MDCXL

MDCXLAnno diCristoMDCXL. IndizioneVIII.Urbano VIIIpapa 18.Ferdinando IIIimperadore 4.Da che Dio ebbe chiamato ilcardinal della Vallettaa rendere conto dell'improprio suo mestiere, e fu spedito in suo luogo ilconte d'Arcourt, parve che questo valoroso principe conducesse seco in Italia la fortuna dell'armi francesi. Se ne stava egli colle sue truppe godendo i quartieri in Saluzzo, Alba, Fossano, Savigliano Cherasco, Bene, ed altri luoghi posseduti da madama Reale, con far gridare e bestemmiare quei popoli, perchè aggravati da molte contribuzioni, ed affezionati al partito dei principi. Andava in questo mentre il principe Tommaso facendo dei preparamenti per formare l'assedio della cittadella di Torino, senza che gli passasse per mente, che ilmarchese di Leganesfosse per mancargli in così importante disegno e bisogno. Ma si trovò egli ben deluso. Altro non aveva in testa il marchese che l'acquisto di Casale di Monferrato. Questo era il vello d'oro a cui egli aspirava. Conquistato Casale, la gloria avrebbe dato nelle trombe per esaltare dappertutto il suo nome; e certamente una tal gioia meritava bene che gli Spagnuoli se la tenessero cara, e pensassero a non dimetterne mai più il possesso. Per lo contrario non trovava il Leganes i suoi conti nell'impiegar gente, oro e fatiche, per fare un buon nido ai principi di Savoia colla espugnazion della cittadella di Torino. Tanta era la sicurezza sua per l'occupazion di esso Casale, che coi suoi più confidenti gloriosamente la contava per cosa già fatta. A questo fine aveva egli ammassata gran copia di pecunia, ed accresciuto l'esercito suo con rinforzi venuti di Spagna, Germania e Napoli; laonde, nel sabato santo, giorno da lui superstiziosamente scelto, secondo gl'insegnamenti della più fina strologia, cioè nel dì 7 d'aprile, si mosse alla volta di Casale con quattordici mila fanti e cinque mila cavalli. Nel lunedì di Pasqua formò l'assedio della città, presa la quale giudicava assai facile l'acquisto anche del castello e della cittadella, ed occupò le colline e castella all'intorno. La guernigion franzese di Casale sotto il comando del signor della Torre, fu supposto non essere più di mille e ducento fanti, nè il conte di Arcourt aveva forze tali da potere rapir dalle unghie spagnuole questa preda. Il papa e i Veneziani, commossi da tal novità, inviarono aspre doglianze, ed anche minaccie al Leganes; ma egli gonfio per figurarsi d'aver già in pugno la vittoria, si sbrigò da quegli inviati, protestando di far quell'assedio, non già in danno del duca di Mantova, ma solamente per forzare i Franzesi alla pace: che di questa polve da gittar negli occhi alla gente niuno mai dei principi conquistatori è mancante. Per altro comune opinione fu che la principessa, ossiaduchessa di MantovaMaria, camminasse in ciò d'accordo con gli Spagnuoli. Anzi scrivono che, presa poi la segreteria del Leganes, ivi si trovarono i chiari attestati della vera loro unione in questo proposito.Non più che sette mila fanti e quattro mila cavalli tra Franzesi e Piemontesi potea contare in questi tempi ilconte di Arcourtmaresciallo di Francia. Contuttociò, perchè animato dal proprio valore, e spronato dagli ordini del gabinetto di Francia, e dall'importanza dei presenti affari, nel dì 21 d'aprile si mosse da Poerino per accostarsi a Casale, e tentarne il soccorso. Trovò gli Spagnuoli che lo aspettavano entro i forti trincieramenti della lor circonvallazione. Non punto sgomentato per questo, coraggiosamente nel dì 29 del suddetto mese andò ad assalir le loro trincee. Trovò gente che sapea ben difendere i posti, e dopo replicati sforzi, che costarono la vita a più di ottocento de' suoi, gli convenne retrocedere. Ma da lì a non molto, passato dove erano più deboli le trincee, arditamente saltò dentro a cavallo: esempio riuscito di tale stimolo alle sue truppe, che ognuno sprezzando la morte, si