MDCXLVIAnno diCristoMDCXLVI. Indiz.XIV.Innocenzo Xpapa 3.Ferdinando IIIimperadore 9.Avea, siccome dicemmo, ilmarchese di Velladasul fine dell'anno precedente messo l'assedio a Vigevano, risoluto di ricuperarlo dalle mani dei Franzesi. La città si arrendè tosto, e però tutti gli sforzi si rivolsero contro la rocca, dove s'era ritirato tutto il presidio. La stagione cattiva e le strade fangose non permisero alprincipe Tommasodi recarle soccorso; laonde nel dì 16 gennaio dell'anno presente i difensori con patti onorevoli ne accordarono la resa. Ne fu ben lieta la città di Milano. Essendo poi stato richiamato in Ispagna esso Vellada, a lui succedette nel governo dello Stato di Milano ilcontestabile di Castiglia, il quale, trovandosi scarso di forze, nulla di rilevante potè operare in quest'anno, se non che sul principio d'agosto fece una irruzione verso la città d'Acqui, e con poche cannonate se ne impadronì. Passato di là sotto il castello di Ponzone, colle artiglierie e colle mine nel dì 17 d'esso mese lo costrinse alla resa. Niuna altra bravura di lui si conta sotto il presente anno. Quello che più diede da discorrere in questi tempi all'Italia, fu un insolito preparamento di un'armata fatta dai Franzesi in Tolone. Consisteva in trentasei vascelli da guerra, venti galee, diciotto barche incendiarie, più di cento tartane, ed altri legni da carico. Circa sei mila fanti da sbarco vi erano sopra, e per terra doveano essere secondatele navi d'altri aiuti. Erasi invogliato ilcardinal Mazzarinodi far meglio conoscere agl'Italiani la potenza della Francia, con isperanza di far conquiste nelle maremme di Siena, dove gli Spagnuoli possedevano alcune fortezze. Più in là ancora tendevano le ben alte mire sue, cioè nel regno di Napoli, dove il principe Tommaso di Savoia nudriva delle intelligenze. Il cardinale l'avea già fatto re di Napoli; la possanza spagnuola in Italia passava oramai in sua mente per interamente abbattuta. Imbarcossi in quella flotta esso principe, come generalissimo dell'armi franzesi, e sotto di lui l'ammiraglioduca di Brezègiovane di gran valore, e di non minor perizia, con assai altri riguardevoli uffiziali. Nel dì 20 di maggio pervenuta questa flotta a Monte Argentaro, poco ebbe da faticare per impadronirsi del forte delle Saline, di Talamone, e di Santo Stefano. Dopo di che andò ad accamparsi intorno ad Orbitello, vigorosa piazza sì per la sua situazione, che per le fortificazioni. Il duca di Arcos, in questi tempi vicerè di Napoli, avea per precauzione spedito prima colà con della gente don Carlo della Gatta capitano, che gran nome avea conseguito nelle guerre passate. Cominciò questi di buona ora a far intendere ai Franzesi, esservi nella piazza gente pronta a sacrificar le vite, e che sapea far sortite e guastare i lavori nemici.Ora il vicerè suddetto rivenuto dal sospetto e timore che le forze franzesi a dirittura piombassero sul regno di Napoli, attese da lì innanzi al soccorso dell'assediato Orbitello. Felicemente per mare inviò a Porto Ercole un rinforzo di settecento fanti. Indi unite le galee di Napoli e di Sicilia alla flotta spagnuola, ordinò che essa dalla Sardegna venisse a chiedere conto ai Franzesi del loro ardire. Era composta di venticinque vascelli d'alto bordo, di trentuna galee, e dieci barche incendiarie sotto il comando di don Antonio, ossia Francesco Pimiento. Allorchè giunse tal nuova al duca diBrezè, tutto allegro mosse anch'egli la maggior parte della sua flotta, e benchè alquanto inferiore nel numero dei legni, si preparò alla battaglia. Nel dì 14 di giugno verso le coste di Talamone furono a vista le nemiche armate, e cominciarono a salutarsi con una tempesta di cannonate. Crebbe l'ardore del conflitto, ma sempre con riguardo di non affratellarsi troppo, come in tante altre simili battaglie di mare succede, cioè unicamente combattendo da lungi colle artiglierie. Seguitò questa terribil