MDCXLIII

MDCXLIIIAnno diCristoMDCXLIII. IndizioneXI.Urbano VIIIpapa 21.Ferdinando IIIimperadore 7.Non potea darsi pace ilconte di Siruelagovernator di Milano per la perdita della città di Tortona, a lui tolta dalprincipe Tommaso. Sommamente bramoso di ricuperarla, fece massa di quanta gente potè, e, senza aspettare la primavera, e quando men se l'aspettava esso principe, nel dì 9 di febbraio comparve colà coll'esercito suo e ne formò l'assedio, assicurandosi con una forte circonvallazione, e con una fila di trincieramenti da chi tentasse di recarle soccorso. Spedì ancora un altro corpo di truppe sotto il marchese di Caracena, per custodire i passi dei fiumi. Conosciutasi dal marchese Tommaso la difficoltà di soccorrerla, altro ripiego non ebbe che quello di tentare una potente diversione. Dopo aver fatta paura a Novara, si portò nel dì 12 d'aprile sotto Asti, dove era guarnigione spagnuola, e gli riuscì d'impadronirsi in quattro giorni di quella città, e poscia del castello, e finalmente nel dì 3 di maggiodella cittadella. Intanto non soccorsa da alcuno Tortona, nel dì 16 di maggio ritornò all'ubbidienza del governator di Milano, e spirò in un momento il nuovo principato d'esso principe Tommaso. A lui dalla corte di Francia venne in questi tempi la patente di generale dell'armi di sua maestà, con tale autorità, che nacquero dissapori fra lui e madama Reale, da che ella scorgea più favoriti i principi suoi cognati che lei medesima; e tanto più perchè fu posto presidio franzese in Asti. Ma in Francia non lieve mutazion di cose avvenne, essendo ivi mancato di vita in età di quarantadue anni ilre Lodovico XIII, a cui fu dato il titolo di Giusto, nel dì 14 di maggio, cioè nel dì stesso in cui fu ucciso il re Arrigo IV suo padre: morte succeduta allorchè i suoi popoli, liberati non meno che egli dal temuto cardinale di Richelieu, cominciavano a risentire i benigni influssi di quell'amorevole e mansueto monarca, che nondimeno per sua disgrazia comparve crudele per non aver saputo difendersi dalla prepotenza di un favorito, il quale sotto nome di lui avea riempiute le prigioni d'innocenti, e spolpati di sostanze i popoli tutti. A lui succedette Lodovico XIV delfino di Francia in età di cinque anni e di alquanti mesi sotto la tutela dellaregina Anna d'Austriasua madre, che fu dichiarata reggente. Mirabil fu la destrezza con cui poco a poco subentrò nel governo degli affari ilcardinale Giulio Mazzarino, benchè straniero e creatura dell'odiato Richelieu; e seppe ben prendere le redini di quella monarchia. Continuarono poscia in Piemonte i felici successi dell'armi franzesi e piemontesi, avendo ilmarchese Villasottomessa Villanuova d'Asti a madama Reale nel dì 12 di luglio. Portossi dipoi il principe Tommaso con tutto l'esercito all'assedio di Trino, terra ben fortificata e di grande importanza. Alconte di Siruelaera succeduto ilmarchese di Velladanel governo di Milano, e questi uscì in campagna per disturbar quell'assedio;ma sì grande fu la diligenza del principe, sì vigorosi gli assalti, che quella piazza, non potendo più reggere, si diede vinta nel dì 24 di settembre. Nulla di più rilevante avvenne in quelle parti, se non che la duchessa reggente fece venire dalla Savoia in Piemonte il piccolo ducaCarlo Emmanuelecon somma consolazione di tutti i sudditi suoi, ma senza volerlo in Torino, finchè vi stavano di guernigione i Franzesi.Per gli artifizii co' quali erano stati sonoramente beffati dai Barberini e dai lor ministri nel precedente trattato di concordia, stavano cogli animi assai alterati i collegati, cioè laveneta repubblica, ilgran ducae ilduca di Modena. Ma più di essi ardeva di sdegno ilduca di Parma Odoardo, trovandosi più che mai impaniato con soldatesche sopra le sue forze, e senza que' mezzi che occorrono per cominciare e proseguire il troppo dispendioso impegno della guerra. Pensò di spedire nel furore del verno tre mila fanti per l'Apennino in Lunigiana ad imbarcarsi in varie tartane, sperando che per mare giugnendo all'improvviso alla spiaggia di Castro vi potessero sorprendere la Rocca di Montalto. Non