MDCLVIAnno diCristoMDCLVI. IndizioneIX.AlessandroVII papa 2.FerdinandoIII imperad. 19.Erasi portatoCarlo II ducadi Mantova nel verno di quest'anno a Parigi per rimettersi, se potea, in grazia di quella corte, perchè, al mirare ingagliarditi i Franzesi in Lombardia, gli tremava il cuore. Se ne tornò egli in Italia poco, secondo le apparenze, aggustato, perciocchè continuò a seguitare il partito spagnuolo. Alla corte d'esso re Cristianissimo s'era, come dicemmo, trasferito ancheFrancesco I ducadi Modena, e dopo aver concertato quanto occorreva per la campagna dell'anno presente, carico di doni, e col titolo di generalissimo delle armate di Francia in Italia, sen venne pel Genovesato, e giunse a Modena nel dì 20 di febbraio. A militare con lui e sotto di lui venne anche il duca di Mercurio. Sul principio di giugno ito esso duca di Modena a prendere il comando dell'armata Franzese, con cui si unì anche il giovane marchese Villa colle truppedel duca di Savoia, dopo aver minacciato varie altre piazze dello Stato di Milano, all'improvviso andò a mettere l'assedio alla fortezza di Valenza presso il Po. La piazza era forte, valorosi i difensori; azioni ben calde si fecero sotto di essa, nelle quali ebbe il duca Francesco il dispiacere di perdere due dei suoi primi e migliori uffiziali, cioè il conte Gian-Maria Broglia e il marchese Tobia Pallavicino. Ma più sensibile disavventura provò egli appresso, perchè avendo molto prima gli Spagnuoli ricuperato il castello di Arena, e saputo che da Modena veniva al campo franzese un corpo di quattro mila tra fanti e cavalli, comandati dal duca di Birone e dal conte Giam-Batista Baiardo tenente generale d'esso duca; ilcardinal Teodoro Trivulzio, a cui pro interim dopo la partenza del marchese di Caracena stava appoggiato il governo di Milano, segretamente fece sfilare alla volta di quel castello molte brigate di soldati. Poste queste genti in aguato a Fontana-santa verso i confini del piacentino, allorchè colà giunse senza alcuna ordinanza la soldatesca gallo-estense, l'assalirono, la sbaragliarono, fecero mille e ducento prigioni, fra i quali lo stesso conte Baiardo, a cui nulla giovò il far quanta difesa potè, perchè il duca di Birone coi suoi secento cavalli se ne andò, lasciando lui alla discrezion de' nemici. Questa non lieve percossa punto non isgomentò il duca di Modena, che più vigorosamente che mai continuò gli approcci sotto Valenza. Ma perciocchè pel mantenimento dell'armata abbisognava troppo di un convoglio di viveri, e gli Spagnuoli con tutte le lor forze erano passati alla Gerola: il duca all'improvviso, lasciata nelle linee l'occorrente milizia, marciò col resto dell'esercito contra d'essi Spagnuoli, risoluto di dar loro battaglia. Non vollero eglino questo giuoco, ed onoratamente lasciarono passare il convoglio, che fu la vita del campo franzese sotto Valenza. Giunto poscia al governo di Milano ilconte diFuensaldagna, fece ogni possibile sforzo per ispignere soccorsi in quella piazza, e gli venne fatto una volta d'introdurvi alquanti soldati. Gli altri tentativi riuscirono per lui dannosi; sicchè in fine fu obbligato quel presidio, nel dì 7 di settembre, a capitolar la resa. Corse un gran pericolo nell'anno presente il duca di Modena a cagion dei potenti maneggi degli Spagnuoli alla corte dell'imperadoreFerdinando III, avendo eglino indotto quell'Augusto a spedir proclami contra dello stesso duca, quasichè il far guerra agli Spagnuoli fosse causa concernente il romano imperio. Raunati poi dodici mila Tedeschi, gli spedì esso Augusto in Italia, e già si aspettava la gente di veder piombare questo fulmine sugli Stati del duca Francesco, rimasti affatto sprovveduti di difesa. Ma giunta quella gente nel Tirolo, insorsero dissensioni fra gli uffiziali, e buona parte si sbandò, in maniera che appena quattro mila ne pervennero a Milano, senza essere a tempo di soccorrere Valenza. Fu creduto che il senno e l'oro del duca di Modena dissipasse quel minaccioso temporale. Posta poi ai quartieri d'inverno l'armata, sul fine dell'anno passò di nuovo l'Estense a Parigi, ed arrivò colà nel dì 6 di gennaio.Videsi meglio in quest'anno qual mutazione d'umori possa far la mutazion degli onori. S'era ognuno promesso grandi esempii di virtù nelpontefice Alessandro VII. Siccome dicemmo, niuno più di lui avea declamato contro gli abusi del nepotismo, allorchè era