MDCLVIIAnno diCristoMDCLVII. IndizioneX.AlessandroVII papa 3.FerdinandoIII imperad. 20.Fu questo l'ultimo anno della vita diFerdinando III imperadore, rapito dalla morte nel dì 2 d'aprile in età di quarantanove anni. Non vi fu bisogno di bugie per tessere uno splendido elogio a questo monarca: tale e tanta fu sempre in lui la pietà e il timore di Dio, l'integrità de' costumi, le prudenza e rettitudine del suo governo. Lasciò vedova la imperadriceLeonora Gonzaga, terza fra le sue mogli. Di varii figliuoli lo arricchirono i suoi matrimoni, ma non lasciò dopo di sè vivente se nonLeopoldo, nato nel dì 9 di giugno dell'anno 1640, già coronato re d'Ungheria e di Boemia, che succedette negli Stati ereditarii del padre, e giunse nell'anno seguente a conseguir lo scettro del romano imperio. Apertamente si dichiarò sul principio di questo annoCarlo II Gonzagaduca di Mantova del partito spagnuolo, invanito forse del pomposo titolo di generale dell'armi dell'imperadore in Italia, a lui procurato da' ministri del re Cattolico, i quali speravano con questo chiodo di ribattere l'altro diFrancesco I d'Este ducadi Modena. Si studiò il Mantovano coll'usuale sparata di un manifesto di giustificar questa sua risoluzione, e di far comparire la necessità di cacciar dall'Italia i Franzesi. Ma si trovò egli in breve ben deluso, perchè mancò di vita l'imperador Ferdinando, e pochissima gente gli potè venir di Germania; e s'egli avea fatto i conti d'ingoiar gli Stati dell'Estense, gliene passò presto la voglia. Erasi portato, siccome dicemmo, il duca di Modena alla corte di Parigi, per concertar le operazioni della futura campagna; e siccome nelle sue vene scorreva il sangue della real casa di Savoia, per essere figlio dell'infanta Isabella, ed era perciò premuroso de' vantaggi del ducaCarlo Emmanuele IIsuo cugino; così col suocredito fiancheggiò in maniera le istanze di lui, per riavere dalle mani de' Franzesi la cittadella di Torino, che ne riportò l'ordine dell'evacuazione dal re Cristianissimo. Con questo arrivò, nel dì 7 di febbraio, a Torino, e nel dì 10 seguì la consegna d'essa cittadella con immensa consolazione di quella corte e popolo. Calarono in questi tempi dalla Germania tre mila fanti e mille e cinquecento cavalli al servigio del duca di Mantova, con cui unitosi ilconte Fuensaldagnagovernator di Milano, nella primavera con quante forze potè andò a prender varii posti intorno a Valenza, ardendo di voglia di ricuperar quella fortezza. Furono in breve sturbati i suoi disegni, perchè il duca di Modena, dopo avere ricevuti dalla Francia nuovi rinforzi di gente, guidati dalprincipe di Contì, uscì in campagna, ed entrato nel Monferrato, ordinò al giovine marchese Villa di assalire il castello di Monteglio, che si rendè con buoni patti. Quindi passò il duca con esso principe all'assedio del forte passo e castello di Non, ossia Annone, dove trovò una guarnigione di settecento uomini, che, dopo essersi bravamente difesa, nel dì 8 di giugno restò prigioniera di guerra. Quel comandante barone di San Maurizio Borgognone servì col cambio a fare restituir la libertà al conte Baiardo uffiziale primario del duca. Dacchè fu preso Montecastello, e portato soccorso di viveri a Valenza, che per iscarseggiarne si trovava in pericolo, s'inoltrò l'armata franzese sul Tortonese, per ricevere un rinforzo di due mila fanti e di mille e ducento cavalli, provenienti da Modena, e condotti dalprincipe Alfonsoprimogenito del duca, e dalprincipe Borsosuo zio.Fu poscia progettato ed impreso lo assedio d'Alessandria, città popolata e forte; e dato principio nel dì 17 di luglio alla circonvallazione e agli approcci. Dentro v'era un gagliardo presidio di fanteria, a cui si aggiunsero ancora cinquecento cavalli; e gli stessi cittadini animosamenteaccorsero alla difesa per l'odio che portavano al nome franzese. Viene diffusamente descritto questo assedio dal conte Gualdo Priorato nella vita dell'Augusto Leopoldo. Altro non ne dirò io, se non che nel dì 6 d'agosto avendo tentato gli Spagnuoli con tutto il