MDCXLVIIAnno diCristoMDCXLVII. IndizioneXV.Innocenzo Xpapa 4.Ferdinando IIIimperadore 10.Tali e tanti furono in quest'anno i funesti avvenimenti e sconvolgimenti d'Italia, spezialmente per le sollevazioni di Napoli e Palermo, che han servito di largo campo ad alcuni scrittori per tesserne particolari istorie, e mettere in mostra le verità di tutti quegli accidenti e delle lor circostanze. Non uscirò io dei miei confini, e basterammi d'accennare il massiccio delle avventure, potendo, chi più ne desidera, ricorrere a chi con libriex professolasciarono descritte le rivoluzioni dell'anno presente. Da molto tempo era sossopra l'Europa tutta, durante le guerre delle provincie della Germania, de' Paesi Bassi, dell'Inghilterra, Francia e Spagna, maneggiandosi, siccome abbiam veduto, le armi anche in Italia, con essersi ultimamente aggiunta alle altre sciagure la guerra del Turco coi Veneziani. Le sollevazioni occorse in questi ultimi anni del Portogallo e della Catalogna contro la monarchia di Spagna, non è improbabile che influissero coll'esempio ad animar altri popoli malcontenti alla ribellione se pure unicamente non s'ebbero a rifondere i lor movimenti sull'insofferenza degli aggravii pubblici troppo cresciuti, e sul poco saggio governo dei pubblici ministri. Nella Sicilia,che pur vien riguardata come un granaio d'Italia, si provava in questi tempi la carestia, flagello ordinariamente dei soli poveri. Fecedon Pietro Faiardomarchese de los Velez, e onoratissimo vicerè di quel regno, quanto potè per aiutare il numeroso popolo di Palermo. Ma il volgo, che non pesa le cose, nè intende ragione, il pagava con sole maledizioni, per non aver quanto voleva. Però nel dì 20 di maggio attruppatisi circa ducento della feccia d'esso popolo, andarono alla casa del pretore caricandolo a gran voci d'ingiurie. Essendo sconsigliatamente uscita la famiglia, ed avendo cominciato a percuotere quella disarmata canaglia, trasse a quelle grida gran gente, e bastoni e coltelli fecero ritirar quei del pretore. Furono accumulate legna e fascine alla porta di quel palazzo, locchè fece risolvere il pretore e alcuni senatori a fuggirsene per la porta di dietro. Affin di quetare la matta furia di costoro saltarono fuori i padri Teatini, con promettere a tutti che si farebbe il pane più grosso. Ma non prestando loro fede, volarono al palazzo del vicerè, chiedendo sollievo. Dalla finestra esso marchese de los Velez, e molti nobili usciti fuori assicurarono i tumultuanti, che s'era dato l'ordine per dar loro soddisfazione, ed arrivata la notte, parve dileguato quel nuvolo. Ma sulle tre ore della notte, a cagion di molti che nulla aveano da perdere e molto speravano di guadagnare nella rivolta, maggiormente s'aumentò il tumulto: furono rotte le carceri e data la libertà a circa settecento facinorosi; e dipoi s'inviò l'infuriata plebe alla casa del duca della Montagna, maestro razionale del patrimonio reale, per bruciarla. Colà bensì accorsero i padri Gesuiti, portando processionalmente il Santissimo Sacramento; ma non conoscendo allora il popolo imbestialito nè moderazion nè religione, si vide perduto il rispetto ad essi religiosi (alcuni de' quali rimasero anche feriti) e al Sacramento stesso, convenendo loro di ritirarsi in fretta. Iti alladoganella e ai luoghi dove si riscotevano i dazii e le gabelle ne stracciarono tutti i libri e registri.Fatto giorno, si portò il sedizioso popolo al palazzo del vicerè, gridando:Fuora gabelle; ma ritrovatolo ben custodito dalle guardie, non osarono di tentarne l'assalto. Intanto non pochi della nobiltà, la qual tutta stette sempre fedele al re, usciti a cavallo si studiarono di calmare il fuoco, e indussero il vicerè a pubblicar un editto, per cui si levavano le gabelle sopra la farina, carne, olio, vino e formaggio, come le più gravose al popolo. E nè pur questo bastò, temendo i sollevati di essere sotto quell'apparenza ingannati; e però avvenutisi in don Francesco Ventimiglia marchese di Gierace, personaggio amato da ognuno, il proclamarono per lor signore e capo. A questo inaspettato e non voluto onore inorridì il cavaliere, e consigliato il popolo a gridareviva il re di Spagna,si applicò poi da saggio a trattar di concordia fra essi e il governo, ottenendo lor molte grazie e privilegii: locchè servì a quetare e rallegrare i sediziosi. Ma perciocchè dai bottegai e dai rivenderuoli non si volle stare al fissato calmiere dei commestibili, tornò più pazzamente di prima ad infuriar la plebe, e andò per insignorirsi della casa dove si conserva il tesoro del re; ma vi trovò un corpo di cavalleria che mandò a monte i loro disegni. Fu consigliato il vicerè di mettere in armi gli artisti, e così fatto. La nobiltà stessa e fin gli ecclesiastici presero dipoi l'armi contra la plebe: nel qual tempo colti alcuni capi degli ammutinati, a terrore degli altri furono impiccati. Ma non andò molto, che anche gli artisti si unirono col popolaccio; e perciocchè chiamati a palazzo due consoli dell'arti per trattare d'accordo, tardarono a tornare indietro, sparsasi voce che fossero stati strangolati (locchè era falso), vieppiù allora divampò la furia della gente; e benchè comparissero liberi i consoli, non rallentò punto l'ardore dei sediziosi.Con sì strepitose scene, che durarono per più settimane, s'era giunto al dì 15 d'agosto, quando Giuseppe da Lesi, tiradore d'oro, fattosi capo-popolo, e gridando:Muoia il mal governo, condusse tutti i suoi seguaci all'armeria regale, dove ciascun si provvide d'armi, di polve da fuoco, e di ogni munizione da guerra; ed avendo anche tratto da un baluardo un cannone e un sagro, condusse la truppa al palazzo e sparò quell'artiglieria verso la porta. Allora il vicerè prese il partito d'uscire segretamente, e di salvarsi nelle galee, e la viceregina si ritirò anch'ella a Castellamare. Allora spezialmente fu, che s'unirono molti nobili per opporsi ai ribelli, i quali perchè s'insospettirono del loro capo, cioè di Giuseppe da Lesi, per aver egli messe guardie acciocchè non fosse dato il sacco al palazzo, si rivoltarono contro di lui. Usciti i nobili a cavallo cominciarono a dar la caccia ai plebei. Fu ucciso il suddetto Giuseppe con Francesco suo fratello. Dei presi nel dì 22 d'agosto ne furono strozzati tredici, ed altri menati alle prigioni.Si era restituito ilmarchese de los Veleza Castellamare, e quivi coi suoi consiglieri andava studiando le maniere di dar fine alla tragedia, con pubblicare un perdon generale, e promettere l'abolizione delle gabelle; e furono anche distesi molti capitoli di miglior regolamento in avvenire per bene ed appagamento del popolo. Ma quando egli si credea d'essere in porto, si trovava di nuovo in tempesta, perchè i Siciliani, nazion vivacissima, quanto facili sono a prendere fuoco, altrettanto son difficili a quietarsi. Perciò durò il torbido sino al dì 13 di novembre, in cui il vicerè sì per le vigilie e crepacuori patiti, come per veder disapprovata dalla corte la sua condotta, per non aver egli mai, siccome signore d'animo misericordioso e buono, voluto domar colla forza il forsennato popolo, oppresso dagli affanni cessò di vivere. Era già destinato a quel governo ilcardinal Teodoro Trivulzio, persona digran mente e prudenza, e che sapeva far anche alle occasioni da bravo, con averne dati più saggi nella difesa dello Stato di Milano. Arrivò egli nel dì 17 del suddetto novembre a Palermo, e, contro il parere di chi gli consigliava d'andar prima a Messina, oppure, andando a Palermo, di ricoverarsi nel castello, sbarcato che fu, passò francamente alla chiesa maggiore fra la gran folla del popolo, che venerando l'alta sua dignità, e giubilando per ricevere un vicerè italiano, lo accompagnò colà con incessanti acclamazioni. Altro non rispondeva egli, se non:Pace e libro nuovo. Come se riputasse quieti gli animi di tutti, cominciò a dar udienze ad ognuno, a rimettere in autorità i magistrati, a gastigare animosamente chi ricalcitrava, con opprimere dipoi varie congiure che di mano in mano si andavano tessendo dai restanti malviventi. In una parola, con tal dolcezza e insieme con tal forza maneggiò quei focosi cervelli, che fece tornar la quiete e l'ubbidienza tanto in Palermo che in altre parti della Sicilia, dove si era dilatata quella mala influenza.Vegniamo a Napoli, città, che per essere tanto più abbondante di popolo, e popolo anch'esso sommamente spiritoso ed inquieto, maggiori e più strepitose scene, che