendii e saccheggi. Tante doglianze poi fecero costoro negli Svizzeri, in Olanda, Inghilterra e fra gli ugonotti di Francia, che in lor favore si mosse o con uffizii o con gente tutta la razza de' protestanti, di maniera che, temendo la Francia che s'accendesse per questo una gran guerra, giudicò meglio d'interporsi, e di condurre le controversie ad un accomodamento con riputazione di quella di Torino. Mancò di vita nel marzo di quest'annoFrancesco Molinodoge di Venezia, ed ebbe per successore nel dì 25 d'esso meseCarlo Contarino. Non poche prodezze fecero l'armi venete nella guerra co' Turchi.Francesco Morosino, capitan generale dell'armata navale, espugnata l'isola d'Egina, ne condusse via circa quattrocento schiavi. Nel dì 23 di marzo si portò ad espugnare la città di Volo sulle coste della Macedonia, e se ne impadronì colla forza, asportandone venti cannoni di bronzo e sette di ferro, con prodigiosa quantità di biscotti, e lasciando in preda alle fiamme la misera città. Ma di gran lunga maggiore fu la gloria riportata da lui nell'atroce battaglia di mare che seguì ai Dardanelli, nel dì 21 di giugno, fra la veneta armata e quella de' Turchi. Ne riportarono i cristiani una insigne vittoria. Undici tra vascelli e galee turchesche rimasero incendiate; altrettante o si affondarono o perirono al lido colla morte di circa sette mila infedeli; tre lor legni con più di secento persone rimasero in poter de' Veneziani. Nel dì seguente trovate alla spiaggia altre navi turchesche spogliate di genti e cannoni, furono incendiate. Per quasi due mesi tenne dipoi il Morosino l'assedio a Napoli di Romania, ma non potè ridurlo alla sua ubbidienza. Gli riuscì bensì di prendereMegara, che fu saccheggiata e data in preda al fuoco. Gran bottino fecero ivi i soldati, e ne furono asportati tredici grossi cannoni e gran copia di grano. Secondo il Guichenon, nell'ottobre di quest'anno giunse a Torino l'incomparabil donnaCristina Alessandraregina di Svezia, che avea dato un calcio al regno, ed abbracciata la religione cattolica. Ricevette ella di grandi onori dalla corte di Savoia; ed imbarcatasi per Po, venne a Ferrara e Bologna; e proseguendo il viaggio per tutto lo Stato ecclesiastico, accompagnata sempre dal famoso letterato Luca Olstenio canonico di San Pietro, mandatole incontro dal papa, pervenne nel dì 19 di dicembre a Roma. Solenne fu il suo ingresso in quella gran città, indicibile il plauso e l'allegrezza della sacra corte: il papa e i cardinali non lasciarono indietro dimostrazione alcuna di stima verso questa nuova eroina.

Si vide il principio di quest'anno funestato dalla morte dipapa Innocenzo Xpiù che ottuagenario, succeduta nel dì 7 di gennaio, dopo dieci anni, tre mesi e ventitrè giorni di pontificato. Principe fu di rara prudenza nel governo, savio, circospetto nel parlare, tardo a risolvere, per accettar meglio le risoluzioni, e perciò difficile nelle grazie. Prelato Datario s'era acquistato il titolo dimonsignor, non si può. Per altro si diede sempre a conoscere amantissimo della giustizia, e alle occorrenze la esercitò, ed anche andando per Roma riceveva i memoriali de' poveri, per tenere in freno i ministri. Inclinava forte all'economia e al risparmio talmente che di lui si lagnarono forte i Veneziani, perchè non imitando egli tanti altri zelanti papi, pochissimi aiuti contribuì alla difesa dei cristianesimo nella guerra col Turco. Scusavasi esso pontefice coll'aver trovata troppo esausta la camera apostolica, e col costante desiderio di non aggravare i popoli (dal che ben si guardò), anzi di sgravarli: al qual fine avea adunata gran somma di danaro, che servì poi a tutt'altro. A riserva dell'affare di Castro, abborrì di entrare in alcun altro impegno, tenendosi amico di tutti, creduto sul principio sommamente parziale degli Spagnuoli, e sul fine tutto Franzese. Nella carestia del popolo romano provvide al suo bisogno, e lasciò insigni memorie di fabbriche nelle basiliche Lateranense e Vaticana, nel Campidoglio e in altri luoghi. Quel solo che ecclissò alquanto la gloria d'Innocenzo X fu l'aver avuto per cognata, cioè per moglie del defunto suo fratello Panfilio Panfilii,donna Olimpia Maidalchina, donna di gran senno bensì, e di non minore onestà ornata, ma insieme soggetta alta vertigini dell'ambizione