MDCLXXIAnno diCristoMDCLXXI. IndizioneIX.Clemente Xpapa 2.Leopoldoimperadore 14.Con sante intenzioni era entrato ilpontefice Clemente Xnel governo pastorale e politico, e, seguendo le massime lodatissime del suo predecessoreClemente IX, confermò la congregazione da lui istituita per trovar le maniere di sgravar i popoli dalle tante gravezze loro imposte dai suoi antecessori, nulla più desiderando che il loro sollievo. Ma, ritrovata la camera apostolica sì carica di debiti per li capricci di alcuni precedenti nepotismi, quasi gli caddero le braccia. Contuttociò, perchè era cessata la guerra col Turco, abolì le decime degli ecclesiastici, ed estinse la metà della tassa imposta alle milizie dello Stato, dolendosi di non poter per ora di più fare in benefizio dei suoi sudditi. Riformò poscia la compagnia delle Corazze posta in piè dapapa Innocenzo X. Alleggerì il numero de' soldati, la spesa de' quali ascendeva a cento mila scudi annui. Moderò o levò molte spese esorbitanti o superflue del palazzo, come ancora in Roma e per lo Stato, usate da' suoi predecessori. Quel ch'è più, ordinò che tutte le componende ed altri emolumentispettanti alla borsa privata del papa si depositassero al sacro monte di Pietà, con animo di valersene in pubblico bene, risoluto di non imitare chi innanzi a lui avea atteso più ad arricchire i proprii parenti, che a procurar con vero zelo la pubblica felicità. Ilmarchese di Lucerna, ambasciatore allora di Savoia nella corte di Roma, in una sua relazion manuscritta asserisce d'aver più volte inteso dalla bocca stessa del pontefice l'avversione sua ad ingrandir con soverchie ricchezze i nipoti, detestando egli l'opulenza e i tesori di quattro case pontifizie formate a' suoi giorni, e dicendo di avere abbastanza provveduti i suoi parenti coi suoi beni proprii loro rinunziati, e colle cariche anche prodigamente loro assegnate, bastando tali rendite al decoroso loro mantenimento. Ma non cessavano i parenti suoi di lagnarsi liberamente di questa, come essi dicevano, stitichezza del papa, e gli mettevano intorno tentatori potenti per ismuoverlo da sì glorioso proponimento: laonde stava curiosamente aspettando la gente l'esito della battaglia, e se le batterie della tenerezza del sangue fossero da tanto che conducessero il papa a mostrarsi uomo.Si mutò in fatti a poco a poco registro, non forse perchè il buon pontefice recedesse dalle onorate sue massime, ma perchè la sua decrepitezza e poca sanità il costrignevano bene spesso al letto, convenendogli perciò di lasciar molta parte delle redini in mano delcardinale Altieri, di modo che non passò gran tempo che il popolo dicea essereClemente Xpapa di nome, e il cardinale papa di fatti. E giacchè abbiam fatta menzione dell'ambasciator di Savoia, conviene aggiugnere che, nella congiuntura della sua ambasceria, fra lui e il marchese Francesco Riccardi ambasciator di Toscana, nacque controversia di uguaglianza o di precedenza; e n'era per seguire scandalo, giacchè l'una e l'altra parte aveano fatto armamento di gente. Ma seppe il cardinale Altieri colla sua destrezza calmarquella tempesta senza pregiudizio dei contendenti, che deposero l'armi, ma non già gli odii. Un principio di sollevazione fu nell'aprile in Messina, dove, provandosi carestia, ne attribuiva il basso popolo la colpa al mal governo degli Spagnuoli, o all'avidità dei nobili, per vendere più caro i loro grani. Un certo Giuseppe Martinez, preso un pugnale in mano, andò gridando per le strade:Ammazza, ammazza. Unitisi con lui molti della feccia della plebe, corsero ad incendiar le case di alcuni del governo, e seguirono uccisioni e saccheggi. Inoltre segretamente spedirono costoro a Parigi, per impegnar quella corte in loro aiuto; ma ritrovarono ilre Lodovico XIVcon altri pensieri in testa, cioè tutto rivolto a preparamenti per muovere guerra agli Olandesi. Mancata questa speranza, venne meno anche la sedizione, che costò la vita ad alcuni capi di quegli ammutinati. Nè si vuol tralasciare un editto pubblicato nel dì 20 di maggio dalpontefice Clemente X, per cui decretò che nulla pregiudicasse alla nobiltà di tutto il suo Stato l'esercizio della mercatura, purchè i nobili non vendessero alla minuta le merci. Utilissimo e lodevole decreto per animar la gente al commercio e alle arti, che sono il sugo vitale per arricchire e rendere felici gli Stati; laddove la guerra, di cui tanti si pregiano, non serve che ad impoverirli. Attendevano i più antichi Romani all'agricoltura, e non lasciavano per questo d'essere segnalati guerrieri, allorchè il bisogno lo richiedeva.