quelle di Palermo fece vedere nella sollevazion sua, appartenente anch'essa all'anno presente. Erasi in quella gran città per li correnti bisogni della corona, a cagion delle guerre, che in tante parti l'infestavano, istituita una gabella sopra le frutta, che perciò si vendevano più care, ed eretta una baracca nella piazza del Mercato, dove stavano i ministri deputati per esigerla. Al basso popolo, che spezialmente si pasce di pane e frutta, intollerabil parea questo nuovo aggravio, e non s'udiva che mormorazione e digrignar di denti. Trovossi una mattina abbruciata la baracca: locchè fece riflettere adon Rodrigo Ponze di Leon duca d'Arcos, e vicerè molto savio, che non era da caricar la povera gentedi quel dazio, e doversi ricavar da altra parte quella somma di danaro. Pure cedendo al parer di coloro, ai quali fruttava essa gabella, rimise la baracca come prima. Ora avvenne che un certoTommaso Anielloda Amalfi, comunemente appellatoMas-Aniello, giovane di ventiquattro anni, di vivace ingegno, e pescatore di professione, introducendo pesce senza aver pagata la gabella, fu maltrattato dagli esecutori della giustizia e perdè quel pesce. Tutto collera ne giurò vendetta, e cominciò a persuadere ai compagni, che se il seguitassero, gli dava l'animo di liberar la città da tanta oppression di gravezza, e indusse ancora i bottegai fruttaruoli a non comperar frutta che pagasse gabella. Gran rumore facea allora anche nel popolo più vile la sollevazion di Palermo. Ora mancando le frutta nel dì 7 di luglio, si svegliò un tumulto nella piazza, ed accorso Andrea Anaclerio eletto del popolo per quetarlo, corse pericolo d'essere lapidato. Fuggito che egli fu, Mas-Aniello salito sopra una tavola (era bel parlatore) talmente esagerò le miserie del povero popolo, assassinato dal presente governo, che si trasse dietro una brigata di cinquecento uomini e fanciulli della vil feccia, soprannominati Lazzari, che poco appresso s'accrebbe fino a due mila persone. Acclamato da costoro per capo, ordinò tosto che si attaccasse fuoco alla baracca, e ai libri e mobili di quei gabellieri, e fu prontamente ubbidito.Di là passò la baldanzosa canaglia (provvedutisi molti di picche e d'altre armi) alle case dove si riscotevano le gabelle della farina, carne, pesce, sale, olio ed altri commestibili, e della seta. A niuna d'esse perdonò. Tanto esse, che i mobili tutti, fra i quali ricche tappezzerie, argenti, danari ed armi furono consegnate alle fiamme, comandando Mas-Aniello che nulla si riserbasse. Insuperbiti costoro per non trovare chi lor facesse fronte, e cresciuti fino a dieci mila, si portarono alle carceri di San Giovannidegli Spagnuoli, e furiosamente rottele, quanti prigioni vi erano, posti in libertà s'unirono con gli altri ammutinati. Allora tutti s'inviarono al palazzo del vicerè, con alte voci gridando;Viva il re di Spagna e muoia il mal governo. Affacciatosi ad una finestra il duca di Arcos, promise loro di levar le gabelle della frutta, e parte di quelle della farina.Tutte le vogliamo levate, replicava la plebe; e intanto entrando a furia per la porta, e messe in fuga le guardie tedesche e spagnuole, presero quelle alabarde, e cominciarono a scorrere per le camere del palazzo, con dare il sacco a quanto trovavano. Portarono rispetto all'appartamento dove stava ilcardinal Trivulzio, dimorante allora in Napoli. Gittò bensì il vicerè da una finestra biglietti sigillati col sigillo reale, coi quali assicurava il popolo di sgravarlo da tutte la gabelle; ma insistendo coloro di volergli parlare, egli animosamente scese a basso, e con dolci parole cercando di ammansarli, confermò la promessa. Tuttavia benchè molti gli baciassero mani e ginocchia, scorgendo egli il bollore di quelle teste riscaldate, destramente salì in carrozza per sottrarsi alla loro insolenza. Gli corsero dietro, e fermarono la carrozza, ma egli con adoperare il preparato recipe d'alcuni pugni di zecchini, che sparse fra loro, scappò lor dalle mani, e si salvò nella chiesa e nel monistero di San Luigi, facendo tosto serrar le porte. Sopraggiunti colà i sediziosi atterrarono la prima porta, e lo stesso avrebbono fatto del resto, se non sopraggiugneva il cardinale Ascanio Filamarino arcivescovo, che s'interpose per la concordia, e presentò poi a quella furiosa gente una scrittura del vicerè con belle promesse. Ma perchè questa non conteneva se non l'abolizione della gabella delle frutta, e di parte di quella della farina, più che mai dierono nelle furie: locchè servì d'impulso al vicerè di ritirarsi in castello Sant'Ermo.Accortasi di ciò la tumultuante canaglia,cresciuta fino al numero di cinquanta mila persone, si voltò a rompere tutte le altre carceri della città, portando riverenza alle sole dell'arcivescovato, della nunziatura e della vicaria, con bruciar tutti i processi. Trovato per istradadon Tiberio Caraffaprincipe di Bisignano, il pregarono di essere lor capitano. Nata in lui speranza di calmare sì gran movimento, salì in pulpito nella chiesa del Carmine, e con un crocifisso alla mano caldamente esortò ciascuno alla quiete. Tutto indarno: il mare era troppo in furore, ed altro vi volea che parole a quietarlo. Pertanto il buon cavaliere con bella maniera se la colse, e andò a chiudersi in Castel Nuovo; nella qual fortezza passarono anche il vicerè e il cardinale Trivulzio, per essere più alla portata di cercare riparo a tanti disordini. Ma perciocchè si erano disposte numerose guardie nella piazza e intorno al castello, apprendendo i sollevati che si avesse a venire alle armi, corsero a sonare a martello la grossa campana del torrione del Carmine e a provvedersi violentemente d'archibusi, spade, lancie, polve da fuoco e palle, per tutte le botteghe e case, dove se ne trovava. Concorrevano intanto dalle circonvicine ville rustici per isperanza di bottino ad aumentare la truppa, risonando in ogni lato trombe, tamburi, sventolando bandiere, e continuando ognuno a gridare:Fuora gabelle, Viva il re. Per rinforzo del palazzo vi pose il vicerè mille Tedeschi ed ottocento Spagnuoli, e fece far nuove fortificazioni intorno ad esso e nella piazza. Ma il popolo, informato che venivano da Puzzuolo cinquecento Alemanni e due compagnie d'Italiani, andò ad incontrarli, ne uccise alcuni, altri menò prigioni, e dissipò il resto. Tentò allora il vicerè di guadagnare il capo-popolo Mas-Aniello, con iscrivergli un biglietto di esibizione d'abolir tutte le gabelle. Ad altro non servì questa sommessione, se non a far maggiormente insolentire chi si conosceva in avvantaggio, avendoMas-Aniello coi suoi seguaci sfoderate pretensioni anche di varii privilegi per la plebe. Il vicerè, che non volea troncare per questo il trattato, mosse alcuni della primaria nobiltà a frapporsi per l'aggiustamento, ed avendo questi per il bene della patria assunto un tale impegno, ridussero a tale il maneggio che parvero soddisfatti i sollevati, qualora, oltre alle cose richieste, fosse confermato il privilegio conceduto dall'imperadore Carlo V alla città, del qual documento richiedevano essi l'originale.Per quante ricerche facesse fare il vicerè, questo originale non si trovava. Credendosi perciò burlato l'inquieto popolaccio, si ruppe coi nobili mediatori, e carcerò anche il duca di Matalona, che trovò maniera di fuggire dalle lor mani. Avuta poi nota di settanta case di ministri e d'altri che aveano maneggiati i dazii e l'altre gravezze del pubblico, di mano in mano si portarono i sediziosi a bruciarle senza remissione, con gittar giù dalle finestre tutti i mobili, e fin gli ori, argenti e danari e farne falò; giacchè severissimo ordine v'era che niuno ne profittasse. E perciocchè premeva a costoro di farsi padroni della torre di San Lorenzo e di quel monistero, colà furibondi corsero in numero di dieci mila armati con un grosso cannone, e gran copia di fascine per appiccarvi il fuoco. Da questo apparato atterrite le guardie di quel posto, capitolarono la resa. Di là con gran festa trassero i sollevati gran copia d'armi da fuoco e sedici pezzi di cannone. Erasi intanto ritrovato l'originale del privilegio di Carlo V, e ilcardinale Filamarino, che facea la figura di padre comune fra il vicerè e il popolo, con questa carta pecora in mano si portò al Carmine, e alla presenza di Mas-Aniello, già dichiarato capitan generale del popolo, e assistito dalla sua corte plebea la fece leggere. Dopo di che manipolò l'accordo, con avere il vicerè