danza, finchè sorse un fierissimo vento, che obbligò cadauna parte a cercare ricovero nei porti, andandosene tutte quelle navi maltrattate, e cantando non meno i Franzesi che gli Spagnuoli, e molto più i loro oziosi parziali, la vittoria. In tali incertezze solamente certo è che, colpito da una palla d'artiglieria, perì l'ammiraglio franzese duca di Brezè, compianto da ognuno; un vascello franzese andò per accidente in aria; e nel dì seguente fu presa una galea parimente franzese dagli Spagnuoli, che abbruciarono ancora da ottanta tartane franzesi. Molte altre fazioni militari accaddero sotto Orbitello, quando si udì che marciavano per terra, e si avvicinava un corpo di cavalleria napoletana; e per mare alcune migliaia di fanti, per soccorrere quella terra, e per inquietare gli assedianti; i quali per le malattie e diserzioni s'erano molto indeboliti. Cominciò per questo a consultarsi nel campo franzese, se meglio fosse il battere la ritirata. A far prendere tal risoluzione sommamente contribuì una furiosa sortita fatta nel dì 18 di luglio da don Carlo della Gatta, a cui riuscì d'inchiodar molti cannoni, e di spianare un trincieramento dei nemici. Levarono dunque il campo i Franzesi, e si ritirarono, pizzicati alla coda dagli Spagnuoli, in mano dei quali restò ancora qualche pezzo di artiglieria. Abbandonarono inoltre essi Franzesi Talamone.L'esito infelice di questa impresa non si può dire a quanti schiamazzi desseoccasione in Francia contra delprincipe Tommaso, e incomparabilmente più contra delcardinale Mazzarino, imputando ai lor capricci la perdita della riputazion della Francia in Italia. Ma il cardinale, benchè si mordesse le labbra, pure, nulla curando l'abbaiar della gente, nè sgomentato dai soffii della fortuna contraria, pensò tosto a riparar l'onore del regno con altra spedizione, che niuno mai si sarebbe aspettato. Ordinò dunque che dalla Provenza s'inviasse verso Levante una poderosa flotta di navi con molte truppe, sotto il comando delmaresciallo della Migliarè, sulla quale ad Oneglia andò ad imbarcarsi anche ilmaresciallo di Plessis Pralincon cinque mila persone. Passò quest'armata a dirittura all'isola dell'Elba, dove all'improvviso sul principio d'ottobre sbarcò due mila soldati, indi si avviò in terra ferma a cignere d'assedio Piombino. Pochi dì impiegò in approcci e mine, perchè quel governatore Francesco Bezza, più allettato dalle lusinghe ed esibizioni del Migliarè, che spaventato dalle minaccie, rendè non solamente la città, ma anche la cittadella, passando poi al servigio della Francia con grave suo disonore. Rivolsero poscia i due marescialli tutti i loro sforzi all'isola dell'Elba, dove, dopo aver occupato le torri del porto di Portolongone, impresero l'assedio della medesima terra. Fece quanta mai si può ostinata difesa quel presidio spagnuolo e napoletano; ma in fine alloggiatisi sulla breccia i non men coraggiosi Franzesi, sull'ultimo giorno d'ottobre si vide forzato ad esporre bandiera bianca, con ottener buoni patti dai vincitori. Per tali successi in Parigi chiunque dianzi si scatenava contra del cardinal Mazzarino, imparò a tessergli degli elogii, e gran feste ne furono ivi fatte.AncorchèFrancesco I ducadi Modena avesse nelle passate guerre dati più attestati dell'attaccamento suo alla corona di Spagna, spezialmente col somministrar soccorsi allo Stato di Milano, purecominciò ad osservar molto freddo in quella corte verso la sua casa; e maggiormente se ne accertò, perchè concorrendo ilcardinale Rinaldo d'Estesuo fratello alla protezion dell'imperio, gli Spagnuoli tanto attraversarono i suoi negoziati, che ne restò privo. Ma servì questa ripulsa per fargli ottenere la protezion della Francia, godendo quella corte di tirar nel suo partito un porporato tale, che in elevatezza di mente non si lasciava torre la mano da alcuno. Appena fu egli in possesso di tal carica, che giunse a Roma l'almirante