affrettò a passar oltre e a sbaragliar quanti nemici andava incontrando. Allora fu che il marchese di Leganes si avvide della vanità dei suoi sognati trionfi, e ad altro non attese che a ritirarsi il meglio che potè, ma sempre inseguito dai vittoriosi Franzesi. Tuttavia il maggior suo danno di gente consistè nella perdita di coloro che, per sottrarsi alle spade franzesi, trovarono la morte affogandosi nel Po, giacchè per cumulo delle disgrazie si ruppe, a cagion della troppa calca, il ponte da lui fabbricato su quel fiume. Fu creduto, che dalla parte d'esso marchese perissero tre mila persone, oltre ai rimasti prigioni. Vennero ancora alle mani dei Franzesi il segretario del Leganes colla cancelleria, le di lui argenterie con sessanta mila scudi della cassa regia, e i cannoni e il bagaglio, che si trovarononell'accampamento di San Giorgio dalle banda di Pontestura. Circa un migliaio di Franzesi e Savoiardi lasciarono la vita in questo conflitto. Poco si fermò il prode Arcourt pieno di gloria per questa vittoria in Casale, dove si fecero molte allegrezze, per non consumar le poche vettovaglie che vi restavano, e passò a Chieri, e di là, nel dì 10 di maggio andò ad accompagnarsi al Valentino in vicinanza di Torino. Poscia dopo essersi impadronito d'alcuni posti, e specialmente di quello dei cappuccini, nel dì 16 distribuì il suo campo intorno a quella città. Memorabile riuscì quell'assedio, sì perchè ilprincipe Tommasodalla città andò facendo varie sortite, ora favorevoli ed ora sinistre, siccome ancora il presidio franzese della cittadella contro la città, e sì ancora perchè il Leganes venne anch'egli a mettere il campo in quelle vicinanze; perlochè seguirono altre non poche azioni militari che io mi dispenso dal riferire. Faceano gli uni e gli altri delle continue scorrerie per difficultare il trasporto dei viveri; ma in fine sì forte circonvallazione fece l'Arcourt, che rendè inutile ogni tentativo dei nemici per introdurre soccorsi nella città di Torino.Lentamente procedeva in tutti i suoi andamenti il Leganes, saldo nella massima di nulla azzardare, e ritirossi a Chieri. Pure spronato dal bisogno della città, e dalla nuova di un vicino rinforzo, che veniva di Francia all'Arcourt, nel dì 11 di luglio tentò d'introdurre gente, munizioni e vettovaglie in Torino. Andò poco felicemente l'impresa, quantunque penetrassero in questa città mille fanti. All'incontro nel dì seguente 12 di luglio senza impedimento da Pinerolo pervenne al campo franzese un soccorso di sei mila fanti e di mille cavalli con gran copia di vettovaglie. Scarseggiava forte il principe Tommaso di polve da fuoco; e perchè niuna comunicazione restava fra lui e il Leganes, trovata fu l'invenzione di gettare dal campo, cioèda un posto più vicino alla città, entro la medesima delle bombe, ciascuna delle quali conteneva dieci libbre di polve. Altri scrivono che dalla città si cominciò a spingere al campo del Leganes palle di ferro, che contenevano nel concavo loro seno le occorrenti lettere; il perchè quello era chiamato il cannone corriere; e che da ciò imparò il campo a far volare nella città altre palle maggiori cariche di polve e di sale. L'inventore di queste palle, alle quali precedeva un segno col fumo, dicono essere stato Francesco Zignoni Bergamasco. Fu eziandio notato come cosa rara, che in una delle sortite degli assediati restò anche uccisa, per non volersi rendere, una donna tedesca, la quale cresciuta ed allevata fra le soldatesche in abito virile, avea fin qui fatte molte prodezze, ed era pervenuta, pel suo valore, al grado di capitano di cavalleria, chiamata volgarmente per burla il capitanBarbone, altri dicono il capitanCappone, perchè, a guisa dei castrati, non avea barba. Menava seco questo femmineo capitano una donna, fingendola sua moglie, dameggiava per la città, e nei cimenti era dei più arrischiati. A questa scena fece ella