conceduto un perdon generale abolite le gravezze, confermato il privilegio, e promessaloro dalla corte la conferma di tutto. Ma perchè si dicea di perdonare ogni reato incorso per quella ribellione, fu cagion questa parola che si guastasse tutta la tela. Non cessò l'arcivescovo pien di zelo di rimediare, ed ottenne in fine dal vicerè un biglietto, per cui pienamente si soddisfaceva alle premure del popolo. Ma il buon prelato si trovò fra poco burlato. Mentre s'era raunato al Carmine tutto il popolo, aspettando che intervenisse anche il vicerè per cantare ilTe Deum, eccoti comparire colà cinquecento banditi (altri scrivono solamente ducento), tutti ben montati a cavallo, che si fingevano venuti in servigio del popolo. Il servigio che intendevano di prestargli era quello di trucidar Mas-Aniello, e poi di fare un macello della gente colta all'improvviso. Se ne insospettì Mas-Aniello, e mandò ordine che smontassero: non vollero ubbidire. Comandò che andassero ad un posto assegnato; ed essi, per lo contrario, entrarono così a cavallo in chiesa. Allora egli gridò:Tradimento; e i banditi spararono contro di lui alquante archibugiate; e maraviglia fu che di tante palle niuna il colpì. Il pazzo popolo attribuì ciò a miracolo, credendo assistito dalla divinità il suo gran generale; pretendendo, all'incontro, i buoni frati che lo scapolare da lui portato gli avesse servito d'ingermatura. Allora l'infuriata plebe si scagliò addosso a quanti di quei banditi potè cogliere, e li trucidò. Per confessione di uno di essi si scoprì essere stata mandata quella gente dal duca di Matalona e da don Giuseppe, volgarmente chiamato don Peppo Caraffa. Che il vicerè fosse consapevole del fatto, si potè ben sospettare, ma niuno il nominò; ed egli sopra di questo fece l'indiano. Cercato il Matalona, ebbe la fortuna di salvarsi. Non così avvenne a don Peppo, che fu scoperto e tuttochè forse non avesse mano in quel fatto, gli fu reciso il capo, e si vide trascinato il cadavere per la città. Ciò non ostante il cardinalarcivescovo raggruppò il negoziato dell'accomodamento, e lo trasse a fine; accordando il vicerè quanto si volle dal popolo, con disegno non di meno che soltanto durasse la sua promessa finchè venisse il tempo e il comodo della vendetta; non sapendo inghiottire un animo spagnuolo il mirar ridotta a sì vile stato l'autorità sua, e la riputazion della nazione da un miserabile pescivendolo, giunto a far tremare tutta Napoli.Volendo poi l'arcivescovo condurre a palazzo Mas-Aniello, bisognò che adoperasse gli argani per farlo spogliare de' suoi poveri cenci, e prendere veste di tela d'argento e cappello con pennacchiera. Accompagnato fino a palazzo da tutto il basso popolo in armi, che si credette ascendere a cento cinquanta mila persone, prima di entrare fece un patetico discorso a tutti, esortandoli a gridare:Viva il re di Spagna; e ricordando loro che egli era nato povero, e tale voler anche morire; e che l'operato da lui finora non era proceduto da ambizione, nè da voglia di guadagnare un soldo, nè di fare ribellione al re, ma solamente di liberarli tutti dal troppo gravoso mal governo finora patito. E siccome egli non si fidava del vicerè, così aggiunse, che se fra un'ora noi rivedessero, pensassero a vendicar la sua morte. Venne egli poscia accolto colle più vistose carezze, e con dimostrazioni anche esorbitanti di onore dal vicerè, e furono lette le capitolazioni, ed approvate. Ossia che si spendesse gran tempo in questo, e che il popolo, per non vederlo tornare, dal bisbiglio passasse ad un gran rumore; o ciò accadesse per altra cagione; di tanto strepito s'impazientava il vicerè. Allora Mas-Aniello, affacciatosi ad un balcone, e datosi a conoscere, coll'indice alla bocca fece segno che tacessero. In quell'istante niuno osò più di zittare, stupendo il vicerè allo scorgere tanta ubbidienza a quell'uomicciattolo. Si esibì Mas-Aniello di rinunziare il comando; ma per suoi fini politici non lo permise il vicerè. Fu poi col cardinal Filamarinoricondotto a casa il gran generale; e dappoichè furono con gran solennità giurate le capitolazioni dal vicerè nella metropolitana, tornò la quiete nella città. Continuando nondimeno Mas-Aniello a far da governatore del popolo, pubblicava editti, governava le guardie, intento sopra tutto a torre di mezzo i banditi e malviventi. Con aria severa sempre comandava, temuto perciò ed ubbidito da tutti. Un suo solo cenno bastava per una sentenza di morte. Perchè gli furono sparate contro alcune archibugiate, vietò a chi che sia il portar vesti lunghe e mantelli, affinchè si conoscesse chi andava con armi. Non vi fu prete o frate che non ubbidisse. E certamente tanto egli che la moglie sua cominciavano a grandeggiare, e a gustare il comando e le distinzioni. Pretese l'insuperbito pescivendolo, che il cardinaleTrivulzioandasse a fargli una visita. Il prudente porporato, per non incorrere in qualche pericolo, volle soddisfarlo, ed andato il trattò con titolo d'illustrissimo. Questo Arlichino finto principe gli rispose:La visita di vostra eminenza, benchè tarda, ci è cara. Ma, a guisa dei fenomeni, ben corta durata ebbe l'esaltazion dell'ardito plebeo. Eccolo vaneggiare, eccolo divenuto forsennato, e talvolta furibondo. Non si sa, se perchè le applicazioni e vigilie gli avessero di troppo riscaldata la nuca; o perchè nella visita a palazzo egli avesse votate alquante caraffe di lagrima, al che non era avvezzo; oppure perchè qualche ingegnoso veleno gli fosse stato in quella congiuntura somministrato; andò crescendo la sua frenesia, di modo che dopo alcune scene di leggierezza o crudeltà, il popolo l'abbandonò, e il vicerè ebbe modo nel dì 16 di luglio con quattro archibugiate di farlo levar dal mondo. Sicchè soli sei giorni durò il regno di Mas-Aniello, e quattro il suo vaneggiamento, ristringendosi in questo poco di tempo tutte le peripezie fin qui raccontate, oltre a tante altre che mi è convenuto lasciare indietro.Credevansi gli Spagnuoli per la mortedi costui omai liberi da ogni impaccio; ma s'ingannarono a partito. Nel dì seguente, giorno 17 d'esso luglio, pentito il popolo, corse a raccogliere il corpo di Mas-Aniello, che era stato strascinato per la città, l'unirono alla testa che gli era stata tagliata, e sopra un cataletto lo portarono alla chiesa del Carmine, prorompendo in alte acclamazioni di liberator della patria, di padre della povertà. Ne fecero fino un santo, come divenuto martire in benefizio del pubblico. A udire que' pazzi, la testa s'era unita col busto, avea lor parlato e data la benedizione; correndo perciò la stolta gente a baciarlo e a toccarlo colle corone. Vollero ancora, che gli si facesse un superbo funerale con isterminata e suntuosa processione, coronata dai sospiri e dal pianto di ciascuno, e a gara tutti si procacciavano il suo ritratto; se con piacere degli Spagnuoli, non occorre che io lo dica. Poco in fatti durò la quiete. Scorgendo il popolo che non gli si mantenevano le capitolazioni giurate, e che si trovavano appesi alla forca di tanto in tanto alcuni del loro seguito, di nuovo si sollevò, e ito al palazzo per chiedere udienza al vicerè, attaccò un'aspra zuffa colle guardie che durò ben tre giorni. Quanti Spagnuoli furono colti, rimasero vittima del furor popolare; il vicerè fu costretto a ritirarsi in Castel Nuovo, all'espugnazion del quale si accinsero i sediziosi, siccome ancora di castello Sant'Ermo, dando principio sotto d'esso ad una mina. Perchè mancava loro un capo, fecero forza a don Francesco Toralto principe di Massa della casa di Aragona, acciocchè assumesse il grado di lor capitan generale. Accettò egli, confortato anche dal vicerè, con animo di servir meglio al re che alla plebe in sì scabrosa occasione: siccome egli fece coll'andare destramente distornando la loro furia da maggiori risoluzioni, con promuovere una suspension d'armi, tanto che le fortezze, già ridotte in angustia, si potessero vettovagliare. Oltre a ciò, per addormentare e deludere il più che maitumultuante popolo, il vicerè nel dì 7 di settembre confermò di nuovo le grazie e capitolazioni ad esso accordate. Grande fu l'allegrezza d'ognuno, ma che restò in breve amareggiata per la nuova sparsasi chedon Giovanni d'Austria, figlio bastardo del re Cattolico, giunto in Sardegna con poderosa flotta, si preparava per dirizzar le prore alla volta di Napoli. Comparve egli in fatti alla vista di quella città nel dì primo di ottobre, e