MDCXLIVAnno diCristoMDCXLIV. IndizioneXII.Innocenzo Xpapa 1.Ferdinando IIIimperadore 8.Trattossi alla gagliarda nel verno dell'anno presente dalcardinale Alessandro Bichi, come plenipotenziario del re Cristianissimo,di comporre le differenze del duca di Parma e dei principi collegati con Roma. Bramavano forte la pace i Veneziani; non men di loro v'era portato il gran duca. Ancorchè i Barberini se ne andassero pettoruti per avere vigorosamente sostenuto l'onore dello Stato ecclesiastico contro gli sforzi altrui, pure conoscevano il bisogno di accomodarsi, perchè miravano cadente il vecchio zio papa, e le sue infermità davano a conoscere ch'egli teneva già un piede nel sepolcro. Gran tracollo poteano essi aspettarsi, se durante la guerra fosse egli stato rapito dalla morte. Si aggiugnevano i richiami de' saggi cardinali, e le mormorazioni e querele di tutti i sudditi della Chiesa per sì ostinato e poco importante impegno, che riusciva loro di sommo aggravio; quando voce comune correa, che il maneggio di questa guerra fruttasse dei tesori alla stessa casa Barberina. Nel mentre che si manipolava l'accordo, non lasciarono i collegati di allestir nuove truppe e far altri preparamenti per continuare, occorrendo, la guerra. Anzi seguirono sul principio di marzo varie ostilità dei Veneziani contro i forti fabbricati oltre il Po dai Papalini; e a Lagoscuro di qua dal fiume occorse una fazion militare, in cui il cavaliere Valletta mise in rotta un corpo di milizie pontifizie colla morte di duemila e colla prigionia di centocinquanta persone. Accorso colà per sostenere i fuggitivi ilcardinale Antonio, e caduto in un'imboscata tesagli dal medesimo Valletta, appena potè egli salvarsi colla velocità del cavallo, lasciando ivi prigione il vicelegato di Ferrara Caraffa, Antonio ossia Marco Doria governator di quel forte, ed altri uffiziali. Per tali motivi dunque si affrettarono i ministri del pontefice e i mediatori ad ultimare il trattato di pace. Fu questa sottoscritta in Venezia dalcardinale Giovanni Stefano Donghi plenipotenziariodel sommo pontefice, dalcardinale Bichia nome del re Cristianissimo, daGiovanni Naniper parte della repubblica di Venezia, dal cavalierGiambatista Gondipel gran duca di Toscana e dalmarchese Ippolito Estense Tassonipel duca di Modena. Un'altra capitolazione a parte nello stesso giorno nondimeno era stata fatta dai due cardinali plenipotenziarii, riguardante l'accomodamento del duca di Parma con sua Santità. La somma di questo accordo fu, che ognuno disarmerebbe ogni luogo in questa guerra occupato, e che il papa, ad intercessione del re Cristianissimo, assolveva ilduca Odoardo, stante una umilissima sua supplica, dalle censure, promettendo restituirgli, dopo sessanta giorni, il ducato di Castro, rimettendo le cose nello stato in cui erano prima della presente guerra, e restando il re Cristianissimo garante delle promesse fatte dai principi contraenti.E tal fine ebbe la guerra presente, guerra brevemente da me abbozzata, perchè nulla conteneva di grande, nulla di glorioso nei consigli, nella condotta e nelle azioni militari; e pur guerra con tal prolissità e sì minutamente narrata dall'abbate Vittorio Siri, come se si fosse trattato di quella d'Annibale coi Romani, o dell'altra di Cesare con Pompeo. Se non fosse la gente avvezza a mirare come facilmente sotto l'apparente unione di molti nelle leghe si appiatti la vera disunione, per la diversità dei particolari privati interessi e desiderii, non lascerebbe certo di maravigliarsi come nel maneggio di questa guerra si osservasse tanta melensaggine negli uni, che poteano far tanto più, e nol fecero; e l'ardore d'alcuni, ma sì mal secondato da' compagni; conchiudendo gli scrittori, che se i collegati fossero ben camminati d'accordo, ed avessero unite le forze, altra faccia avrebbero preso le cose, e tante spese da lor fatte, e danni da lor patiti, non