MDCXVAnno diCristoMDCXV. IndizioneXIII.Paolo Vpapa 11.Mattiasimperadore 4.Non si sapea dar pace ilmarchese dell'Inoiosa, perchè ilduca di Savoianon avesse finora imparato a chinare il capo, parendo che la di lui resistenza e costanza nei suoi impegni tornasse in discredito della potenza ed estimazione della corte di Spagna. Fece quanti mali uffizii potè ad essa corte; e perciocchè furono intercette lettere dal re Cattolico al medesimo governator di Milano, date nel dì 2 e 20 di gennaio dell'anno presente, si vide venuto ordine da Madrid di continuar la guerra contra del duca. Queste lettere pubblicate servirono del pari a scoprire le intenzioni degli Spagnuoli, contrarie alle proteste di voler la pace, e a giustificare la necessità del duca per la propria difesa. Sul fine di marzo uscì il governatore in campagna con più di venti mila tra fanti e cavalli (altri dicono molto più), e andò ad impadronirsi di Ricoveran nelle Langhe. Ancorchè il duca non avesse che circaquindici mila combattenti (Vittorio Siri non li fa più di dieci mila), pure anche egli animosamente si portò all'assedio di Bestagno. Seguirono varie azioni calde, con danno per lo più degli Spagnuoli, finchè il duca, conoscendosi soperchiato dal numero de' nemici, si ritirò con buon ordine. Fu allora la città d'Asti minacciata d'assedio, e andò in fatti l'Inoiosa ad accamparsi in quelle parti. Perchè senza prendere il picciolo castello di Castiglione, non poteva avvicinarsi ad Asti, dopo aver battuta una brigata di Savoiardi, con pochi colpi di cannone obbligò i difensori di Castiglione a renderlo con buoni patti. Ciò fatto, il duca, per aver inteso che da Napoli, Firenze ed Urbino venivano altri rinforzi all'armata nemica, e che il governatore avea occupato San Damiano, si ritirò sotto Asti, e a vista di lui andò ancora nelle vicine colline a postarsi il governatore. Uscì un giorno il duca addosso ai Napoletani con tal vigore, che ne fece strage di trecento. A questo rumore tutto il campo spagnuolo fu in armi, e si spinse contro il duca. Non tennero saldo i suoi Svizzeri, e toccò alla cavalleria di sostener tutto il peso della battaglia. La notte separò il combattimento, nel quale tanto ilducache ilprincipe Tommasosuo figlio si segnalarono, avendo avuto il primo uccisi due cavalli sotto di lui, ed uno il figlio. Restò il campo agli Spagnuoli, ma colla perdita di mille persone, e di ottanta rimaste prigioniere. Dalla parte del duca tra morti e prigionieri se ne contarono non più di cento. Scrivono altri, che, quantunque poco sangue si spargesse, pure non poco coraggio mostrarono le milizie del duca.Allora si diede certamente principio all'assedio d'Asti, dove pretendono alcuni che il governatore avesse più di trenta mila combattenti. Seguirono poi varii fatti d'arme, e cominciò per le fatiche, per li cattivi alimenti e pel fetore degli uccisi a provarsi nelle milizie dell'Inoiosa una micidiale epidemia. Questofiero salasso, e più l'interposizione del nunzio del papa, del marchese di Rambugliet ministro di Francia, che si servì di minaccie in tal congiuntura, e degli ambasciatori d'Inghilterra e Venezia, indussero, tanto il duca che il governator di Milano, a gustar le proposizioni di un accomodamento. Nel dì 21 di giugno fu conchiuso, e poi nel dì 22 sottoscritto il trattato, per cui restò accordato agli Spagnuoli il sì desiderato puntiglio che il duca fosse il primo a dar principio al disarmamento, con far uscire d'Asti mille uomini di quella guarnigione; dopo di che l'Inoiosa ritirò di là le sue truppe. Furono rimesse al giudizio dell'imperatore le differenze delle case di Savoia e di Mantova; rimessi in grazia del duca di Mantova quei che aveano prese l'armi contra di lui; e dichiarato che, in caso di contravvenzione dalla parte degli Spagnuoli, il maresciallo Lesdisguieres colle soldatesche del Delfinato fosse tenuto a dar soccorso al duca. Disapprovò poi la corte di Madrid la condotta del marchese d'Inoiosa, e richiamatolo in Ispagna al rendimento dei conti, spedì al governo di Milano don Pietro di Toledo marchese di Villafranca, il quale non tardò a far comparire la sua ripugnanza all'esecuzion del trattato d'Asti, tanto col negar la