chiesero i popolari udienza per parlargli, ma non l'ottennero. Per consiglio del vicerè, fu fatto loro intendere che don Giovanni non metterebbe il piede a terra, s'essi prima non deponessero e rinunziassero l'armi, rimettendosi alla clemenza del figlio del re: proposizione che parve troppo dura e pericolosa a chi conosceva di che buono stomaco fossero gli Spagnuoli. Per maneggio del Toralto fu conchiuso che rilascerebbono solamente l'armi, e sarebbono lor confermate le grazie e i capitoli precedenti. E però nel dì 4 del suddetto ottobre fu data esecuzione al trattato, nè si videro che bandiere bianche per la città e segni d'allegrezza.Ma altro non meditando gli Spagnuoli che gastigo e vendetta, determinarono di sterminar colla forza nel dì seguente quella pertinace canaglia. Per quanto il cardinal Trivulzio e i più saggi consiglieri dissuadessero sì fiera esecuzione, prevalse l'opinione del vicerè e d'altri pochi. E però avendo don Giovanni trattenuto presso di sè il general Toralto, con cui probabilmente era fatto il concerto, nel dì 6 d'ottobre uscirono tutti i combattenti dalle navi, e quanti ancora poterono uscir dei castelli, e in ordine di battaglia andarono ad assalire i posti dei popolari, che non si aspettavano una tal visita. Nello stesso tempo da tutte le navi e dai castelli si diede principio a fulminar la città con cannonate, a gittar bombe e fuochi artifiziali. Parve allora Napoli la casa del diavolo: tanto era il rumor delle artiglierie, il martellar delle campane, gli urli e le grida delle donne e de' fanciulli.Corse il popolo a barricar le strade, ad afferrare i posti, e le donne dalle finestre gittavano sassi, tegole ed acqua bollente. Seguitò l'orrido conflitto per più ore; ed accorgendosi in fine gli Spagnuoli del poco profitto che faceano i lor cannoni e mortai, e che andava crescendo la forza e furia del popolo, cessarono dalle ostilità, e con esporre bandiera bianca invitarono il popolo a qualche concordia. Ma questo non rispose, se non coll'inalberare bandiera nera, risoluto di azzardar tutto, piuttosto che fidarsi della corrotta fede e dei violati giuramenti degli Spagnuoli. Si combattè anche ne' giorni seguenti; e il vicerè fece ricorso al cardinal Filamarino, che s'interponesse; ma questo arcivescovo, certamente fedele al re, siccome quegli che non lasciava di amare anche il povero suo popolo, disapprovando il tradimento fattogli dopo tanti giuramenti, mostrò delle difficoltà a mischiarsi di nuovo in questi imbrogli. Non gliela perdonarono mai più i vendicativi Spagnuoli. Giacchè niun effetto ebbero i tentativi fatti per altri mediatori di venire alla concordia, continuarono le ostilità. Crebbero intanto i sospetti del popolo contro il lor generale Toralto, imputandolo di segrete intelligenze col vicerè, e di aver impedito l'acquisto di Sant'Ermo. Veri o falsi che fossero questi reati, è certo che nel dì 22 d'ottobre posto prigione e processato, ebbe troncato il capo, e il corpo suo per un piede fu appiccato alla forca. In luogo di lui fu eletto per capo del popolo Gennaro Annese, uomo di bassa condizione.Conoscendo nulladimeno i più saggi del popolo che a lungo andare non potrebbero tener forte contro la potenza e rabbia degl'implacabili Spagnuoli, e tanto più perchè la nobiltà del regno, per la morte data a don Peppo Caraffa, sembrava dichiarata contro la plebe; si avvisarono di fare ricorso alla corona di Francia, ben consapevoli del pronto volere de' Franzesi in tutto ciò che tendeva alla depression della monarchia di Spagna.Ilmarchese di Fontanayambasciator di Francia, e i cardinali franzesi esistenti in Roma non lasciarono cadere in terra le preghiere ed esibizioni dei Napoletani; ne scrissero alla corte, ne riportarono magnifiche promesse di soccorsi. Trovavasi allora in RomaArrigo di Lorena duca di Guisa, nelle cui vene circolava il sangue degli antichi re angioini. Fu egli creduto a proposito, siccome signore di gran vaglia, per sostenere questa impresa; ed egli l'accettò, col mostrarsi in apparenza unicamente mosso dall'amor della gloria in liberare il popolo di Napoli dalla oppressione e tirannia degli Spagnuoli, e di ridurre Napoli a forma di repubblica; ma con desiderio segreto, e non senza speranza, che assistendogli la fortuna, potesse la corona di Napoli cader sul suo capo. Nel dì 13 di novembre si mosse egli da Roma con poche feluche, ed ebbe la sorte di felicemente sbarcare a Napoli, dove da quel popolo fu accolto con incredibil allegrezza; e dopo aver fatte alcune prodezze, ottenne il comando dell'armi, continuando nondimeno Gennaro Annese nella superiorità del governo civile. Ma non andò molto che cominciarono gare e gelosie fra questi due capipopolo; pure il Guisa seppe far tanto, che si fece proclamar duca ossia doge della repubblica di Napoli. Più curiosa cosa fu il veder comparire alla vista di quella gran città il duca di Richelieu con potente flotta franzese, ma senza mai accordarsi col duca di Guisa e col popolo. Chi disse perchè il Guisa, che avea molto alzata la cresta e tendeva alla corona, non volle che i Franzesi gli sturbassero quella caccia, sperando di compierla senza di loro; chi, perchè il popolo napoletano, se ammetteva i Franzesi, temeva di mutar solamente il giogo, laddove intenzione sua era di scuoterlo affatto; e chi, che il duca di Guisa odiava ilcardinal Mazzarino, ovvero che il cardinale mirava lui di mal occhio, e che, per conseguente, i Franzesi non vollero porgergli aiuto, ese ne tornarono colla flotta a Portolongone. Non mi stenderò io più oltre in questo racconto. Esistono in franzese e in italiano le memorie del medesimo duca di Guisa, tramandate col mezzo della stampa ai posteri, dove egli dipinse quegli affari secondo che a lui parve il meglio.E pur qui non finirono le novità di Italia nell'anno presente. Perchè in Piemonte scarseggiavano di forze i Franzesi nulla poterono operare, anzi lasciarono che il governator di Milano s'impadronisse di Nizza della Paglia, senza neppur tentarne il soccorso. Ma intanto il gabinetto di Francia lavorava per muovere contro lo Stato di Milano dei nuovi nemici, e gli venne fatto di tirar nel suo partitoFrancesco I d'Esteduca di Modena. Non avea questo principe ommessa diligenza veruna per attestare il suo ossequio alla corona di Spagna; le aveva anche offerto il suo servigio. Trovò sempre dal ministero milanese attraversato, anzi contrariato ogni suo maneggio; e spezialmente ebbe a dolersi perchè gli Spagnuoli gli negavano il possesso di Correggio, che pur gli era stato venduto dall'imperadore. Si prevalse il Mazzarino di questi dissapori per condurre sul principio di settembre esso duca in lega colla Francia, la quale, facendo la liberale colla roba altrui, facilmente accordava che tutte le conquiste da farsi nello Stato di Milano sarebbono in pro di chi le facesse, con obbligo nondimeno di prendere il possesso di ogni acquisto a nome del re, il qual poscia a suo tempo ne darebbe fedelmente il possesso ai conquistatori. Quattro mila fanti e mille e cinquecento cavalli franzesi vennero da Piombino sul Reggiano, ai quali il duca Francesco unì un pari numero di combattenti. Riuscì al duca con questa gente sul fine del suddetto mese di valicare il Po, e di spargere il terrore fra gli Spagnuoli, che tutti si ritirarono alla difesa di Cremona. Colà comparve l'esercito gallo-estense, e si fecero alcune fazioni, e il tutto finì in farsolamente paura agli Spagnuoli. Non andando d'accordo col duca gli uffiziali franzesi; non venendo mai ilprincipe Tommaso, benchè chiamato a questa impresa, e crescendo ogni dì più le pioggie e i fanghi dell'ottobre, bisognò battere la ritirata. Si ridusse quell'esercito ai quartieri di verno nella ricca e nobil terra di Casal Maggiore del Cremonese, dove patì de' gran disagi per mancanza di foraggi e d'altre provvisioni. Nell'isola di Candia poco profittarono in quest'anno le armi venete, anzi riuscì a' Turchi di accostarsi alla città di Candia stessa, e di fortificarsi in quei contorni. Celebre nondimeno riuscì la nave capitana di Tommaso Morosino, che contro cinquantadue galee nemiche valorosamente si difese. Vi lasciò gloriosamente la vita il prode generale, ma vi perirono de' Turchi più di mille e cinquecento persone. Maggior felicità provarono i Veneziani nella Dalmazia, dove ricuperarono Novigrado, difesero bravamente Sebenico, e ridussero alla loro ubbidienza Nadino, Scardona, Zemonico ed altri luoghi.
