MDCXXVIII

MDCXXVIIIAnno diCristoMDCXXVIII. Indiz.XI.Urbano VIIIpapa 6.Ferdinando IIimperad. 10.Teneva attenti gli occhi di tutti l'affare della successione di Mantova, affare di somma importanza pel sistema d'Italia. Non mancò ilduca Carlo di Nevers, dopo essere egli giunto nel dì 27 di gennaio dalla Francia a Mantova, di spedireVincenzo Agnellovescovo di quella città per suo inviato all'Augusto Ferdinando, per attestargli l'ossequio e la sommessione sua, e per chiedere l'investitura dei ducati di Mantova e di Monferrato. Trovavasi allora la corte cesarea in auge di felicità per la molte vittorie riportate contro i nemici, per la pace fatta col Turco e col Transilvano, e per gli eserciti suoi che faceano tener la testa bassa a tutti i principi della Germania. Però in Vienna si parlava con tuono alto, e i fulmini stavano pronti contro chiunque prontamente non ubbidiva. Nulla potè ottenere il vescovo; stette saldo l'imperadore in volere il sequestro di quegli Stati, per decidere poi nelle forme giudiciarie chi vi avesse migliori ragioni. All'esecuzione di questo suo decreto fu deputato il conte Giovanni di Nassau. Intantodon Gonzalez di Cordova, che appresso ottenne il governo stabile di Milano, maneggiandosi vivamente col duca di Savoia, più vivace ancora di lui nei proprii interessi, concertava l'occupazione del Monferrato, e non solo di rimettere esso duca in buona grazia del re Cattolico, ma di formar anche una lega con lui. Fu in questa occasione cheCarlo Emmanuelevenne riguardato nel più bell'ascendente della gloria, perchè non meno i ministri spagnuoli che quei di Francia e di Venezia s'unirono a Torino, per tirarlo ciascuno d'essi nel loro partito, quasichè da lui pendesse il destino della Lombardia. Toccò il pallio agli Spagnuoli. Fu stabilito di conquistare il Monferrato, e di partirne fra lorola preda. Colle forze dello Stato di Milano il Cordova si prefisse di ridurre alla sua ubbidienza Casale, e tanto più perchè vantava di aver non poche segrete intelligenze con quegli abitanti. La corte di Spagna, che s'era mostrata dianzi inclinata ad un amichevol trattato, allora abbracciò il duca di Savoia, e sposò le massime di don Gonzalez.Erano intanto riposte le speranze del duca di Nevers nella protezione e nei soccorsi del re Cristianissimo; ma essendo allora impegnate l'armi e l'erario del re nel celebre assedio della Rocella, altro non ne riportò esso principe (che da qui innanzi chiameremo duca di Mantova) se non buone parole e promesse, subito che si potesse accudire ai di lui interessi. Fremevano i Veneziani al conoscere l'idea del duca di Savoia e l'ingordigia degli Spagnuoli, e si diedero anche ad arrolar gente, perchè avrebbono pur voluto dar braccio al novello duca Carlo, ma con protestare di non poter farlo, se prima non miravano calato in Italia un esercito franzese. Maggiormente papaUrbano VIII, tuttochè favorevole al Mantovano, si tenea lungi dagl'impegni, solamente attendendo a far proposizioni d'accomodamento. Sicchè esso duca Carlo altro ripiego non ebbe che di mettere in vendita molti de' suoi beni e Stati oltramontani. Ne ricavò in fatti alcune centinaia di migliaia di scudi, coi quali fece far leva di genti in Francia. A poco a poco ancora andò rinforzando di presidii e di munizioni Mantova e Casale, venendo alla sfilata Italiani e Franzesi al suo servigio, di modo che giunse a raunar da cinque mila fanti e mille cavalli per la difesa di Mantova e di Casale. Tra Monferrini e Franzesi si contarono quasi quattro mila fanti e quattrocento cavalli. Non pareano gente da farne caso i Monferrini, perchè delle cernide di quel paese; pure l'odio ch'essi portavano al duca di Savoia, e l'amore da lor professato agli antichi lor principi, gli animava al mestier della guerra, oltre all'essere statinon poco agguerriti nelle turbolenze passate. Sul fine dunque di marzo uscì in campagna il governatore di Milano, lusingandosi di far prodigii con sei mila fanti e mille e cinquecento cavalli, che potè condur seco, giacchè avea dovuto lasciar quattro mila fanti con alcune squadre di cavalleria ai confini di Mantova per guardia del Cremonese, e due altri mila ai confini della Valtellina e dei Grigioni. Tuttavia dai Genovesi ricevette poscia un rinforzo di quattro in cinque