e dell'interesse. Ancorchè non avesse ella che un figlio, cioèdon Camillo Panfilio, attoa propagar la sua casa; pure per dominare sotto la di lui ombra a palazzo, gli fece conferir la porpora, e il titolo allora usato di cardinal padrone. Innamoratosi questi poi della principessa di Rossano, deposta la porpora, passò alle nozze; per la qual risoluzione, non approvata dalla madre, e nè pure dal papa, restò poi escluso dalla corte ed anche da Roma. Trovandosi allora il vecchio pontefice bisognoso di chi l'aiutasse a portare la pesante soma del governo, donna Olimpia ebbe campo, siccome donna virile, d'ingerirsi in tutti gli affari, di maniera che a lei faceano capo anche gli ambasciatori, e per mezzo di lei si ottenevano le grazie; per le quali vie giunse ella ad accumular tesori. Ora, al vedere nel sacro palazzo un tal dispotismo, vie più improprio, perchè di donna, tanti in fine furono gli schiamazzi, che avvedutosi il buon pontefice che ne pativa la riputazione sua, rimosse non solo dai pubblici affari, ma anche dal palazzo l'ambiziosa cognata. Effetto fu della sua saviezza una tal risoluzione, ma effetto similmente della sua debolezza l'avere di poi rimessa alquanto nella sua confidenza essa donna Olimpia, la cui fortuna si sostenne da lì innanzi finchè visse il papa, e provò poi anche dei balzi sotto il di lui successore.

Aprissi dopo l'esequie del defunto pontefice il sacro conclave, e si consumarono quasi tre mesi in discordie e dibattimenti, finchè nel dì 7 d'aprile cadde l'elezione nella persona delcardinale Fabio Chigi, Sanese di patria, il quale assunse il nome diAlessandro VII. Concorrevano in lui tali doti di pietà, di letteratura, di saviezza, che quantunque in età di cinquantasei anni, e creato cardinale solamente nel 1652, pure si trovò anteposto a tutti gli altri più vecchi porporati. Gran plauso riportò da tutti questa elezione. Sfavillava spezialmente in lui un vero zelo per la difesa della cristianità, e fu dei più caldi nel conclave a mettere fra gli obblighi del futuro pontefice, che si somministrassero gagliardi aiuti alla repubblicadi Venezia, per sostenersi nella guerra a lei mossa dal comune nemico. Avea egli anche assai conosciuti e molto detestati i disordini del nepotismo, e però per quasi tutto il primo anno del suo governo stette fermo in non volere in Roma il fratelloMarioe i nipoti, con istupore di Roma, non avvezza a somiglianti miracoli. In Lombardia vide l'anno presente divampar di nuovo la guerra, suscitata dalla baldanzosa politica delmarchese di Caracenagovernatore dello Stato di Milano. Dappoichè era a lui riuscito di snidar da Casale i Francesi, d'impadronirsi di Trino, e di far altre imprese con felicità, e spezialmente di ridurre alla divozione di SpagnaCarlo II ducadi Mantova, si avvisò di far lo stesso anche conFrancesco I ducadi Modena, e di adoperarvi l'esorcismo della forza. Sul principio dunque di marzo si mosse da Cremona coll'esercito suo, seco menando un gran treno di grossa artiglieria e di attrezzi militari, e una smisurata folla di guastatori, accostandosi al Po, per entrare negli Stati del duca. Nello stesso tempo spedì a Modena il conte Girolamo Stampa ad esporre i motivi della corte di Spagna di essere poco soddisfatta degli andamenti di esso duca, il quale fortificava Brescello e la cittadella di Modena; facea massa di gente; non avea indotto ilcardinale Rinaldosuo fratello a dimettere, secondo i patti, la protezion della Francia; ed avea stabilito un matrimonio, ed era dietro ad un altro che non piacevano al re Cattolico. Il perchè chiedeva sicurezze della di lui fede o colla consegna di qualche piazza, o che si mandassero per ostaggi in Ispagna i figli del duca. Rispose il duca, che l'aver egli solamente due mila fanti e cinquecento cavalli, e il fortificar le sue piazze conveniva a lui per propria difesa; aver egli richiamato da Roma il fratello cardinale, e fattogli accettare il vescovato di Reggio; con altre ragioni che egli a suo tempo dedusse in un manifesto pubblicato colle stampe. Quanto poi alle bravate, se ne sbrigò con dire che si sarebbedifeso dall'ingiusta violenza altrui. Perciò non perdè tempo a spedire rinforzi a Reggio e Brescello, e il tenente generale conte Baiardi con ottocento cavalli a guardar le rive del Po.