Tali e tanti furono in quest'anno i funesti avvenimenti e sconvolgimenti d'Italia, spezialmente per le sollevazioni di Napoli e Palermo, che han servito di largo campo ad alcuni scrittori per tesserne particolari istorie, e mettere in mostra le verità di tutti quegli accidenti e delle lor circostanze. Non uscirò io dei miei confini, e basterammi d'accennare il massiccio delle avventure, potendo, chi più ne desidera, ricorrere a chi con libriex professolasciarono descritte le rivoluzioni dell'anno presente. Da molto tempo era sossopra l'Europa tutta, durante le guerre delle provincie della Germania, de' Paesi Bassi, dell'Inghilterra, Francia e Spagna, maneggiandosi, siccome abbiam veduto, le armi anche in Italia, con essersi ultimamente aggiunta alle altre sciagure la guerra del Turco coi Veneziani. Le sollevazioni occorse in questi ultimi anni del Portogallo e della Catalogna contro la monarchia di Spagna, non è improbabile che influissero coll'esempio ad animar altri popoli malcontenti alla ribellione se pure unicamente non s'ebbero a rifondere i lor movimenti sull'insofferenza degli aggravii pubblici troppo cresciuti, e sul poco saggio governo dei pubblici ministri. Nella Sicilia,che pur vien riguardata come un granaio d'Italia, si provava in questi tempi la carestia, flagello ordinariamente dei soli poveri. Fecedon Pietro Faiardomarchese de los Velez, e onoratissimo vicerè di quel regno, quanto potè per aiutare il numeroso popolo di Palermo. Ma il volgo, che non pesa le cose, nè intende ragione, il pagava con sole maledizioni, per non aver quanto voleva. Però nel dì 20 di maggio attruppatisi circa ducento della feccia d'esso popolo, andarono alla casa del pretore caricandolo a gran voci d'ingiurie. Essendo sconsigliatamente uscita la famiglia, ed avendo cominciato a percuotere quella disarmata canaglia, trasse a quelle grida gran gente, e bastoni e coltelli fecero ritirar quei del pretore. Furono accumulate legna e fascine alla porta di quel palazzo, locchè fece risolvere il pretore e alcuni senatori a fuggirsene per la porta di dietro. Affin di quetare la matta furia di costoro saltarono fuori i padri Teatini, con promettere a tutti che si farebbe il pane più grosso. Ma non prestando loro fede, volarono al palazzo del vicerè, chiedendo sollievo. Dalla finestra esso marchese de los Velez, e molti nobili usciti fuori assicurarono i tumultuanti, che s'era dato l'ordine per dar loro soddisfazione, ed arrivata la notte, parve dileguato quel nuvolo. Ma sulle tre ore della notte, a cagion di molti che nulla aveano da perdere e molto speravano di guadagnare nella rivolta, maggiormente s'aumentò il tumulto: furono rotte le carceri e data la libertà a circa settecento facinorosi; e dipoi s'inviò l'infuriata plebe alla casa del duca della Montagna, maestro razionale del patrimonio reale, per bruciarla. Colà bensì accorsero i padri Gesuiti, portando processionalmente il Santissimo Sacramento; ma non conoscendo allora il popolo imbestialito nè moderazion nè religione, si vide perduto il rispetto ad essi religiosi (alcuni de' quali rimasero anche feriti) e al Sacramento stesso, convenendo loro di ritirarsi in fretta. Iti alladoganella e ai luoghi dove si riscotevano i dazii e le gabelle ne stracciarono tutti i libri e registri.
Fatto giorno, si portò il sedizioso popolo al palazzo del vicerè, gridando:Fuora gabelle; ma ritrovatolo ben custodito dalle guardie, non osarono di tentarne l'assalto. Intanto non pochi della nobiltà, la qual tutta stette sempre fedele al re, usciti a cavallo si studiarono di calmare il fuoco, e indussero il vicerè a pubblicar un editto, per cui si levavano le gabelle sopra la farina, carne, olio, vino e formaggio, come le più gravose al popolo. E nè pur questo bastò, temendo i sollevati di essere sotto quell'apparenza ingannati; e però avvenutisi in don Francesco Ventimiglia marchese di Gierace, personaggio amato da ognuno, il proclamarono per lor signore e capo. A questo inaspettato e non voluto onore inorridì il cavaliere, e consigliato il popolo a gridareviva il re di Spagna,si applicò poi da saggio a trattar di concordia fra essi e il governo, ottenendo lor molte grazie e privilegii: locchè servì a quetare e rallegrare i sediziosi. Ma perciocchè dai bottegai e dai rivenderuoli non si volle stare al fissato calmiere dei commestibili, tornò più pazzamente di prima ad infuriar la plebe, e andò per insignorirsi della casa dove si conserva il tesoro del re; ma vi trovò un corpo di cavalleria che mandò a monte i loro disegni. Fu consigliato il vicerè di mettere in armi gli artisti, e così fatto. La nobiltà stessa e fin gli ecclesiastici presero dipoi l'armi contra la plebe: nel qual tempo colti alcuni capi degli ammutinati, a terrore degli altri furono impiccati. Ma non andò molto, che anche gli artisti si unirono col popolaccio; e perciocchè chiamati a palazzo due consoli dell'arti per trattare d'accordo, tardarono a tornare indietro, sparsasi voce che fossero stati strangolati (locchè era falso), vieppiù allora divampò la furia della gente; e benchè comparissero liberi i consoli, non rallentò punto l'ardore dei sediziosi.Con sì strepitose scene, che durarono per più settimane, s'era giunto al dì 15 d'agosto, quando Giuseppe da Lesi, tiradore d'oro, fattosi capo-popolo, e gridando:Muoia il mal governo, condusse tutti i suoi seguaci all'armeria regale, dove ciascun si provvide d'armi, di polve da fuoco, e di ogni munizione da guerra; ed avendo anche tratto da un baluardo un cannone e un sagro, condusse la truppa al palazzo e sparò quell'artiglieria verso la porta. Allora il vicerè prese il partito d'uscire segretamente, e di salvarsi nelle galee, e la viceregina si ritirò anch'ella a Castellamare. Allora spezialmente fu, che s'unirono molti nobili per opporsi ai ribelli, i quali perchè s'insospettirono del loro capo, cioè di Giuseppe da Lesi, per aver egli messe guardie acciocchè non fosse dato il sacco al palazzo, si rivoltarono contro di lui. Usciti i nobili a cavallo cominciarono a dar la caccia ai plebei. Fu ucciso il suddetto Giuseppe con Francesco suo fratello. Dei presi nel dì 22 d'agosto ne furono strozzati tredici, ed altri menati alle prigioni.
Si era restituito ilmarchese de los Veleza Castellamare, e quivi coi suoi consiglieri andava studiando le maniere di dar fine alla tragedia, con pubblicare un perdon generale, e promettere l'abolizione delle gabelle; e furono anche distesi molti capitoli di miglior regolamento in avvenire per bene ed appagamento del popolo. Ma quando egli si credea d'essere in porto, si trovava di nuovo in tempesta, perchè i Siciliani, nazion vivacissima, quanto facili sono a prendere fuoco, altrettanto son difficili a quietarsi. Perciò durò il torbido sino al dì 13 di novembre, in cui il vicerè sì per le vigilie e crepacuori patiti, come per veder disapprovata dalla corte la sua condotta, per non aver egli mai, siccome signore d'animo misericordioso e buono, voluto domar colla forza il forsennato popolo, oppresso dagli affanni cessò di vivere. Era già destinato a quel governo ilcardinal Teodoro Trivulzio, persona digran mente e prudenza, e che sapeva far anche alle occasioni da bravo, con averne dati più saggi nella difesa dello Stato di Milano. Arrivò egli nel dì 17 del suddetto novembre a Palermo, e, contro il parere di chi gli consigliava d'andar prima a Messina, oppure, andando a Palermo, di ricoverarsi nel castello, sbarcato che fu, passò francamente alla chiesa maggiore fra la gran folla del popolo, che venerando l'alta sua dignità, e giubilando per ricevere un vicerè italiano, lo accompagnò colà con incessanti acclamazioni. Altro non rispondeva egli, se non:Pace e libro nuovo. Come se riputasse quieti gli animi di tutti, cominciò a dar udienze ad ognuno, a rimettere in autorità i magistrati, a gastigare animosamente chi ricalcitrava, con opprimere dipoi varie congiure che di mano in mano si andavano tessendo dai restanti malviventi. In una parola, con tal dolcezza e insieme con tal forza maneggiò quei focosi cervelli, che fece tornar la quiete e l'ubbidienza tanto in Palermo che in altre parti della Sicilia, dove si era dilatata quella mala influenza.