mila pedoni. Andò a dirittura sotto Casale, e piantò anche le batterie, ma vi trovò quel che non s'era immaginato, cioè difensori che coraggiosamente faceano sortite, e sostenevano con vigore le colline e i passi alle vettovaglie; laonde non gli riuscì di privarli dei mulini nel Po, nè di Rossigliano, posto di conseguenza per la comunicazione della città col resto del Monferrato.Nello stesso tempo anche ilduca di Savoiacon quattro mila fanti e mille e ducento cavalli ostilmente dal lato suo entrò nel Monferrato. Niuna fatica gli costò l'insignorirsi della città d'Alba sprovveduta di guernigione. Passò dipoi all'espugnazione di Trino, dove gli convenne adoperar approcci, artiglierie e mine; ma essendo troppo smilzo quel presidio, e mal provveduto di cannoni e di munizioni, in poco tempo capitolò la resa. Non perdè un momento il duca ad ordinar nuove fortificazioni a quella terra, con formarne una regolata e possente fortezza. Questa era la parte che coi suoi territorii dovea, secondo i patti, restare al duca di Savoia. Ma non si fermò egli qui. Prese dipoi Pontestura e Moncalvo, che doveano essere degli Spagnuoli, e ritenne per sè Moncalvo, con tosto imprendere le fortificazioni anche di questa terra. Si rodeva di collera don Gonzalez a questo procedere del duca, perchè contrario alle fatte capitolazioni; eppure gli bisognava dissimular tutto per sospetto sempre che il duca voltasse casacca, e si unisse coi Franzesi, i quali s'ingrossavanoai confini d'Italia. E veramente riflettendo a quella testa, che tenea sempre molte terre in piedi, aspettavano ogni dì gl'Italiani d'allora qualche scena nuova dal canto d'un principe sì bellicoso ed inquieto. Infatti venne a scoprirsi in questi tempi una congiura in Genova, nè ebbe difficoltà il duca di professarsene autore, colle istanze da lui fatte che ai congiurati presi fosse data l'impunità, minacciando la morte ad alcuni gentiluomini genovesi suoi prigioni, se si fosse proceduto innanzi nella giustizia contro gl'imprigionati a Genova. Non si ritennero per questo i senatori genovesi dal far eseguire la sentenza contro quattro dei delinquenti; e benchè il duca sdegnatissimo ordinasse dipoi che fossero decapitati quegl'innocenti, pure altro non ne fece, verisimilmente per la grandezza dell'animo suo, ben conoscendo l'indegnità di cotal vendetta.In questo mentre don Gonzalez, che nulla profittava nell'assedio di Casale, si avvisò di prendere Nizza della Paglia, pel cui acquisto si verrebbe ad angustiare la stessa città di Casale. Per quindici giorni fu virilmente difesa quella terra, ed in fine costretta a rendersi. Ad altre imprese non poterono poi pensare nè il duca nè il governatore, perchè si intesero disposti i Franzesi a passare in Italia, e venivano anche ordini della corte cesarea, non senza maraviglia dei politici, perchè si desistesse dall'occupazione del Monferrato, pretendendo l'imperador Ferdinandoche nè Spagna nè Savoia avessero da padroneggiar nei feudi dell'imperio. Col danaro del nuovo duca di Mantova s'erano già uniti in Francia dodici mila fanti e mille e cinquecento cavalli sotto il comando del marchese di Uxelles; ed avea ricevuto ordine ilmaresciallo di Crequìgovernatore del Delfinato d'unirsi seco con un altro corpo di gente: il che poi non succedette per gare insorte fra lui e l'Uxelles; oppure perchè ilprincipe Tommasofigliodel duca di Savoia ne impedì l'unione; oppure, come altri vogliono, per secreti imbrogli della regina madre, che odiava il duca di Mantova. Bramoso dunque esso marchese d'Uxelles di portar soccorso al Mantovano, calò sul principio di agosto pel passo detto dell'Agnello, ma con incontrare ilduca Carlo EmmanueleeVittorio Amedeoprincipe di Piemonte suo figlio, che con quasi altrettante milizie, parte sue, parte prestategli dal governator di Milano, l'aspettavano a piè fermo, oltre all'aver eglino ben chiusi e fortificati tutti i passaggi; per quanti tentativi di passare facesse l'Uxelles, non solamente nulla gli riuscì, ma in più incontri ancora per valore del principe di Piemonte ne riportò delle busse, talmente che, dopo aver perduta molta gente, alcuni pezzi di cannone e parte del bagaglio, fu forzato a tornarsene colla testa bassa in Francia, dove per mancanza di paghe si dissipò tutta