Ma il Caracena su quel di Parma valicò il suddetto fiume: il che saputo, volò il Baiardi a Correggio, ed obbligò quel presidio spagnuolo a cedergli la piazza. Credendo il duca che il nemico esercito avesse da far pruove del suo valore contro la fortezza di Brescello, si portò colla sua nobiltà e con un corpo di fanteria a Reggio. Ma eccoli comparire il Caracena sotto quella stessa città, e bloccarla, quivi trovando chi tosto uscì a scaramucciar colle sue genti. Ora il duca, per meglio accudire a' suoi bisogni, animosamente colle sue guardie uscì nella notte del di 18 di marzo fuor di Reggio, lasciando ivi alla difesa il marchese Tobia Pallavicino; e postosi al largo, si applicò a mettere in armi tutte le sue cernide, e fatti venir di qua dall'Apennino i valorosi suoi Garfagnini, si preparò per soccorrere la minacciata città di Reggio. Interpostosi il duca di Parma per un aggiustamento, trovò così alte le pretensioni del superbo Caracena, che l'Estense con disdegno le rigettò, e andò a terra ogni trattato. Non erano le forze degli Spagnuoli, quali sul principio la fama decantò; laonde il Caracena, scorgendo aumentarsi ogni dì più quelle del duca, e la guarnigion di Reggio far delle frequenti sortite con danno de' suoi, nella notte del dì 22 di marzo con precipitosa ritirata levò il campo, e se ne tornò colla testa bassa a ripassare il Po, dopo aver fatto divenire nemico aperto un principe dianzi solamente amico sospetto. E di questa violenza riportò bene il Caracena l'universale biasimo, siccome il duca Francesco gran lode per la sua intrepidezza. Fu di poi esso Caracena richiamato e spedito in Fiandra a riparar la riputazione perduta. Ai primi rumori dell'armi suddette avea l'Estense spedito a Torino e a Parigi per ottener soccorsi. Di tal congiuntura si prevalseilcardinal Mazzarinoper conchiudere il matrimonio didonna Laura Martinozzi, sua nipote, e sorella del principe di Contì, colprincipe Alfonsoprimogenito d'esso duca Francesco I: alleanza a cui fin qui avea trovato il duca delle difficoltà. Promise il cardinale una gagliarda assistenza dell'armi franzesi all'Estense, e seguì a Compiegne lo sposalizio con gran solennità della corte reale nel dì 27 di maggio. Giunse questa principessa a Modena nel dì 16 di luglio, e riuscì poi donna superiore al suo sesso. Alle allegrezze della casa d'Este s'aggiunse ancora il giubilo della nascita d'un principino figlio del duca Francesco, a cui fu posto il nome diRinaldo; ed a lui, benchè terzogenito, Dio riserbò la conservazione e la propagazione del nobilissimo sangue estense.

Attenne ilcardinal Mazzarinola sua promessa, ed ecco giugnere nel mese di giugno in Piemonte un'armata, che unita colle milizie del duca di Savoia si fece ascendere a diciotto mila fanti e sette mila cavalli. La politica e la fama accrescono sempre il nerbo degli eserciti. Ne prese il comando ilprincipe Tommasodi Savoia, come generale dell'armi di Francia. Nel dì 8 del mese suddetto, avendo egli felicemente passato il Ticino, colle scorrerie portò la costernazione sino a Milano, da dove i benestanti cominciarono a salvarsi col loro meglio in altri paesi. Si mosse intanto anche il duca di Modena con più di quattro mila fanti e mille cavalli per unirsi ai Franzesi; e perciocchè le maggiori istanze del principe Tommaso erano che egli menasse al campo munizioni da guerra, inviò colle genti sue una processione di novecento carra tirate da due o tre paia di buoi, con diciotto pezzi d'artiglieria, e con quanto occorreva per imprese militari. Giunto egli al campo, si trattò di assalir qualche piazza, e il duca voleva che si cominciasse da Lodi, di facile conquista; ma chi più potea determinò l'assedio di Pavia, a cui fu dato principio nel dì 24 di luglio. Non mi tratterrò io in descrivernele particolarità, dopo averne abbastanza parlato nelle Antichità Estensi. Basterà al lettore il sapere che bella difesa fecero gli Spagnuoli e Pavesi, e che il duca di Modena colpito alla sfuggita da una palla di falconetto nelle spalle, con ampia ferita gli portò via la carne e gli scheggiò l'osso, fu in pericolo della vita; e che quell'assedio infelicemente progredì, avendo di tanto in tanto lasciato entrar dei soccorsi nella città il principe Tommaso. Era egli figlio delduca Carlo Emmanueleseniore, cioè del maggior politico de' suoi tempi, e seppe ben profittare della di lui scuola. Per attestato d'Alberto Lazzari, quand'egli fu del partito spagnuolo, seppe ben servire i Franzesi; e quando comandò l'armi franzesi, non dimenticò di prestar servigio agli Spagnuoli. In una parola, all'avviso che fossero sbarcate al Finale alcune migliaia di combattenti spediti da Spagna, l'esercito franzese, già molto infievolito per le diserzioni e malattie, trovandosi anche infermi il duca e il principe, quasi preso da timor panico, disordinatamente ed in fretta si ritirò nel dì 15 di settembre da quell'assedio, lasciando indietro alquanti pezzi di cannone, seicento sacchi di farina, non poche bagaglie e molti attrezzi da guerra. Ilprincipe Tommaso, condotto colla febbre in corpo a Torino, finì di vivere nel dì 22 di gennaio dell'anno seguente 1656. Fu portato il feritoduca di Modenaad Asti, dove dopo tre mesi riavuta la sanità, passò a Torino, e di là poi prese le poste alla volta di Parigi. Colà giunto nel dì 27 di dicembre, incredibili carezze ricevette dal re Cristianissimo e dal cardinal Mazzarino, ben persuasi che egli dicea daddovero nel servigio della corona di Francia.