Vegniamo a Napoli, città, che per essere tanto più abbondante di popolo, e popolo anch'esso sommamente spiritoso ed inquieto, maggiori e più strepitose scene, che quelle di Palermo fece vedere nella sollevazion sua, appartenente anch'essa all'anno presente. Erasi in quella gran città per li correnti bisogni della corona, a cagion delle guerre, che in tante parti l'infestavano, istituita una gabella sopra le frutta, che perciò si vendevano più care, ed eretta una baracca nella piazza del Mercato, dove stavano i ministri deputati per esigerla. Al basso popolo, che spezialmente si pasce di pane e frutta, intollerabil parea questo nuovo aggravio, e non s'udiva che mormorazione e digrignar di denti. Trovossi una mattina abbruciata la baracca: locchè fece riflettere adon Rodrigo Ponze di Leon duca d'Arcos, e vicerè molto savio, che non era da caricar la povera gentedi quel dazio, e doversi ricavar da altra parte quella somma di danaro. Pure cedendo al parer di coloro, ai quali fruttava essa gabella, rimise la baracca come prima. Ora avvenne che un certoTommaso Anielloda Amalfi, comunemente appellatoMas-Aniello, giovane di ventiquattro anni, di vivace ingegno, e pescatore di professione, introducendo pesce senza aver pagata la gabella, fu maltrattato dagli esecutori della giustizia e perdè quel pesce. Tutto collera ne giurò vendetta, e cominciò a persuadere ai compagni, che se il seguitassero, gli dava l'animo di liberar la città da tanta oppression di gravezza, e indusse ancora i bottegai fruttaruoli a non comperar frutta che pagasse gabella. Gran rumore facea allora anche nel popolo più vile la sollevazion di Palermo. Ora mancando le frutta nel dì 7 di luglio, si svegliò un tumulto nella piazza, ed accorso Andrea Anaclerio eletto del popolo per quetarlo, corse pericolo d'essere lapidato. Fuggito che egli fu, Mas-Aniello salito sopra una tavola (era bel parlatore) talmente esagerò le miserie del povero popolo, assassinato dal presente governo, che si trasse dietro una brigata di cinquecento uomini e fanciulli della vil feccia, soprannominati Lazzari, che poco appresso s'accrebbe fino a due mila persone. Acclamato da costoro per capo, ordinò tosto che si attaccasse fuoco alla baracca, e ai libri e mobili di quei gabellieri, e fu prontamente ubbidito.
Di là passò la baldanzosa canaglia (provvedutisi molti di picche e d'altre armi) alle case dove si riscotevano le gabelle della farina, carne, pesce, sale, olio ed altri commestibili, e della seta. A niuna d'esse perdonò. Tanto esse, che i mobili tutti, fra i quali ricche tappezzerie, argenti, danari ed armi furono consegnate alle fiamme, comandando Mas-Aniello che nulla si riserbasse. Insuperbiti costoro per non trovare chi lor facesse fronte, e cresciuti fino a dieci mila, si portarono alle carceri di San Giovannidegli Spagnuoli, e furiosamente rottele, quanti prigioni vi erano, posti in libertà s'unirono con gli altri ammutinati. Allora tutti s'inviarono al palazzo del vicerè, con alte voci gridando;Viva il re di Spagna e muoia il mal governo. Affacciatosi ad una finestra il duca di Arcos, promise loro di levar le gabelle della frutta, e parte di quelle della farina.Tutte le vogliamo levate, replicava la plebe; e intanto entrando a furia per la porta, e messe in fuga le guardie tedesche e spagnuole, presero quelle alabarde, e cominciarono a scorrere per le camere del palazzo, con dare il sacco a quanto trovavano. Portarono rispetto all'appartamento dove stava ilcardinal Trivulzio, dimorante allora in Napoli. Gittò bensì il vicerè da una finestra biglietti sigillati col sigillo reale, coi quali assicurava il popolo di sgravarlo da tutte la gabelle; ma insistendo coloro di volergli parlare, egli animosamente scese a basso, e con dolci parole cercando di ammansarli, confermò la promessa. Tuttavia benchè molti gli baciassero mani e ginocchia, scorgendo egli il bollore di quelle teste riscaldate, destramente salì in carrozza per sottrarsi alla loro insolenza. Gli corsero dietro, e fermarono la carrozza, ma egli con adoperare il preparato recipe d'alcuni pugni di zecchini, che sparse fra loro, scappò lor dalle mani, e si salvò nella chiesa e nel monistero di San Luigi, facendo tosto serrar le porte. Sopraggiunti colà i sediziosi atterrarono la prima porta, e lo stesso avrebbono fatto del resto, se non sopraggiugneva il cardinale Ascanio Filamarino arcivescovo, che s'interpose per la concordia, e presentò poi a quella furiosa gente una scrittura del vicerè con belle promesse. Ma perchè questa non conteneva se non l'abolizione della gabella delle frutta, e di parte di quella della farina, più che mai dierono nelle furie: locchè servì d'impulso al vicerè di ritirarsi in castello Sant'Ermo.
Accortasi di ciò la tumultuante canaglia,cresciuta fino al numero di cinquanta mila persone, si voltò a rompere tutte le altre carceri della città, portando riverenza alle sole dell'arcivescovato, della nunziatura e della vicaria, con bruciar tutti i processi. Trovato per istradadon Tiberio Caraffaprincipe di Bisignano, il pregarono di essere lor capitano. Nata in lui speranza di calmare sì gran movimento, salì in pulpito nella chiesa del Carmine, e con un crocifisso alla mano caldamente esortò ciascuno alla quiete. Tutto indarno: il mare era troppo in furore, ed altro vi volea che parole a quietarlo. Pertanto il buon cavaliere con bella maniera se la colse, e andò a chiudersi in Castel Nuovo; nella qual fortezza passarono anche il vicerè e il cardinale Trivulzio, per essere più alla portata di cercare riparo a tanti disordini. Ma perciocchè si erano disposte numerose guardie nella piazza e intorno al castello, apprendendo i sollevati che si avesse a venire alle armi, corsero a sonare a martello la grossa campana del torrione del Carmine e a provvedersi violentemente d'archibusi, spade, lancie, polve da fuoco e palle, per tutte le botteghe e case, dove se ne trovava. Concorrevano intanto dalle circonvicine ville rustici per isperanza di bottino ad aumentare la truppa, risonando in ogni lato trombe, tamburi, sventolando bandiere, e continuando ognuno a gridare:Fuora gabelle, Viva il re. Per rinforzo del palazzo vi pose il vicerè mille Tedeschi ed ottocento Spagnuoli, e fece far nuove fortificazioni intorno ad esso e nella piazza. Ma il popolo, informato che venivano da Puzzuolo cinquecento Alemanni e due compagnie d'Italiani, andò ad incontrarli, ne uccise alcuni, altri menò prigioni, e dissipò il resto. Tentò allora il vicerè di guadagnare il capo-popolo Mas-Aniello, con iscrivergli un biglietto di esibizione d'abolir tutte le gabelle. Ad altro non servì questa sommessione, se non a far maggiormente insolentire chi si conosceva in avvantaggio, avendoMas-Aniello coi suoi seguaci sfoderate pretensioni anche di varii privilegi per la plebe. Il vicerè, che non volea troncare per questo il trattato, mosse alcuni della primaria nobiltà a frapporsi per l'aggiustamento, ed avendo questi per il bene della patria assunto un tale impegno, ridussero a tale il maneggio che parvero soddisfatti i sollevati, qualora, oltre alle cose richieste, fosse confermato il privilegio conceduto dall'imperadore Carlo V alla città, del qual documento richiedevano essi l'originale.
