MDCXLVAnno diCristoMDCXLV. IndizioneXIII.Innocenzo Xpapa 2.Ferdinando IIIimperadore 8.Giacchè riuscì alla reggente duchessa di Savoia liberar la città (ma non già la cittadella) di Torino dalla guarnigion franzese, nel dì 11 d'aprile con gran solennità e giubilo di quel popolo v'introdusse il piccioloduca Carlo Emmanuele. Un lungo quartiere di verno aveano goduto in quelle parti i Franzesi, quando per essere finalmente giunto di Francia un buon rinforzo di soldatesche e di danaro, ilprincipe Tommasolor generale nel dì 21 di agosto, valicata la Sesia senza trovarvi opposizione alcuna, si spinse contra di Vigevano. Non tardò molto a capitolare la città, ed, essendosi ritirato il lieve presidio di Spagnuoli e Napoletani nel castello, il principe cominciò tosto gli approcci e le batterie per superarlo; e, quantunque trovasse gagliarda resistenza nei difensori, pure nel dì 13 ovvero 15 di settembre, ebbe il contento di ridurlo a' suoi voleri. Si amaramente fu sentita dal presidente Bartolommeo Arese, capo del senato di Milano, e dagli altri ministri di quel governo la perdita di Vigevano, che, formato un segreto processo di tutti gli errori commessi dalmarchese di Velladagovernatore, lo mandarono in Ispagna, affinchè un reggente sì fatto, pieno solamente di millanterie, fosse rimosso. Ma il marchese, che non s'era attentato di portar soccorso a Vigevano, assai informato che quella città e rocca scarseggiavano forte di viveri, e massime di munizioni da guerra, giudicò di potersi rifare, con porsi ad angustiare il campo franzese, e a difficultargli le provvisioni. Passò dunque con tutte le sue forze, e andò a postarsi a Mortara, a Novara, e, a' passi della Sesia. Il principe Tommaso trovandosi ristretto, e crescendo gl'incomodi della stagione, senza che mai comparisse il convoglio promesso dal conte di Plessis, dopo averben munito e presidiato Vigevano, sul fine d'ottobre si mosse per ritornare in Piemonte. Sui passi della Gogna trovò gli Spagnuoli preparati per contrastargli la ritirata. Si venne perciò alle mani, e si combattè per più ore. Tale nondimeno fu la bravura e condotta del principe, che sempre combattendo e sempre ritirandosi, condusse finalmente in salvo le genti sue con suo grande onore. Perirono in quell'azione circa mille Franzesi (altri scrivono molto meno) e fra gli altri ufiziali vi lasciò la vita don Maurizio di Savoia fratello bastardo del principe Tommaso. Degli Spagnuoli fra morti e feriti si contarono circa trecento persone. Ora perchè premeva forte al Vellada la ricuperazion di Vigevano, siccome città posta nel cuore dello Stato di Milano, da che ebbe fatti i necessarii preparamenti, nel dì 17 di dicembre, al dispetto del verno andò ad accamparsi colà, e formò intorno ad essa città una ben intesa circonvallazione. Con tali imprese ebbero fine in quelle parti le operazioni della guerra. Seguirono in questi tempi gli sponsali fra l'Arciduca Carlod'Innspruch, e laprincipessa Annade Medici sorella diFerdinando IIgran duca di Toscana. Parimente nel dì 25 di settembre in FontanablòMaria Gonzaga, figlia del fuCarlo I ducadi Mantova e Nevers, fu sposata a nome diUladislao redi Polonia, colla dote di settecento mila scudi d'oro, cioè con un altro gran salasso alla casa Gonzaga. Con tal pompa venne colà l'ambasciator Polacco, tante feste poi si fecero in Polonia, che ognuno ne stupì.Fin qui aveano goduto una competente bonaccia in Roma i Barberini, quantunque ilcardinale Antoniosi trovasse spogliato della protezion della Francia, e adon Taddeosuo fratello tolta la dignità di general della Chiesa, e disputata quella di prefetto di Roma. Mutarono faccia in quest'anno i loro altari, sia perchèpapa Innocenzo Xnon avesse portato un buon cuore verso di loro alpontificato, ossia perchè nascessero tali emergenti, che gli facessero cambiar massime ed effetti. Fu detto che si alterasse il papa per non poter cavar di mano del cardinale Antonio certi biglietti, scritti dal marchese Teodoli all'ambasciator di Francia, per tirarlo a favorir