sarebbero restati senza risarcimento. La verità nondimeno è, che con sì poche prodezze ottennero l'intento loro di mettere in dovere l'orgoglio dei Barberini, e di rimettere il duca di Parma in Castro; benchè tal benefizio coltempo a lui nulla giovasse. E ciò per colpa sua, perchè principe di poco consiglio, e che si moveva per lo più secondo il solo empito delle sue passioni. Tanto oro ch'egli impiegò in questa guerra, se fosse stato da lui applicato a soddisfare i suoi montisti, avrebbe estinto il monte dei suoi debiti, e risparmiato a sè e agli altri il dispendio della rottura suddetta. Ma egli volle guerra con restar poi brollo in casa propria, e carico, come prima, dei debiti suoi. Una più bella ne aggiunse dipoi. Tanto la repubblica veneta, che il gran duca, e il duca di Modena, quantunque nulla avessero guadagnato in questo sì dispendioso movimento d'armi, pure con lettere piene di riconoscenza ringraziarono il re Cristianissimo e la regina reggente dell'aver procacciata la loro pace. Il duca di Parma, che solo avea raccolto il frutto dell'altrui spese e fatiche, niun ringraziamento inviò alla corte di Francia, e da lì a poco negò il transito d'alcune truppe franzesi per li suoi Stati. Cose tutte che probabilmente non riportarono l'approvazion dei saggi. Quanto a Roma, non si può dire in che discredito restassero i nipoti del papa, e quanta odiosità del pubblico si concitassero contro per questa briga da lor voluta, che costò tanti danni ai sudditi della Chiesa, accrebbe a dismisura i dazi e le gabelle nello Stato ecclesiastico, parte dei quali dura tuttavia, portò delle piaghe alla camera apostolica, che incancherite son poi andate crescendo, e fece consumar tanta copia d'oro, tratta da castello Sant'Angelo, per soddisfare ai capricci di chi si abusava dell'autorità concessagli dal quasi decrepito zio. Ed è costante che il povero papa, giacente in letto, restava in troppe maniere ingannato dai nipoti, e desiderò sempre la pace, richiedendo solamente dal duca Farnese le umiliazioni dovute alla sua sovranità: laddove i nipoti altro non ambivano che guerra, e guastavano tutte le tele ordite per la concordia. Se questo poi possa bastare a giustificar presso Dio un pontefice, ilquale in vece di valersi del consiglio di tanti saggi porporati, dei quali sempre abbonda il sacro collegio, si abbandoni in braccio ai nipoti, gravidi bene spesso di umane passioni, alla tenuità della mia opinione non conviene il deciderlo.Ma del ponteficeUrbano VIIIandava sempre più declinando all'occaso la sanità, e poco potè goder egli della contentezza d'aver restituita ai suoi popoli la quiete. Fu scritto da altri che, in vece di allegrezza, egli provò dei fieri tormenti per tanti dispendii della camera apostolica, per tanti gemiti e maledizioni dei popoli, e per l'esito della guerra, in cui restava intaccata non poco la sua riputazione; e che questo crepacuore influisse a rendergli disgustoso il sopravvivere. Comunque sia, nel dì 29 di luglio, dopo ventun anni di pontificato, egli terminò i suoi giorni, restando perenne memoria del suo vivacissimo spirito, del suo amore alla giustizia, della sua letteratura, e dell'averla fatta fiorire in Roma a' suoi tempi, siccome ancora delle tante fabbriche sue per ornamento e per difesa della stessa Roma, e d'altri luoghi dello Stato pontifizio. Ma siccome del troppo lungo suo pontificato era annoiata la gente, e le tante gabelle imposte per la guerra voluta dai suoi nipoti, e il genio baldanzoso ed imperante dei medesimi, congiunto coll'avere adunate tante ricchezze, assorbendo essi tutto senza farne parte agli altri, aveano dato un potente impulso all'invidia e alla malevolenza: così, appena spirato il papa, fioccarono le pasquinate, e vi fu pericolo di sedizione nel popolo, e fuorchè le poche creature dei Barberini, ognuno si facea lecito di declamare contra di loro. Gran