restituzione d'Oneglia e di Marro, quanto coll'andar facendo nuove leve di gente invece di cassar le vecchie. Proponeva egli intanto al duca dei grandi vantaggi, qualora questi avesse fatto qualche atto di sommessione al re Cattolico, e si fosse gittato nelle sue braccia. Tale in questi tempi era la politica spagnuola. Nè pure il duca di Mantova Ferdinando, imboccato da essi Spagnuoli, volle sottoscrivere la suddetta pace, e fece vendere i beni del conte Guido di San Giorgio, valoroso signor Monferrino, che contra di lui avea prese l'armi. Così passò l'anno presente, con restar fra le parti una calma di apparenza e una vera segreta burrasca, ma insieme con aumentarsi il plauso alduca Carlo Emmanuele, pernon aver egli mai consentito ad atto alcuno di umiliazione vergognosa e pregiudiciale ai diritti della sua sovranità, e per essersi fatto conoscere maestro di guerra, sostenendo con forze tanto inferiori lo sforzo de' suoi avversarii: plauso nondimeno che gli costò ben caro per la desolazion de' suoi sudditi e del suo erario, senza avere acquistato un palmo di terreno.Svegliossi un altro incendio di guerra nell'anno presente fra larepubblica di Veneziae l'augustacasa d'Austria, ossia coll'arciduca Ferdinando. Per quante querele avessero fatto i Veneziani con esso arciduca per le insolenze degli Uscocchi, esercitate spezialmente nel precedente anno, e fatte calde istanze, affinchè quei masnadieri fossero allontanati da Segna e dal mare, niun buon effetto se n'era potuto vedere. Però, perduta la pazienza, tanto per mare che per terra prepararono essi Veneti maniere più efficaci per ottener colla forza quella giustizia che non potevano conseguir colla ragione. Mandarono essi alquante galee a bloccar Trieste e Fiume, e per terra genti che distrussero le saline fabbricate dai Triestini contro i patti. Ma queste genti nel ritirarsi assalite da Benvenuto Petazzi e dal capitano Daniele Francuol con assai schiere di armati austriaci, rimasero sbaragliate e trucidate in buona parte. Spedirono poscia i Veneziani nel Friuli un esercito di otto mila fanti e di due mila cavalli, che, passati nel territorio degli Austriaci, presero più di sessanta villaggi, e andarono finalmente a mettere l'assedio a Gradisca, fortezza di molta importanza sopra il fiume Lisonzo, dove era un presidio di valorosi difensori. Ma volendo essi Veneti far leva di gente in Italia, trovarono difficoltà dappertutto. Ilpapaspezialmente per le passate differenze disgustato di essi, non permise ne' suoi Stati che si arrolasse alcuno. Molto menoCesare ducadi Modena, perchè la guerra si faceva contro l'imperador suo sovrano;e perchè richiamato ilprincipe Luigi d'Estesuo secondogenito dal servigio di essi Veneti, della cavalleria de' quali era generale, non volle ubbidire, il padre arrivò capitalmente a bandirlo, ma con pensiero di assolverlo, subito che si potea, da tale disubbidienza. Così fecero gli altri principi italiani; e perciò si rivolse la repubblica a cavare dall'Albania, Dalmazia ed altri luoghi di oltramare quanta copia d'armati potè. La gente inviata sotto Gradisca era in gran parte collettizia ed inesperta nel mestier della guerra; i difensori all'incontro avvezzi alle armi e feroci; sicchè tra le vigorose sortite di essi, e gli assalti infelicemente dati dai Veneti, convenne ritirarsi dall'assedio. E tanto più, perchè il nunzio del papa, il gran duca di Toscana e il duca di Mantova s'interposero per trattar di pace: al che si adoperava anche il governator di Milano, tutto che gli fosse venuto ordine di Spagna di dare assistenza agli Austriaci contra de' Veneziani. Entrò poscia la mortalità nel campo veneto, per cui restò notabilmente sminuito; contuttociò riuscì al provveditor Foscarini e all'Erizzo altro provveditore d'impadronirsi di Chiavaretto, Luciniso, Fara e d'altri luoghi. Poco poi stettero ad ingrossarsi gli Austriaci, che non solamente ripulsarono i Veneti, ma misero anche a ferro e fuoco un gran tratto del loro paese, con declinare ogni dì più la fortuna dell'armi venete. Mancò di vita in questi tempiMarcantonio Memodoge di Venezia, e nel novembre fu a lui sostituito Giovanni Bembo, personaggio di gran merito in età di ottant'anni.
