MDCXXVAnno diCristoMDCXXV. IndizioneVIII.Urbano VIIIpapa 3.Ferdinando IIimperadore 7.Si celebrò in quest'anno il giubileo della santa Chiesa romana, intimato da papaUrbano VIII; ma non vi si mirò il gran concorso de' pellegrini divoti, come in altri precedenti. La pestilenza insorta in Palermo ed altri luoghi della Sicilia facea quivi terribile strage, e sommo spavento eziandio recava all'Italia. Oltre a ciò, le turbolenze della Valtellina, e un fiero temporale insorto contra della repubblica di Genova, intorbidavano in questi tempi la quiete della Lombardia e dei circonvicini paesi: tutti ostacoli alla divozione pellegrinatoria de' fedeli. Si videro nondimeno comparire a Roma in sì pia congiunturaUladislao principedi Polonia, figlio dell'invittore Sigismondotrionfatore de' Turchi, e poscia l'arciduca Leopoldo, i quali dal pontefice riceverono ogni maggior contrassegno di stima e di affetto. Poco godè dell'illustre sua dignitàFrancesco Contarinodoge di Venezia, perchè fu in quest'anno rapito dalla morte, ed ebbe per successoreGiovanni Cornaro. Concepì speranze di grandi vantaggi il cattolicismo per le nozze diCarlo I redella Gran Bretagna (il cui padreGiacomo Stuardo reera dianzi nel mese di aprile mancato di vita) celebrate nel mese di luglio conEnrichetta principessasorella diLodovico XIIIre di Francia: ma queste speranze col tempo si ridussero a sole foglie e fiori. Nè si dee tacere per gloria di uno de' gran capitani, figli dell'Italia, che avendoAmbrosio Spinola, generale dell'armi spagnuole in Fiandra, nel mese d'agosto del precedente anno, assediata Bredà, piazza pel sito e per le innumerabili fortificazioni creduta inespugnabile, in vicinanza del mare e di Anversa, gli riuscì di rendersene padrone nel dì 5 di giugno dell'anno presente. Celebre sopra modo fu quell'assedio, incredibile l'industria,il senno e la costanza dello Spinola in sostener quell'impresa contro tutti gli sforzi dell'Inghilterra e di Maurizio di Nassau principe Oranges e generale degli Olandesi, che appunto finì i suoi giorni sul principio di maggio del presente anno, lasciando fama di essere stato uno de' primi guerrieri del suo tempo.Qualche azion militare si fece in questi giorni anche nella Valtellina, ma di sì poco rilievo, che non occorre farne menzione. Ilduca di Feriagovernator di Milano avea già in pronto un sufficiente esercito, che servì a frastornare ogni ulterior progresso de' Franzesi e Veneti in quelle parti. Avrebbe egli anche potuto far di più, se non fosse stato costretto a tener gli occhi aperti ad un maggior temporale che scoppiò contro i Genovesi. Era riuscito, siccome dicemmo, aCarlo Emmanueleduca di Savoia d'ubbriacare i Franzesi colla da lui rappresentata agevolissima conquista di Genova, rappresentando quella città tanto illustre e ricchissima ormai invecchiata e sopita nell'ozio, infiacchita nelle delizie, sprovveduta di fortificazioni moderne e di soldatesche, con supporre ancora ai medesimi, e non senza ragione, di tener buone intelligenze con alcuni malcontenti nel cuore della medesima città. Perciò, come se avessero in pugno la preda, con alcune capitolazioni la spartirono fra loro; anzi fecero i conti fin d'allora sullo Stato di Milano, sul Monferrato, sulla Corsica, formando varii patti di divisione: che di tali magnifiche idee era mirabilmente fornito l'animo grande di esso duca. Avea la corte di Francia a questo fine fatto un trattato cogli Olandesi, che s'impegnarono d'inviare venti grossi vascelli ben corredati in rinforzo dell'armi di Savoia. Le galee ancora e i galeoni di Francia, benchè solamente i fusti, e senza inalberarvi lo stendardo reale, doveano servire al duca, e il contestabile di Lesdiguieres come ausiliario assistergli con grosso nerbo