premura aveano i due cardinali BarberiniFrancescoedAntonio, e grandi maneggi fecero, perchè cadessero le chiavi di San Pietro in persona creatura dello zio e ben affetta alla lor casa. Ma perchè il primo era capo della fazion barberina, e l'altro dei Franzesi, siccome protettor di quella corona, nè pur essi andavanod'accordo nelle lor pretensioni e mire, e vennero anche un dì alle brusche fra loro. Tanti hanno scritto, e con tanta diversità, anzi contrarietà di questo conclave, che non si sa cosa credere; nè all'assunto mio è permesso d'indagare i cupi nascondigli di quei maneggi, dove non dovrebbe avere, e pure ha tanta mano l'umana politica, la qual nondimeno confusa sì sovente si truova dalla suprema disposizione di Dio in bene della sua Chiesa, riuscendo papa chi non si credea o non si volea.A me dunque basterà di dire, che finalmente nel dì 15 di settembre (dal Vianoli e dall'Oldoino, non so come, è detto nel dì 14 d'esso mese) cadde l'elezione nella persona delcardinaleGiambatista PanfilioRomano, che con infinito applauso dei suoi concittadini assunse il nome d'Innocenzo X. Era di età di settant'anni, uomo dotto in leggi, di aspetto ruvido e brutto, ma maestoso. Mirabil cosa fu, che concorressero in lui i cardinali Barberini, contuttochè il cardinale Antonio per varii precedenti disgusti il credesse nemico, almen poco amorevole di sua casa, e perciò ne avesse procurata dalla corte di Francia l'esclusione. Ma dicono, che, interpostosi ilcardinal Teodolie il marchese suo fratello col signor di Sansciamon ambasciatore di Francia, e adoperato l'ariete d'altre arti, il tirassero in favor del Panfilio, onde per lui poscia si dichiarasse anch'esso cardinale Antonio. Restò intanto fieramente esacerbata la corte del re Cristianissimo per la condotta di esso cardinale e dello stesso ambasciatore, non già, come si volle far credere, che si avesse a male l'elezion del novello pontefice, ma perchè i medesimi avessero prima diffamata la Francia, come contraria e nemica alla di lui esaltazione, e poi l'avessero aiutato a salire sul trono. Gli effetti di questo sdegno poco stettero a scoppiare, essendo venuti ordini da Parigi che si levasse alcardinale Antonioil brevetto della protezion dellaFrancia, e che l'ambasciatore se ne tornasse immediatamente a Parigi. Così cominciò, ma qui non finì l'umiliazione dei nipoti dipapa Urbano VIII, quantunque sui principii del suo governoInnocenzo Xsi mostrasse (non è ben certo, se con vero o pure con apparente affetto) lor protettore e fautore: così richiedendo la gratitudine verso persone, senza il braccio delle quali non sarebbe egli mai arrivato al trono. Si studiarono anche i Barberini di rientrare in grazia degli Spagnuoli; ma non riuscì loro per l'odio che si erano tirati addosso dei principi d'Italia, e massimamente delgran duca Ferdinando II. Perlocchè spedirono in Francia ilcardinale di Valenzèper addurre le lor discolpe, e promettere molte cose in vantaggio del re Cristianissimo per gli affari d'Italia. Andò segretamente questo porporato fino a Parigi, ma, senza volerlo la corte ascoltare, fu obbligato ad uscirne. Tanto poi egli s'industriò, che ottenne d'abboccarsi colcardinal Mazzarinofuor di Parigi, e dopo quello abboccamento se ne tornò tutto contento a Roma nell'anno seguente.In quest'anno ancora non mancarono novità e disgrazie al Piemonte e allo stato di Milano, paesi lacerati non meno dai nemici che dagli amici. Perchè incresceva al cardinal Mazzarino di tener tanti luoghi presidiati in Piemonte, furono fatti negoziati da madama RealeCristinaper ottenere il rilascio in sua mano di Carmagnola, Asti, Demonte e Lauset, ed anche della città di Torino, a riserva della cittadella, dove (siccome ancora in Verrua, Santià e Cavours) dovea restar guarnigione franzese. Fu conchiuso questo lungo trattato solamente nel dì 3 d'aprile dell'anno seguente. Uscito in campagna nel