di Castiglia, ambasciatore del re Cattolico, il quale dichiarò di non voler invitare il cardinal d'Este alla sua cavalcata. Poco questo importava al cardinale, ma veggendo farsi dallo Spagnuolo massa d'armati al suo palazzo, anch'egli per non rimanere esposto alle superchierie, si armò. Gli venne da Modena gran copia di bravi e di nobili, con armi ancora per quattrocento persone. Non si aspettavano i Romani, se non qualche sconcerto fra le due fazioni; però il papa, e varii porporati e principi si interposero per l'accomodamento. Perchè saldo stava l'Estense nelle sue convenienze e sicurezze, continuò l'imbroglio, finchè, incontratesi nel fin d'aprile le carrozze del cardinale e dell'almirante, non so come, presso la piazza del Gesù, si udì uno sparo di pistola. Dal numeroso popolo colà concorso fu preso questo per un segnale della zuffa, e tutti si diedero ad una precipitosa fuga, massimamente perchè le genti dell'almirante scaricarono le lor armi ed uccisero e ferirono alcuni di quegl'innocenti. Poscia, credendo anch'esse che le squadre dell'Estense volessero venire all'assalto, si abbandonarono ud una vergognosa fuga, lasciando nelle peste il padrone, che se ne tornò a casa, senza che gli armati del cardinale Rinaldo facessero nè a lui nè ai suoi insulto alcuno. Inviperito l'almirante per tale avvenimento spedì al vicerè di Napoli, chiedendo soccorso di gente e di danaro; ma disapprovato da esso vicerèil di lui irregolare impegno, ciò diede campo al papa di troncar questo incamminamento a maggiori disordini; e però alla presenza della Santità sua nel dì 3 di maggio si riconciliarono i due contendenti, con ricevere dipoi l'Estense delle grandi acclamazioni dai Romani, per aver con tanto decoro sostenuta la riputazion della Francia, e mortificata l'imperiosa nazione spagnuola. Dacchè il pontefice si mostrava cotanto alterato contra dei Barberini, ilcardinal Francescoedon Taddeogiudicarono anch'essi meglio di sottrarsi ai minacciati rigori. Fatte pertanto a poco a poco imbarcare in varii legni le preziose lor suppellettili, menando seco esso Taddeo anche i figli, segretamente nel gennaio di quest'anno passarono in Francia a trovare ilcardinale Antoniolor fratello. Per tempesta insorta in quella stagion poco propria alla navigazione, ebbero fatica a ridursi colà in salvo. A me ha asserito persona degna di fede di aver più volte inteso dalcardinal Carlo Barberino, che in questo passaggio un di quei legni restò preda dell'onde, con perire uno inestimabil valsente di argenterie, gioie, pitture ed altri ricchissimi mobili. Maggiormente si esacerbò per tal fugapapa Innocenzo X, nè vi era chi non predicesse la rovina di quella casa. Ma il saggio pontefice, allorchè sempre più venne scorgendo con che calore avesse la corte di Francia preso il patrocinio dei Barberini, cominciò a prestar l'orecchio a chi gli parlava di rimetterli in sua grazia, e maggiormente raddolcito si mostrò dappoichè le armi francesi orgogliose comparvero sotto Orbitello, e molto più dacchè misero il piede in Piombino e Portolongone. Era Piombino delprincipe Lodovisiosuo nipote, e per desiderio di riaverlo, disarmò l'ira contra di essi Barberini. Non ottennero già eglino grazia, ma cessarono i processi, e per soddisfazione della Santità sua passarono per qualche tempo ad Avignone.Accudirono con tutto vigore nel verno dell'anno presente i Veneziani allaguerra di Candia, e dovendosi eleggere un capitan generale delle forze di mare, nel gran consiglio aveano universalmente acclamato per questa carica lo stessoFrancesco Erizzodoge di quella repubblica: cosa insolita, ed illustre attestato del di lui merito. Benchè settuagenario, pien di spiriti generosi pel pubblico bene, accettò egli questo peso. Ma quella che sì sovente sconvolge i disegni dei mortali, il tolse dal mondo nel dì tre di gennaio di quest'anno. A lui succedette nel ducato il procuratorFrancesco Molino, e