Per quante ricerche facesse fare il vicerè, questo originale non si trovava. Credendosi perciò burlato l'inquieto popolaccio, si ruppe coi nobili mediatori, e carcerò anche il duca di Matalona, che trovò maniera di fuggire dalle lor mani. Avuta poi nota di settanta case di ministri e d'altri che aveano maneggiati i dazii e l'altre gravezze del pubblico, di mano in mano si portarono i sediziosi a bruciarle senza remissione, con gittar giù dalle finestre tutti i mobili, e fin gli ori, argenti e danari e farne falò; giacchè severissimo ordine v'era che niuno ne profittasse. E perciocchè premeva a costoro di farsi padroni della torre di San Lorenzo e di quel monistero, colà furibondi corsero in numero di dieci mila armati con un grosso cannone, e gran copia di fascine per appiccarvi il fuoco. Da questo apparato atterrite le guardie di quel posto, capitolarono la resa. Di là con gran festa trassero i sollevati gran copia d'armi da fuoco e sedici pezzi di cannone. Erasi intanto ritrovato l'originale del privilegio di Carlo V, e ilcardinale Filamarino, che facea la figura di padre comune fra il vicerè e il popolo, con questa carta pecora in mano si portò al Carmine, e alla presenza di Mas-Aniello, già dichiarato capitan generale del popolo, e assistito dalla sua corte plebea la fece leggere. Dopo di che manipolò l'accordo, con avere il vicerè conceduto un perdon generale abolite le gravezze, confermato il privilegio, e promessaloro dalla corte la conferma di tutto. Ma perchè si dicea di perdonare ogni reato incorso per quella ribellione, fu cagion questa parola che si guastasse tutta la tela. Non cessò l'arcivescovo pien di zelo di rimediare, ed ottenne in fine dal vicerè un biglietto, per cui pienamente si soddisfaceva alle premure del popolo. Ma il buon prelato si trovò fra poco burlato. Mentre s'era raunato al Carmine tutto il popolo, aspettando che intervenisse anche il vicerè per cantare ilTe Deum, eccoti comparire colà cinquecento banditi (altri scrivono solamente ducento), tutti ben montati a cavallo, che si fingevano venuti in servigio del popolo. Il servigio che intendevano di prestargli era quello di trucidar Mas-Aniello, e poi di fare un macello della gente colta all'improvviso. Se ne insospettì Mas-Aniello, e mandò ordine che smontassero: non vollero ubbidire. Comandò che andassero ad un posto assegnato; ed essi, per lo contrario, entrarono così a cavallo in chiesa. Allora egli gridò:Tradimento; e i banditi spararono contro di lui alquante archibugiate; e maraviglia fu che di tante palle niuna il colpì. Il pazzo popolo attribuì ciò a miracolo, credendo assistito dalla divinità il suo gran generale; pretendendo, all'incontro, i buoni frati che lo scapolare da lui portato gli avesse servito d'ingermatura. Allora l'infuriata plebe si scagliò addosso a quanti di quei banditi potè cogliere, e li trucidò. Per confessione di uno di essi si scoprì essere stata mandata quella gente dal duca di Matalona e da don Giuseppe, volgarmente chiamato don Peppo Caraffa. Che il vicerè fosse consapevole del fatto, si potè ben sospettare, ma niuno il nominò; ed egli sopra di questo fece l'indiano. Cercato il Matalona, ebbe la fortuna di salvarsi. Non così avvenne a don Peppo, che fu scoperto e tuttochè forse non avesse mano in quel fatto, gli fu reciso il capo, e si vide trascinato il cadavere per la città. Ciò non ostante il cardinalarcivescovo raggruppò il negoziato dell'accomodamento, e lo trasse a fine; accordando il vicerè quanto si volle dal popolo, con disegno non di meno che soltanto durasse la sua promessa finchè venisse il tempo e il comodo della vendetta; non sapendo inghiottire un animo spagnuolo il mirar ridotta a sì vile stato l'autorità sua, e la riputazion della nazione da un miserabile pescivendolo, giunto a far tremare tutta Napoli.
Volendo poi l'arcivescovo condurre a palazzo Mas-Aniello, bisognò che adoperasse gli argani per farlo spogliare de' suoi poveri cenci, e prendere veste di tela d'argento e cappello con pennacchiera. Accompagnato fino a palazzo da tutto il basso popolo in armi, che si credette ascendere a cento cinquanta mila persone, prima di entrare fece un patetico discorso a tutti, esortandoli a gridare:Viva il re di Spagna; e ricordando loro che egli era nato povero, e tale voler anche morire; e che l'operato da lui finora non era proceduto da ambizione, nè da voglia di guadagnare un soldo, nè di fare ribellione al re, ma solamente di liberarli tutti dal troppo gravoso mal governo finora patito. E siccome egli non si fidava del vicerè, così aggiunse, che se fra un'ora noi rivedessero, pensassero a vendicar la sua morte. Venne egli poscia accolto colle più vistose carezze, e con dimostrazioni anche esorbitanti di onore dal vicerè, e furono lette le capitolazioni, ed approvate. Ossia che si spendesse gran tempo in questo, e che il popolo, per non vederlo tornare, dal bisbiglio passasse ad un gran rumore; o ciò accadesse per altra cagione; di tanto strepito s'impazientava il vicerè. Allora Mas-Aniello, affacciatosi ad un balcone, e datosi a conoscere, coll'indice alla bocca fece segno che tacessero. In quell'istante niuno osò più di zittare, stupendo il vicerè allo scorgere tanta ubbidienza a quell'uomicciattolo. Si esibì Mas-Aniello di rinunziare il comando; ma per suoi fini politici non lo permise il vicerè. Fu poi col cardinal Filamarinoricondotto a casa il gran generale; e dappoichè furono con gran solennità giurate le capitolazioni dal vicerè nella metropolitana, tornò la quiete nella città. Continuando nondimeno Mas-Aniello a far da governatore del popolo, pubblicava editti, governava le guardie, intento sopra tutto a torre di mezzo i banditi e malviventi. Con aria severa sempre comandava, temuto perciò ed ubbidito da tutti. Un suo solo cenno bastava per una sentenza di morte. Perchè gli furono sparate contro alcune archibugiate, vietò a chi che sia il portar vesti lunghe e mantelli, affinchè si conoscesse chi andava con armi. Non vi fu prete o frate che non ubbidisse. E certamente tanto egli che la moglie sua cominciavano a grandeggiare, e a gustare il comando e le distinzioni. Pretese l'insuperbito pescivendolo, che il cardinaleTrivulzioandasse a fargli una visita. Il prudente porporato, per non incorrere in qualche pericolo, volle soddisfarlo, ed andato il trattò con titolo d'illustrissimo. Questo Arlichino finto principe gli rispose:La visita di vostra eminenza, benchè tarda, ci è cara. Ma, a guisa dei fenomeni, ben corta durata ebbe l'esaltazion dell'ardito plebeo. Eccolo vaneggiare, eccolo divenuto forsennato, e talvolta furibondo. Non si sa, se perchè le applicazioni e vigilie gli avessero di troppo riscaldata la nuca; o perchè nella visita a palazzo egli avesse votate alquante caraffe di lagrima, al che non era avvezzo; oppure perchè qualche ingegnoso veleno gli fosse stato in quella congiuntura somministrato; andò crescendo la sua frenesia, di modo che dopo alcune scene di leggierezza o crudeltà, il popolo l'abbandonò, e il vicerè ebbe modo nel dì 16 di luglio con quattro archibugiate di farlo levar dal mondo. Sicchè soli sei giorni durò il regno di Mas-Aniello, e quattro il suo vaneggiamento, ristringendosi in questo poco di tempo tutte le peripezie fin qui raccontate, oltre a tante altre che mi è convenuto lasciare indietro.
Credevansi gli Spagnuoli per la mortedi costui omai liberi da ogni impaccio; ma s'ingannarono a partito. Nel dì seguente, giorno 17 d'esso luglio, pentito il popolo, corse a raccogliere il corpo di Mas-Aniello, che era stato strascinato per la città, l'unirono alla testa che gli era stata tagliata, e sopra un cataletto lo portarono alla chiesa del Carmine, prorompendo in alte acclamazioni di liberator della patria, di padre della povertà. Ne fecero fino un santo, come divenuto martire in benefizio del pubblico. A udire que' pazzi, la testa s'era unita col busto, avea lor parlato e data la benedizione; correndo perciò la stolta gente a baciarlo e a toccarlo colle corone. Vollero ancora, che gli si facesse un superbo funerale con isterminata e suntuosa processione, coronata dai sospiri e dal pianto di ciascuno, e a gara tutti si procacciavano il suo ritratto; se con piacere degli Spagnuoli, non occorre che io lo dica. Poco in fatti durò la quiete. Scorgendo il popolo che non gli si mantenevano le capitolazioni giurate, e che si trovavano appesi alla forca di tanto in tanto alcuni del loro seguito, di nuovo si sollevò, e ito al palazzo per chiedere udienza al vicerè, attaccò un'aspra zuffa colle guardie che durò ben tre giorni. Quanti Spagnuoli furono colti, rimasero vittima del furor popolare; il vicerè fu costretto a ritirarsi in Castel Nuovo, all'espugnazion del quale si accinsero i sediziosi, siccome ancora di castello Sant'Ermo, dando principio sotto d'esso ad una mina. Perchè mancava loro un capo, fecero forza a don Francesco Toralto principe di Massa della casa di Aragona, acciocchè assumesse il grado di lor capitan generale. Accettò egli, confortato anche dal vicerè, con animo di servir meglio al re che alla plebe in sì scabrosa occasione: siccome egli fece coll'andare destramente distornando la loro furia da maggiori risoluzioni, con promuovere una suspension d'armi, tanto che le fortezze, già ridotte in angustia, si potessero vettovagliare. Oltre a ciò, per addormentare e deludere il più che maitumultuante popolo, il vicerè nel dì 7 di settembre confermò di nuovo le grazie e capitolazioni ad esso accordate. Grande fu l'allegrezza d'ognuno, ma che restò in breve amareggiata per la nuova sparsasi chedon Giovanni d'Austria, figlio bastardo del re Cattolico, giunto in Sardegna con poderosa flotta, si preparava per dirizzar le prore alla volta di Napoli. Comparve egli in fatti alla vista di quella città nel dì primo di ottobre, e chiesero i popolari udienza per parlargli, ma non l'ottennero. Per consiglio del vicerè, fu fatto loro intendere che don Giovanni non metterebbe il piede a terra, s'essi prima non deponessero e rinunziassero l'armi, rimettendosi alla clemenza del figlio del re: proposizione che parve troppo dura e pericolosa a chi conosceva di che buono stomaco fossero gli Spagnuoli. Per maneggio del Toralto fu conchiuso che rilascerebbono solamente l'armi, e sarebbono lor confermate le grazie e i capitoli precedenti. E però nel dì 4 del suddetto ottobre fu data esecuzione al trattato, nè si videro che bandiere bianche per la città e segni d'allegrezza.