mese di giugno ilprincipe Tommasocolle milizie del re Cristianissimo e piemontesi, andò a cercar la buona ventura. Si staccò da lui in questi tempi il valoroso generalemarchese Guido Villa, disgustato da' Franzesi, e passò al servigio del papa, ma con ritornarda lì a non molto al servigio di madama Reale. Dopo avere esso principe Tommaso, colla spedizione di don Maurizio di Savoia acquistato il castello di Ponzone, si portò sotto Arona sul Lago Maggiore; ma, scoperta l'intelligenza che egli aveva in quel luogo, e trovata poco prima ben provveduta d'armi quella terra e rocca, andò a mettere il campo alla terra o sia città di Santià. In questo mentre ilmarchese di Velladagovernator di Milano, che aveva atteso a rinforzarsi di gente con raccogliere la licenziata dal papa e dalla lega, ebbe maniera di sorprendere la cittadella d'Asti; ma non potè aver la città, sostenuta dal coraggio degli abitanti, ed appresso rinforzata con buone truppe dal principe Tommaso. Continuato poi l'assedio di Santià, furono forzati i difensori Spagnuoli a capitolarne la resa nel dì 6 di settembre. Ciò fatto, il principe condusse l'armata all'assedio della suddetta cittadella d'Asti, che si tenne forte fino all'ultimo del mese suddetto. Quindi con disegno d'impadronirsi del Finale di Spagna, sprovveduto allora di gente, valicò l'Apennino; ma avendo il Vellada senza ritardo spediti colà mille e quattrocento fanti, nè comparendo, secondo il concerto, alquanti legni franzesi, che doveano fiancheggiar l'impresa per mare, gli convenne tornarsene in Piemonte colla testa bassa.Cosa avvenne in quest'anno che fu la sorgente d'infiniti guai alla repubblica di Venezia. Veleggiava pel mare Carpazio la squadra delle galee dei cavalieri di Malta, che per l'impiego loro di tener netto, per quanto possono, dai corsari infedeli il Mediterraneo, presso i Turchi e Mori son chiamati i corsari cristiani. Vogliosi anch'essi di qualche preda, si avvennero alle crociere, settanta miglia lungi da Rodi, in un grosso galeone, ossia vascello turchesco, accompagnato da due altri minori e da sette saiche. Poco vi volle ad accorgersi, che quel gran legno conteneva nel suo seno di moltericchezze; però al valore ed ardire ordinario de' Maltesi si aggiunse la speranza di un ingordo bottino, per cui sprezzando ferite e morti fecero un incredibile sforzo per aggrapparsi sopra il galeone e ridurlo in loro potere. Inferiore non fu la bravura e l'ostinazion dei Musulmani nella difesa, e durò più assalti e più ore il sanguinoso combattimento; ma finalmente restarono vincitori i cristiani. Era il galeone della Sultana ricco di molto oro e gemme, di merci e di arredi preziosi, e conduceva in Egitto Tembis Agà, già favorito di tre gran signori, e governator del serraglio, andante alla Mecca, per poi riposare il resto di sua vita nel Cairo. Nove cavalieri, cento e sedici soldati morti, e intorno a ducente sessanta feriti si contarono dalla parte de' cristiani: da quella de' Turchi perirono circa seicento persone, e ne rimasero schiave trecento ottanta. Fu creduto che il valsente di quel galeone ascendesse a più di tre milioni d'oro. Non vi fu soldato o marinaro che non ne arricchisse. Sì mal concio restò quel legno dalle cannonate, che non si potè lungamente rimurchiare, e però calò a fondo nel mare. Le galee maltesi maltrattate anch'esse da' nemici e da una tempesta, si ridussero a' dì 3 di novembre nel porto di Malta. Sciolse ognuno le voci in acclamazioni al valor dei Maltesi per questa vittoria; ma si mutò presto linguaggio, e le allegrezze si convertirono in pianto, perchè oltre modo sdegnato ed irritato anche dalla Sultana, il gran signore Ibraim contro i Maltesi, anzi contro il cristianesimo, oppur mosso da altri impulsi di ambizione, e dal vedere in guerra fra loro i potentati di Europa, determinò, dopo tanti anni di pace, di muovere guerra a' cristiani, come pur troppo avremo a parlarne all'anno seguente.