capitan generale fu eletto Giovanni Cappello, che poscia mal corrispose all'aspettazione che si aveva di lui. Tuttochè ascendesse l'armata veneta a sessantasei galee, sei galeazze e quaranta grosse navi, oltre a molti altri legni minori, e si potesse impedire ai Turchi l'uscita dai Dardanelli, anzi battere la loro armata, pure nulla di bene si eseguì. All'incontro i Turchi iti all'assedio della città di Retimo, se ne impadronirono, e in Dalmazia, dove pur si guerreggiava, tolsero Novigrado ai Veneziani. Intanto non men per la guerra, che per la peste, si aumentava la desolazione dell'isola di Candia, e a questi flagelli soccombevano tanto i cristiani che i Turchi. Diede fine al suo vivere in età di quarant'anni nel dì 12 di settembre dell'anno presenteOdoardo Farnese ducadi Parma. Fu in concetto di uno degli spiritosi ingegni del suo tempo; incantava la gente col suo bel parlare, ma inclinando non poco alla satira; il che nei privati è pericoloso e molto men conviene a principi e gran signori. La splendidezza, la generosità e la liberalità si contarono fra i suoi pregi. Teneva ministri, non per udire i lor consigli, ma solamente per esecutori della sua volontà, credendo capace la testa sua di tutto. E siccome egli era un cervello caldo, risentito al maggior segno, e portato a cose grandi, così era facile a prendere risse e risoluzioni superiori alle forze sue. DiMargherita de Medicisorella delgran duca Ferdinando IIlasciò quattro maschi,cioèRanuccio II, che fu suo successor nel ducato,Alessandro, Orazio e Pietro, oltre a due principesse. Fu corpulento e grasso, e questa sua non desiderabile costituzione di corpo passò in eredità anche ai suoi figli e nipoti. Sorella di esso duca Odoardo fuMaria Farnese, duchessa di Modena. Era essa mancata di vita nel dì 25 di giugno dell'anno presente nel parto di un principino, che poco sopravvisse alla madre. Questa principessa si portò dietro il cuore d'ognuno; tanto era amata e degna veramente dell'amore di tutti.
Avea, siccome dicemmo, ilmarchese di Velladasul fine dell'anno precedente messo l'assedio a Vigevano, risoluto di ricuperarlo dalle mani dei Franzesi. La città si arrendè tosto, e però tutti gli sforzi si rivolsero contro la rocca, dove s'era ritirato tutto il presidio. La stagione cattiva e le strade fangose non permisero alprincipe Tommasodi recarle soccorso; laonde nel dì 16 gennaio dell'anno presente i difensori con patti onorevoli ne accordarono la resa. Ne fu ben lieta la città di Milano. Essendo poi stato richiamato in Ispagna esso Vellada, a lui succedette nel governo dello Stato di Milano ilcontestabile di Castiglia, il quale, trovandosi scarso di forze, nulla di rilevante potè operare in quest'anno, se non che sul principio d'agosto fece una irruzione verso la città d'Acqui, e con poche cannonate se ne impadronì. Passato di là sotto il castello di Ponzone, colle artiglierie e colle mine nel dì 17 d'esso mese lo costrinse alla resa. Niuna altra bravura di lui si conta sotto il presente anno. Quello che più diede da discorrere in questi tempi all'Italia, fu un insolito preparamento di un'armata fatta dai Franzesi in Tolone. Consisteva in trentasei vascelli da guerra, venti galee, diciotto barche incendiarie, più di cento tartane, ed altri legni da carico. Circa sei mila fanti da sbarco vi erano sopra, e per terra doveano essere secondatele navi d'altri aiuti. Erasi invogliato ilcardinal Mazzarinodi far meglio conoscere agl'Italiani la potenza della Francia, con isperanza di far conquiste nelle maremme di Siena, dove gli Spagnuoli possedevano alcune fortezze. Più in là ancora tendevano le ben alte mire sue, cioè nel regno di Napoli, dove il principe Tommaso di Savoia nudriva delle intelligenze. Il cardinale l'avea già fatto re di Napoli; la possanza spagnuola in Italia passava oramai in sua mente per interamente abbattuta. Imbarcossi in quella flotta esso principe, come