l'elezione del cardinal Panfilio, de' quali tenea gran conto esso cardinale Antonio, siccome cose che poteano servir di discolpa al suo operato nel conclave. Tuttavia anche senza di questo potè papa Innocenzo giungere a prendere altre risoluzioni: tanti erano i ricorsi fatti contra dei Barberini dalla folla de' lor nemici, non solamente dal popolo, ma anche da molti della corte stessa, e massimamente dagli Spagnuoli, dichiarati troppo mal soddisfatti di loro. Imperciocchè da gran tempo non si era veduto nepotismo che tanto odio ed invidia avesse eccitato come questo, sì per la detestata precedente guerra, e sì ancora per le tante ricchezze da loro accumulate, essendovi chi fa ascendere (credo io con esagerazione) sino a quattrocento mila scudi romani di rendita annua i lor beni tanto di chiesa che laicali, consistenti in uffizii pubblici, luoghi di monti, città, castella, ville, commende ed altri benefizii, essendo colati in loro tutti i più pingui dell'Italia. Sopra tutto gravi erano i risentimenti della camera apostolica rimasta indebitata di otto milioni d'oro, calcolandosi che circa quaranta milioni fossero passati per le mani barbarine, durante il loro governo; per lo che veniva il papa istigato a dimandarne conto. Non potea di meno il buon pontefice di mirar con isdegno caricati per capricciose occasioni sotto il precedente governo i suoi popoli di tante gabelle, che poi si erano, secondo il solito, alienate con fondar varii monti venduti a' particolari, di modo che di due milioni d'oro di rendita annua degli Stati della Chiesa, un milione e trecento mila scudi annualmente andavano a pagare i frutti, e i settecento mila restanti appena bastavano alle spese necessarie: giacchè altre renditedella dateria e vendite di uffizii soleano colare nella borsa propria de' papi. Commiserava perciò Innocenzo tante piaghe della camera apostolica, il commoveano tanti lamenti delle aggravate comunità, e bramava di rimediarvi. La disgrazia volle che in soli desiderii andò poi a finire la sua buona volontà.Ora fra tante doglianze e grida contro di essi Barberini non mancavano certamente delle calunnie e delle accuse vane ordite dalla sola malignità e dall'odio quasi universale. Contuttociò ilcardinale Antonio, contro il qual solo era il tuono, e non già contro ilcardinal Francesco, porporato incorrotto e di vita esemplare, da che vide crescere ogni di più il nuvolo nero contra di lui, per essere egli camerlengo della Chiesa romana, e venir chiesto lo scarico dell'amministrazione dei beni camerali, e nel veder già carcerati il Braccese e il Possenti due suoi servitori: prese la risoluzione di rifugiarsi in Francia, giacchè ilcardinale di Valenzèavea rimesso lui coi fratelli in grazia di quella corte. E ciò per fini politici ed anche privati del cardinal Mazzarino, già divenuto l'arbitro della Francia nella reggenza di una donna, e nella minorità di un picciolo re. Era egli con tutta la sua porpora indosso disgustato della sacra corte, e fors'anche contro il medesimo papa Innocenzo X per cagione del padre Michele Mazzarino suo fratello dell'ordine dei predicatori, non peranche creato cardinale, e perchè ilcardinale Gian-Giacomo Panciroli, che non godea di sua grazia, era stato dal pontefice eletto segretario di Stato. Oltre di che pareva al Mazzarino non lieve guadagno per la Francia il tirare nel suo partito i Barberini, gente sì ricca e potente, con cui andava concorde la fazione di tante creature di papa Urbano VIII. Adunque nel dì 27 di settembre alla sordina si levò di Roma esso cardinale Antonio, e, ito ad imbarcarsi a Genova, volò a Parigi. Per questa fuga restò sommamente turbato il papa, ed accesero maggiore il fuoco gli Spagnuoli:laonde passò la Santità sua a sequestrar tutte l'entrate godute da quel porporato nello Stato ecclesiastico, distribuì a varii cardinali le di lui cariche, e spezialmente la camerlengheria alcardinale Sforza; deputò a rivedere i conti della di lui amministrazione un fiscale di vaglia, e giunse con pubblico