Non si sapea dar pace ilmarchese dell'Inoiosa, perchè ilduca di Savoianon avesse finora imparato a chinare il capo, parendo che la di lui resistenza e costanza nei suoi impegni tornasse in discredito della potenza ed estimazione della corte di Spagna. Fece quanti mali uffizii potè ad essa corte; e perciocchè furono intercette lettere dal re Cattolico al medesimo governator di Milano, date nel dì 2 e 20 di gennaio dell'anno presente, si vide venuto ordine da Madrid di continuar la guerra contra del duca. Queste lettere pubblicate servirono del pari a scoprire le intenzioni degli Spagnuoli, contrarie alle proteste di voler la pace, e a giustificare la necessità del duca per la propria difesa. Sul fine di marzo uscì il governatore in campagna con più di venti mila tra fanti e cavalli (altri dicono molto più), e andò ad impadronirsi di Ricoveran nelle Langhe. Ancorchè il duca non avesse che circaquindici mila combattenti (Vittorio Siri non li fa più di dieci mila), pure anche egli animosamente si portò all'assedio di Bestagno. Seguirono varie azioni calde, con danno per lo più degli Spagnuoli, finchè il duca, conoscendosi soperchiato dal numero de' nemici, si ritirò con buon ordine. Fu allora la città d'Asti minacciata d'assedio, e andò in fatti l'Inoiosa ad accamparsi in quelle parti. Perchè senza prendere il picciolo castello di Castiglione, non poteva avvicinarsi ad Asti, dopo aver battuta una brigata di Savoiardi, con pochi colpi di cannone obbligò i difensori di Castiglione a renderlo con buoni patti. Ciò fatto, il duca, per aver inteso che da Napoli, Firenze ed Urbino venivano altri rinforzi all'armata nemica, e che il governatore avea occupato San Damiano, si ritirò sotto Asti, e a vista di lui andò ancora nelle vicine colline a postarsi il governatore. Uscì un giorno il duca addosso ai Napoletani con tal vigore, che ne fece strage di trecento. A questo rumore tutto il campo spagnuolo fu in armi, e si spinse contro il duca. Non tennero saldo i suoi Svizzeri, e toccò alla cavalleria di sostener tutto il peso della battaglia. La notte separò il combattimento, nel quale tanto ilducache ilprincipe Tommasosuo figlio si segnalarono, avendo avuto il primo uccisi due cavalli sotto di lui, ed uno il figlio. Restò il campo agli Spagnuoli, ma colla perdita di mille persone, e di ottanta rimaste prigioniere. Dalla parte del duca tra morti e prigionieri se ne contarono non più di cento. Scrivono altri, che, quantunque poco sangue si spargesse, pure non poco coraggio mostrarono le milizie del duca.
Allora si diede certamente principio all'assedio d'Asti, dove pretendono alcuni che il governatore avesse più di trenta mila combattenti. Seguirono poi varii fatti d'arme, e cominciò per le fatiche, per li cattivi alimenti e pel fetore degli uccisi a provarsi nelle milizie dell'Inoiosa una micidiale epidemia. Questofiero salasso, e più l'interposizione del nunzio del papa, del marchese di Rambugliet ministro di Francia, che si servì di minaccie in tal congiuntura, e degli ambasciatori d'Inghilterra e Venezia, indussero, tanto il duca che il governator di Milano, a gustar le proposizioni di un accomodamento. Nel dì 21 di giugno fu conchiuso, e poi nel dì 22 sottoscritto il trattato, per cui restò accordato agli Spagnuoli il sì desiderato puntiglio che il duca fosse il primo a dar principio al disarmamento, con far uscire d'Asti mille uomini di quella guarnigione; dopo di che l'Inoiosa ritirò di là le sue truppe. Furono rimesse al giudizio dell'imperatore le differenze delle case di Savoia e di Mantova; rimessi in grazia del duca di Mantova quei che aveano prese l'armi contra di lui; e dichiarato che, in caso di contravvenzione dalla parte degli Spagnuoli, il maresciallo Lesdisguieres colle soldatesche del Delfinato fosse tenuto a dar soccorso al duca. Disapprovò poi la corte di Madrid la condotta del marchese d'Inoiosa, e richiamatolo in Ispagna al rendimento dei conti, spedì al governo di Milano don Pietro di Toledo marchese di Villafranca, il quale non tardò a far comparire la sua ripugnanza all'esecuzion del trattato d'Asti, tanto col negar la restituzione d'Oneglia e di Marro, quanto coll'andar facendo nuove leve di gente invece di cassar le vecchie. Proponeva egli intanto al duca dei grandi vantaggi, qualora questi avesse fatto qualche atto di sommessione al re Cattolico, e si fosse gittato nelle sue braccia. Tale in questi tempi era la politica spagnuola. Nè pure il duca di Mantova Ferdinando, imboccato da essi Spagnuoli, volle sottoscrivere la suddetta pace, e fece vendere i beni del conte Guido di San Giorgio, valoroso signor Monferrino, che contra di lui avea prese l'armi. Così passò l'anno presente, con restar fra le parti una calma di apparenza e una vera segreta burrasca, ma insieme con aumentarsi il plauso alduca Carlo Emmanuele, pernon aver egli mai consentito ad atto alcuno di umiliazione vergognosa e pregiudiciale ai diritti della sua sovranità, e per essersi fatto conoscere maestro di guerra, sostenendo con forze tanto inferiori lo sforzo de' suoi avversarii: plauso nondimeno che gli costò ben caro per la desolazion de' suoi sudditi e del suo erario, senza avere acquistato un palmo di terreno.