di gente, pretendendo con ciò di non far guerra dichiarata: tele diragno, colle quali vanno anche oggidì i principi del mondo coprendo gli ambiziosi loro disegni. Non concorsero i Veneziani collegati in questa diversione, anzi positivamente la riprovarono; e se pure si volea far guerra, la desideravano contro lo Stato di Milano: cotanto si trovavano ora mal soddisfatti delle due potenti case d'Austria. Fatta dunque nel dì 4 di marzo in Asti la rassegna generale delle truppe franzesi e savoiarde, si trovò ascendere quell'armata a venti quattro mila fanti e tre mila cavalli con buon treno di artiglieria. A sì feroce insulto poco si trovavano preparati i Genovesi, perchè niun giusto motivo nè dalla parte della Francia, nè da quella di Savoia appariva di muoversi alla loro rovina: senza riflettere che ai conquistatori non mancano mai pretesti per far guerra ai vicini; e che se un confinante s'arma, s'ha sempre a temere. E quantunque sorgessero sospetti che contro di loro si disponesse la danza, pure non voleano prestar fede a chi gli assicurava della trama ordita; e però lentamente procederono ad armarsi, e a raunar genti, viveri e danari per una gagliarda resistenza; finchè, veduto vicino il nembo, si svegliarono. Allora fu che si diedero a tempestare il duca di Feria in Milano, e il re CattolicoFilippo IVper poderosi aiuti, facendo con facilità conoscere quanto comune fosse la causa. Perduta Genova, era perduto lo Stato di Milano. Parimente fecero istanze ai lor corrispondenti di Spagna per soccorso di pecunia, e questi non mancarono d'inviarne dipoi in gran copia. Intanto si dilatò lo sbigottimento nella città; e dappoichè si vide muoversi a quella volta il torrente, vennero non pochi al disperato consiglio di abbandonar tutta la riviera di Ponente e il di qua dall'Apennino, per ritirar tutte le forze alla difesa del cuore. Ma prevalse il sentimento di Gian-Girolamo Doria, capitan vecchio e di sperienza, e di Carlo Doria duca di Tursis, e di altri più saggie coraggiosi, che si sostenesse la città di Savona, e si armassero i passi di Gavi e di Rossiglione, per trattenere, il più che fosse possibile, lungi da Genova quell'impetuosa tempesta.Entrò dunque l'esercito collegato dalla parte di Novi nel Genovesato, e gli si arrenderono varii luoghi. Ilduca di Savoia, il principe di Piemonte Vittorio Amedeo suo figlioeLesdiguieresin varii siti di qua dall'Apennino fecero sì grande empito, che sconfissero nel giorno di giovedì santo le truppe genovesi a Rossiglione, e poscia diedero una rotta maggiore ad esse genti ad Ottaggio: disgrazie che accrebbero forte lo spavento in Genova, e insieme lo sdegno contra del duca, incredibilmente per altri motivi odiato da loro. Si rincorarono poscia alquanto gli animi per l'arrivo colà di Lodovico Guasco con due mila fanti e ducento cavalli, spediti per le vie di Levante in loro aiuto. Ottaggio intanto fu preso, e dato a sacco, e rimasero prigionieri i difensori. In quelle parti vi restava ancora Gavi da espugnare, ma non si durò fatica a prendere quella terra col castello. Gran dispareri poscia seguirono fra il duca e Lesdiguieres. Pieno di fuoco e di speranze il primo, insisteva che si marciasse a dirittura a Genova; laddove l'altro, considerando le forze e la gran popolazione di quella città, e di che sia capace l'amore della libertà; e riflettendo a ciò che potea avvenire, se il duca di Feria dalla parte di Milano con assai schiere da lui allestite venisse a tagliar la comunicazione colla Lombardia, e se inoltre sopraggiugnessero per mare i soccorsi aspettati in Genova da Napoli e Sicilia; ripugnò a tal risoluzione. Il perchè dal duca fu spedito il principe di Piemonte ad occupar la riviera di Ponente, frutto che dovea a lui restare