generalissimo dell'armi franzesi, e sotto di lui l'ammiraglioduca di Brezègiovane di gran valore, e di non minor perizia, con assai altri riguardevoli uffiziali. Nel dì 20 di maggio pervenuta questa flotta a Monte Argentaro, poco ebbe da faticare per impadronirsi del forte delle Saline, di Talamone, e di Santo Stefano. Dopo di che andò ad accamparsi intorno ad Orbitello, vigorosa piazza sì per la sua situazione, che per le fortificazioni. Il duca di Arcos, in questi tempi vicerè di Napoli, avea per precauzione spedito prima colà con della gente don Carlo della Gatta capitano, che gran nome avea conseguito nelle guerre passate. Cominciò questi di buona ora a far intendere ai Franzesi, esservi nella piazza gente pronta a sacrificar le vite, e che sapea far sortite e guastare i lavori nemici.
Ora il vicerè suddetto rivenuto dal sospetto e timore che le forze franzesi a dirittura piombassero sul regno di Napoli, attese da lì innanzi al soccorso dell'assediato Orbitello. Felicemente per mare inviò a Porto Ercole un rinforzo di settecento fanti. Indi unite le galee di Napoli e di Sicilia alla flotta spagnuola, ordinò che essa dalla Sardegna venisse a chiedere conto ai Franzesi del loro ardire. Era composta di venticinque vascelli d'alto bordo, di trentuna galee, e dieci barche incendiarie sotto il comando di don Antonio, ossia Francesco Pimiento. Allorchè giunse tal nuova al duca diBrezè, tutto allegro mosse anch'egli la maggior parte della sua flotta, e benchè alquanto inferiore nel numero dei legni, si preparò alla battaglia. Nel dì 14 di giugno verso le coste di Talamone furono a vista le nemiche armate, e cominciarono a salutarsi con una tempesta di cannonate. Crebbe l'ardore del conflitto, ma sempre con riguardo di non affratellarsi troppo, come in tante altre simili battaglie di mare succede, cioè unicamente combattendo da lungi colle artiglierie. Seguitò questa terribil danza, finchè sorse un fierissimo vento, che obbligò cadauna parte a cercare ricovero nei porti, andandosene tutte quelle navi maltrattate, e cantando non meno i Franzesi che gli Spagnuoli, e molto più i loro oziosi parziali, la vittoria. In tali incertezze solamente certo è che, colpito da una palla d'artiglieria, perì l'ammiraglio franzese duca di Brezè, compianto da ognuno; un vascello franzese andò per accidente in aria; e nel dì seguente fu presa una galea parimente franzese dagli Spagnuoli, che abbruciarono ancora da ottanta tartane franzesi. Molte altre fazioni militari accaddero sotto Orbitello, quando si udì che marciavano per terra, e si avvicinava un corpo di cavalleria napoletana; e per mare alcune migliaia di fanti, per soccorrere quella terra, e per inquietare gli assedianti; i quali per le malattie e diserzioni s'erano molto indeboliti. Cominciò per questo a consultarsi nel campo franzese, se meglio fosse il battere la ritirata. A far prendere tal risoluzione sommamente contribuì una furiosa sortita fatta nel dì 18 di luglio da don Carlo della Gatta, a cui riuscì d'inchiodar molti cannoni, e di spianare un trincieramento dei nemici. Levarono dunque il campo i Franzesi, e si ritirarono, pizzicati alla coda dagli Spagnuoli, in mano dei quali restò ancora qualche pezzo di artiglieria. Abbandonarono inoltre essi Franzesi Talamone.
L'esito infelice di questa impresa non si può dire a quanti schiamazzi desseoccasione in Francia contra delprincipe Tommaso, e incomparabilmente più contra delcardinale Mazzarino, imputando ai lor capricci la perdita della riputazion della Francia in Italia. Ma il cardinale, benchè si mordesse le labbra, pure, nulla curando l'abbaiar della gente, nè sgomentato dai soffii della fortuna contraria, pensò tosto a riparar l'onore del regno con altra spedizione, che niuno mai si sarebbe aspettato. Ordinò dunque che dalla Provenza s'inviasse verso Levante una poderosa flotta di navi con molte truppe, sotto il comando delmaresciallo