nerbo del vicino esercito loro d'introdurre soccorso in quella città, seguì un'azione di gran valore da ambe le parti, e di molto sangue, spezialmente degli Spagnuoli, che furono vigorosamente respinti, essendosi in sì pericoloso frangente segnalati per la loro intrepidezza fra le moschettate ilduca Francesco Idi Modena, e i suoi due figliAlfonsoedAlmerigo, con venire attribuito sopra tutto il buon esito di quella giornata alprincipe Borso d'Este, veterano nel mestier della guerra, che da lì a pochi mesi giunse al fine del suo vivere. Gravemente ferito restò in tal congiuntura il marchese Villa. Ma perchè la sola mente del saggio duca non potè condurre quell'assedio; oltre di che per le morti ed anche per le diserzioni era scemato forte l'esercito, e l'oste nemica difficultava molto il trasporto delle vettovaglie e de' foraggi; gli convenne in fine desistere da quell'impresa, e levare il campo nel dì 19 d'agosto. Restò forte di cavalleria, ma smilzo affatto di fanteria l'esercito franzese, laddove lo spagnuolo abbondava di fanti, e si trovava povero di cavalli. Perciò niun'altra impresa tentarono essi Franzesi, e andarono a reficiarsi alle spese de' loro nemici nella Lomellina e sul Novarese. Ma nel mese di dicembre, quando meno ognuno se l'aspettava, essendo già tornato in Francia il principe di Contì, ecco che il duca Francesco mette in marcia tutto l'esercito per venire sul Piacentino. Fu perseguitato nel viaggio da dirotte pioggie, trovò nel cammino orridi fanghi, ed i fiumi rigogliosi di acque. Niuno ostacolo potè fermare i suoi passi, di modo che sul fine dell'anno giunse egli con tutte le schiere sul suo Stato di Reggio. Non sapevano intendere i curiosi il vero motivodi questo suo difficile viaggio in istagione tanto disadatta, ma sul principio dell'anno seguente si svelò questo arcano.Continuando l'ostinata guerra dei Turchi contra de' Veneti, si udì che in Costantinopoli si faceva un armamento maggiore del solito: il che nondimeno nulla sgomentò la costanza della repubblica. Incontratosi il capitan generale Mocenigo in quattordici navi grosse barbaresche, incamminate per unirsi all'armata turchesca, nel dì 2 di maggio le assalì. Dopo duro contrasto con que' Barbari, più usati degli altri alle battaglie, ne ridusse quattro in suo potere; tre altre andarono a rompere a terra, che furono poi incendiate; le restanti si salvarono colla fuga. Considerabile riuscì poscia lo acquisto fatto da essi Veneti a forza di armi del porto e della fortezza di Suazich, dove buona preda si fece di saiche turchesche, d'un vascello barbaresco e di molta roba, e ne furono menati via venticinque grossi cannoni, tolti una volta a' medesimi Veneti, come appariva dalle arme. In una dubbiosa zuffa co' Turchi perdè ancora in quest'anno la vita ilgeneral Mocenigo, e perì d'un incendio la sua nave capitana. Fu poi ricuperata da' Musulmani l'isola di Tenedo; l'altra di Lenito corse la medesima sfortuna, tornando per forza alla lor ubbidienza. Niun altro fatto rilevante seguì in quelle parti. In sì grave e pericoloso impegno abbisognava assaissimo la veneta repubblica de' soccorsi del pontefice, mostratosi fin qui alquanto sordo alle loro preghiere. Di tal congiuntura si prevalsepapa Alessandro VII, aiutato ancora dai caldi uffizii del re Cristianissimo, per indurre il senato veneto a rimettere in Venezia e nelle altre città i religiosi della compagnia di Gesù. Favorevole fu il decreto; laonde dopo cinquant'anni di esiglio ritornarono essi padri colà a coltivar la vigna del Signore. Applicò il pontefice in sussidio dell'armi venete i beni dei conventini aboliti in quello stato, e i conventidegli ordini religiosi de' crociferi e di Santo Spirito, da lui suppressi, con altre grazie. Era passata nel precedente anno da Napoli e da Roma la peste a Genova. Quivi nel presente fece ella una orrida strage per la strettezza delle case e strade di quella popolata città; entro la quale, senza parlare del territorio, si fece conto nel mese di settembre che fossero perite settanta mila persone.