fine col morire da brava, e fu poi collo spoglio riconosciuta per quella che era. Intanto non meno al campo spagnuolo che al franzese andavano sopraggiugnendo nuovi rinforzi di gente, e cresceva da ambe le parti l'impegno e il pericolo. Ma perchè al principe Tommaso cominciavano a venir meno le provvisioni da bocca e da guerra, concertò egli col marchese di Leganes di far l'ultimo tentativo. Il dì 13 di settembre fu scelto per l'impresa. Con tutto il suo presidio uscì il principe della città, dopo aver lasciato quanti Spagnuoli potè avere con licenza del nunzio pontificio a far le sentinelle per le mura, e gli riuscì di prendere alcuni fortini dei Franzesi, e di superar altri posti; ma non essendo accorsi a tempo nè con egual ardore gli Spagnuoli del Leganes, gli convenne in fine ritirarsi colla perditadi molti dei suoi. Allora fu che, trovandosi in questo poco felice stato di cose, cominciò a dare ascolto alle proposizioni d'accordo, che sempre aveano tenuto vive i ministri del papa. Restò dunque conchiuso, nel dì 17 di settembre, che ilprincipe Tommasorimetterebbe la città di Torino alre di Franciasotto la reggenza dimadama Reale, e ch'egli con tutti i suoi potrebbe ritirarsi dove volesse.Rientrarono dunque i Franzesi in Torino, e colà pure la vedova duchessa comparve nel dì 18 di novembre, ricevuta dal popolo con gran solennità. Ma le sue allegrezze restarono ben turbate sul fine dell'anno, perchè d'ordine del re Cristianissimo fu preso e poi mandato prigione in Francia nel bosco di Vincennes il conte Filippo di San Martino di Agliè, il più intimo e confidente ministro e consigliere della medesima madama Reale, non d'altro reo, che d'essere stato creduto dal cardinale di Richelieu il principale autore della costanza di quella principessa, allorchè ella fu a Grenoble, in negare al re la fortezza di Monmegliano. Furono anche arrestati o mandati fuor di Torino alcuni suoi parenti. Un gran dire, un esclamare di ognuno fu per questa iniquissima violenza del Richelieu, e per un sì rilevante strapazzo fatto alla autorità della duchessa, e duchessa sorella dello stesso re, gridando ognuno che pazzia era ormai il fidarsi più della Fraucia. Ma la Francia altro non era allora che il cardinale di Richelieu, il quale comandava a tutti, e fino allo stesso re, nè conosceva misura ai suoi odii e alle sue vendette. Solamente allora che mancò di vita esso porporato, il povero innocente cavaliere fu rimesso in libertà. Non lasciava intanto il Richelieu di far maneggi, per tirare nel suo partito i principi di Savoia, e fatto venire in Piemonte il già divenuto prelato monsignorGiulio Mazzarinocon titolo di plenipotenziario, intavolò un segreto accordo colprincipe Tommaso, che non ebbe poi effetto. Si trovò questi dipoiben imbrogliato, perchè volea, prima di dichiararsi, riavere la moglie e i figli, già condotti in Ispagna, e, fattane istanza a quella corte, ne riportò una bella negativa. Trovavasi allora la corte del re Cattolico agitata da gravi burrasche per la superbia e balordaggine dell'Olivares primo ministro, e per l'insolenza dei governatori e soldati castigliani. S'era rivoltata la Catalogna; rivoltossi anche il Portogallo, e fu ivi acclamato reGiovanni duca di Braganza, senza che mai più riuscisse agli Spagnuoli di ricuperar quel regno: tutti colpi che servirono non poco ad abbattere la monarchia spagnuola. Nè alcuno di quegli imbrogli vi fu, in cui non mettesse le zampe il Richelieu, avendo egli fissato l'appoggio della sua gloria in procurare, per quanto potea, la rovina delle due case d'Austria, per esaltar sopra di quelle la corona di Francia. Non erano da meno le idee dell'Olivares, cioè dell'arbitro della Spagna, per l'ingrandimento di quella monarchia; ma non aveva egli la testa nè la condotta e nè pur la fortuna del Richelieu, e però, in vece di accrescere, diminuì notabilmente la riputazion di quella corona.

