MDCXLVIII

MDCXLVIIIAnno diCristoMDCXLVIII. Indizione.I.Innocenzo Xpapa 5.Ferdinando IIIimperad. 11.Sul fine dall'anno precedente ilduca di Guisa, non contento di far guerra in Napoli agli Spagnuoli, pensò a conquistar anche varie città del regno, e mosse in quante parti potè banditi e mal affetti al nome spagnuolo, dispensando a larga mano patenti ed uffizii. Sopra tutto a lui premeva la città d'Aversa, troppo importante pel trasporto dei viveri. Era questa per ordine del vicerè divenuta piazza d'armi dei baroni napoletani commossi alla difesa della corona, sotto il comando di don Vicenzo Tuttavilla. Ma fra questi nobili non mancavano di quelli che mal sofferivano la dominazione spagnuola. Con più di dieci mila armati andò a quella volta il Guisa, e in diversi incontri ne riportò delle spelazzate. Tuttaviaavendo le sue genti occupata Nola ed Avellino, ed essendosi ribellate le provincie di Salerno e Basilicata, restò Aversa in grave pericolo, perchè priva di soccorso. Tanto innanzi crebbero quivi le angustie, che que' nobili di colà si ritirarono a Capoa, lasciando la città nella vigilia dell'Epifania in potere del Guisa, la cui gente tenne lor dietro, e mise il campo anche alla stessa Capoa. L'acquisto di Aversa portò grande onore al Guisa, e somma allegrezza ai popolari; ed egli poi fece ogni sforzo per trarre nel suo partito i nobili, ma senza poterli rimuovere dalla fedeltà verso il re di Spagna. Era intanto il vicerèduca di Arcosodiato a morte dal popolo, e neppure ben veduto dalla nobiltà di Napoli. Ora facendo i più saggi ministri amatori della patria delle segrete consulte per trovare riparo alle presenti piaghe, e tenendo anche intelligenza con Gennaro Annese capo del popolo, che era col cuore alienato affatto dal duca di Guisa: fu in fine creduto il mezzo più proprio di giugnere alla sospirata pace, quello di rimuovere dal governo esso duca di Arcos, e di sostituire in esso pro interimdon Giovanni d'Austria, che tuttavia colla flotta spagnuola si tratteneva in quei mari. Il non aver egli reato alcuno presso il popolo, l'essere figlio del re, e giovane assai amabile, e il potersi sperare che quanto egli promettesse, riporterebbe l'approvazione della corte, animò ciascuno a desiderare questa mutazione. Contuttochè ilcardinal Filamarinoarcivescovo fosse mirato con occhio bieco dagli Spagnuoli, perchè in questi viluppi faceva la figura di neutrale e manteneva buona corrispondenza col duca di Guisa e col popolo, pure fu interrogato del suo parere. E siccome di cuore desiderava questo porporato il bene della patria e insieme l'onor della corona di Spagna, concorse anch'egli a consigliare la deposizione del vicerè, come il migliore spediente agli affari, che per altro minacciavano precipizio: e tanto più perchèriuscì al duca di Guisa di occupare il borgo di Chiaia, che tagliava la comunicazion degli Spagnuoli per terra col resto del regno. Talmente dunque si adoperarono col duca d'Arcos i suoi confidenti, che l'indussero ad imbarcarsi, e ad abbandonar Napoli nel dì 26 di febbraio. Servì la sua partenza a maggiormente unire il baronaggio al partito e servigio reale.Nè mancò don Giovanni d'Austria, assistito da saggi consiglieri, di promuovere a tutto potere la concordia coi popolari, esibendo general perdono e aumento di grazie. Ma cotanto era cresciuto lo sconcerto delle cose, che troppo difficile alle pruove si trovò il rimedio. Imperciocchè la malattia di Napoli s'era dilatata dappertutto il regno; e il duca di Guisa, siccome ben provveduto di spie, venendo a scoprire i segreti maneggi, sturbava tutto, ed avrebbe anche volentieri messe le mani addosso a Gennaro Annese, se non l'avesse ritenuto il sapere ch'egli teneva filo colla corte di Francia, e che da essa veniva stimato non poco. Con tutte non di meno le sue lusinghe e raggiri non potè mai esso duca ottenere il suo primario oggetto, che era quello di farsi proclamare re. Dissi sconvolto anche il regno, e volli dire che non v'era provincia o città dove non regnasse la discordia, e succedessero frequenti tumulti ed uccisioni, sostenendo gli uni la libertà, e gli altri la regale autorità. Trovaronsi allora nobili che sposarono il partito de' popolari; e il Guisa faceva trapelare in ogni parte i suoi emissarii. In Taranto, in Ariano, in Chieti, nell'Aquila e in altre principali città penetrò quel pernicioso influsso. E basti questo poco, giacchè io non posso tener dietro a tutte le fila di questa imbrogliatissima matassa, e al lettore riuscirà più caro d'intendere come la provvidenza degli uomini favorita da Dio la sbrogliasse: il che