editto, se non compariva il Barberino nello spazio di sei mesi, a minacciargli la perdita di tutto, e fin del cappello. Dal canto suo anche il Mazzarino mosse altre armi in difesa del cardinale Antonio, cioè il parlamento di Parigi contro quell'editto, e la regina a scrivere lettera risentita al papa pel poco rispetto che si mostrava alla Francia, aggiugnendo rispettose minacce, quando non si mutasse registro. Se il buon pontefice prorompesse in escandescenze contra questi due porporati, l'uno protetto, e l'altro protettore, sarà ad ognun facile l'immaginarlo.Avea il Sultano de' Turchi Ibraim in questi tempi allestita una potente armata navale, che, venuta a Navarino e rinforzata dai corsari barbareschi, si trovò composta di ottanta galee, due maone, o sieno galeazze, un galeone, ossia vascello grosso della Sultana, ventidue navi armate e trecento saiche. Per quanto dicono, vi s'imbarcarono quattordici mila spai, sette mila giannizzeri, ed altri quaranta mila fanti: con facoltà, per non dire obbligo, ad ognuno di credere che fossero molto meno. Vi erano molti ingegneri fiamminghi e francesi ed altri rinegati, che in ogni tempo hanno cresciuta la baldanza a quegl'infedeli. A udire i Turchi, la volevano contro Malta, per punire quei cavalieri del brutto tiro fatto nell'anno precedente al ricco galeone della Sultana. Penava a crederlo chi sa qual rocca inespugnabile sia la città di Malta; ma, ciò non ostante il gran mastro avea chiamati colà tutti i cavalieri, ed ammanito tutto l'occorrente per precauzione e per ben riceverli. Al bailo veneto ingannevolmente si faceano carezze in Costantinopoli, quando all'improvviso si trovò egliprigione, e nel dì 25 di giugno si vide approdar l'armata ottomana all'isola di Candia, regno antico della repubblica di Venezia; e, dopo aver preso il forte ossia lo scoglio di san Todero, passare all'assedio della città della Canea. Per non mostrar sè stessi protettori dei Maltesi, non aveano i Veneziani fatto quel gagliardo armamento, che in altri simili casi usa di fare la lor saviezza. Contuttociò misero tosto in punto nove galee e vascelli, e li spedirono in Levante; e, udita appresso la dolorosa nuova dello sbarco dei Turchi in Candia, e dell'assedio della Canea, si diedero senza sgomentarsi a far gente, ad accrescere le lor forze marittime, e ad implorare il soccorso dei principi cristiani che, secondo il solito, per la maggior parte attendendo a scannarsi fra loro, mostrarono commiserazione ai Veneti, e tutta la liberalità andò a finire in parole. Papa Innocenzo X non si fece punto pregare, ed allestite le proprie galee, procurò anche che Napoli, il gran duca e Malta vi unissero le loro, giacchè i Genovesi non vi vollero concorrere, anzi proibirono ai loro sudditi l'investir danaro fuori della lor città. Si compose con ciò uno stuolo di ventitrè galee, e il pontefice, per levar le contese, ne dichiarò generale ilprincipe Ludovisiocon cui dianzi avea maritatadonna Costanzasua nipote. Ma questa flotta fece vela troppo tardi, e quella dei Veneziani, per liti insorte fra il generale Cornaro e Marino Cappello, mai non arrivò a tentar la sua fortuna con quella dei Turchi. Mirabile senza fallo fu la difesa della Canea, in cui fin le donne accorsero a sostener gli assalti, e a dar la vita per la patria. Ciò non ostante, perchè lievi furono i soccorsi in essa città introdotti, le convenne soccombere nel dì 18 di agosto alla forza dei Musulmani. E questo infausto principio ebbe la guerra di Candia: guerra la più lunga e la più dispendiosa, che si abbia mai avuta la repubblica veneta contro la Porta ottomana, e, guerra memorabile per la varietà delle azioni, delle battaglie e degli assedii,e quantunque infelice nell'esito, pure sempre gloriosa al nome veneto. Fu essa descritta dal conte Gualdo Priorato, dal senatore Andrea Veliero, da Girolamo Brusoni, da Vittorio Siri, da Alessandro Maria Vianoli, e da altri in lingua volgare, ed ultimamente anche in testo latino dalla felice penna del signor Giovanni Graziani pubblico lettore nell'università di Padova.