Da che Dio ebbe chiamato ilcardinal della Vallettaa rendere conto dell'improprio suo mestiere, e fu spedito in suo luogo ilconte d'Arcourt, parve che questo valoroso principe conducesse seco in Italia la fortuna dell'armi francesi. Se ne stava egli colle sue truppe godendo i quartieri in Saluzzo, Alba, Fossano, Savigliano Cherasco, Bene, ed altri luoghi posseduti da madama Reale, con far gridare e bestemmiare quei popoli, perchè aggravati da molte contribuzioni, ed affezionati al partito dei principi. Andava in questo mentre il principe Tommaso facendo dei preparamenti per formare l'assedio della cittadella di Torino, senza che gli passasse per mente, che ilmarchese di Leganesfosse per mancargli in così importante disegno e bisogno. Ma si trovò egli ben deluso. Altro non aveva in testa il marchese che l'acquisto di Casale di Monferrato. Questo era il vello d'oro a cui egli aspirava. Conquistato Casale, la gloria avrebbe dato nelle trombe per esaltare dappertutto il suo nome; e certamente una tal gioia meritava bene che gli Spagnuoli se la tenessero cara, e pensassero a non dimetterne mai più il possesso. Per lo contrario non trovava il Leganes i suoi conti nell'impiegar gente, oro e fatiche, per fare un buon nido ai principi di Savoia colla espugnazion della cittadella di Torino. Tanta era la sicurezza sua per l'occupazion di esso Casale, che coi suoi più confidenti gloriosamente la contava per cosa già fatta. A questo fine aveva egli ammassata gran copia di pecunia, ed accresciuto l'esercito suo con rinforzi venuti di Spagna, Germania e Napoli; laonde, nel sabato santo, giorno da lui superstiziosamente scelto, secondo gl'insegnamenti della più fina strologia, cioè nel dì 7 d'aprile, si mosse alla volta di Casale con quattordici mila fanti e cinque mila cavalli. Nel lunedì di Pasqua formò l'assedio della città, presa la quale giudicava assai facile l'acquisto anche del castello e della cittadella, ed occupò le colline e castella all'intorno. La guernigion franzese di Casale sotto il comando del signor della Torre, fu supposto non essere più di mille e ducento fanti, nè il conte di Arcourt aveva forze tali da potere rapir dalle unghie spagnuole questa preda. Il papa e i Veneziani, commossi da tal novità, inviarono aspre doglianze, ed anche minaccie al Leganes; ma egli gonfio per figurarsi d'aver già in pugno la vittoria, si sbrigò da quegli inviati, protestando di far quell'assedio, non già in danno del duca di Mantova, ma solamente per forzare i Franzesi alla pace: che di questa polve da gittar negli occhi alla gente niuno mai dei principi conquistatori è mancante. Per altro comune opinione fu che la principessa, ossiaduchessa di MantovaMaria, camminasse in ciò d'accordo con gli Spagnuoli. Anzi scrivono che, presa poi la segreteria del Leganes, ivi si trovarono i chiari attestati della vera loro unione in questo proposito.