accadde nel presente anno. Non avea già dimenticato il duca di Guisa di essere franzese. In mezzo ai grandiaffari marziali trovava egli il comodo di divertirsi, e di spendere più ore con principesse e dame; e parea che più dell'altre gli piacessero le più belle. Molto di questo si parlava, anzi si sparlava per Napoli; e ai saggi del suo seguito, e più ai mariti delle persone da lui amate, al maggiore segno dispiaceva questo suo rituale. Sapeva in oltre Gennaro Annese (personaggio di tanto polso fra' popolari) qual segreta rabbia contra di lui covasse in suo petto il duca; nè sapea digerire che dopo tante intenzioni date da lui di formare il senato della nuova repubblica, non ne venisse mai quel dì. Si aggiunse, che portato a notizia del medesimo duca che Antonio Basso e un suo fratello, amendue di corte del cardinale arcivescovo, il mettevano in canzone quasi egli fosse venuto a Napoli per darsi spasso, per utilizzar la sua persona e per deludere il povero popolo, li fece prendere, e, al dispetto di tutte le preghiere del cardinale, del suddetto Annese e degli altri maggiori del popolo, li fece decapitare. Per questa indiscretezza e crudeltà, e per altri suoi passi violenti, si alterarono forte i maggiori del popolo; e però nel dì 10 di marzo esso Annese, Vincenzo d'Andreis provveditore generale, ed Antonio Mazzela eletto del popolo, che erano ruote principali della repubblica popolare, spalleggiati da quattro mila persone, marciarono verso il duca con animo di portare in trionfo la sua testa. Avvisatone il Guisa, salì tosto a cavallo, e colla sua guardia di moschettieri sì intrepidamente andò loro incontro, che appena sparato alcune archibugiate dai suoi all'aria, i capi presero la fuga. Essendo rimasto confuso quel popolaccio, appena udì le maestose e insieme tenere parole dell'eloquente duca, che tutti si diedero a gridare:Viva il duca di Guisa. Tante cabale poscia ordì il Guisa per far credere il Mazzela eletto del popolo venduto agli Spagnuoli e ai nobili, che gli riuscì di fargli mozzare il capo. L'Annese allora e gli altrisuoi seguaci trattarono segretamente col vicerè novello per liberar la patria dal Guisa, e restituirle la quiete.Era venuto a quel governo, con assenso e volere del giovinettodon Giovanni d'Austria, poco prima,don Ignigo Velez di Guevara conte d'Agnate. Con lui concertò lo stesso Annese le maniere di dar la caccia al duca di Guisa, e di liberar la città da tanti travagli. Correvano i primi giorni di aprile, quando il vicerè spedì tre galee ad occupar Nisita fuori di Napoli, immaginando che per l'importanza del posto vi accorrerebbe tosto il duca, siccome in fatti avvenne, avendo egli condotto seco circa otto mila persone. In questo mentre, cioè nella notte precedente al dì sei del suddetto aprile, usciti dai castelli don Giovanni ed esso vicerè, e quanti mai nobili erano con loro, facendo marciare in ordinanza quasi tutte le truppe spagnuole, andarono senza resistenza a prendere le porte e i posti principali della città, e spezialmente fu loro consegnato dall'Annese il torrione del Carmine, cioè la principal fortezza del popolo. In una parola pacificamente s'impadronirono di tutta la città. Qualche difesa fu fatta al palazzo dove abitava il duca, ma poco durò. Non si trovò persona che facesse la carità di bruciar la segreteria di lui, dove si trovarono tutte le corrispondenze ch'egli avea tenuto con tanti regnicoli: il che fu poi la rovina di assaissime persone. Avvisatone il Guisa, fece quanto potè per rientrare in città, ma non gli venne fatto. Però col seguito di pochi suoi fedeli si mise in viaggio alla volta di Roma. O per accidente o per tradimento, nel passar fuori d'Aversa andando a Capua, fu scoperto, perseguitato e preso. Condotto in prigione a Gaeta, venne poi trasportato in Ispagna, dove chiuso in una fortezza, ebbe quanto tempo volle per digerire le memorie ch'egli ci lasciò; e in fine, nell'anno 1652, per intercessione delprincipe di Condè, oppure delduca d'Orleans, fu rimesso in libertà. Tenne per fermo la gente savia che se ilGuisa colle parole avesse accompagnati i fatti, con istabilire la repubblica di Napoli, dove avessero avuta parte anche le altre provincie e città del regno, ed anche la nobiltà, quivi sarebbe venuto meno il dominio spagnuolo. Ma perchè egli mirava più alto, e pensava a sè stesso, non giovò al popolo e rovinò sè medesimo. Similmente se i Franzesi fossero accorsi con poderose forze, finchè il Guisa si trovava in vigore, non poteano reggere a una sì gran tempesta gli Spagnuoli per mancanza di gente e di viveri. Arrivò solamente sul principio