della Migliarè, sulla quale ad Oneglia andò ad imbarcarsi anche ilmaresciallo di Plessis Pralincon cinque mila persone. Passò quest'armata a dirittura all'isola dell'Elba, dove all'improvviso sul principio d'ottobre sbarcò due mila soldati, indi si avviò in terra ferma a cignere d'assedio Piombino. Pochi dì impiegò in approcci e mine, perchè quel governatore Francesco Bezza, più allettato dalle lusinghe ed esibizioni del Migliarè, che spaventato dalle minaccie, rendè non solamente la città, ma anche la cittadella, passando poi al servigio della Francia con grave suo disonore. Rivolsero poscia i due marescialli tutti i loro sforzi all'isola dell'Elba, dove, dopo aver occupato le torri del porto di Portolongone, impresero l'assedio della medesima terra. Fece quanta mai si può ostinata difesa quel presidio spagnuolo e napoletano; ma in fine alloggiatisi sulla breccia i non men coraggiosi Franzesi, sull'ultimo giorno d'ottobre si vide forzato ad esporre bandiera bianca, con ottener buoni patti dai vincitori. Per tali successi in Parigi chiunque dianzi si scatenava contra del cardinal Mazzarino, imparò a tessergli degli elogii, e gran feste ne furono ivi fatte.
AncorchèFrancesco I ducadi Modena avesse nelle passate guerre dati più attestati dell'attaccamento suo alla corona di Spagna, spezialmente col somministrar soccorsi allo Stato di Milano, purecominciò ad osservar molto freddo in quella corte verso la sua casa; e maggiormente se ne accertò, perchè concorrendo ilcardinale Rinaldo d'Estesuo fratello alla protezion dell'imperio, gli Spagnuoli tanto attraversarono i suoi negoziati, che ne restò privo. Ma servì questa ripulsa per fargli ottenere la protezion della Francia, godendo quella corte di tirar nel suo partito un porporato tale, che in elevatezza di mente non si lasciava torre la mano da alcuno. Appena fu egli in possesso di tal carica, che giunse a Roma l'almirante di Castiglia, ambasciatore del re Cattolico, il quale dichiarò di non voler invitare il cardinal d'Este alla sua cavalcata. Poco questo importava al cardinale, ma veggendo farsi dallo Spagnuolo massa d'armati al suo palazzo, anch'egli per non rimanere esposto alle superchierie, si armò. Gli venne da Modena gran copia di bravi e di nobili, con armi ancora per quattrocento persone. Non si aspettavano i Romani, se non qualche sconcerto fra le due fazioni; però il papa, e varii porporati e principi si interposero per l'accomodamento. Perchè saldo stava l'Estense nelle sue convenienze e sicurezze, continuò l'imbroglio, finchè, incontratesi nel fin d'aprile le carrozze del cardinale e dell'almirante, non so come, presso la piazza del Gesù, si udì uno sparo di pistola. Dal numeroso popolo colà concorso fu preso questo per un segnale della zuffa, e tutti si diedero ad una precipitosa fuga, massimamente perchè le genti dell'almirante scaricarono le lor armi ed uccisero e ferirono alcuni di quegl'innocenti. Poscia, credendo anch'esse che le squadre dell'Estense volessero venire all'assalto, si abbandonarono ud una vergognosa fuga, lasciando nelle peste il padrone, che se ne tornò a casa, senza che gli armati del cardinale Rinaldo facessero nè a lui nè ai suoi insulto alcuno. Inviperito l'almirante per tale avvenimento spedì al vicerè di Napoli, chiedendo soccorso di gente e di danaro; ma disapprovato da esso vicerèil di lui irregolare impegno, ciò diede campo al papa di troncar questo incamminamento a maggiori disordini; e però alla presenza della Santità sua nel dì 3 di maggio si riconciliarono i due contendenti, con ricevere dipoi l'Estense delle grandi acclamazioni dai Romani, per aver con tanto decoro sostenuta la riputazion della Francia, e mortificata l'imperiosa nazione spagnuola. Dacchè il pontefice si mostrava cotanto alterato contra dei Barberini, ilcardinal Francescoedon Taddeogiudicarono anch'essi meglio di sottrarsi ai minacciati rigori. Fatte pertanto