Ma altro non meditando gli Spagnuoli che gastigo e vendetta, determinarono di sterminar colla forza nel dì seguente quella pertinace canaglia. Per quanto il cardinal Trivulzio e i più saggi consiglieri dissuadessero sì fiera esecuzione, prevalse l'opinione del vicerè e d'altri pochi. E però avendo don Giovanni trattenuto presso di sè il general Toralto, con cui probabilmente era fatto il concerto, nel dì 6 d'ottobre uscirono tutti i combattenti dalle navi, e quanti ancora poterono uscir dei castelli, e in ordine di battaglia andarono ad assalire i posti dei popolari, che non si aspettavano una tal visita. Nello stesso tempo da tutte le navi e dai castelli si diede principio a fulminar la città con cannonate, a gittar bombe e fuochi artifiziali. Parve allora Napoli la casa del diavolo: tanto era il rumor delle artiglierie, il martellar delle campane, gli urli e le grida delle donne e de' fanciulli.Corse il popolo a barricar le strade, ad afferrare i posti, e le donne dalle finestre gittavano sassi, tegole ed acqua bollente. Seguitò l'orrido conflitto per più ore; ed accorgendosi in fine gli Spagnuoli del poco profitto che faceano i lor cannoni e mortai, e che andava crescendo la forza e furia del popolo, cessarono dalle ostilità, e con esporre bandiera bianca invitarono il popolo a qualche concordia. Ma questo non rispose, se non coll'inalberare bandiera nera, risoluto di azzardar tutto, piuttosto che fidarsi della corrotta fede e dei violati giuramenti degli Spagnuoli. Si combattè anche ne' giorni seguenti; e il vicerè fece ricorso al cardinal Filamarino, che s'interponesse; ma questo arcivescovo, certamente fedele al re, siccome quegli che non lasciava di amare anche il povero suo popolo, disapprovando il tradimento fattogli dopo tanti giuramenti, mostrò delle difficoltà a mischiarsi di nuovo in questi imbrogli. Non gliela perdonarono mai più i vendicativi Spagnuoli. Giacchè niun effetto ebbero i tentativi fatti per altri mediatori di venire alla concordia, continuarono le ostilità. Crebbero intanto i sospetti del popolo contro il lor generale Toralto, imputandolo di segrete intelligenze col vicerè, e di aver impedito l'acquisto di Sant'Ermo. Veri o falsi che fossero questi reati, è certo che nel dì 22 d'ottobre posto prigione e processato, ebbe troncato il capo, e il corpo suo per un piede fu appiccato alla forca. In luogo di lui fu eletto per capo del popolo Gennaro Annese, uomo di bassa condizione.
Conoscendo nulladimeno i più saggi del popolo che a lungo andare non potrebbero tener forte contro la potenza e rabbia degl'implacabili Spagnuoli, e tanto più perchè la nobiltà del regno, per la morte data a don Peppo Caraffa, sembrava dichiarata contro la plebe; si avvisarono di fare ricorso alla corona di Francia, ben consapevoli del pronto volere de' Franzesi in tutto ciò che tendeva alla depression della monarchia di Spagna.Ilmarchese di Fontanayambasciator di Francia, e i cardinali franzesi esistenti in Roma non lasciarono cadere in terra le preghiere ed esibizioni dei Napoletani; ne scrissero alla corte, ne riportarono magnifiche promesse di soccorsi. Trovavasi allora in RomaArrigo di Lorena duca di Guisa, nelle cui vene circolava il sangue degli antichi re angioini. Fu egli creduto a proposito, siccome signore di gran vaglia, per sostenere questa impresa; ed egli l'accettò, col mostrarsi in apparenza unicamente mosso dall'amor della gloria in liberare il popolo di Napoli dalla oppressione e tirannia degli Spagnuoli, e di ridurre Napoli a forma di repubblica; ma con desiderio segreto, e non senza speranza, che assistendogli la fortuna, potesse la corona di Napoli cader sul suo capo. Nel dì 13 di novembre si mosse egli da Roma con poche feluche, ed ebbe la sorte di felicemente sbarcare a Napoli, dove da quel popolo fu accolto con incredibil allegrezza; e dopo aver fatte alcune prodezze, ottenne il comando dell'armi, continuando nondimeno Gennaro Annese nella superiorità del governo civile. Ma non andò molto che cominciarono gare e gelosie fra questi due capipopolo; pure il Guisa seppe far tanto, che si fece proclamar duca ossia doge della repubblica di Napoli. Più curiosa cosa fu il veder comparire alla vista di quella gran città il duca di Richelieu con potente flotta franzese, ma senza mai accordarsi col duca di Guisa e col popolo. Chi disse perchè il Guisa, che avea molto alzata la cresta e tendeva alla corona, non volle che i Franzesi gli sturbassero quella caccia, sperando di compierla senza di loro; chi, perchè il popolo napoletano, se ammetteva i Franzesi, temeva di mutar solamente il giogo, laddove intenzione sua era di scuoterlo affatto; e chi, che il duca di Guisa odiava ilcardinal Mazzarino, ovvero che il cardinale mirava lui di mal occhio, e che, per conseguente, i Franzesi non vollero porgergli aiuto, ese ne tornarono colla flotta a Portolongone. Non mi stenderò io più oltre in questo racconto. Esistono in franzese e in italiano le memorie del medesimo duca di Guisa, tramandate col mezzo della stampa ai posteri, dove egli dipinse quegli affari secondo che a lui parve il meglio.
E pur qui non finirono le novità di Italia nell'anno presente. Perchè in Piemonte scarseggiavano di forze i Franzesi nulla poterono operare, anzi lasciarono che il governator di Milano s'impadronisse di Nizza della Paglia, senza neppur tentarne il soccorso. Ma intanto il gabinetto di Francia lavorava per muovere contro lo Stato di Milano dei nuovi nemici, e gli venne fatto di tirar nel suo partitoFrancesco I d'Esteduca di Modena. Non avea questo principe ommessa diligenza veruna per attestare il suo ossequio alla corona di Spagna; le aveva anche offerto il suo servigio. Trovò sempre dal ministero milanese attraversato, anzi contrariato ogni suo maneggio; e spezialmente ebbe a dolersi perchè gli Spagnuoli gli negavano il possesso di Correggio, che pur gli era stato venduto dall'imperadore. Si prevalse il Mazzarino di questi dissapori per condurre sul principio di settembre esso duca in lega colla Francia, la quale, facendo la liberale colla roba altrui, facilmente accordava che tutte le conquiste da farsi nello Stato di Milano sarebbono in pro di chi le facesse, con obbligo nondimeno di prendere il possesso di ogni acquisto a nome del re, il qual poscia a suo tempo ne darebbe fedelmente il possesso ai conquistatori. Quattro mila fanti e mille e cinquecento cavalli franzesi vennero da Piombino sul Reggiano, ai quali il duca Francesco unì un pari numero di combattenti. Riuscì al duca con questa gente sul fine del suddetto mese di valicare il Po, e di spargere il terrore fra gli Spagnuoli, che tutti si ritirarono alla difesa di Cremona. Colà comparve l'esercito gallo-estense, e si fecero alcune fazioni, e il tutto finì in farsolamente paura agli Spagnuoli. Non andando d'accordo col duca gli uffiziali franzesi; non venendo mai ilprincipe Tommaso, benchè chiamato a questa impresa, e crescendo ogni dì più le pioggie e i fanghi dell'ottobre, bisognò battere la ritirata. Si ridusse quell'esercito ai quartieri di verno nella ricca e nobil terra di Casal Maggiore del Cremonese, dove patì de' gran disagi per mancanza di foraggi e d'altre provvisioni. Nell'isola di Candia poco profittarono in quest'anno le armi venete, anzi riuscì a' Turchi di accostarsi alla città di Candia stessa, e di fortificarsi in quei contorni. Celebre nondimeno riuscì la nave capitana di Tommaso Morosino, che contro cinquantadue galee nemiche valorosamente si difese. Vi lasciò gloriosamente la vita il prode generale, ma vi perirono de' Turchi più di mille e cinquecento persone. Maggior felicità provarono i Veneziani nella Dalmazia, dove ricuperarono Novigrado, difesero bravamente Sebenico, e ridussero alla loro ubbidienza Nadino, Scardona, Zemonico ed altri luoghi.