cardinale; questo tenore ancora seguitò ad essere per alquanti mesi. Non volle in Roma il fratello e i nipoti; niun privato interesse compariva in lui; sprezzava le cose caduche di questa vita; davanti agli occhi teneva le memorie della sua morte, e le vite e le azioni dei più insigni romani pontefici. Ma da sì belle massime si allontanò egli alquanto dipoi, perchè, non potendo più reggere alla tentazione, chiamò alla cortedon Mario Chigisuo fratelloe i lui figli, e in mano loro mise i pubblici affari. Si figurò egli di aver posta una gran briglia ai parenti, coll'aver confermata ed armata di maggiori pene una bolla di papaGregorio XIIIche vieta il promettere e il prendere regali per qualsivoglia giustizia e grazia nella corte romana; quasichè chi ha le briglie in mano non possa facilmente defraudare la santa intenzione dei legislatori; e le coscienze poco scrupolose non sappiano trovar ragioni per credere non fatte per loro le stesse leggi della natura e di Dio. Questo inaspettato risarcimento di nepotismo fece cangiar linguaggio a' fabbricatori di prognostici intorno a questo pontificato. Fra gli altri allettato il celebreP. SforzaPallavicino, che fu poi cardinale, dal bell'aspetto di quei primi mesi, s'era già messo a scrivere la Vita dello stesso pontefice. Ma da che vide la metamorfosi suddetta, gli cadde la penna di mano, e lasciò questa cura a chi fosse di stomaco diverso dal suo. Ma spezialmente ebbero a dolersi di questo papa i Veneziani, come abbiamo dalle Storie del senatore Andrea Valiero e del signor Graziani; perchè avendo egli cardinale nel conclave scritto di sua mano il decreto obbligante il futuro pontefice a somministrar a sue spese un corpo di galee e tre mila fanti in difesa di Candia, divenuto poi papa, trovò mille difficoltà, e nè pur si indusse a darne un migliaio, con ristringere nell'ultimo tutta la sua liberalità a spedire in aiuto de' Veneziani quattro sole galee. Poca durata fece nel trono ducale di VeneziaCarlo Contarinoessendo egli stato chiamato all'altra vita nell'anno presente. Ebbe per successoreFrancesco Cornaro, il cui ducato non si stese che a soli venti giorni. In luogo suo fu poi eletto dogeBertuccio Valiero.Era solita l'armata navale veneta ogni anno di postarsi alle bocche de' Dardanelli, per impedirne l'uscita alla turchesca. Avvenne che nel dì 26 di giugno comparve colà Sinan bassà con gran flotta, risoluto di passare senza chieder licenzaa' Veneziani. Però si venne a un terribile conflitto. Era composta l'armata veneta, sotto il comando diLorenzo Marcellocapitan generale, di venticinque vascelli, altrettante galee e sette galeazze, oltre a sette galee de' bravi Maltesi. Per due ore di ostinato combattimento fu incerta la vittoria, finchè sopraffatti i Turchi dal valor dei cristiani, rincularono, cercando colla fuga di sottrarsi al cimento. Inseguiti si precipitavano in mare per salvarsi a nuoto. Molte lor navi rimasero divorate dal fuoco, altre si ruppero a terra. Tredici galee inoltre, sei vascelli e cinque galeazze vennero in poter de' Veneziani, colla morte, per quanto fu creduto, di dieci mila di quegl'infedeli, colla liberazione (se pur tanto si può dire) di cinque mila schiavi cristiani, e coll'acquisto di gran copia d'artiglierie e di attrezzi militari, ricavati dalle abbandonate navi alle quali fu dipoi appiccato il fuoco. Fu questa la più insigne vittoria riportata da' Veneti nella presente guerra; se non che restò essa funestata dalla morte dello stesso capitan generale Marcello. Dopo un sì fortunato successo, espugnarono i cristiani l'isola e rocca di Tenedo, dove lasciarono buon presidio. Altrettanto fecero all'isola e città di Lenno. Provò in quest'anno l'Italia il flagello della peste, che portata dalla Sardegna a Napoli, quivi cominciò ad incrudelire, e passò anche a Roma, dove diede campo al pontefice di usar ogni possibil precauzione e di soccorrere l'afflitto popolo con abbondanti limosine. Sì terribil fu questo malore, che desolò alcune città. Nella sola metropoli di Napoli corse voce che perissero più di ducento ottantacinque mila persone. In Roma, per le tante diligenze di quei magistrati ve ne mancarono solamente ventidue mila, e nello Stato ecclesiastico circa cento sessanta mila. Passò in quest'anno per Genova e Milanodon Giovannid'Austria, figlio illegittimo del re Cattolico, inviato in Francia al comando di quelle armi.