Giacchè riuscì alla reggente duchessa di Savoia liberar la città (ma non già la cittadella) di Torino dalla guarnigion franzese, nel dì 11 d'aprile con gran solennità e giubilo di quel popolo v'introdusse il piccioloduca Carlo Emmanuele. Un lungo quartiere di verno aveano goduto in quelle parti i Franzesi, quando per essere finalmente giunto di Francia un buon rinforzo di soldatesche e di danaro, ilprincipe Tommasolor generale nel dì 21 di agosto, valicata la Sesia senza trovarvi opposizione alcuna, si spinse contra di Vigevano. Non tardò molto a capitolare la città, ed, essendosi ritirato il lieve presidio di Spagnuoli e Napoletani nel castello, il principe cominciò tosto gli approcci e le batterie per superarlo; e, quantunque trovasse gagliarda resistenza nei difensori, pure nel dì 13 ovvero 15 di settembre, ebbe il contento di ridurlo a' suoi voleri. Si amaramente fu sentita dal presidente Bartolommeo Arese, capo del senato di Milano, e dagli altri ministri di quel governo la perdita di Vigevano, che, formato un segreto processo di tutti gli errori commessi dalmarchese di Velladagovernatore, lo mandarono in Ispagna, affinchè un reggente sì fatto, pieno solamente di millanterie, fosse rimosso. Ma il marchese, che non s'era attentato di portar soccorso a Vigevano, assai informato che quella città e rocca scarseggiavano forte di viveri, e massime di munizioni da guerra, giudicò di potersi rifare, con porsi ad angustiare il campo franzese, e a difficultargli le provvisioni. Passò dunque con tutte le sue forze, e andò a postarsi a Mortara, a Novara, e, a' passi della Sesia. Il principe Tommaso trovandosi ristretto, e crescendo gl'incomodi della stagione, senza che mai comparisse il convoglio promesso dal conte di Plessis, dopo averben munito e presidiato Vigevano, sul fine d'ottobre si mosse per ritornare in Piemonte. Sui passi della Gogna trovò gli Spagnuoli preparati per contrastargli la ritirata. Si venne perciò alle mani, e si combattè per più ore. Tale nondimeno fu la bravura e condotta del principe, che sempre combattendo e sempre ritirandosi, condusse finalmente in salvo le genti sue con suo grande onore. Perirono in quell'azione circa mille Franzesi (altri scrivono molto meno) e fra gli altri ufiziali vi lasciò la vita don Maurizio di Savoia fratello bastardo del principe Tommaso. Degli Spagnuoli fra morti e feriti si contarono circa trecento persone. Ora perchè premeva forte al Vellada la ricuperazion di Vigevano, siccome città posta nel cuore dello Stato di Milano, da che ebbe fatti i necessarii preparamenti, nel dì 17 di dicembre, al dispetto del verno andò ad accamparsi colà, e formò intorno ad essa città una ben intesa circonvallazione. Con tali imprese ebbero fine in quelle parti le operazioni della guerra. Seguirono in questi tempi gli sponsali fra l'Arciduca Carlod'Innspruch, e laprincipessa Annade Medici sorella diFerdinando IIgran duca di Toscana. Parimente nel dì 25 di settembre in FontanablòMaria Gonzaga, figlia del fuCarlo I ducadi Mantova e Nevers, fu sposata a nome diUladislao redi Polonia, colla dote di settecento mila scudi d'oro, cioè con un altro gran salasso alla casa Gonzaga. Con tal pompa venne colà l'ambasciator Polacco, tante feste poi si fecero in Polonia, che ognuno ne stupì.
Fin qui aveano goduto una competente bonaccia in Roma i Barberini, quantunque ilcardinale Antoniosi trovasse spogliato della protezion della Francia, e adon Taddeosuo fratello tolta la dignità di general della Chiesa, e disputata quella di prefetto di Roma. Mutarono faccia in quest'anno i loro altari, sia perchèpapa Innocenzo Xnon avesse portato un buon cuore verso di loro alpontificato, ossia perchè nascessero tali emergenti, che gli facessero cambiar massime ed effetti. Fu detto che si alterasse il papa per non poter cavar di mano del cardinale Antonio certi biglietti, scritti dal marchese Teodoli all'ambasciator di Francia, per tirarlo a favorir l'elezione del cardinal Panfilio, de' quali