mancano mai fedeli avvisatori alla corte di Roma, e questa provvide al bisogno dei luoghi esposti al pericolo. Oltre a ciò quelle tartane perseguitate da una fiera burrasca, ebbero per gran favore il potersi salvare a Genova e Porto Fino, dove la gente si sbandò e passò al soldo degli Spagnuoli assedianti allora Tortona. Per sì precipitosi consigli poco fu lodato il duca di Parma, e i Romani, secondo il solito delle nostre povere teste, interpretarono la disgrazia del Farnese per una dichiarazion del cielo in loro protezione e favore. Intanto s'ingrossò forte l'esercito papalino sul bolognese e ferrarese. E mentre i collegati con irresoluzioni continue van consultando le maniere di non lasciar perire il Farnese, egli disperatamente, nel dì 21 di maggio, s'inviò alla volta del ferrarese con sei reggimenti difanteria, altrettanti di cavalleria ed uno di dragoni, seco menando otto pezzi d'artiglieria. I presidii pontifizii del Bondeno e della Stellata gli cederono, senza farsi pregare, il posto, ed egli in quei siti si fortificò, costringendo il paese a dargli di che vivere. Non tardarono più iVeneziania muoversi, ed occuparono sul ferrarese Trecenta, Figheruola ed Ariano. Si mosse ancoraFrancesco ducadi Modena colle sue genti, consistenti in quattro mila fanti e mille e ducento cavalli scelti, oltre al treno dell'artiglieria e delle munizioni, per entrar anch'egli nel Ferrarese: nel qual tempo ancora fece esibire al papa, e pubblicò colle stampe le ragioni sue sopra Ferrara e Comacchio, come Stati indebitamente occupati dalla camera apostolica alla sua casa. Doveano andar seco di concerto il duca di Parma e il generale de' Veneziani; ma si trovò che il Farnese, benchè per aiuto suo si fosse formata quella lega, non vi volle entrare, nè muovere dal sito dove egli si era annidato, siccome neppure il Pesari Veneto compariva ad unir le sue armi coll'Estense.Diede campo questa irresoluzione e mala intelligenza dei collegati alcardinal Antonio Barberini, legato e generale dell'armata papale, di spignere il marchese Mattei con quadro mila fanti sul territorio di Modena, che occupò San Cesario, Spilamberto, Vignola, Guiglia ed altri luoghi, commettendo dappertutto crudeltà ed incendii, come s'egli fosse stato uno spietato bassà. A questa parte dunque si voltò il fuoco maggior della guerra. Nel dì 14 di giugno fu spedito dal duca di Modena il cavalier della Valletta sul Bolognese, per tentare l'occupazione di Crevalcuore, ma vi restò spelazzato dai Papalini. E perciocchè le poche schiere venete, venute in rinforzo di esso duca, teneano ordini diversi dall'idee del duca, prevalendosi il cardinale legato della poca buona armonia dei suoi avversarii, nel dì 19 di luglio si portò all'assedio di Nonantola. Avea il duca Francesco I, conlicenza dell'imperadore, richiamato dì Germania il generosoconte Raimondo Montecuccoli, suo vassallo, che poi tanta fama si procacciò nel generalato delle armi cesaree, e l'aveva costituito generale delle sue truppe. Al soccorso di Nonantola marciò il prode cavaliere, e sì caldamente assalì l'oste nemica, che la mise in rotta colla strage e prigionia di molti, e col guadagno d'artiglierie. Lo stesso cardinale Antonio, che animava colle benedizioni i suoi a far bene il loro dovere, corse pericolo della vita, essendogli stato ucciso sotto il cavallo. Un altro buon corridore il mise poscia in salvo. Entrò allora il duca di Modena sul bolognese, impadronendosi di Piumazzo, Bazzano ed altri luoghi, spargendo il terrore sino alle porte di Bologna. E già si disponeva egli ad assalire quella vasta e sgomentata città, quando eccoti avviso, che un grosso corpo di Papalini, passato il Po a Lagoscuro, avea sorpreso il forte dei Veneziani, e quivi alzava in fretta delle fortificazioni. Furono per questo richiamate dai Veneziani le milizie loro, che erano sul modenese, e fu forzato il duca a ritirarsi. Guerra intanto era anche ai confini del Sanese e del Perugino fra le genti del papa e quelle delgran duca Ferdinando II, essendo riuscito ai Fiorentini di occupar Città della Pieve, Monte Leone, Castiglione