Svegliossi un altro incendio di guerra nell'anno presente fra larepubblica di Veneziae l'augustacasa d'Austria, ossia coll'arciduca Ferdinando. Per quante querele avessero fatto i Veneziani con esso arciduca per le insolenze degli Uscocchi, esercitate spezialmente nel precedente anno, e fatte calde istanze, affinchè quei masnadieri fossero allontanati da Segna e dal mare, niun buon effetto se n'era potuto vedere. Però, perduta la pazienza, tanto per mare che per terra prepararono essi Veneti maniere più efficaci per ottener colla forza quella giustizia che non potevano conseguir colla ragione. Mandarono essi alquante galee a bloccar Trieste e Fiume, e per terra genti che distrussero le saline fabbricate dai Triestini contro i patti. Ma queste genti nel ritirarsi assalite da Benvenuto Petazzi e dal capitano Daniele Francuol con assai schiere di armati austriaci, rimasero sbaragliate e trucidate in buona parte. Spedirono poscia i Veneziani nel Friuli un esercito di otto mila fanti e di due mila cavalli, che, passati nel territorio degli Austriaci, presero più di sessanta villaggi, e andarono finalmente a mettere l'assedio a Gradisca, fortezza di molta importanza sopra il fiume Lisonzo, dove era un presidio di valorosi difensori. Ma volendo essi Veneti far leva di gente in Italia, trovarono difficoltà dappertutto. Ilpapaspezialmente per le passate differenze disgustato di essi, non permise ne' suoi Stati che si arrolasse alcuno. Molto menoCesare ducadi Modena, perchè la guerra si faceva contro l'imperador suo sovrano;e perchè richiamato ilprincipe Luigi d'Estesuo secondogenito dal servigio di essi Veneti, della cavalleria de' quali era generale, non volle ubbidire, il padre arrivò capitalmente a bandirlo, ma con pensiero di assolverlo, subito che si potea, da tale disubbidienza. Così fecero gli altri principi italiani; e perciò si rivolse la repubblica a cavare dall'Albania, Dalmazia ed altri luoghi di oltramare quanta copia d'armati potè. La gente inviata sotto Gradisca era in gran parte collettizia ed inesperta nel mestier della guerra; i difensori all'incontro avvezzi alle armi e feroci; sicchè tra le vigorose sortite di essi, e gli assalti infelicemente dati dai Veneti, convenne ritirarsi dall'assedio. E tanto più, perchè il nunzio del papa, il gran duca di Toscana e il duca di Mantova s'interposero per trattar di pace: al che si adoperava anche il governator di Milano, tutto che gli fosse venuto ordine di Spagna di dare assistenza agli Austriaci contra de' Veneziani. Entrò poscia la mortalità nel campo veneto, per cui restò notabilmente sminuito; contuttociò riuscì al provveditor Foscarini e all'Erizzo altro provveditore d'impadronirsi di Chiavaretto, Luciniso, Fara e d'altri luoghi. Poco poi stettero ad ingrossarsi gli Austriaci, che non solamente ripulsarono i Veneti, ma misero anche a ferro e fuoco un gran tratto del loro paese, con declinare ogni dì più la fortuna dell'armi venete. Mancò di vita in questi tempiMarcantonio Memodoge di Venezia, e nel novembre fu a lui sostituito Giovanni Bembo, personaggio di gran merito in età di ottant'anni.