Trattossi alla gagliarda nel verno dell'anno presente dalcardinale Alessandro Bichi, come plenipotenziario del re Cristianissimo,di comporre le differenze del duca di Parma e dei principi collegati con Roma. Bramavano forte la pace i Veneziani; non men di loro v'era portato il gran duca. Ancorchè i Barberini se ne andassero pettoruti per avere vigorosamente sostenuto l'onore dello Stato ecclesiastico contro gli sforzi altrui, pure conoscevano il bisogno di accomodarsi, perchè miravano cadente il vecchio zio papa, e le sue infermità davano a conoscere ch'egli teneva già un piede nel sepolcro. Gran tracollo poteano essi aspettarsi, se durante la guerra fosse egli stato rapito dalla morte. Si aggiugnevano i richiami de' saggi cardinali, e le mormorazioni e querele di tutti i sudditi della Chiesa per sì ostinato e poco importante impegno, che riusciva loro di sommo aggravio; quando voce comune correa, che il maneggio di questa guerra fruttasse dei tesori alla stessa casa Barberina. Nel mentre che si manipolava l'accordo, non lasciarono i collegati di allestir nuove truppe e far altri preparamenti per continuare, occorrendo, la guerra. Anzi seguirono sul principio di marzo varie ostilità dei Veneziani contro i forti fabbricati oltre il Po dai Papalini; e a Lagoscuro di qua dal fiume occorse una fazion militare, in cui il cavaliere Valletta mise in rotta un corpo di milizie pontifizie colla morte di duemila e colla prigionia di centocinquanta persone. Accorso colà per sostenere i fuggitivi ilcardinale Antonio, e caduto in un'imboscata tesagli dal medesimo Valletta, appena potè egli salvarsi colla velocità del cavallo, lasciando ivi prigione il vicelegato di Ferrara Caraffa, Antonio ossia Marco Doria governator di quel forte, ed altri uffiziali. Per tali motivi dunque si affrettarono i ministri del pontefice e i mediatori ad ultimare il trattato di pace. Fu questa sottoscritta in Venezia dalcardinale Giovanni Stefano Donghi plenipotenziariodel sommo pontefice, dalcardinale Bichia nome del re Cristianissimo, daGiovanni Naniper parte della repubblica di Venezia, dal cavalierGiambatista Gondipel gran duca di Toscana e dalmarchese Ippolito Estense Tassonipel duca di Modena. Un'altra capitolazione a parte nello stesso giorno nondimeno era stata fatta dai due cardinali plenipotenziarii, riguardante l'accomodamento del duca di Parma con sua Santità. La somma di questo accordo fu, che ognuno disarmerebbe ogni luogo in questa guerra occupato, e che il papa, ad intercessione del re Cristianissimo, assolveva ilduca Odoardo, stante una umilissima sua supplica, dalle censure, promettendo restituirgli, dopo sessanta giorni, il ducato di Castro, rimettendo le cose nello stato in cui erano prima della presente guerra, e restando il re Cristianissimo garante delle promesse fatte dai principi contraenti.
E tal fine ebbe la guerra presente, guerra brevemente da me abbozzata, perchè nulla conteneva di grande, nulla di glorioso nei consigli, nella condotta e nelle azioni militari; e pur guerra con tal prolissità e sì minutamente narrata dall'abbate Vittorio Siri, come se si fosse trattato di quella d'Annibale coi Romani, o dell'altra di Cesare con Pompeo. Se non fosse la gente avvezza a mirare come facilmente sotto l'apparente unione di molti nelle leghe si appiatti la vera disunione, per la diversità dei particolari privati interessi e desiderii, non lascerebbe certo di maravigliarsi come nel maneggio di questa guerra si osservasse tanta melensaggine negli uni, che poteano far tanto più, e nol fecero; e l'ardore d'alcuni, ma sì mal secondato da' compagni; conchiudendo gli scrittori, che se i collegati fossero ben camminati d'accordo, ed avessero unite le forze, altra faccia avrebbero preso le cose, e tante spese da lor fatte, e danni da lor patiti, non sarebbero restati senza risarcimento. La