tenea gran conto esso cardinale Antonio, siccome cose che poteano servir di discolpa al suo operato nel conclave. Tuttavia anche senza di questo potè papa Innocenzo giungere a prendere altre risoluzioni: tanti erano i ricorsi fatti contra dei Barberini dalla folla de' lor nemici, non solamente dal popolo, ma anche da molti della corte stessa, e massimamente dagli Spagnuoli, dichiarati troppo mal soddisfatti di loro. Imperciocchè da gran tempo non si era veduto nepotismo che tanto odio ed invidia avesse eccitato come questo, sì per la detestata precedente guerra, e sì ancora per le tante ricchezze da loro accumulate, essendovi chi fa ascendere (credo io con esagerazione) sino a quattrocento mila scudi romani di rendita annua i lor beni tanto di chiesa che laicali, consistenti in uffizii pubblici, luoghi di monti, città, castella, ville, commende ed altri benefizii, essendo colati in loro tutti i più pingui dell'Italia. Sopra tutto gravi erano i risentimenti della camera apostolica rimasta indebitata di otto milioni d'oro, calcolandosi che circa quaranta milioni fossero passati per le mani barbarine, durante il loro governo; per lo che veniva il papa istigato a dimandarne conto. Non potea di meno il buon pontefice di mirar con isdegno caricati per capricciose occasioni sotto il precedente governo i suoi popoli di tante gabelle, che poi si erano, secondo il solito, alienate con fondar varii monti venduti a' particolari, di modo che di due milioni d'oro di rendita annua degli Stati della Chiesa, un milione e trecento mila scudi annualmente andavano a pagare i frutti, e i settecento mila restanti appena bastavano alle spese necessarie: giacchè altre renditedella dateria e vendite di uffizii soleano colare nella borsa propria de' papi. Commiserava perciò Innocenzo tante piaghe della camera apostolica, il commoveano tanti lamenti delle aggravate comunità, e bramava di rimediarvi. La disgrazia volle che in soli desiderii andò poi a finire la sua buona volontà.
Ora fra tante doglianze e grida contro di essi Barberini non mancavano certamente delle calunnie e delle accuse vane ordite dalla sola malignità e dall'odio quasi universale. Contuttociò ilcardinale Antonio, contro il qual solo era il tuono, e non già contro ilcardinal Francesco, porporato incorrotto e di vita esemplare, da che vide crescere ogni di più il nuvolo nero contra di lui, per essere egli camerlengo della Chiesa romana, e venir chiesto lo scarico dell'amministrazione dei beni camerali, e nel veder già carcerati il Braccese e il Possenti due suoi servitori: prese la risoluzione di rifugiarsi in Francia, giacchè ilcardinale di Valenzèavea rimesso lui coi fratelli in grazia di quella corte. E ciò per fini politici ed anche privati del cardinal Mazzarino, già divenuto l'arbitro della Francia nella reggenza di una donna, e nella minorità di un picciolo re. Era egli con tutta la sua porpora indosso disgustato della sacra corte, e fors'anche contro il medesimo papa Innocenzo X per cagione del padre Michele Mazzarino suo fratello dell'ordine dei predicatori, non peranche creato cardinale, e perchè ilcardinale Gian-Giacomo Panciroli, che non godea di sua grazia, era stato dal pontefice eletto segretario di Stato. Oltre di che pareva al Mazzarino non lieve guadagno per la Francia il tirare nel suo partito i Barberini, gente sì ricca e potente, con cui andava concorde la fazione di tante creature di papa Urbano VIII. Adunque nel dì 27 di settembre alla sordina si levò di Roma esso cardinale Antonio, e, ito ad imbarcarsi a Genova, volò a Parigi. Per questa fuga restò sommamente turbato il papa, ed accesero maggiore il fuoco gli Spagnuoli:laonde passò la Santità sua a sequestrar tutte l'entrate godute da quel porporato nello Stato ecclesiastico, distribuì a varii cardinali le di lui cariche, e spezialmente la camerlengheria alcardinale Sforza; deputò a rivedere i conti della di lui amministrazione un fiscale di vaglia, e giunse con pubblico editto, se non compariva il Barberino nello spazio di sei mesi, a minacciargli la perdita di tutto, e fin del cappello. Dal canto suo anche il Mazzarino mosse altre armi in difesa del cardinale Antonio, cioè il parlamento di Parigi contro quell'editto, e la regina a scrivere lettera risentita al papa pel poco rispetto che si mostrava alla Francia, aggiugnendo rispettose minacce, quando non si mutasse registro. Se il buon pontefice prorompesse in escandescenze contra questi due porporati, l'uno protetto, e l'altro protettore, sarà ad ognun facile l'immaginarlo.