di questa guerra. Andò egli; colla forza si impadronì della ricca terra della Pieva, dove tutti corsero al saccheggio: ricuperò Oneglia, terra sua poco prima occupata dai Genovesi; e vennero poscia allesue mani la città di Albenga e Ventimiglia, e le terre di Alassio, Porto Maurizio, San Remo, Loano, Castel Diano, in una parola, tutta la suddetta riviera, cominciando dal Finale sino a Villafranca per lo spazio di sessanta miglia. Non dimenticarono i vittoriosi soldati di far quanto spoglio poterono in quelle parti. Continuava nulladimeno il duca nel disegno di passar sotto Genova; al qual fine facea di gran preparativi: ed essendosi impossessato di Savignone, sei miglia vicino alla città, se l'aspettavano a momenti i Genovesi sotto le mura. Giunse a tempo a calmare la costernazione di quel popolo una galea che di Spagna recava un milione di ducati d'oro, e ne sopraggiunsero poi altre che condussero di colà (per quanto fu detto) sei altri milioni, spettanti ai privati Genovesi, ma somministrati al bisogno della repubblica. Quel nondimeno che maggiormente fece dar bando al timore, fu che il cavalier Pecchio arrivò a Genova con circa tre mila fanti dei terzi di Modena e Parma, inviati dal duca di Feria. In quei mari ancora comparve il marchese di Santa Croce con trentatrè galee di Spagna, sopra le quali erano quasi quattro mila fanti, la maggior parte gente veterana. Da Napoli vennero alcuni galeoni con mille e cinquecento uomini, e le galee di Sicilia con secento Spagnuoli, e parimente il marchese di Bozzolo con ottocento fanti e ducento cavalli, condotto da quella repubblica: con che si trovò aver già in pronto i Genovesi un'armata di circa dodici mila fanti.Contuttociò fu creduto in Genova miglior consiglio di nulla azzardare, se prima non usciva in campagna il duca di Feria. I soli popoli della Pozzevera infestavano il campo gallo-savoiardo, e giunsero ad assediare in Savignone il principe di Piemonte, che fu liberato dal padre. Erano in questo mentre le forze principali dello Stato di Milano impiegate nella difesa di Riva, luogo vilissimo sul lago di Chiavenna, ma ben fortificatodal governator di Milano. Al comando di esse stava il conte Giovanni Serbellone, che varie pruove diede in ributtare il marchese di Coeuvres, ito più volte, ma indarno, ad assalire quel sito. Tante nondimeno furono le istanze de' Genovesi, che il Feria passò infine con quante genti potè raunare a Pavia, e intanto andarono giugnendo in Lombardia i Tedeschi, assoldati specialmente coll'oro de' Genovesi. Se si ha da credere al Capriata, erano circa sedici mila combattenti, comandati dal barone di Pappenaim, e dai conti di Solm e di Scultz, ed inoltre non poche squadre di cavalleria feroce, venuta dalla Polonia e Croazia, che, unita ai Lombardi e Napoletani, ascendeva a cinque mila cavalli. Mossesi allora il duca di Feria da Pavia con passare ad Alessandria, e al movimento suo cominciarono ad eclissar le glorie efimere del nemico esercito; e tanto più perchè erano cresciute le gare e diffidenze fra il duca di Savoia e il contestabile Lesdiguieres, sospettato, probabilmente senza ragione, corrotto dai regali segreti dei Genovesi. Ritiraronsi dunque i Gallo-Savoiardi fuori dello Stato di Genova, inseguiti sempre dal Feria, che volò ad impadronirsi della città d'Acqui, dove fu ritrovato un magazzino di viveri e munizioni, e la guardaroba del duca di Savoia con ricchi arredi, argenterie e livree, colle quali si sparse voce che egli pensasse di far la sua pomposa entrata nella debellata città di Genova. Grande onore acquistò in tal congiuntura il principe Vittorio Amedeo, perchè, inseguito dagli Spagnuoli, con buon ordine e bravura ridusse in salvo tutte le genti ed artiglierie.Ricuperarono