Con sante intenzioni era entrato ilpontefice Clemente Xnel governo pastorale e politico, e, seguendo le massime lodatissime del suo predecessoreClemente IX, confermò la congregazione da lui istituita per trovar le maniere di sgravar i popoli dalle tante gravezze loro imposte dai suoi antecessori, nulla più desiderando che il loro sollievo. Ma, ritrovata la camera apostolica sì carica di debiti per li capricci di alcuni precedenti nepotismi, quasi gli caddero le braccia. Contuttociò, perchè era cessata la guerra col Turco, abolì le decime degli ecclesiastici, ed estinse la metà della tassa imposta alle milizie dello Stato, dolendosi di non poter per ora di più fare in benefizio dei suoi sudditi. Riformò poscia la compagnia delle Corazze posta in piè dapapa Innocenzo X. Alleggerì il numero de' soldati, la spesa de' quali ascendeva a cento mila scudi annui. Moderò o levò molte spese esorbitanti o superflue del palazzo, come ancora in Roma e per lo Stato, usate da' suoi predecessori. Quel ch'è più, ordinò che tutte le componende ed altri emolumentispettanti alla borsa privata del papa si depositassero al sacro monte di Pietà, con animo di valersene in pubblico bene, risoluto di non imitare chi innanzi a lui avea atteso più ad arricchire i proprii parenti, che a procurar con vero zelo la pubblica felicità. Ilmarchese di Lucerna, ambasciatore allora di Savoia nella corte di Roma, in una sua relazion manuscritta asserisce d'aver più volte inteso dalla bocca stessa del pontefice l'avversione sua ad ingrandir con soverchie ricchezze i nipoti, detestando egli l'opulenza e i tesori di quattro case pontifizie formate a' suoi giorni, e dicendo di avere abbastanza provveduti i suoi parenti coi suoi beni proprii loro rinunziati, e colle cariche anche prodigamente loro assegnate, bastando tali rendite al decoroso loro mantenimento. Ma non cessavano i parenti suoi di lagnarsi liberamente di questa, come essi dicevano, stitichezza del papa, e gli mettevano intorno tentatori potenti per ismuoverlo da sì glorioso proponimento: laonde stava curiosamente aspettando la gente l'esito della battaglia, e se le batterie della tenerezza del sangue fossero da tanto che conducessero il papa a mostrarsi uomo.
Si mutò in fatti a poco a poco registro, non forse perchè il buon pontefice recedesse dalle onorate sue massime, ma perchè la sua decrepitezza e poca sanità il costrignevano bene spesso al letto, convenendogli perciò di lasciar molta parte delle redini in mano delcardinale Altieri, di modo che non passò gran tempo che il popolo dicea essereClemente Xpapa di nome, e il cardinale papa di fatti. E giacchè abbiam fatta menzione dell'ambasciator di Savoia, conviene aggiugnere che, nella congiuntura della sua ambasceria, fra lui e il marchese Francesco Riccardi ambasciator di Toscana, nacque controversia di uguaglianza o di precedenza; e n'era per seguire scandalo, giacchè l'una e l'altra parte aveano fatto armamento di gente. Ma seppe il cardinale Altieri colla sua destrezza calmarquella tempesta senza pregiudizio dei contendenti, che deposero l'armi, ma non già gli odii. Un principio di sollevazione fu nell'aprile in Messina, dove, provandosi carestia, ne attribuiva il basso popolo la colpa al mal governo degli Spagnuoli, o all'avidità dei nobili, per vendere più caro i loro grani. Un certo Giuseppe Martinez, preso un pugnale in mano, andò gridando per le strade:Ammazza, ammazza. Unitisi con lui molti della feccia della plebe, corsero ad incendiar le case di alcuni del governo, e seguirono uccisioni e saccheggi. Inoltre segretamente spedirono costoro a Parigi, per impegnar quella corte in loro aiuto; ma ritrovarono ilre Lodovico XIVcon altri pensieri in testa, cioè tutto rivolto a preparamenti per muovere guerra agli Olandesi. Mancata questa speranza, venne meno anche la sedizione, che costò la vita ad alcuni capi di quegli ammutinati. Nè si vuol tralasciare un editto pubblicato nel dì 20 di maggio dalpontefice Clemente X, per cui decretò che nulla pregiudicasse alla nobiltà di tutto il suo Stato l'esercizio della mercatura, purchè i nobili non vendessero alla minuta le merci. Utilissimo e lodevole decreto per animar la gente al commercio e alle arti, che sono il sugo vitale per arricchire e rendere felici gli Stati; laddove la guerra, di cui tanti si pregiano, non serve che ad impoverirli. Attendevano i più antichi Romani all'agricoltura, e non lasciavano per questo d'essere segnalati guerrieri, allorchè il bisogno lo richiedeva.