d'agosto con una flotta numerosa di legni in quei mari il principe Tommaso di Savoia, e misesi anche ad assediar Salerno. Trovò troppo mutati gli affari, e fu forzato a ritornarsene con poco onore. Si andò poi riducendo, benchè non senza fatica, alla primiera ubbidienza il resto dello sconvolto regno di Napoli; ma si diede principio ad un'altra non lieve tragedia in quelle parti. L'usar clemenza e il perdonare per lo più non furono virtù favorite nella nazione spagnuola. Però ilconte d'Agnatevicerè, che avea ritrovato nella segreteria del duca di Guisa un arsenale di carte convincenti di fellonia e di male intelligenze chiunque non amava il governo spagnuolo, e voleva in oltre dare al popolo un esemplare gastigo della passata ribellione, stancò da lì innanzi i tribunali coll'immensa copia dei processi; infierì colle scuri e colle forche contra di chi non s'era avvisato di fuggire; e coi bandi e confischi si vendicò di chi avea saputo sottrarsi alle sue griffe. In una parola, si credè risuscitato in lui il crudele duca d'Alva flagello della Fiandra. Stesesi ancora il suo rigore contro la nobiltà, che pur tanto avea fatto in servigio della corona di Spagna. E Gennaro Annese, non ostante il merito che s'era acquistato colla corona suddetta, lasciò in fine il capo sopra di un palco. Con più moderazione e prudenza attese in questi tempi ilcardinal Trivulzioa rimettere la serenità in Palermo e nel regno di Sicilia,in guisa che potè poi rinunziarlo tutto pacificato adon Giovanni d'Austria, che a lui succedette in quel governo.Fece orrore in quest'anno la congiura ordinata da alcuni tristi, cioè da don Giovanni Gandolfo religioso dell'ordine di san Bernardo, da Bernardo Sillano senator di Torino, e da Giovanni Antonio Gioia, contro l'innocente vita del giovinetto duca di SavoiaCarlo Emmanuele, e dimadama reale Cristinasua madre. Cercandosi chi avesse composto uno scandaloso almanacco che prediceva tragiche avventure, gastighi di ministri e morti di gran personaggi, se ne scoprì autore il suddetto religioso. Preso costui sul fine dell'anno precedente, venne poi rivelando i complici, e il nero disegno da lor fatto di estinguere il sovrano e la madre o con veleni o con fattucchierie. Erano costoro del partito dei principi Maurizio e Tommaso zii del duca. Il Sillano improvvisamente morì in prigione; ebbero il Gandolfo e il Gioia dalla giustizia il meritato fine. Fu in tal congiuntura che madama reale si vendicò del principe Tommaso. Mentre egli era impegnato nella spedizione per Napoli, ella col figlio, verso il dì 20 di giugno, fingendo una caccia, si appressò ad Ivrea, e ricevutavi dentro colle sue guardie dall'incauto governatore, con galanteria se ne impossessò, mandando a spasso la guernigion d'esso principe Tommaso. Le turbolenze del regno di Napoli dovettero cagionar dei mali umori nella vicina pontificia città di Fermo. Quivi la nobiltà per cagion dell'estrazione dei grani superflui, comandata da Roma, se la prese contro l'innocente governatore, cioè contramonsignor Uberto Maria Visconte; ed attizzata la plebe, ne avvenne che al povero prelato tolta fu la vita in quella sedizione. Accorse colà ilcardinal Montalto, che colla sua saviezza impedì il progresso nel pernicioso tumulto, finchè da lì a poco sopraggiunsemonsignor Imperialecon due mila soldati, che trovò fuggito il popolo. A molti di coloro costòla vita, o un rigoroso bando la lor crudeltà e ribellione. Rimasto vedovoFrancesco I ducadi Modena, con dispensa pontificia nel dì 12 di febbraio celebrò le sue nozze collaprincipessa Vittoria Farnese, sorella del fuduca di Parma Odoardo, e poi si preparò a fare una nuova campagna co' Franzesi nello Stato di Milano. Giunse colà per governatore sul principio di marzo ilmarchese di Caracena, cavaliere di sperimentato valore e di grande attività, che trovati i Franzesi annidati a Casal Maggiore e contorni, tosto cercò gli spedienti per cacciarli di colà. Passò egli a Cremona con quante forze potè raunare, e andò, nel dì 25 di maggio, ad impossessarsi di un'isola sul Po in faccia ad esso Casal Maggiore, e bravamente ancora ne difese il possesso contro i Franzesi. Sollecitava intanto il duca di Modena i soccorsi a lui promessi da Parigi, e facea tutti i preparamenti per uscire in campagna colle sue genti; e perchè Casal Maggiore scarseggiava di viveri, trovò maniera di farvi giugnere quattrocento sacchi di farina. Ricevuto poi ch'egli ebbe le truppe franzesi sbarcate a Lerice, ed unite colle sue, passò il Po, e andò colmaresciallo di Plessis Pralina congiugnersi colconte di Novaglies, postato in Casal