intanto i Genovesi Gavi e Novi, e gli altri posti di qua dall'Apennino, con cogliere in Gavi molti pezzi d'artiglieria del duca di Savoia. Similmente il marchese di Santa Croce colle galee per mare, e con otto mila fanti e due compagnie di cavalleria per terra, si portò a liberar la riviera di Ponentedai nemici. In poche settimane tornarono all'ubbidienza della repubblica Albenga, Ventimiglia e tutte le altre terre di quelle parti. Nè di ciò contenta quell'armata, passò ad assediar Ormea, terra del duca, con prendere a forza d'armi non meno essa che il castello. Seguì ivi grande effusione di sangue, e tutto andò a sacco. Da questo esempio sgomentati quei di Garessio e di Bignasco, inviarono le chiavi al Santa Croce. Mentre tali imprese si faceano nella Riviera, il duca di Feria, bramoso di qualche fatto glorioso, si portò all'assedio della fortezza di Verrua, considerabile allora per la situazione sua, ma non già per regolate fortificazioni; vi passò nondimeno con tale lentezza, che diede tempo al duca di Savoia di gittarsi in Crescentino, e di spingere un buon rinforzo di gente in quella piazza, di farvi alcuni trincieramenti, e di fabbricare dipoi un ponte, che congiugneva Crescentino con Verrua: ponte due volte rotto dagli Spagnuoli, e sempre rifatto dall'intrepido duca Carlo Emmanuele. Per quanti sforzi facesse dipoi il Feria sotto Verrua, tutti riuscirono vani; laonde, accostandosi il verno, e ricevuta nuova che fossero calati in Piemonte sei mila Franzesi, giudicò meglio il ritirarsi, che di lasciar ivi a repentaglio gente ed onore. Ed ecco dove andò a terminare sì strepitoso fenomeno, senza alcun frutto, e solo con danno per parte del duca di Savoia, e con ignominia dal canto dei Franzesi, che sì leggermente entrarono in questo impegno, e poi lasciarono il duca in ballo senza soccorrerlo colla flotta del duca di Guisa, e con valersi in proprio servizio dei venti vascelli olandesi, già promessi per l'Italia. Si aggiunse, aver preteso nello stesso tempo di metter eglino i presidii nelle terre che si andavano occupando. In somma poco conto per lo più truovano gli altri animali in voler far lega col lione.Al ponteficeUrbano VIIIsommamente dispiacevano queste funeste brighe in Italia; laonde, per troncarne il corso, e massimamente per impedire, se era possibile,che non venissero ad un'aperta rottura le corone di Francia e di Spagna, determinò d'inviare a Parigi una maestosa legazione; e fu scelto per essa ilcardinal Francesco Barberinisuo nipote, assai giovane di età, ma non di senno, ed anche assistito dai prelati veterani nelle faccende del mondo. Giunto egli colà nel mese di maggio, rinnovò i risentimenti per l'affronto fatto all'armi della Chiesa nella Valtellina, chiedendone il risarcimento; propose una sospension d'armi in Italia, e a tutto suo potere seminò consigli di pace. Finezze e dimostrazioni di stima non mancarono al legato; ma per conto dei suoi negoziati, si trovò egli tanto inviluppato dagli artifizii di quella corte, che finalmente sul fine dell'anno, veggendo andarvi del suo decoro nel continuare in sì disutile impiego, si partì da Parigi, e tornossene poco contento a Roma. Disgustato per questo il pontefice, parve disposto a voler far prova della sua bravura nell'anno seguente, con assoldare infatti sei mila fanti e cinquecento cavalli per rientrare nella Valtellina. Poca durata ebbe poi questo fuoco, tra perchè s'intrecciarono varii privati disegni dell'ingrandimento della propria casa, e perch'egli penetrò, siccome diremo, gli occulti matteggi delle due corone, per venire senza di lui alla concordia. Prosperarono cotanto in quest'anno non meno in Ungheria che in Germania gli affari diFerdinando IIimperadore, che ottenne di far coronare re d'Ungheria il suo figlioFerdinando III.