verità nondimeno è, che con sì poche prodezze ottennero l'intento loro di mettere in dovere l'orgoglio dei Barberini, e di rimettere il duca di Parma in Castro; benchè tal benefizio coltempo a lui nulla giovasse. E ciò per colpa sua, perchè principe di poco consiglio, e che si moveva per lo più secondo il solo empito delle sue passioni. Tanto oro ch'egli impiegò in questa guerra, se fosse stato da lui applicato a soddisfare i suoi montisti, avrebbe estinto il monte dei suoi debiti, e risparmiato a sè e agli altri il dispendio della rottura suddetta. Ma egli volle guerra con restar poi brollo in casa propria, e carico, come prima, dei debiti suoi. Una più bella ne aggiunse dipoi. Tanto la repubblica veneta, che il gran duca, e il duca di Modena, quantunque nulla avessero guadagnato in questo sì dispendioso movimento d'armi, pure con lettere piene di riconoscenza ringraziarono il re Cristianissimo e la regina reggente dell'aver procacciata la loro pace. Il duca di Parma, che solo avea raccolto il frutto dell'altrui spese e fatiche, niun ringraziamento inviò alla corte di Francia, e da lì a poco negò il transito d'alcune truppe franzesi per li suoi Stati. Cose tutte che probabilmente non riportarono l'approvazion dei saggi. Quanto a Roma, non si può dire in che discredito restassero i nipoti del papa, e quanta odiosità del pubblico si concitassero contro per questa briga da lor voluta, che costò tanti danni ai sudditi della Chiesa, accrebbe a dismisura i dazi e le gabelle nello Stato ecclesiastico, parte dei quali dura tuttavia, portò delle piaghe alla camera apostolica, che incancherite son poi andate crescendo, e fece consumar tanta copia d'oro, tratta da castello Sant'Angelo, per soddisfare ai capricci di chi si abusava dell'autorità concessagli dal quasi decrepito zio. Ed è costante che il povero papa, giacente in letto, restava in troppe maniere ingannato dai nipoti, e desiderò sempre la pace, richiedendo solamente dal duca Farnese le umiliazioni dovute alla sua sovranità: laddove i nipoti altro non ambivano che guerra, e guastavano tutte le tele ordite per la concordia. Se questo poi possa bastare a giustificar presso Dio un pontefice, ilquale in vece di valersi del consiglio di tanti saggi porporati, dei quali sempre abbonda il sacro collegio, si abbandoni in braccio ai nipoti, gravidi bene spesso di umane passioni, alla tenuità della mia opinione non conviene il deciderlo.
Ma del ponteficeUrbano VIIIandava sempre più declinando all'occaso la sanità, e poco potè goder egli della contentezza d'aver restituita ai suoi popoli la quiete. Fu scritto da altri che, in vece di allegrezza, egli provò dei fieri tormenti per tanti dispendii della camera apostolica, per tanti gemiti e maledizioni dei popoli, e per l'esito della guerra, in cui restava intaccata non poco la sua riputazione; e che questo crepacuore influisse a rendergli disgustoso il sopravvivere. Comunque sia, nel dì 29 di luglio, dopo ventun anni di pontificato, egli terminò i suoi giorni, restando perenne memoria del suo vivacissimo spirito, del suo amore alla giustizia, della sua letteratura, e dell'averla fatta fiorire in Roma a' suoi tempi, siccome ancora delle tante fabbriche sue per ornamento e per difesa della stessa Roma, e d'altri luoghi dello Stato pontifizio. Ma siccome del troppo lungo suo pontificato era annoiata la gente, e le tante gabelle imposte per la guerra voluta dai suoi nipoti, e il genio baldanzoso ed imperante dei medesimi, congiunto coll'avere adunate tante ricchezze, assorbendo essi tutto senza farne parte agli altri, aveano dato un potente impulso all'invidia e alla malevolenza: così, appena spirato il papa, fioccarono le pasquinate, e vi fu pericolo di sedizione nel popolo, e fuorchè le poche creature dei Barberini, ognuno si facea lecito di declamare contra di loro. Gran premura aveano i due cardinali