Fu questo l'ultimo anno della vita diFerdinando III imperadore, rapito dalla morte nel dì 2 d'aprile in età di quarantanove anni. Non vi fu bisogno di bugie per tessere uno splendido elogio a questo monarca: tale e tanta fu sempre in lui la pietà e il timore di Dio, l'integrità de' costumi, le prudenza e rettitudine del suo governo. Lasciò vedova la imperadriceLeonora Gonzaga, terza fra le sue mogli. Di varii figliuoli lo arricchirono i suoi matrimoni, ma non lasciò dopo di sè vivente se nonLeopoldo, nato nel dì 9 di giugno dell'anno 1640, già coronato re d'Ungheria e di Boemia, che succedette negli Stati ereditarii del padre, e giunse nell'anno seguente a conseguir lo scettro del romano imperio. Apertamente si dichiarò sul principio di questo annoCarlo II Gonzagaduca di Mantova del partito spagnuolo, invanito forse del pomposo titolo di generale dell'armi dell'imperadore in Italia, a lui procurato da' ministri del re Cattolico, i quali speravano con questo chiodo di ribattere l'altro diFrancesco I d'Este ducadi Modena. Si studiò il Mantovano coll'usuale sparata di un manifesto di giustificar questa sua risoluzione, e di far comparire la necessità di cacciar dall'Italia i Franzesi. Ma si trovò egli in breve ben deluso, perchè mancò di vita l'imperador Ferdinando, e pochissima gente gli potè venir di Germania; e s'egli avea fatto i conti d'ingoiar gli Stati dell'Estense, gliene passò presto la voglia. Erasi portato, siccome dicemmo, il duca di Modena alla corte di Parigi, per concertar le operazioni della futura campagna; e siccome nelle sue vene scorreva il sangue della real casa di Savoia, per essere figlio dell'infanta Isabella, ed era perciò premuroso de' vantaggi del ducaCarlo Emmanuele IIsuo cugino; così col suocredito fiancheggiò in maniera le istanze di lui, per riavere dalle mani de' Franzesi la cittadella di Torino, che ne riportò l'ordine dell'evacuazione dal re Cristianissimo. Con questo arrivò, nel dì 7 di febbraio, a Torino, e nel dì 10 seguì la consegna d'essa cittadella con immensa consolazione di quella corte e popolo. Calarono in questi tempi dalla Germania tre mila fanti e mille e cinquecento cavalli al servigio del duca di Mantova, con cui unitosi ilconte Fuensaldagnagovernator di Milano, nella primavera con quante forze potè andò a prender varii posti intorno a Valenza, ardendo di voglia di ricuperar quella fortezza. Furono in breve sturbati i suoi disegni, perchè il duca di Modena, dopo avere ricevuti dalla Francia nuovi rinforzi di gente, guidati dalprincipe di Contì, uscì in campagna, ed entrato nel Monferrato, ordinò al giovine marchese Villa di assalire il castello di Monteglio, che si rendè con buoni patti. Quindi passò il duca con esso principe all'assedio del forte passo e castello di Non, ossia Annone, dove trovò una guarnigione di settecento uomini, che, dopo essersi bravamente difesa, nel dì 8 di giugno restò prigioniera di guerra. Quel comandante barone di San Maurizio Borgognone servì col cambio a fare restituir la libertà al conte Baiardo uffiziale primario del duca. Dacchè fu preso Montecastello, e portato soccorso di viveri a Valenza, che per iscarseggiarne si trovava in pericolo, s'inoltrò l'armata franzese sul Tortonese, per ricevere un rinforzo di due mila fanti e di mille e ducento cavalli, provenienti da Modena, e condotti dalprincipe Alfonsoprimogenito del duca, e dalprincipe Borsosuo zio.