Si celebrò in quest'anno il giubileo della santa Chiesa romana, intimato da papaUrbano VIII; ma non vi si mirò il gran concorso de' pellegrini divoti, come in altri precedenti. La pestilenza insorta in Palermo ed altri luoghi della Sicilia facea quivi terribile strage, e sommo spavento eziandio recava all'Italia. Oltre a ciò, le turbolenze della Valtellina, e un fiero temporale insorto contra della repubblica di Genova, intorbidavano in questi tempi la quiete della Lombardia e dei circonvicini paesi: tutti ostacoli alla divozione pellegrinatoria de' fedeli. Si videro nondimeno comparire a Roma in sì pia congiunturaUladislao principedi Polonia, figlio dell'invittore Sigismondotrionfatore de' Turchi, e poscia l'arciduca Leopoldo, i quali dal pontefice riceverono ogni maggior contrassegno di stima e di affetto. Poco godè dell'illustre sua dignitàFrancesco Contarinodoge di Venezia, perchè fu in quest'anno rapito dalla morte, ed ebbe per successoreGiovanni Cornaro. Concepì speranze di grandi vantaggi il cattolicismo per le nozze diCarlo I redella Gran Bretagna (il cui padreGiacomo Stuardo reera dianzi nel mese di aprile mancato di vita) celebrate nel mese di luglio conEnrichetta principessasorella diLodovico XIIIre di Francia: ma queste speranze col tempo si ridussero a sole foglie e fiori. Nè si dee tacere per gloria di uno de' gran capitani, figli dell'Italia, che avendoAmbrosio Spinola, generale dell'armi spagnuole in Fiandra, nel mese d'agosto del precedente anno, assediata Bredà, piazza pel sito e per le innumerabili fortificazioni creduta inespugnabile, in vicinanza del mare e di Anversa, gli riuscì di rendersene padrone nel dì 5 di giugno dell'anno presente. Celebre sopra modo fu quell'assedio, incredibile l'industria,il senno e la costanza dello Spinola in sostener quell'impresa contro tutti gli sforzi dell'Inghilterra e di Maurizio di Nassau principe Oranges e generale degli Olandesi, che appunto finì i suoi giorni sul principio di maggio del presente anno, lasciando fama di essere stato uno de' primi guerrieri del suo tempo.
Qualche azion militare si fece in questi giorni anche nella Valtellina, ma di sì poco rilievo, che non occorre farne menzione. Ilduca di Feriagovernator di Milano avea già in pronto un sufficiente esercito, che servì a frastornare ogni ulterior progresso de' Franzesi e Veneti in quelle parti. Avrebbe egli anche potuto far di più, se non fosse stato costretto a tener gli occhi aperti ad un maggior temporale che scoppiò contro i Genovesi. Era riuscito, siccome dicemmo, aCarlo Emmanueleduca di Savoia d'ubbriacare i Franzesi colla da lui rappresentata agevolissima conquista di Genova, rappresentando quella città tanto illustre e ricchissima ormai invecchiata e sopita nell'ozio, infiacchita nelle delizie, sprovveduta di fortificazioni moderne e di soldatesche, con supporre ancora ai medesimi, e non senza ragione, di tener buone intelligenze con alcuni malcontenti nel cuore della medesima città. Perciò, come se avessero in pugno la preda, con alcune capitolazioni la spartirono fra loro; anzi fecero i conti fin d'allora sullo Stato di Milano, sul Monferrato, sulla Corsica, formando varii patti di divisione: che di tali magnifiche idee era mirabilmente fornito l'animo grande di esso duca. Avea la corte di Francia a questo fine fatto un trattato cogli Olandesi, che s'impegnarono d'inviare venti grossi vascelli ben corredati in rinforzo dell'armi di Savoia. Le galee ancora e i galeoni di Francia, benchè solamente i fusti, e senza inalberarvi lo stendardo reale, doveano servire al duca, e il contestabile di Lesdiguieres come ausiliario assistergli con grosso nerbo di gente, pretendendo con ciò di non far