Maggiore, formando un'armata di quattordici mila tra fanti e cavalli. S'erano gli Spagnuoli premuniti con un terribil trincierone lungo alquante miglia, per tener lontano da Cremona il nemico. Fu risoluto di levar tale ostacolo, e nel dì 30 di giugno s'andò all'assalto. Non lasciarono gli Spagnuoli di fare una gran difesa, ma in fine si videro costretti alla fuga, con istrage di molti di loro e perdita delle artiglierie. Qui tosto cominciò la discordia. Voleva il duca correre subito all'assedio di Cremona. Era egli general dei Francesi, non per comandar loro nelle cose d'onore, ma per ubbidire in quelle di guerra. Il maresciallo di Plessis pretendeva che si progredisse per entrar nel cuor di Milano; ma perchè tentato più diuna volta il passaggio dell'Adda non riuscì, condiscese in fine di strignere Cremona. Pontava il duca Francesco che si prendesse prima la città debole di mura; presa questa, facile sarebbe l'espugnazione del castello; e tale era ancora il sentimento dei più saggi. Ma il maresciallo si ostinò, e la volle vinta, che gli sforzi solamente si facessero contra il castello, restando intanto al Caracena libero il passo per Po a mandar gente e viveri nella città, che poi somministrava quanto occorreva al castello medesimo. Fu creduto che al maresciallo di Plessis non piacesse quell'acquisto, perchè destinato in pro del solo duca, e non della Francia; ed altri vollero ch'egli cercasse un cattivo esito a quell'impresa, per iscreditare ilcardinal Mazzarino, contra di cui tante tempeste nello stesso presente anno si svegliarono dai fazionarii in Francia.Ma lasciando stare gli astrusi gabinetti del cuore umano, quel che è certo, con vigore fu impreso quell'assedio, e colà comparve ancora dal Piemonte con giro fatto fino sul Reggiano ilmarchese, Guido Villa, seco menando tre mila cavalli e due mila fanti, tutta gente scelta. Non mi fermerò io a descrivere gli approcci, le mine, e gli assalti, le sortite, e le altre fazioni militari ivi accadute con singola bravura d'ambe le parti, e la mirabil assistenza data dal marchese di Caracena ai difensori, che costò la morte di molta gente e di non pochi distinti uffiziali. Merita spezialmente memoria il suddetto marchese Villa nobile ferrarese, che mentre col duca di Modena e col maresciallo franzese va speculando un posto de' nemici, colpito da una palla di cannone nel dì 24 d'agosto lasciò ivi la vita: generale di chiarissimo nome, e fedelissimo alla real casa di Savoia, alla quale mancò un personaggio che in tanti fatti di guerra si era segnalato, e godeva anche il titolo di tenente generale della Francia, benchè non fosse ben veduto in tale occasionedal superbo maresciallo di Plessis. Giunsero sino alla fossa del castello gli assedianti, ma con tutti i loro sforzi non poterono mai superarla. Sopraggiunsero intanto le pioggie, le strade rotte e le difficoltà di ricevere i foraggi e le vettovaglie; laonde fu astretto l'esercito collegato a levar l'assedio, e a ritirarsi parte a Casal Maggiore e nelle vicinanze, e parte negli Stati del duca di Modena. Acquistarono nell'anno presente l'armi venete l'importante fortezza di Clissa, e si diedero a munirla con maggiori fortificazioni. Ma nel dì 7 di marzo una orribil tempesta conquassò tutta la loro armata navale. Tre galee, fra le quali la capitana e due vascelli, soccombendo al furore dei venti, s'affondarono, e fu compianta la morte di assaissimi nobili, e massimamente quella del capitan generaleGiambatista Grimani, a cui fu sostituitoLuigi Mocenigo. Impresero in quest'anno i Turchi daddovero l'assedio della città di Candia, riuscito dei più memorabili che ci abbia conservata la storia antica e moderna, dove fece maraviglie di provvidenza e valore la repubblica veneta. Nè si dee tacere che nell'anno presente, a dì 24 di ottobre, fu conchiusa in Munster la pace traFerdinando III imperadore, Lodovico XIV redi Francia, gliSvezzesie iprincipi dell'imperio: pace sommamente pregiudiciale alla religion cattolica, e favorevole ai protestanti. Ed ecco i maligni frutti di tante guerre suscitate e fomentate, per abbattere la casa d'Austria, dalle gran teste politiche de' cardinaliRichelieu e Mazzarino, cadaun de' quali niuno scrupolo si mettea, purchè soddisfacesse all'ambizione, se nello stesso tempo veniva a deprimersi il cattolicismo e ad aumentarsi il regno della eresia. Contra di questa pace protestòmonsignor Fabio Chigi, nunzio allora apostolico, che fu poi papa, e volle che si cassasse il suo nome inserito in essa. Protestò ancorapapa Innocenzo X, ma con armi di carta, che non sogliono far paura ai potenti.