Fu poscia progettato ed impreso lo assedio d'Alessandria, città popolata e forte; e dato principio nel dì 17 di luglio alla circonvallazione e agli approcci. Dentro v'era un gagliardo presidio di fanteria, a cui si aggiunsero ancora cinquecento cavalli; e gli stessi cittadini animosamenteaccorsero alla difesa per l'odio che portavano al nome franzese. Viene diffusamente descritto questo assedio dal conte Gualdo Priorato nella vita dell'Augusto Leopoldo. Altro non ne dirò io, se non che nel dì 6 d'agosto avendo tentato gli Spagnuoli con tutto il nerbo del vicino esercito loro d'introdurre soccorso in quella città, seguì un'azione di gran valore da ambe le parti, e di molto sangue, spezialmente degli Spagnuoli, che furono vigorosamente respinti, essendosi in sì pericoloso frangente segnalati per la loro intrepidezza fra le moschettate ilduca Francesco Idi Modena, e i suoi due figliAlfonsoedAlmerigo, con venire attribuito sopra tutto il buon esito di quella giornata alprincipe Borso d'Este, veterano nel mestier della guerra, che da lì a pochi mesi giunse al fine del suo vivere. Gravemente ferito restò in tal congiuntura il marchese Villa. Ma perchè la sola mente del saggio duca non potè condurre quell'assedio; oltre di che per le morti ed anche per le diserzioni era scemato forte l'esercito, e l'oste nemica difficultava molto il trasporto delle vettovaglie e de' foraggi; gli convenne in fine desistere da quell'impresa, e levare il campo nel dì 19 d'agosto. Restò forte di cavalleria, ma smilzo affatto di fanteria l'esercito franzese, laddove lo spagnuolo abbondava di fanti, e si trovava povero di cavalli. Perciò niun'altra impresa tentarono essi Franzesi, e andarono a reficiarsi alle spese de' loro nemici nella Lomellina e sul Novarese. Ma nel mese di dicembre, quando meno ognuno se l'aspettava, essendo già tornato in Francia il principe di Contì, ecco che il duca Francesco mette in marcia tutto l'esercito per venire sul Piacentino. Fu perseguitato nel viaggio da dirotte pioggie, trovò nel cammino orridi fanghi, ed i fiumi rigogliosi di acque. Niuno ostacolo potè fermare i suoi passi, di modo che sul fine dell'anno giunse egli con tutte le schiere sul suo Stato di Reggio. Non sapevano intendere i curiosi il vero motivodi questo suo difficile viaggio in istagione tanto disadatta, ma sul principio dell'anno seguente si svelò questo arcano.
Continuando l'ostinata guerra dei Turchi contra de' Veneti, si udì che in Costantinopoli si faceva un armamento maggiore del solito: il che nondimeno nulla sgomentò la costanza della repubblica. Incontratosi il capitan generale Mocenigo in quattordici navi grosse barbaresche, incamminate per unirsi all'armata turchesca, nel dì 2 di maggio le assalì. Dopo duro contrasto con que' Barbari, più usati degli altri alle battaglie, ne ridusse quattro in suo potere; tre altre andarono a rompere a terra, che furono poi incendiate; le restanti si salvarono colla fuga. Considerabile riuscì poscia lo acquisto fatto da essi Veneti a forza di armi del porto e della fortezza di Suazich, dove buona preda si fece di saiche turchesche, d'un vascello barbaresco e di molta roba, e ne furono menati via venticinque grossi cannoni, tolti una volta a' medesimi Veneti, come appariva dalle arme. In una dubbiosa zuffa co' Turchi perdè ancora in quest'anno la vita ilgeneral Mocenigo, e perì d'un incendio la sua nave capitana. Fu poi ricuperata da' Musulmani l'isola di Tenedo; l'altra di Lenito corse la medesima sfortuna, tornando per forza alla lor ubbidienza. Niun altro fatto rilevante seguì in quelle parti. In sì grave e pericoloso impegno abbisognava assaissimo la veneta repubblica de' soccorsi del pontefice, mostratosi fin qui alquanto sordo alle loro preghiere. Di tal congiuntura si prevalsepapa Alessandro VII, aiutato ancora dai caldi uffizii del re Cristianissimo, per indurre il senato veneto a rimettere in Venezia e nelle altre città i religiosi della compagnia di Gesù. Favorevole fu il decreto; laonde dopo cinquant'anni di esiglio ritornarono essi padri colà a coltivar la vigna del Signore. Applicò il pontefice in sussidio dell'armi venete i beni dei conventini aboliti in quello stato, e i conventidegli ordini religiosi de' crociferi e di Santo Spirito, da lui suppressi, con altre grazie. Era passata nel precedente anno da Napoli e da Roma la peste a Genova. Quivi nel presente fece ella una orrida strage per la strettezza delle case e strade di quella popolata città; entro la quale, senza parlare del territorio, si fece conto nel mese di settembre che fossero perite settanta mila persone.