guerra dichiarata: tele diragno, colle quali vanno anche oggidì i principi del mondo coprendo gli ambiziosi loro disegni. Non concorsero i Veneziani collegati in questa diversione, anzi positivamente la riprovarono; e se pure si volea far guerra, la desideravano contro lo Stato di Milano: cotanto si trovavano ora mal soddisfatti delle due potenti case d'Austria. Fatta dunque nel dì 4 di marzo in Asti la rassegna generale delle truppe franzesi e savoiarde, si trovò ascendere quell'armata a venti quattro mila fanti e tre mila cavalli con buon treno di artiglieria. A sì feroce insulto poco si trovavano preparati i Genovesi, perchè niun giusto motivo nè dalla parte della Francia, nè da quella di Savoia appariva di muoversi alla loro rovina: senza riflettere che ai conquistatori non mancano mai pretesti per far guerra ai vicini; e che se un confinante s'arma, s'ha sempre a temere. E quantunque sorgessero sospetti che contro di loro si disponesse la danza, pure non voleano prestar fede a chi gli assicurava della trama ordita; e però lentamente procederono ad armarsi, e a raunar genti, viveri e danari per una gagliarda resistenza; finchè, veduto vicino il nembo, si svegliarono. Allora fu che si diedero a tempestare il duca di Feria in Milano, e il re CattolicoFilippo IVper poderosi aiuti, facendo con facilità conoscere quanto comune fosse la causa. Perduta Genova, era perduto lo Stato di Milano. Parimente fecero istanze ai lor corrispondenti di Spagna per soccorso di pecunia, e questi non mancarono d'inviarne dipoi in gran copia. Intanto si dilatò lo sbigottimento nella città; e dappoichè si vide muoversi a quella volta il torrente, vennero non pochi al disperato consiglio di abbandonar tutta la riviera di Ponente e il di qua dall'Apennino, per ritirar tutte le forze alla difesa del cuore. Ma prevalse il sentimento di Gian-Girolamo Doria, capitan vecchio e di sperienza, e di Carlo Doria duca di Tursis, e di altri più saggie coraggiosi, che si sostenesse la città di Savona, e si armassero i passi di Gavi e di Rossiglione, per trattenere, il più che fosse possibile, lungi da Genova quell'impetuosa tempesta.
Entrò dunque l'esercito collegato dalla parte di Novi nel Genovesato, e gli si arrenderono varii luoghi. Ilduca di Savoia, il principe di Piemonte Vittorio Amedeo suo figlioeLesdiguieresin varii siti di qua dall'Apennino fecero sì grande empito, che sconfissero nel giorno di giovedì santo le truppe genovesi a Rossiglione, e poscia diedero una rotta maggiore ad esse genti ad Ottaggio: disgrazie che accrebbero forte lo spavento in Genova, e insieme lo sdegno contra del duca, incredibilmente per altri motivi odiato da loro. Si rincorarono poscia alquanto gli animi per l'arrivo colà di Lodovico Guasco con due mila fanti e ducento cavalli, spediti per le vie di Levante in loro aiuto. Ottaggio intanto fu preso, e dato a sacco, e rimasero prigionieri i difensori. In quelle parti vi restava ancora Gavi da espugnare, ma non si durò fatica a prendere quella terra col castello. Gran dispareri poscia seguirono fra il duca e Lesdiguieres. Pieno di fuoco e di speranze il primo, insisteva che si marciasse a dirittura a Genova; laddove l'altro, considerando le forze e la gran popolazione di quella città, e di che sia capace l'amore della libertà; e riflettendo a ciò che potea avvenire, se il duca di Feria dalla parte di Milano con assai schiere da lui allestite venisse a tagliar la comunicazione colla Lombardia, e se inoltre sopraggiugnessero per mare i soccorsi aspettati in Genova da Napoli e Sicilia; ripugnò a tal risoluzione. Il perchè dal duca fu spedito il principe di Piemonte ad occupar la riviera di Ponente, frutto che dovea a lui restare di questa guerra. Andò egli; colla forza