BarberiniFrancescoedAntonio, e grandi maneggi fecero, perchè cadessero le chiavi di San Pietro in persona creatura dello zio e ben affetta alla lor casa. Ma perchè il primo era capo della fazion barberina, e l'altro dei Franzesi, siccome protettor di quella corona, nè pur essi andavanod'accordo nelle lor pretensioni e mire, e vennero anche un dì alle brusche fra loro. Tanti hanno scritto, e con tanta diversità, anzi contrarietà di questo conclave, che non si sa cosa credere; nè all'assunto mio è permesso d'indagare i cupi nascondigli di quei maneggi, dove non dovrebbe avere, e pure ha tanta mano l'umana politica, la qual nondimeno confusa sì sovente si truova dalla suprema disposizione di Dio in bene della sua Chiesa, riuscendo papa chi non si credea o non si volea.
A me dunque basterà di dire, che finalmente nel dì 15 di settembre (dal Vianoli e dall'Oldoino, non so come, è detto nel dì 14 d'esso mese) cadde l'elezione nella persona delcardinaleGiambatista PanfilioRomano, che con infinito applauso dei suoi concittadini assunse il nome d'Innocenzo X. Era di età di settant'anni, uomo dotto in leggi, di aspetto ruvido e brutto, ma maestoso. Mirabil cosa fu, che concorressero in lui i cardinali Barberini, contuttochè il cardinale Antonio per varii precedenti disgusti il credesse nemico, almen poco amorevole di sua casa, e perciò ne avesse procurata dalla corte di Francia l'esclusione. Ma dicono, che, interpostosi ilcardinal Teodolie il marchese suo fratello col signor di Sansciamon ambasciatore di Francia, e adoperato l'ariete d'altre arti, il tirassero in favor del Panfilio, onde per lui poscia si dichiarasse anch'esso cardinale Antonio. Restò intanto fieramente esacerbata la corte del re Cristianissimo per la condotta di esso cardinale e dello stesso ambasciatore, non già, come si volle far credere, che si avesse a male l'elezion del novello pontefice, ma perchè i medesimi avessero prima diffamata la Francia, come contraria e nemica alla di lui esaltazione, e poi l'avessero aiutato a salire sul trono. Gli effetti di questo sdegno poco stettero a scoppiare, essendo venuti ordini da Parigi che si levasse alcardinale Antonioil brevetto della protezion dellaFrancia, e che l'ambasciatore se ne tornasse immediatamente a Parigi. Così cominciò, ma qui non finì l'umiliazione dei nipoti dipapa Urbano VIII, quantunque sui principii del suo governoInnocenzo Xsi mostrasse (non è ben certo, se con vero o pure con apparente affetto) lor protettore e fautore: così richiedendo la gratitudine verso persone, senza il braccio delle quali non sarebbe egli mai arrivato al trono. Si studiarono anche i Barberini di rientrare in grazia degli Spagnuoli; ma non riuscì loro per l'odio che si erano tirati addosso dei principi d'Italia, e massimamente delgran duca Ferdinando II. Perlocchè spedirono in Francia ilcardinale di Valenzèper addurre le lor discolpe, e promettere molte cose in vantaggio del re Cristianissimo per gli affari d'Italia. Andò segretamente questo porporato fino a Parigi, ma, senza volerlo la corte ascoltare, fu obbligato ad uscirne. Tanto poi egli s'industriò, che ottenne d'abboccarsi colcardinal Mazzarinofuor di Parigi, e dopo quello abboccamento se ne tornò tutto contento a Roma nell'anno seguente.
In quest'anno ancora non mancarono novità e disgrazie al Piemonte e allo stato di Milano, paesi lacerati non meno dai nemici che dagli amici. Perchè incresceva al cardinal Mazzarino di tener tanti luoghi presidiati in Piemonte, furono fatti negoziati da madama RealeCristinaper ottenere il rilascio in sua mano di Carmagnola, Asti, Demonte e Lauset, ed anche della città di Torino, a riserva della cittadella, dove (siccome ancora in Verrua, Santià e Cavours) dovea restar guarnigione franzese. Fu conchiuso questo lungo trattato solamente nel dì 3 d'aprile dell'anno seguente. Uscito in campagna nel mese di giugno ilprincipe Tommasocolle