Sul fine dall'anno precedente ilduca di Guisa, non contento di far guerra in Napoli agli Spagnuoli, pensò a conquistar anche varie città del regno, e mosse in quante parti potè banditi e mal affetti al nome spagnuolo, dispensando a larga mano patenti ed uffizii. Sopra tutto a lui premeva la città d'Aversa, troppo importante pel trasporto dei viveri. Era questa per ordine del vicerè divenuta piazza d'armi dei baroni napoletani commossi alla difesa della corona, sotto il comando di don Vicenzo Tuttavilla. Ma fra questi nobili non mancavano di quelli che mal sofferivano la dominazione spagnuola. Con più di dieci mila armati andò a quella volta il Guisa, e in diversi incontri ne riportò delle spelazzate. Tuttaviaavendo le sue genti occupata Nola ed Avellino, ed essendosi ribellate le provincie di Salerno e Basilicata, restò Aversa in grave pericolo, perchè priva di soccorso. Tanto innanzi crebbero quivi le angustie, che que' nobili di colà si ritirarono a Capoa, lasciando la città nella vigilia dell'Epifania in potere del Guisa, la cui gente tenne lor dietro, e mise il campo anche alla stessa Capoa. L'acquisto di Aversa portò grande onore al Guisa, e somma allegrezza ai popolari; ed egli poi fece ogni sforzo per trarre nel suo partito i nobili, ma senza poterli rimuovere dalla fedeltà verso il re di Spagna. Era intanto il vicerèduca di Arcosodiato a morte dal popolo, e neppure ben veduto dalla nobiltà di Napoli. Ora facendo i più saggi ministri amatori della patria delle segrete consulte per trovare riparo alle presenti piaghe, e tenendo anche intelligenza con Gennaro Annese capo del popolo, che era col cuore alienato affatto dal duca di Guisa: fu in fine creduto il mezzo più proprio di giugnere alla sospirata pace, quello di rimuovere dal governo esso duca di Arcos, e di sostituire in esso pro interimdon Giovanni d'Austria, che tuttavia colla flotta spagnuola si tratteneva in quei mari. Il non aver egli reato alcuno presso il popolo, l'essere figlio del re, e giovane assai amabile, e il potersi sperare che quanto egli promettesse, riporterebbe l'approvazione della corte, animò ciascuno a desiderare questa mutazione. Contuttochè ilcardinal Filamarinoarcivescovo fosse mirato con occhio bieco dagli Spagnuoli, perchè in questi viluppi faceva la figura di neutrale e manteneva buona corrispondenza col duca di Guisa e col popolo, pure fu interrogato del suo parere. E siccome di cuore desiderava questo porporato il bene della patria e insieme l'onor della corona di Spagna, concorse anch'egli a consigliare la deposizione del vicerè, come il migliore spediente agli affari, che per altro minacciavano precipizio: e tanto più perchèriuscì al duca di Guisa di occupare il borgo di Chiaia, che tagliava la comunicazion degli Spagnuoli per terra col resto del regno. Talmente dunque si adoperarono col duca d'Arcos i suoi confidenti, che l'indussero ad imbarcarsi, e ad abbandonar Napoli nel dì 26 di febbraio. Servì la sua partenza a maggiormente unire il baronaggio al partito e servigio reale.

Nè mancò don Giovanni d'Austria, assistito da saggi consiglieri, di promuovere a tutto potere la concordia coi popolari, esibendo general perdono e aumento di grazie. Ma cotanto era cresciuto lo sconcerto delle cose, che troppo difficile alle pruove si trovò il rimedio. Imperciocchè la malattia di Napoli s'era dilatata dappertutto il regno; e il duca di Guisa, siccome ben provveduto di spie, venendo a scoprire i segreti maneggi, sturbava tutto, ed avrebbe anche volentieri messe le mani addosso a Gennaro Annese, se non l'avesse ritenuto il sapere ch'egli teneva filo colla corte di Francia, e che da essa veniva stimato non poco. Con tutte non di meno le sue lusinghe e raggiri non potè mai esso duca ottenere il suo primario oggetto, che era quello di farsi proclamare re. Dissi sconvolto anche il regno, e volli dire che non v'era provincia o città dove non regnasse la discordia, e succedessero frequenti tumulti ed uccisioni, sostenendo gli uni la libertà, e gli altri la regale autorità. Trovaronsi allora nobili che sposarono il partito de' popolari; e il Guisa faceva trapelare in ogni parte i suoi emissarii. In Taranto, in Ariano, in Chieti, nell'Aquila e in altre principali città penetrò quel pernicioso influsso. E basti questo poco, giacchè io non posso tener dietro a tutte le fila di questa imbrogliatissima matassa, e al lettore riuscirà più caro d'intendere come la provvidenza degli uomini favorita da Dio la sbrogliasse: il che accadde nel presente anno. Non avea già dimenticato il duca di Guisa di essere franzese. In