Non più che sette mila fanti e quattro mila cavalli tra Franzesi e Piemontesi potea contare in questi tempi ilconte di Arcourtmaresciallo di Francia. Contuttociò, perchè animato dal proprio valore, e spronato dagli ordini del gabinetto di Francia, e dall'importanza dei presenti affari, nel dì 21 d'aprile si mosse da Poerino per accostarsi a Casale, e tentarne il soccorso. Trovò gli Spagnuoli che lo aspettavano entro i forti trincieramenti della lor circonvallazione. Non punto sgomentato per questo, coraggiosamente nel dì 29 del suddetto mese andò ad assalir le loro trincee. Trovò gente che sapea ben difendere i posti, e dopo replicati sforzi, che costarono la vita a più di ottocento de' suoi, gli convenne retrocedere. Ma da lì a non molto, passato dove erano più deboli le trincee, arditamente saltò dentro a cavallo: esempio riuscito di tale stimolo alle sue truppe, che ognuno sprezzando la morte, si affrettò a passar oltre e a sbaragliar quanti nemici andava incontrando. Allora fu che il marchese di Leganes si avvide della vanità dei suoi sognati trionfi, e ad altro non attese che a ritirarsi il meglio che potè, ma sempre inseguito dai vittoriosi Franzesi. Tuttavia il maggior suo danno di gente consistè nella perdita di coloro che, per sottrarsi alle spade franzesi, trovarono la morte affogandosi nel Po, giacchè per cumulo delle disgrazie si ruppe, a cagion della troppa calca, il ponte da lui fabbricato su quel fiume. Fu creduto, che dalla parte d'esso marchese perissero tre mila persone, oltre ai rimasti prigioni. Vennero ancora alle mani dei Franzesi il segretario del Leganes colla cancelleria, le di lui argenterie con sessanta mila scudi della cassa regia, e i cannoni e il bagaglio, che si trovarononell'accampamento di San Giorgio dalle banda di Pontestura. Circa un migliaio di Franzesi e Savoiardi lasciarono la vita in questo conflitto. Poco si fermò il prode Arcourt pieno di gloria per questa vittoria in Casale, dove si fecero molte allegrezze, per non consumar le poche vettovaglie che vi restavano, e passò a Chieri, e di là, nel dì 10 di maggio andò ad accompagnarsi al Valentino in vicinanza di Torino. Poscia dopo essersi impadronito d'alcuni posti, e specialmente di quello dei cappuccini, nel dì 16 distribuì il suo campo intorno a quella città. Memorabile riuscì quell'assedio, sì perchè ilprincipe Tommasodalla città andò facendo varie sortite, ora favorevoli ed ora sinistre, siccome ancora il presidio franzese della cittadella contro la città, e sì ancora perchè il Leganes venne anch'egli a mettere il campo in quelle vicinanze; perlochè seguirono altre non poche azioni militari che io mi dispenso dal riferire. Faceano gli uni e gli altri delle continue scorrerie per difficultare il trasporto dei viveri; ma in fine sì forte circonvallazione fece l'Arcourt, che rendè inutile ogni tentativo dei nemici per introdurre soccorsi nella città di Torino.

Lentamente procedeva in tutti i suoi andamenti il Leganes, saldo nella massima di nulla azzardare, e ritirossi a Chieri. Pure spronato dal bisogno della città, e dalla nuova di un vicino rinforzo, che veniva di Francia all'Arcourt, nel dì 11 di luglio tentò d'introdurre gente, munizioni e vettovaglie in Torino. Andò poco felicemente l'impresa, quantunque penetrassero in questa città mille fanti. All'incontro nel dì seguente 12 di luglio senza impedimento da Pinerolo pervenne al campo franzese un soccorso di sei mila fanti e di mille cavalli con gran copia di vettovaglie. Scarseggiava forte il principe Tommaso di polve da fuoco; e perchè niuna comunicazione restava fra lui e il Leganes, trovata fu l'invenzione di gettare dal campo, cioèda un posto più vicino alla città, entro la medesima delle bombe, ciascuna delle quali conteneva dieci libbre di polve. Altri scrivono che dalla città si cominciò a spingere al campo del Leganes palle di ferro, che contenevano nel concavo loro seno le occorrenti lettere; il perchè quello era chiamato il cannone corriere; e che da ciò imparò il campo a far volare nella città altre palle maggiori cariche di polve e di sale. L'inventore di queste palle, alle quali precedeva un segno col fumo, dicono essere stato Francesco Zignoni Bergamasco. Fu eziandio notato come cosa rara, che in una delle sortite degli assediati restò anche uccisa, per non volersi rendere, una donna tedesca, la quale cresciuta ed allevata