milizie del re Cristianissimo e piemontesi, andò a cercar la buona ventura. Si staccò da lui in questi tempi il valoroso generalemarchese Guido Villa, disgustato da' Franzesi, e passò al servigio del papa, ma con ritornarda lì a non molto al servigio di madama Reale. Dopo avere esso principe Tommaso, colla spedizione di don Maurizio di Savoia acquistato il castello di Ponzone, si portò sotto Arona sul Lago Maggiore; ma, scoperta l'intelligenza che egli aveva in quel luogo, e trovata poco prima ben provveduta d'armi quella terra e rocca, andò a mettere il campo alla terra o sia città di Santià. In questo mentre ilmarchese di Velladagovernator di Milano, che aveva atteso a rinforzarsi di gente con raccogliere la licenziata dal papa e dalla lega, ebbe maniera di sorprendere la cittadella d'Asti; ma non potè aver la città, sostenuta dal coraggio degli abitanti, ed appresso rinforzata con buone truppe dal principe Tommaso. Continuato poi l'assedio di Santià, furono forzati i difensori Spagnuoli a capitolarne la resa nel dì 6 di settembre. Ciò fatto, il principe condusse l'armata all'assedio della suddetta cittadella d'Asti, che si tenne forte fino all'ultimo del mese suddetto. Quindi con disegno d'impadronirsi del Finale di Spagna, sprovveduto allora di gente, valicò l'Apennino; ma avendo il Vellada senza ritardo spediti colà mille e quattrocento fanti, nè comparendo, secondo il concerto, alquanti legni franzesi, che doveano fiancheggiar l'impresa per mare, gli convenne tornarsene in Piemonte colla testa bassa.
Cosa avvenne in quest'anno che fu la sorgente d'infiniti guai alla repubblica di Venezia. Veleggiava pel mare Carpazio la squadra delle galee dei cavalieri di Malta, che per l'impiego loro di tener netto, per quanto possono, dai corsari infedeli il Mediterraneo, presso i Turchi e Mori son chiamati i corsari cristiani. Vogliosi anch'essi di qualche preda, si avvennero alle crociere, settanta miglia lungi da Rodi, in un grosso galeone, ossia vascello turchesco, accompagnato da due altri minori e da sette saiche. Poco vi volle ad accorgersi, che quel gran legno conteneva nel suo seno di moltericchezze; però al valore ed ardire ordinario de' Maltesi si aggiunse la speranza di un ingordo bottino, per cui sprezzando ferite e morti fecero un incredibile sforzo per aggrapparsi sopra il galeone e ridurlo in loro potere. Inferiore non fu la bravura e l'ostinazion dei Musulmani nella difesa, e durò più assalti e più ore il sanguinoso combattimento; ma finalmente restarono vincitori i cristiani. Era il galeone della Sultana ricco di molto oro e gemme, di merci e di arredi preziosi, e conduceva in Egitto Tembis Agà, già favorito di tre gran signori, e governator del serraglio, andante alla Mecca, per poi riposare il resto di sua vita nel Cairo. Nove cavalieri, cento e sedici soldati morti, e intorno a ducente sessanta feriti si contarono dalla parte de' cristiani: da quella de' Turchi perirono circa seicento persone, e ne rimasero schiave trecento ottanta. Fu creduto che il valsente di quel galeone ascendesse a più di tre milioni d'oro. Non vi fu soldato o marinaro che non ne arricchisse. Sì mal concio restò quel legno dalle cannonate, che non si potè lungamente rimurchiare, e però calò a fondo nel mare. Le galee maltesi maltrattate anch'esse da' nemici e da una tempesta, si ridussero a' dì 3 di novembre nel porto di Malta. Sciolse ognuno le voci in acclamazioni al valor dei Maltesi per questa vittoria; ma si mutò presto linguaggio, e le allegrezze si convertirono in pianto, perchè oltre modo sdegnato ed irritato anche dalla Sultana, il gran signore Ibraim contro i Maltesi, anzi contro il cristianesimo, oppur mosso da altri impulsi di ambizione, e dal vedere in guerra fra loro i potentati di Europa, determinò, dopo tanti anni di pace, di muovere guerra a' cristiani, come pur troppo avremo a parlarne all'anno seguente.