mezzo ai grandiaffari marziali trovava egli il comodo di divertirsi, e di spendere più ore con principesse e dame; e parea che più dell'altre gli piacessero le più belle. Molto di questo si parlava, anzi si sparlava per Napoli; e ai saggi del suo seguito, e più ai mariti delle persone da lui amate, al maggiore segno dispiaceva questo suo rituale. Sapeva in oltre Gennaro Annese (personaggio di tanto polso fra' popolari) qual segreta rabbia contra di lui covasse in suo petto il duca; nè sapea digerire che dopo tante intenzioni date da lui di formare il senato della nuova repubblica, non ne venisse mai quel dì. Si aggiunse, che portato a notizia del medesimo duca che Antonio Basso e un suo fratello, amendue di corte del cardinale arcivescovo, il mettevano in canzone quasi egli fosse venuto a Napoli per darsi spasso, per utilizzar la sua persona e per deludere il povero popolo, li fece prendere, e, al dispetto di tutte le preghiere del cardinale, del suddetto Annese e degli altri maggiori del popolo, li fece decapitare. Per questa indiscretezza e crudeltà, e per altri suoi passi violenti, si alterarono forte i maggiori del popolo; e però nel dì 10 di marzo esso Annese, Vincenzo d'Andreis provveditore generale, ed Antonio Mazzela eletto del popolo, che erano ruote principali della repubblica popolare, spalleggiati da quattro mila persone, marciarono verso il duca con animo di portare in trionfo la sua testa. Avvisatone il Guisa, salì tosto a cavallo, e colla sua guardia di moschettieri sì intrepidamente andò loro incontro, che appena sparato alcune archibugiate dai suoi all'aria, i capi presero la fuga. Essendo rimasto confuso quel popolaccio, appena udì le maestose e insieme tenere parole dell'eloquente duca, che tutti si diedero a gridare:Viva il duca di Guisa. Tante cabale poscia ordì il Guisa per far credere il Mazzela eletto del popolo venduto agli Spagnuoli e ai nobili, che gli riuscì di fargli mozzare il capo. L'Annese allora e gli altrisuoi seguaci trattarono segretamente col vicerè novello per liberar la patria dal Guisa, e restituirle la quiete.

Era venuto a quel governo, con assenso e volere del giovinettodon Giovanni d'Austria, poco prima,don Ignigo Velez di Guevara conte d'Agnate. Con lui concertò lo stesso Annese le maniere di dar la caccia al duca di Guisa, e di liberar la città da tanti travagli. Correvano i primi giorni di aprile, quando il vicerè spedì tre galee ad occupar Nisita fuori di Napoli, immaginando che per l'importanza del posto vi accorrerebbe tosto il duca, siccome in fatti avvenne, avendo egli condotto seco circa otto mila persone. In questo mentre, cioè nella notte precedente al dì sei del suddetto aprile, usciti dai castelli don Giovanni ed esso vicerè, e quanti mai nobili erano con loro, facendo marciare in ordinanza quasi tutte le truppe spagnuole, andarono senza resistenza a prendere le porte e i posti principali della città, e spezialmente fu loro consegnato dall'Annese il torrione del Carmine, cioè la principal fortezza del popolo. In una parola pacificamente s'impadronirono di tutta la città. Qualche difesa fu fatta al palazzo dove abitava il duca, ma poco durò. Non si trovò persona che facesse la carità di bruciar la segreteria di lui, dove si trovarono tutte le corrispondenze ch'egli avea tenuto con tanti regnicoli: il che fu poi la rovina di assaissime persone. Avvisatone il Guisa, fece quanto potè per rientrare in città, ma non gli venne fatto. Però col seguito di pochi suoi fedeli si mise in viaggio alla volta di Roma. O per accidente o per tradimento, nel passar fuori d'Aversa andando a Capua, fu scoperto, perseguitato e preso. Condotto in prigione a Gaeta, venne poi trasportato in Ispagna, dove chiuso in una fortezza, ebbe quanto tempo volle per digerire le memorie ch'egli ci lasciò; e in fine, nell'anno 1652, per intercessione delprincipe di Condè, oppure delduca d'Orleans, fu rimesso in libertà. Tenne per fermo la gente savia che se ilGuisa colle parole avesse accompagnati i fatti, con istabilire la repubblica di Napoli, dove avessero avuta parte anche le altre provincie e città del regno, ed anche la nobiltà, quivi sarebbe venuto meno il dominio spagnuolo. Ma perchè egli mirava più alto, e pensava a sè stesso, non giovò al popolo e rovinò sè medesimo. Similmente se i Franzesi fossero accorsi con poderose forze, finchè il Guisa si trovava in vigore, non poteano reggere a una sì gran tempesta gli Spagnuoli per mancanza di gente e di viveri. Arrivò solamente sul principio d'agosto con una flotta numerosa di legni in quei mari il principe Tommaso