Erasi portatoCarlo II ducadi Mantova nel verno di quest'anno a Parigi per rimettersi, se potea, in grazia di quella corte, perchè, al mirare ingagliarditi i Franzesi in Lombardia, gli tremava il cuore. Se ne tornò egli in Italia poco, secondo le apparenze, aggustato, perciocchè continuò a seguitare il partito spagnuolo. Alla corte d'esso re Cristianissimo s'era, come dicemmo, trasferito ancheFrancesco I ducadi Modena, e dopo aver concertato quanto occorreva per la campagna dell'anno presente, carico di doni, e col titolo di generalissimo delle armate di Francia in Italia, sen venne pel Genovesato, e giunse a Modena nel dì 20 di febbraio. A militare con lui e sotto di lui venne anche il duca di Mercurio. Sul principio di giugno ito esso duca di Modena a prendere il comando dell'armata Franzese, con cui si unì anche il giovane marchese Villa colle truppedel duca di Savoia, dopo aver minacciato varie altre piazze dello Stato di Milano, all'improvviso andò a mettere l'assedio alla fortezza di Valenza presso il Po. La piazza era forte, valorosi i difensori; azioni ben calde si fecero sotto di essa, nelle quali ebbe il duca Francesco il dispiacere di perdere due dei suoi primi e migliori uffiziali, cioè il conte Gian-Maria Broglia e il marchese Tobia Pallavicino. Ma più sensibile disavventura provò egli appresso, perchè avendo molto prima gli Spagnuoli ricuperato il castello di Arena, e saputo che da Modena veniva al campo franzese un corpo di quattro mila tra fanti e cavalli, comandati dal duca di Birone e dal conte Giam-Batista Baiardo tenente generale d'esso duca; ilcardinal Teodoro Trivulzio, a cui pro interim dopo la partenza del marchese di Caracena stava appoggiato il governo di Milano, segretamente fece sfilare alla volta di quel castello molte brigate di soldati. Poste queste genti in aguato a Fontana-santa verso i confini del piacentino, allorchè colà giunse senza alcuna ordinanza la soldatesca gallo-estense, l'assalirono, la sbaragliarono, fecero mille e ducento prigioni, fra i quali lo stesso conte Baiardo, a cui nulla giovò il far quanta difesa potè, perchè il duca di Birone coi suoi secento cavalli se ne andò, lasciando lui alla discrezion de' nemici. Questa non lieve percossa punto non isgomentò il duca di Modena, che più vigorosamente che mai continuò gli approcci sotto Valenza. Ma perciocchè pel mantenimento dell'armata abbisognava troppo di un convoglio di viveri, e gli Spagnuoli con tutte le lor forze erano passati alla Gerola: il duca all'improvviso, lasciata nelle linee l'occorrente milizia, marciò col resto dell'esercito contra d'essi Spagnuoli, risoluto di dar loro battaglia. Non vollero eglino questo giuoco, ed onoratamente lasciarono passare il convoglio, che fu la vita del campo franzese sotto Valenza. Giunto poscia al governo di Milano ilconte diFuensaldagna, fece ogni possibile sforzo per ispignere soccorsi in quella piazza, e gli venne fatto una volta d'introdurvi alquanti soldati. Gli altri tentativi riuscirono per lui dannosi; sicchè in fine fu obbligato quel presidio, nel dì 7 di settembre, a capitolar la resa. Corse un gran pericolo nell'anno presente il duca di Modena a cagion dei potenti maneggi degli Spagnuoli alla corte dell'imperadoreFerdinando III, avendo eglino indotto quell'Augusto a spedir proclami contra dello stesso duca, quasichè il far guerra agli Spagnuoli fosse causa concernente il romano imperio. Raunati poi dodici mila Tedeschi, gli spedì esso Augusto in Italia, e già si aspettava la gente di veder piombare questo fulmine sugli Stati del duca Francesco, rimasti affatto sprovveduti di difesa. Ma giunta quella gente nel Tirolo, insorsero dissensioni fra gli uffiziali, e buona parte si sbandò, in maniera che appena quattro mila ne pervennero a Milano, senza essere a tempo di soccorrere Valenza. Fu creduto che il senno e l'oro del duca di Modena dissipasse quel minaccioso temporale. Posta poi ai quartieri d'inverno l'armata, sul fine dell'anno passò di nuovo l'Estense a Parigi, ed arrivò colà nel dì 6 di gennaio.