a poco a poco imbarcare in varii legni le preziose lor suppellettili, menando seco esso Taddeo anche i figli, segretamente nel gennaio di quest'anno passarono in Francia a trovare ilcardinale Antoniolor fratello. Per tempesta insorta in quella stagion poco propria alla navigazione, ebbero fatica a ridursi colà in salvo. A me ha asserito persona degna di fede di aver più volte inteso dalcardinal Carlo Barberino, che in questo passaggio un di quei legni restò preda dell'onde, con perire uno inestimabil valsente di argenterie, gioie, pitture ed altri ricchissimi mobili. Maggiormente si esacerbò per tal fugapapa Innocenzo X, nè vi era chi non predicesse la rovina di quella casa. Ma il saggio pontefice, allorchè sempre più venne scorgendo con che calore avesse la corte di Francia preso il patrocinio dei Barberini, cominciò a prestar l'orecchio a chi gli parlava di rimetterli in sua grazia, e maggiormente raddolcito si mostrò dappoichè le armi francesi orgogliose comparvero sotto Orbitello, e molto più dacchè misero il piede in Piombino e Portolongone. Era Piombino delprincipe Lodovisiosuo nipote, e per desiderio di riaverlo, disarmò l'ira contra di essi Barberini. Non ottennero già eglino grazia, ma cessarono i processi, e per soddisfazione della Santità sua passarono per qualche tempo ad Avignone.
Accudirono con tutto vigore nel verno dell'anno presente i Veneziani allaguerra di Candia, e dovendosi eleggere un capitan generale delle forze di mare, nel gran consiglio aveano universalmente acclamato per questa carica lo stessoFrancesco Erizzodoge di quella repubblica: cosa insolita, ed illustre attestato del di lui merito. Benchè settuagenario, pien di spiriti generosi pel pubblico bene, accettò egli questo peso. Ma quella che sì sovente sconvolge i disegni dei mortali, il tolse dal mondo nel dì tre di gennaio di quest'anno. A lui succedette nel ducato il procuratorFrancesco Molino, e capitan generale fu eletto Giovanni Cappello, che poscia mal corrispose all'aspettazione che si aveva di lui. Tuttochè ascendesse l'armata veneta a sessantasei galee, sei galeazze e quaranta grosse navi, oltre a molti altri legni minori, e si potesse impedire ai Turchi l'uscita dai Dardanelli, anzi battere la loro armata, pure nulla di bene si eseguì. All'incontro i Turchi iti all'assedio della città di Retimo, se ne impadronirono, e in Dalmazia, dove pur si guerreggiava, tolsero Novigrado ai Veneziani. Intanto non men per la guerra, che per la peste, si aumentava la desolazione dell'isola di Candia, e a questi flagelli soccombevano tanto i cristiani che i Turchi. Diede fine al suo vivere in età di quarant'anni nel dì 12 di settembre dell'anno presenteOdoardo Farnese ducadi Parma. Fu in concetto di uno degli spiritosi ingegni del suo tempo; incantava la gente col suo bel parlare, ma inclinando non poco alla satira; il che nei privati è pericoloso e molto men conviene a principi e gran signori. La splendidezza, la generosità e la liberalità si contarono fra i suoi pregi. Teneva ministri, non per udire i lor consigli, ma solamente per esecutori della sua volontà, credendo capace la testa sua di tutto. E siccome egli era un cervello caldo, risentito al maggior segno, e portato a cose grandi, così era facile a prendere risse e risoluzioni superiori alle forze sue. DiMargherita de Medicisorella delgran duca Ferdinando IIlasciò quattro maschi,cioèRanuccio II, che fu suo successor nel ducato,Alessandro, Orazio e Pietro, oltre a due principesse. Fu corpulento e grasso, e questa sua non desiderabile costituzione di corpo passò in eredità anche ai suoi figli e nipoti. Sorella di esso duca Odoardo fuMaria Farnese, duchessa di Modena. Era essa mancata di vita nel dì 25 di giugno dell'anno presente nel parto di un principino, che poco sopravvisse alla madre. Questa principessa si portò dietro il cuore d'ognuno; tanto era amata e degna veramente dell'amore di tutti.