di Savoia, e misesi anche ad assediar Salerno. Trovò troppo mutati gli affari, e fu forzato a ritornarsene con poco onore. Si andò poi riducendo, benchè non senza fatica, alla primiera ubbidienza il resto dello sconvolto regno di Napoli; ma si diede principio ad un'altra non lieve tragedia in quelle parti. L'usar clemenza e il perdonare per lo più non furono virtù favorite nella nazione spagnuola. Però ilconte d'Agnatevicerè, che avea ritrovato nella segreteria del duca di Guisa un arsenale di carte convincenti di fellonia e di male intelligenze chiunque non amava il governo spagnuolo, e voleva in oltre dare al popolo un esemplare gastigo della passata ribellione, stancò da lì innanzi i tribunali coll'immensa copia dei processi; infierì colle scuri e colle forche contra di chi non s'era avvisato di fuggire; e coi bandi e confischi si vendicò di chi avea saputo sottrarsi alle sue griffe. In una parola, si credè risuscitato in lui il crudele duca d'Alva flagello della Fiandra. Stesesi ancora il suo rigore contro la nobiltà, che pur tanto avea fatto in servigio della corona di Spagna. E Gennaro Annese, non ostante il merito che s'era acquistato colla corona suddetta, lasciò in fine il capo sopra di un palco. Con più moderazione e prudenza attese in questi tempi ilcardinal Trivulzioa rimettere la serenità in Palermo e nel regno di Sicilia,in guisa che potè poi rinunziarlo tutto pacificato adon Giovanni d'Austria, che a lui succedette in quel governo.

Fece orrore in quest'anno la congiura ordinata da alcuni tristi, cioè da don Giovanni Gandolfo religioso dell'ordine di san Bernardo, da Bernardo Sillano senator di Torino, e da Giovanni Antonio Gioia, contro l'innocente vita del giovinetto duca di SavoiaCarlo Emmanuele, e dimadama reale Cristinasua madre. Cercandosi chi avesse composto uno scandaloso almanacco che prediceva tragiche avventure, gastighi di ministri e morti di gran personaggi, se ne scoprì autore il suddetto religioso. Preso costui sul fine dell'anno precedente, venne poi rivelando i complici, e il nero disegno da lor fatto di estinguere il sovrano e la madre o con veleni o con fattucchierie. Erano costoro del partito dei principi Maurizio e Tommaso zii del duca. Il Sillano improvvisamente morì in prigione; ebbero il Gandolfo e il Gioia dalla giustizia il meritato fine. Fu in tal congiuntura che madama reale si vendicò del principe Tommaso. Mentre egli era impegnato nella spedizione per Napoli, ella col figlio, verso il dì 20 di giugno, fingendo una caccia, si appressò ad Ivrea, e ricevutavi dentro colle sue guardie dall'incauto governatore, con galanteria se ne impossessò, mandando a spasso la guernigion d'esso principe Tommaso. Le turbolenze del regno di Napoli dovettero cagionar dei mali umori nella vicina pontificia città di Fermo. Quivi la nobiltà per cagion dell'estrazione dei grani superflui, comandata da Roma, se la prese contro l'innocente governatore, cioè contramonsignor Uberto Maria Visconte; ed attizzata la plebe, ne avvenne che al povero prelato tolta fu la vita in quella sedizione. Accorse colà ilcardinal Montalto, che colla sua saviezza impedì il progresso nel pernicioso tumulto, finchè da lì a poco sopraggiunsemonsignor Imperialecon due mila soldati, che trovò fuggito il popolo. A molti di coloro costòla vita, o un rigoroso bando la lor crudeltà e ribellione. Rimasto vedovoFrancesco I ducadi Modena, con dispensa pontificia nel dì 12 di febbraio celebrò le sue nozze collaprincipessa Vittoria Farnese, sorella del fuduca di Parma Odoardo, e poi si preparò a fare una nuova campagna co' Franzesi nello Stato di Milano. Giunse colà per governatore sul principio di marzo ilmarchese di Caracena, cavaliere di sperimentato valore e di grande attività, che trovati i Franzesi annidati a Casal Maggiore e contorni, tosto cercò gli spedienti per cacciarli di colà. Passò egli a Cremona con quante forze potè raunare, e andò, nel dì 25 di maggio, ad impossessarsi di un'isola sul Po in faccia ad esso Casal Maggiore, e bravamente ancora ne difese il possesso contro i Franzesi. Sollecitava intanto il duca di Modena i soccorsi a lui promessi da Parigi, e facea tutti i preparamenti per uscire in campagna colle sue genti; e perchè Casal Maggiore scarseggiava di viveri, trovò maniera di farvi giugnere quattrocento sacchi di farina. Ricevuto poi ch'egli ebbe le truppe franzesi sbarcate a Lerice, ed unite colle sue, passò il Po, e andò colmaresciallo di Plessis Pralina congiugnersi colconte di Novaglies, postato in Casal Maggiore, formando un'armata di quattordici mila tra fanti e