si impadronì della ricca terra della Pieva, dove tutti corsero al saccheggio: ricuperò Oneglia, terra sua poco prima occupata dai Genovesi; e vennero poscia allesue mani la città di Albenga e Ventimiglia, e le terre di Alassio, Porto Maurizio, San Remo, Loano, Castel Diano, in una parola, tutta la suddetta riviera, cominciando dal Finale sino a Villafranca per lo spazio di sessanta miglia. Non dimenticarono i vittoriosi soldati di far quanto spoglio poterono in quelle parti. Continuava nulladimeno il duca nel disegno di passar sotto Genova; al qual fine facea di gran preparativi: ed essendosi impossessato di Savignone, sei miglia vicino alla città, se l'aspettavano a momenti i Genovesi sotto le mura. Giunse a tempo a calmare la costernazione di quel popolo una galea che di Spagna recava un milione di ducati d'oro, e ne sopraggiunsero poi altre che condussero di colà (per quanto fu detto) sei altri milioni, spettanti ai privati Genovesi, ma somministrati al bisogno della repubblica. Quel nondimeno che maggiormente fece dar bando al timore, fu che il cavalier Pecchio arrivò a Genova con circa tre mila fanti dei terzi di Modena e Parma, inviati dal duca di Feria. In quei mari ancora comparve il marchese di Santa Croce con trentatrè galee di Spagna, sopra le quali erano quasi quattro mila fanti, la maggior parte gente veterana. Da Napoli vennero alcuni galeoni con mille e cinquecento uomini, e le galee di Sicilia con secento Spagnuoli, e parimente il marchese di Bozzolo con ottocento fanti e ducento cavalli, condotto da quella repubblica: con che si trovò aver già in pronto i Genovesi un'armata di circa dodici mila fanti.
Contuttociò fu creduto in Genova miglior consiglio di nulla azzardare, se prima non usciva in campagna il duca di Feria. I soli popoli della Pozzevera infestavano il campo gallo-savoiardo, e giunsero ad assediare in Savignone il principe di Piemonte, che fu liberato dal padre. Erano in questo mentre le forze principali dello Stato di Milano impiegate nella difesa di Riva, luogo vilissimo sul lago di Chiavenna, ma ben fortificatodal governator di Milano. Al comando di esse stava il conte Giovanni Serbellone, che varie pruove diede in ributtare il marchese di Coeuvres, ito più volte, ma indarno, ad assalire quel sito. Tante nondimeno furono le istanze de' Genovesi, che il Feria passò infine con quante genti potè raunare a Pavia, e intanto andarono giugnendo in Lombardia i Tedeschi, assoldati specialmente coll'oro de' Genovesi. Se si ha da credere al Capriata, erano circa sedici mila combattenti, comandati dal barone di Pappenaim, e dai conti di Solm e di Scultz, ed inoltre non poche squadre di cavalleria feroce, venuta dalla Polonia e Croazia, che, unita ai Lombardi e Napoletani, ascendeva a cinque mila cavalli. Mossesi allora il duca di Feria da Pavia con passare ad Alessandria, e al movimento suo cominciarono ad eclissar le glorie efimere del nemico esercito; e tanto più perchè erano cresciute le gare e diffidenze fra il duca di Savoia e il contestabile Lesdiguieres, sospettato, probabilmente senza ragione, corrotto dai regali segreti dei Genovesi. Ritiraronsi dunque i Gallo-Savoiardi fuori dello Stato di Genova, inseguiti sempre dal Feria, che volò ad impadronirsi della città d'Acqui, dove fu ritrovato un magazzino di viveri e munizioni, e la guardaroba del duca di Savoia con ricchi arredi, argenterie e livree, colle quali si sparse voce che egli pensasse di far la sua pomposa entrata nella debellata città di Genova. Grande onore acquistò in tal congiuntura il principe Vittorio Amedeo, perchè, inseguito dagli Spagnuoli, con buon ordine e bravura ridusse in salvo tutte le genti ed artiglierie.