Avea il Sultano de' Turchi Ibraim in questi tempi allestita una potente armata navale, che, venuta a Navarino e rinforzata dai corsari barbareschi, si trovò composta di ottanta galee, due maone, o sieno galeazze, un galeone, ossia vascello grosso della Sultana, ventidue navi armate e trecento saiche. Per quanto dicono, vi s'imbarcarono quattordici mila spai, sette mila giannizzeri, ed altri quaranta mila fanti: con facoltà, per non dire obbligo, ad ognuno di credere che fossero molto meno. Vi erano molti ingegneri fiamminghi e francesi ed altri rinegati, che in ogni tempo hanno cresciuta la baldanza a quegl'infedeli. A udire i Turchi, la volevano contro Malta, per punire quei cavalieri del brutto tiro fatto nell'anno precedente al ricco galeone della Sultana. Penava a crederlo chi sa qual rocca inespugnabile sia la città di Malta; ma, ciò non ostante il gran mastro avea chiamati colà tutti i cavalieri, ed ammanito tutto l'occorrente per precauzione e per ben riceverli. Al bailo veneto ingannevolmente si faceano carezze in Costantinopoli, quando all'improvviso si trovò egliprigione, e nel dì 25 di giugno si vide approdar l'armata ottomana all'isola di Candia, regno antico della repubblica di Venezia; e, dopo aver preso il forte ossia lo scoglio di san Todero, passare all'assedio della città della Canea. Per non mostrar sè stessi protettori dei Maltesi, non aveano i Veneziani fatto quel gagliardo armamento, che in altri simili casi usa di fare la lor saviezza. Contuttociò misero tosto in punto nove galee e vascelli, e li spedirono in Levante; e, udita appresso la dolorosa nuova dello sbarco dei Turchi in Candia, e dell'assedio della Canea, si diedero senza sgomentarsi a far gente, ad accrescere le lor forze marittime, e ad implorare il soccorso dei principi cristiani che, secondo il solito, per la maggior parte attendendo a scannarsi fra loro, mostrarono commiserazione ai Veneti, e tutta la liberalità andò a finire in parole. Papa Innocenzo X non si fece punto pregare, ed allestite le proprie galee, procurò anche che Napoli, il gran duca e Malta vi unissero le loro, giacchè i Genovesi non vi vollero concorrere, anzi proibirono ai loro sudditi l'investir danaro fuori della lor città. Si compose con ciò uno stuolo di ventitrè galee, e il pontefice, per levar le contese, ne dichiarò generale ilprincipe Ludovisiocon cui dianzi avea maritatadonna Costanzasua nipote. Ma questa flotta fece vela troppo tardi, e quella dei Veneziani, per liti insorte fra il generale Cornaro e Marino Cappello, mai non arrivò a tentar la sua fortuna con quella dei Turchi. Mirabile senza fallo fu la difesa della Canea, in cui fin le donne accorsero a sostener gli assalti, e a dar la vita per la patria. Ciò non ostante, perchè lievi furono i soccorsi in essa città introdotti, le convenne soccombere nel dì 18 di agosto alla forza dei Musulmani. E questo infausto principio ebbe la guerra di Candia: guerra la più lunga e la più dispendiosa, che si abbia mai avuta la repubblica veneta contro la Porta ottomana, e, guerra memorabile per la varietà delle azioni, delle battaglie e degli assedii,e quantunque infelice nell'esito, pure sempre gloriosa al nome veneto. Fu essa descritta dal conte Gualdo Priorato, dal senatore Andrea Veliero, da Girolamo Brusoni, da Vittorio Siri, da Alessandro Maria Vianoli, e da altri in lingua volgare, ed ultimamente anche in testo latino dalla felice penna del signor Giovanni Graziani pubblico lettore nell'università di Padova.