cavalli. S'erano gli Spagnuoli premuniti con un terribil trincierone lungo alquante miglia, per tener lontano da Cremona il nemico. Fu risoluto di levar tale ostacolo, e nel dì 30 di giugno s'andò all'assalto. Non lasciarono gli Spagnuoli di fare una gran difesa, ma in fine si videro costretti alla fuga, con istrage di molti di loro e perdita delle artiglierie. Qui tosto cominciò la discordia. Voleva il duca correre subito all'assedio di Cremona. Era egli general dei Francesi, non per comandar loro nelle cose d'onore, ma per ubbidire in quelle di guerra. Il maresciallo di Plessis pretendeva che si progredisse per entrar nel cuor di Milano; ma perchè tentato più diuna volta il passaggio dell'Adda non riuscì, condiscese in fine di strignere Cremona. Pontava il duca Francesco che si prendesse prima la città debole di mura; presa questa, facile sarebbe l'espugnazione del castello; e tale era ancora il sentimento dei più saggi. Ma il maresciallo si ostinò, e la volle vinta, che gli sforzi solamente si facessero contra il castello, restando intanto al Caracena libero il passo per Po a mandar gente e viveri nella città, che poi somministrava quanto occorreva al castello medesimo. Fu creduto che al maresciallo di Plessis non piacesse quell'acquisto, perchè destinato in pro del solo duca, e non della Francia; ed altri vollero ch'egli cercasse un cattivo esito a quell'impresa, per iscreditare ilcardinal Mazzarino, contra di cui tante tempeste nello stesso presente anno si svegliarono dai fazionarii in Francia.

Ma lasciando stare gli astrusi gabinetti del cuore umano, quel che è certo, con vigore fu impreso quell'assedio, e colà comparve ancora dal Piemonte con giro fatto fino sul Reggiano ilmarchese, Guido Villa, seco menando tre mila cavalli e due mila fanti, tutta gente scelta. Non mi fermerò io a descrivere gli approcci, le mine, e gli assalti, le sortite, e le altre fazioni militari ivi accadute con singola bravura d'ambe le parti, e la mirabil assistenza data dal marchese di Caracena ai difensori, che costò la morte di molta gente e di non pochi distinti uffiziali. Merita spezialmente memoria il suddetto marchese Villa nobile ferrarese, che mentre col duca di Modena e col maresciallo franzese va speculando un posto de' nemici, colpito da una palla di cannone nel dì 24 d'agosto lasciò ivi la vita: generale di chiarissimo nome, e fedelissimo alla real casa di Savoia, alla quale mancò un personaggio che in tanti fatti di guerra si era segnalato, e godeva anche il titolo di tenente generale della Francia, benchè non fosse ben veduto in tale occasionedal superbo maresciallo di Plessis. Giunsero sino alla fossa del castello gli assedianti, ma con tutti i loro sforzi non poterono mai superarla. Sopraggiunsero intanto le pioggie, le strade rotte e le difficoltà di ricevere i foraggi e le vettovaglie; laonde fu astretto l'esercito collegato a levar l'assedio, e a ritirarsi parte a Casal Maggiore e nelle vicinanze, e parte negli Stati del duca di Modena. Acquistarono nell'anno presente l'armi venete l'importante fortezza di Clissa, e si diedero a munirla con maggiori fortificazioni. Ma nel dì 7 di marzo una orribil tempesta conquassò tutta la loro armata navale. Tre galee, fra le quali la capitana e due vascelli, soccombendo al furore dei venti, s'affondarono, e fu compianta la morte di assaissimi nobili, e massimamente quella del capitan generaleGiambatista Grimani, a cui fu sostituitoLuigi Mocenigo. Impresero in quest'anno i Turchi daddovero l'assedio della città di Candia, riuscito dei più memorabili che ci abbia conservata la storia antica e moderna, dove fece maraviglie di provvidenza e valore la repubblica veneta. Nè si dee tacere che nell'anno presente, a dì 24 di ottobre, fu conchiusa in Munster la pace traFerdinando III imperadore, Lodovico XIV redi Francia, gliSvezzesie iprincipi dell'imperio: pace sommamente pregiudiciale alla religion cattolica, e favorevole ai protestanti. Ed ecco i maligni frutti di tante guerre suscitate e fomentate, per abbattere la casa d'Austria, dalle gran teste politiche de' cardinaliRichelieu e Mazzarino, cadaun de' quali niuno scrupolo si mettea, purchè soddisfacesse all'ambizione, se nello stesso tempo veniva a deprimersi il cattolicismo e ad aumentarsi il regno della eresia. Contra di questa pace protestòmonsignor Fabio Chigi, nunzio allora apostolico, che fu poi papa, e volle che si cassasse il suo nome inserito in essa. Protestò ancorapapa Innocenzo X, ma con armi di carta, che non sogliono far paura ai potenti.


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