Fu in quest'anno cheCarlo Emmanuele IIduca di Savoia fu inquietato dalla ribellion dei Barbetti, eretici valdesi, abitanti nelle valli di Luzerna, San Martino, Angrogna e Perusa. Le insolenze di costoro contra dei cattolici e la lor disubbidienza agli editti del sovrano arrivaronofinalmente ad un'aperta sedizione; laonde quella corte fu obbligata a spedir colà il marchese di Pianezza con fanteria e cavalleria, e poscia il marchese Galeazzo Villa, per mettere in dovere gli ammutinati. Costoro si ritirarono all'alto delle montagne in siti fortissimi, e però seguirono stragi, incendii e saccheggi. Tante doglianze poi fecero costoro negli Svizzeri, in Olanda, Inghilterra e fra gli ugonotti di Francia, che in lor favore si mosse o con uffizii o con gente tutta la razza de' protestanti, di maniera che, temendo la Francia che s'accendesse per questo una gran guerra, giudicò meglio d'interporsi, e di condurre le controversie ad un accomodamento con riputazione di quella di Torino. Mancò di vita nel marzo di quest'annoFrancesco Molinodoge di Venezia, ed ebbe per successore nel dì 25 d'esso meseCarlo Contarino. Non poche prodezze fecero l'armi venete nella guerra co' Turchi.Francesco Morosino, capitan generale dell'armata navale, espugnata l'isola d'Egina, ne condusse via circa quattrocento schiavi. Nel dì 23 di marzo si portò ad espugnare la città di Volo sulle coste della Macedonia, e se ne impadronì colla forza, asportandone venti cannoni di bronzo e sette di ferro, con prodigiosa quantità di biscotti, e lasciando in preda alle fiamme la misera città. Ma di gran lunga maggiore fu la gloria riportata da lui nell'atroce battaglia di mare che seguì ai Dardanelli, nel dì 21 di giugno, fra la veneta armata e quella de' Turchi. Ne riportarono i cristiani una insigne vittoria. Undici tra vascelli e galee turchesche rimasero incendiate; altrettante o si affondarono o perirono al lido colla morte di circa sette mila infedeli; tre lor legni con più di secento persone rimasero in poter de' Veneziani. Nel dì seguente trovate alla spiaggia altre navi turchesche spogliate di genti e cannoni, furono incendiate. Per quasi due mesi tenne dipoi il Morosino l'assedio a Napoli di Romania, ma non potè ridurlo alla sua ubbidienza. Gli riuscì bensì di prendereMegara, che fu saccheggiata e data in preda al fuoco. Gran bottino fecero ivi i soldati, e ne furono asportati tredici grossi cannoni e gran copia di grano. Secondo il Guichenon, nell'ottobre di quest'anno giunse a Torino l'incomparabil donnaCristina Alessandraregina di Svezia, che avea dato un calcio al regno, ed abbracciata la religione cattolica. Ricevette ella di grandi onori dalla corte di Savoia; ed imbarcatasi per Po, venne a Ferrara e Bologna; e proseguendo il viaggio per tutto lo Stato ecclesiastico, accompagnata sempre dal famoso letterato Luca Olstenio canonico di San Pietro, mandatole incontro dal papa, pervenne nel dì 19 di dicembre a Roma. Solenne fu il suo ingresso in quella gran città, indicibile il plauso e l'allegrezza della sacra corte: il papa e i cardinali non lasciarono indietro dimostrazione alcuna di stima verso questa nuova eroina.


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