del Lago, contuttochè ilduca Savellicon maestà di guerra li tenesse ben ristretti, e rendesse loro la pariglia. Trovandosi impegnate colà le milizie di Toscana, venne in mente al cardinale Antonio di tentare un bel colpo. Fece egli improvvisamente sul principio di ottobre marciare il signor di Valenzè dal Bolognese per la via della Poretta alla volta di Pistoia, con disegno di sorprendere quella città sprovveduta di presidio. Con quattro mila fanti e mille cavalli andò egli, e giunse a dare la scalata a Pistoia. Ma non corrispose al suo valore la fortuna, perchè i cittadini coraggiosamente difesero le mura, benchè non potessero poi esentar la campagna daun grave saccheggio. Per questo accidente dimandò il gran duca soccorso ai Veneziani e al duca di Modena, i quali accorsero per tagliare la strada al ritorno del Valenzè; ma egli, dove men sel credevano, passò e li lasciò delusi.Dopo queste, ed altre molte azioni di non molto rilievo, che io tralascio, fatte in queste parti, ed anche in Toscana, dove i Fiorentini non meno nelle difese che nelle offese riportarono molto onore; questi bravi combattenti andarono a cercar riposo, lasciando che nei gabinetti seguitassero le teste politiche i lor duelli, per mettere fine ad una guerra, che costava poco sangue, ma che serviva a distruggere assaissimo chi l'avea sul dosso. Il bello fu, cheOdoardo ducadi Parma, per cui pure era fatta la festa, se ne stette sempre agiatamente al Bondeno e alla Stellata senza nè pure stendere un dito in aiuto dei suoi protettori: il che diede molto da pensare e da dire agli speculativi, e molto più da sclamare a chi si trovava interessato in sì fatti imbrogli. E giacchè si è fatta menzione all'anno precedente di aver la morte liberata la corte di Francia da un troppo violento favorito e primo ministro di quel re, non si dee ora tacere, che la prudenza nel presente anno liberò anche la corte di Spagna da un altro potentissimo favorito, cioè dalconte di Olivares, appellato il conte duca; perchè finalmente tiratosi il sipario al mal governo di questo ministro, per cui tante sciagure si erano affollate sopra la monarchia spagnuola, ilre Filippo IV, arrivò nel 15 di febbraio a cacciarlo di corte con relegarlo a Locches, dove ben presto gli affanni e la rabbia gli abbreviarono la vita.

Non potea darsi pace ilconte di Siruelagovernator di Milano per la perdita della città di Tortona, a lui tolta dalprincipe Tommaso. Sommamente bramoso di ricuperarla, fece massa di quanta gente potè, e, senza aspettare la primavera, e quando men se l'aspettava esso principe, nel dì 9 di febbraio comparve colà coll'esercito suo e ne formò l'assedio, assicurandosi con una forte circonvallazione, e con una fila di trincieramenti da chi tentasse di recarle soccorso. Spedì ancora un altro corpo di truppe sotto il marchese di Caracena, per custodire i passi dei fiumi. Conosciutasi dal marchese Tommaso la difficoltà di soccorrerla, altro ripiego non ebbe che quello di tentare una potente diversione. Dopo aver fatta paura a Novara, si portò nel dì 12 d'aprile sotto Asti, dove era guarnigione spagnuola, e gli riuscì d'impadronirsi in quattro giorni di quella città, e poscia del castello, e finalmente nel dì 3 di maggiodella cittadella. Intanto non soccorsa da alcuno Tortona, nel dì 16 di maggio ritornò all'ubbidienza del governator di Milano, e spirò in un momento il nuovo principato d'esso principe Tommaso. A lui dalla corte di Francia venne in questi tempi la patente di generale dell'armi di sua maestà, con tale autorità, che nacquero dissapori fra lui e madama Reale, da che ella scorgea più favoriti i principi suoi cognati che lei medesima; e tanto più perchè fu posto presidio franzese in Asti. Ma in Francia non lieve mutazion di cose avvenne, essendo ivi mancato di vita in età di quarantadue anni ilre Lodovico XIII, a cui fu dato il titolo di Giusto, nel dì 14 di maggio, cioè nel dì stesso in cui fu ucciso il re Arrigo IV suo padre: morte succeduta allorchè i suoi popoli, liberati non meno che egli dal temuto cardinale di Richelieu, cominciavano a risentire i benigni