Ricuperarono intanto i Genovesi Gavi e Novi, e gli altri posti di qua dall'Apennino, con cogliere in Gavi molti pezzi d'artiglieria del duca di Savoia. Similmente il marchese di Santa Croce colle galee per mare, e con otto mila fanti e due compagnie di cavalleria per terra, si portò a liberar la riviera di Ponentedai nemici. In poche settimane tornarono all'ubbidienza della repubblica Albenga, Ventimiglia e tutte le altre terre di quelle parti. Nè di ciò contenta quell'armata, passò ad assediar Ormea, terra del duca, con prendere a forza d'armi non meno essa che il castello. Seguì ivi grande effusione di sangue, e tutto andò a sacco. Da questo esempio sgomentati quei di Garessio e di Bignasco, inviarono le chiavi al Santa Croce. Mentre tali imprese si faceano nella Riviera, il duca di Feria, bramoso di qualche fatto glorioso, si portò all'assedio della fortezza di Verrua, considerabile allora per la situazione sua, ma non già per regolate fortificazioni; vi passò nondimeno con tale lentezza, che diede tempo al duca di Savoia di gittarsi in Crescentino, e di spingere un buon rinforzo di gente in quella piazza, di farvi alcuni trincieramenti, e di fabbricare dipoi un ponte, che congiugneva Crescentino con Verrua: ponte due volte rotto dagli Spagnuoli, e sempre rifatto dall'intrepido duca Carlo Emmanuele. Per quanti sforzi facesse dipoi il Feria sotto Verrua, tutti riuscirono vani; laonde, accostandosi il verno, e ricevuta nuova che fossero calati in Piemonte sei mila Franzesi, giudicò meglio il ritirarsi, che di lasciar ivi a repentaglio gente ed onore. Ed ecco dove andò a terminare sì strepitoso fenomeno, senza alcun frutto, e solo con danno per parte del duca di Savoia, e con ignominia dal canto dei Franzesi, che sì leggermente entrarono in questo impegno, e poi lasciarono il duca in ballo senza soccorrerlo colla flotta del duca di Guisa, e con valersi in proprio servizio dei venti vascelli olandesi, già promessi per l'Italia. Si aggiunse, aver preteso nello stesso tempo di metter eglino i presidii nelle terre che si andavano occupando. In somma poco conto per lo più truovano gli altri animali in voler far lega col lione.
Al ponteficeUrbano VIIIsommamente dispiacevano queste funeste brighe in Italia; laonde, per troncarne il corso, e massimamente per impedire, se era possibile,che non venissero ad un'aperta rottura le corone di Francia e di Spagna, determinò d'inviare a Parigi una maestosa legazione; e fu scelto per essa ilcardinal Francesco Barberinisuo nipote, assai giovane di età, ma non di senno, ed anche assistito dai prelati veterani nelle faccende del mondo. Giunto egli colà nel mese di maggio, rinnovò i risentimenti per l'affronto fatto all'armi della Chiesa nella Valtellina, chiedendone il risarcimento; propose una sospension d'armi in Italia, e a tutto suo potere seminò consigli di pace. Finezze e dimostrazioni di stima non mancarono al legato; ma per conto dei suoi negoziati, si trovò egli tanto inviluppato dagli artifizii di quella corte, che finalmente sul fine dell'anno, veggendo andarvi del suo decoro nel continuare in sì disutile impiego, si partì da Parigi, e tornossene poco contento a Roma. Disgustato per questo il pontefice, parve disposto a voler far prova della sua bravura nell'anno seguente, con assoldare infatti sei mila fanti e cinquecento cavalli per rientrare nella Valtellina. Poca durata ebbe poi questo fuoco, tra perchè s'intrecciarono varii privati disegni dell'ingrandimento della propria casa, e perch'egli penetrò, siccome diremo, gli occulti matteggi delle due corone, per venire senza di lui alla concordia. Prosperarono cotanto in quest'anno non meno in Ungheria che in Germania gli affari diFerdinando IIimperadore, che ottenne di far coronare re d'Ungheria il suo figlioFerdinando III.