fra le soldatesche in abito virile, avea fin qui fatte molte prodezze, ed era pervenuta, pel suo valore, al grado di capitano di cavalleria, chiamata volgarmente per burla il capitanBarbone, altri dicono il capitanCappone, perchè, a guisa dei castrati, non avea barba. Menava seco questo femmineo capitano una donna, fingendola sua moglie, dameggiava per la città, e nei cimenti era dei più arrischiati. A questa scena fece ella fine col morire da brava, e fu poi collo spoglio riconosciuta per quella che era. Intanto non meno al campo spagnuolo che al franzese andavano sopraggiugnendo nuovi rinforzi di gente, e cresceva da ambe le parti l'impegno e il pericolo. Ma perchè al principe Tommaso cominciavano a venir meno le provvisioni da bocca e da guerra, concertò egli col marchese di Leganes di far l'ultimo tentativo. Il dì 13 di settembre fu scelto per l'impresa. Con tutto il suo presidio uscì il principe della città, dopo aver lasciato quanti Spagnuoli potè avere con licenza del nunzio pontificio a far le sentinelle per le mura, e gli riuscì di prendere alcuni fortini dei Franzesi, e di superar altri posti; ma non essendo accorsi a tempo nè con egual ardore gli Spagnuoli del Leganes, gli convenne in fine ritirarsi colla perditadi molti dei suoi. Allora fu che, trovandosi in questo poco felice stato di cose, cominciò a dare ascolto alle proposizioni d'accordo, che sempre aveano tenuto vive i ministri del papa. Restò dunque conchiuso, nel dì 17 di settembre, che ilprincipe Tommasorimetterebbe la città di Torino alre di Franciasotto la reggenza dimadama Reale, e ch'egli con tutti i suoi potrebbe ritirarsi dove volesse.

Rientrarono dunque i Franzesi in Torino, e colà pure la vedova duchessa comparve nel dì 18 di novembre, ricevuta dal popolo con gran solennità. Ma le sue allegrezze restarono ben turbate sul fine dell'anno, perchè d'ordine del re Cristianissimo fu preso e poi mandato prigione in Francia nel bosco di Vincennes il conte Filippo di San Martino di Agliè, il più intimo e confidente ministro e consigliere della medesima madama Reale, non d'altro reo, che d'essere stato creduto dal cardinale di Richelieu il principale autore della costanza di quella principessa, allorchè ella fu a Grenoble, in negare al re la fortezza di Monmegliano. Furono anche arrestati o mandati fuor di Torino alcuni suoi parenti. Un gran dire, un esclamare di ognuno fu per questa iniquissima violenza del Richelieu, e per un sì rilevante strapazzo fatto alla autorità della duchessa, e duchessa sorella dello stesso re, gridando ognuno che pazzia era ormai il fidarsi più della Fraucia. Ma la Francia altro non era allora che il cardinale di Richelieu, il quale comandava a tutti, e fino allo stesso re, nè conosceva misura ai suoi odii e alle sue vendette. Solamente allora che mancò di vita esso porporato, il povero innocente cavaliere fu rimesso in libertà. Non lasciava intanto il Richelieu di far maneggi, per tirare nel suo partito i principi di Savoia, e fatto venire in Piemonte il già divenuto prelato monsignorGiulio Mazzarinocon titolo di plenipotenziario, intavolò un segreto accordo colprincipe Tommaso, che non ebbe poi effetto. Si trovò questi dipoiben imbrogliato, perchè volea, prima di dichiararsi, riavere la moglie e i figli, già condotti in Ispagna, e, fattane istanza a quella corte, ne riportò una bella negativa. Trovavasi allora la corte del re Cattolico agitata da gravi burrasche per la superbia e balordaggine dell'Olivares primo ministro, e per l'insolenza dei governatori e soldati castigliani. S'era rivoltata la Catalogna; rivoltossi anche il Portogallo, e fu ivi acclamato reGiovanni duca di Braganza, senza che mai più riuscisse agli Spagnuoli di ricuperar quel regno: tutti colpi che servirono non poco ad abbattere la monarchia spagnuola. Nè alcuno di quegli imbrogli vi fu, in cui non mettesse le zampe il Richelieu, avendo egli fissato l'appoggio della sua gloria in procurare, per quanto potea, la rovina delle due case d'Austria, per esaltar sopra di quelle la corona di Francia. Non erano da meno le idee dell'Olivares, cioè dell'arbitro della Spagna, per l'ingrandimento di quella monarchia; ma non aveva egli la testa nè la condotta e nè pur la fortuna del Richelieu, e però, in vece di accrescere, diminuì notabilmente la riputazion di quella corona.


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