influssi di quell'amorevole e mansueto monarca, che nondimeno per sua disgrazia comparve crudele per non aver saputo difendersi dalla prepotenza di un favorito, il quale sotto nome di lui avea riempiute le prigioni d'innocenti, e spolpati di sostanze i popoli tutti. A lui succedette Lodovico XIV delfino di Francia in età di cinque anni e di alquanti mesi sotto la tutela dellaregina Anna d'Austriasua madre, che fu dichiarata reggente. Mirabil fu la destrezza con cui poco a poco subentrò nel governo degli affari ilcardinale Giulio Mazzarino, benchè straniero e creatura dell'odiato Richelieu; e seppe ben prendere le redini di quella monarchia. Continuarono poscia in Piemonte i felici successi dell'armi franzesi e piemontesi, avendo ilmarchese Villasottomessa Villanuova d'Asti a madama Reale nel dì 12 di luglio. Portossi dipoi il principe Tommaso con tutto l'esercito all'assedio di Trino, terra ben fortificata e di grande importanza. Alconte di Siruelaera succeduto ilmarchese di Velladanel governo di Milano, e questi uscì in campagna per disturbar quell'assedio;ma sì grande fu la diligenza del principe, sì vigorosi gli assalti, che quella piazza, non potendo più reggere, si diede vinta nel dì 24 di settembre. Nulla di più rilevante avvenne in quelle parti, se non che la duchessa reggente fece venire dalla Savoia in Piemonte il piccolo ducaCarlo Emmanuelecon somma consolazione di tutti i sudditi suoi, ma senza volerlo in Torino, finchè vi stavano di guernigione i Franzesi.

Per gli artifizii co' quali erano stati sonoramente beffati dai Barberini e dai lor ministri nel precedente trattato di concordia, stavano cogli animi assai alterati i collegati, cioè laveneta repubblica, ilgran ducae ilduca di Modena. Ma più di essi ardeva di sdegno ilduca di Parma Odoardo, trovandosi più che mai impaniato con soldatesche sopra le sue forze, e senza que' mezzi che occorrono per cominciare e proseguire il troppo dispendioso impegno della guerra. Pensò di spedire nel furore del verno tre mila fanti per l'Apennino in Lunigiana ad imbarcarsi in varie tartane, sperando che per mare giugnendo all'improvviso alla spiaggia di Castro vi potessero sorprendere la Rocca di Montalto. Non mancano mai fedeli avvisatori alla corte di Roma, e questa provvide al bisogno dei luoghi esposti al pericolo. Oltre a ciò quelle tartane perseguitate da una fiera burrasca, ebbero per gran favore il potersi salvare a Genova e Porto Fino, dove la gente si sbandò e passò al soldo degli Spagnuoli assedianti allora Tortona. Per sì precipitosi consigli poco fu lodato il duca di Parma, e i Romani, secondo il solito delle nostre povere teste, interpretarono la disgrazia del Farnese per una dichiarazion del cielo in loro protezione e favore. Intanto s'ingrossò forte l'esercito papalino sul bolognese e ferrarese. E mentre i collegati con irresoluzioni continue van consultando le maniere di non lasciar perire il Farnese, egli disperatamente, nel dì 21 di maggio, s'inviò alla volta del ferrarese con sei reggimenti difanteria, altrettanti di cavalleria ed uno di dragoni, seco menando otto pezzi d'artiglieria. I presidii pontifizii del Bondeno e della Stellata gli cederono, senza farsi pregare, il posto, ed egli in quei siti si fortificò, costringendo il paese a dargli di che vivere. Non tardarono più iVeneziania muoversi, ed occuparono sul ferrarese Trecenta, Figheruola ed Ariano. Si mosse ancoraFrancesco ducadi Modena colle sue genti, consistenti in quattro mila fanti e mille e ducento cavalli scelti, oltre al treno dell'artiglieria e delle munizioni, per entrar anch'egli nel Ferrarese: nel qual tempo ancora fece esibire al papa, e pubblicò colle stampe le ragioni sue sopra Ferrara e Comacchio, come Stati indebitamente occupati dalla camera apostolica alla sua casa. Doveano andar seco di concerto il duca di Parma e il generale de' Veneziani; ma si trovò che il Farnese, benchè per aiuto suo si fosse formata quella lega, non vi volle entrare, nè muovere dal sito dove egli si era annidato, siccome neppure il Pesari Veneto compariva ad unir le sue armi coll'Estense.