Videsi meglio in quest'anno qual mutazione d'umori possa far la mutazion degli onori. S'era ognuno promesso grandi esempii di virtù nelpontefice Alessandro VII. Siccome dicemmo, niuno più di lui avea declamato contro gli abusi del nepotismo, allorchè era cardinale; questo tenore ancora seguitò ad essere per alquanti mesi. Non volle in Roma il fratello e i nipoti; niun privato interesse compariva in lui; sprezzava le cose caduche di questa vita; davanti agli occhi teneva le memorie della sua morte, e le vite e le azioni dei più insigni romani pontefici. Ma da sì belle massime si allontanò egli alquanto dipoi, perchè, non potendo più reggere alla tentazione, chiamò alla cortedon Mario Chigisuo fratelloe i lui figli, e in mano loro mise i pubblici affari. Si figurò egli di aver posta una gran briglia ai parenti, coll'aver confermata ed armata di maggiori pene una bolla di papaGregorio XIIIche vieta il promettere e il prendere regali per qualsivoglia giustizia e grazia nella corte romana; quasichè chi ha le briglie in mano non possa facilmente defraudare la santa intenzione dei legislatori; e le coscienze poco scrupolose non sappiano trovar ragioni per credere non fatte per loro le stesse leggi della natura e di Dio. Questo inaspettato risarcimento di nepotismo fece cangiar linguaggio a' fabbricatori di prognostici intorno a questo pontificato. Fra gli altri allettato il celebreP. SforzaPallavicino, che fu poi cardinale, dal bell'aspetto di quei primi mesi, s'era già messo a scrivere la Vita dello stesso pontefice. Ma da che vide la metamorfosi suddetta, gli cadde la penna di mano, e lasciò questa cura a chi fosse di stomaco diverso dal suo. Ma spezialmente ebbero a dolersi di questo papa i Veneziani, come abbiamo dalle Storie del senatore Andrea Valiero e del signor Graziani; perchè avendo egli cardinale nel conclave scritto di sua mano il decreto obbligante il futuro pontefice a somministrar a sue spese un corpo di galee e tre mila fanti in difesa di Candia, divenuto poi papa, trovò mille difficoltà, e nè pur si indusse a darne un migliaio, con ristringere nell'ultimo tutta la sua liberalità a spedire in aiuto de' Veneziani quattro sole galee. Poca durata fece nel trono ducale di VeneziaCarlo Contarinoessendo egli stato chiamato all'altra vita nell'anno presente. Ebbe per successoreFrancesco Cornaro, il cui ducato non si stese che a soli venti giorni. In luogo suo fu poi eletto dogeBertuccio Valiero.
Era solita l'armata navale veneta ogni anno di postarsi alle bocche de' Dardanelli, per impedirne l'uscita alla turchesca. Avvenne che nel dì 26 di giugno comparve colà Sinan bassà con gran flotta, risoluto di passare senza chieder licenzaa' Veneziani. Però si venne a un terribile conflitto. Era composta l'armata veneta, sotto il comando diLorenzo Marcellocapitan generale, di venticinque vascelli, altrettante galee e sette galeazze, oltre a sette galee de' bravi Maltesi. Per due ore di ostinato combattimento fu incerta la vittoria, finchè sopraffatti i Turchi dal valor dei cristiani, rincularono, cercando colla fuga di sottrarsi al cimento. Inseguiti si precipitavano in mare per salvarsi a nuoto. Molte lor navi rimasero divorate dal fuoco, altre si ruppero a terra. Tredici galee inoltre, sei vascelli e cinque galeazze vennero in poter de' Veneziani, colla morte, per quanto fu creduto, di dieci mila di quegl'infedeli, colla liberazione (se pur tanto si può dire) di cinque mila schiavi cristiani, e coll'acquisto di gran copia d'artiglierie e di attrezzi militari, ricavati dalle abbandonate navi alle quali fu dipoi appiccato il fuoco. Fu questa la più insigne vittoria riportata da' Veneti nella presente guerra; se non che restò essa funestata dalla morte dello stesso capitan generale Marcello. Dopo un sì fortunato successo, espugnarono i cristiani l'isola e rocca di Tenedo, dove lasciarono buon presidio. Altrettanto fecero all'isola e città di Lenno. Provò in quest'anno l'Italia il flagello della peste, che portata dalla Sardegna a Napoli, quivi cominciò ad incrudelire, e passò anche a Roma, dove diede campo al pontefice di usar ogni possibil precauzione e di soccorrere l'afflitto popolo con abbondanti limosine. Sì terribil fu questo malore, che desolò alcune città. Nella sola metropoli di Napoli corse voce che perissero più di ducento ottantacinque mila persone. In Roma, per le tante diligenze di quei magistrati ve ne mancarono solamente ventidue mila, e nello Stato ecclesiastico circa cento sessanta mila. Passò in quest'anno per Genova e Milanodon Giovannid'Austria, figlio illegittimo del re Cattolico, inviato in Francia al comando di quelle armi.