Diede campo questa irresoluzione e mala intelligenza dei collegati alcardinal Antonio Barberini, legato e generale dell'armata papale, di spignere il marchese Mattei con quadro mila fanti sul territorio di Modena, che occupò San Cesario, Spilamberto, Vignola, Guiglia ed altri luoghi, commettendo dappertutto crudeltà ed incendii, come s'egli fosse stato uno spietato bassà. A questa parte dunque si voltò il fuoco maggior della guerra. Nel dì 14 di giugno fu spedito dal duca di Modena il cavalier della Valletta sul Bolognese, per tentare l'occupazione di Crevalcuore, ma vi restò spelazzato dai Papalini. E perciocchè le poche schiere venete, venute in rinforzo di esso duca, teneano ordini diversi dall'idee del duca, prevalendosi il cardinale legato della poca buona armonia dei suoi avversarii, nel dì 19 di luglio si portò all'assedio di Nonantola. Avea il duca Francesco I, conlicenza dell'imperadore, richiamato dì Germania il generosoconte Raimondo Montecuccoli, suo vassallo, che poi tanta fama si procacciò nel generalato delle armi cesaree, e l'aveva costituito generale delle sue truppe. Al soccorso di Nonantola marciò il prode cavaliere, e sì caldamente assalì l'oste nemica, che la mise in rotta colla strage e prigionia di molti, e col guadagno d'artiglierie. Lo stesso cardinale Antonio, che animava colle benedizioni i suoi a far bene il loro dovere, corse pericolo della vita, essendogli stato ucciso sotto il cavallo. Un altro buon corridore il mise poscia in salvo. Entrò allora il duca di Modena sul bolognese, impadronendosi di Piumazzo, Bazzano ed altri luoghi, spargendo il terrore sino alle porte di Bologna. E già si disponeva egli ad assalire quella vasta e sgomentata città, quando eccoti avviso, che un grosso corpo di Papalini, passato il Po a Lagoscuro, avea sorpreso il forte dei Veneziani, e quivi alzava in fretta delle fortificazioni. Furono per questo richiamate dai Veneziani le milizie loro, che erano sul modenese, e fu forzato il duca a ritirarsi. Guerra intanto era anche ai confini del Sanese e del Perugino fra le genti del papa e quelle delgran duca Ferdinando II, essendo riuscito ai Fiorentini di occupar Città della Pieve, Monte Leone, Castiglione del Lago, contuttochè ilduca Savellicon maestà di guerra li tenesse ben ristretti, e rendesse loro la pariglia. Trovandosi impegnate colà le milizie di Toscana, venne in mente al cardinale Antonio di tentare un bel colpo. Fece egli improvvisamente sul principio di ottobre marciare il signor di Valenzè dal Bolognese per la via della Poretta alla volta di Pistoia, con disegno di sorprendere quella città sprovveduta di presidio. Con quattro mila fanti e mille cavalli andò egli, e giunse a dare la scalata a Pistoia. Ma non corrispose al suo valore la fortuna, perchè i cittadini coraggiosamente difesero le mura, benchè non potessero poi esentar la campagna daun grave saccheggio. Per questo accidente dimandò il gran duca soccorso ai Veneziani e al duca di Modena, i quali accorsero per tagliare la strada al ritorno del Valenzè; ma egli, dove men sel credevano, passò e li lasciò delusi.

Dopo queste, ed altre molte azioni di non molto rilievo, che io tralascio, fatte in queste parti, ed anche in Toscana, dove i Fiorentini non meno nelle difese che nelle offese riportarono molto onore; questi bravi combattenti andarono a cercar riposo, lasciando che nei gabinetti seguitassero le teste politiche i lor duelli, per mettere fine ad una guerra, che costava poco sangue, ma che serviva a distruggere assaissimo chi l'avea sul dosso. Il bello fu, cheOdoardo ducadi Parma, per cui pure era fatta la festa, se ne stette sempre agiatamente al Bondeno e alla Stellata senza nè pure stendere un dito in aiuto dei suoi protettori: il che diede molto da pensare e da dire agli speculativi, e molto più da sclamare a chi si trovava interessato in sì fatti imbrogli. E giacchè si è fatta menzione all'anno precedente di aver la morte liberata la corte di Francia da un troppo violento favorito e primo ministro di quel re, non si dee ora tacere, che la prudenza nel presente anno liberò anche la corte di Spagna da un altro potentissimo favorito, cioè dalconte di Olivares, appellato il conte duca; perchè finalmente tiratosi il sipario al mal governo di questo ministro, per cui tante sciagure si erano affollate sopra la monarchia spagnuola, ilre Filippo IV, arrivò nel 15 di febbraio a cacciarlo di corte con relegarlo a Locches, dove ben presto gli affanni e la rabbia gli abbreviarono la vita.


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