l'armata sua. Per questo glorioso successo non si può dire quanto salisse in alto la reputazione del duca, e massimamente nella corte di Spagna, dove si dissiparono tutte l'ombre della di lui fede e costanza: e gloriavasi a piena bocca il conte duca di aver tirato questo principe alla divozion della Spagna, dandogli il nome di braccio diritto della corona e di antemurale dell'Italia. All'incontro, aCarlo duca di Mantovafu per cadere il cuore per terra al trovarsi da tante parti bersagliato, e grande la diserzione de' suoi soldati per mancanza di paglie, e naufragata l'unica speranza che gli restava dei soccorsi di Francia. Già si aspettava d'essere messo al bando dell'imperio, e però inviòCarlo duca di Rethelsuo figlio per placar l'imperadore, confidando nell'appoggio dell'imperadrice Leonorasorella dei tre ultimi duchi di Mantova. Ma perchè l'imperadore pretendeva che a nome suo dagli Spagnuoli e dal duca di Savoia si ritenessero i luoghi occupati nel Monferrato, e di metter egli presidio in Casale sino a ragion conosciuta, il Rethel, che nè purefu riconosciuto per principe di Mantova, se ne tornò mal soddisfatto in Italia; nè dal duca suo padre furono poi accettate le proposizioni suddette, perchè incoraggito di poter sostenere Casale contro la mala condotta del Cordova in quell'assedio o blocco.Efficacemente ancora si adoperò ilnunzio pontificio Scappiin Lombardia per una sospension d'armi; ma il trattato andò a monte. Si trattò di soddisfare con cessione di Stati al duca di Savoia; ma egli quanto più mirava ridente la sua fortuna, tanto più alzava la tassa delle sue pretensioni. Intanto Casale niuna paura mostrava degli Spagnuoli assedianti, i quali infine si avvidero, che volendo prendere quella città colla fame, conveniva espugnar prima Ponzone, San Giorgio e Rossiglione; e in fatti se ne impadronirono, occupando poi le colline di Casale, e restringendo l'assedio. Ma la poca avvertenza degli Spagnuoli avea lasciata entrar tanta copia di viveri nella città, che non si perdeano punto d'animo i difensori; e all'incontro nel campo spagnuolo si provava gran carestia, perchè i grani andarono a male in quest'anno, e a cagion di ciò fu anche una sedizione in Milano. Fu infin creduto che lo stesso duca di Savoia vi avesse sotto mano lasciata entrare copia di vettovaglie, perchè, dopo avere acquistata per sè la parte a lui destinata del Monferrato, ed anche di più, nell'interno suo non gustava che quella importante fortezza cadesse in mano degli Spagnuoli. Ora finchè il re Cristianissimo e il cardinale di Richelieu si trovarono immersi nel grande affare dell'assedio della Rocella, non poterono accudire se non con ufizii e promesse all'aiuto del duca di Mantova, che pure stava loro assaissimo a cuore. Finalmente nel dì 30 di ottobre dell'anno presente, dopo aver la fortuna secondato il valore dei Franzesi contro i tentativi degl'Inglesi, contro le furie del mare e contro l'indicibile ostinazione degli ugonotti rocellesi, che si ridussero all'estrema miseria,si rendè a discrezione quella dianzi inespugnabil fortezza, con immortal gloria delre Luigi XIII. Entrò egli trionfante nel primo giorno di novembre in quella piazza, o, per dir meglio, in quel cimiterio, dove non trovò che gli scheletri di uomini, ed ordinò poscia la demolizion delle fortificazioni, con rimetter ivi l'esercizio della religione cattolica. Allora fu che il re e il ministro cardinale cominciarono a pensar daddovero all'Italia. Portava, siccome dicemmo, la regina madreMaria de Mediciodio a Carlo duca di Mantova, non per li demeriti suoi, ma perchèGastone ducad'Orleans fratello del re, volendo passare alle seconde nozze, inclinava solamente inMaria Gonzagafiglia di esso Carlo; laddove la regina sua madre pontava da gran tempo perch'egli si accasasse con una delle due sorelle diFerdinando Il gran ducadi Toscana. Se la prese per questo essa regina non solo contra del Mantovano, ma anche contra del Richelieu: il che cagionò poi gravissimi sconcerti ed affanni alla medesima regina. Lasciossi ella trasportare cotanto dalla passione, che nell'anno seguente giunse a far imprigionare la suddetta innocente principessa Maria. Oltre a ciò, i fazionarii di lei nel consiglio reale s'ingegnarono a tutto potere di frastornar la buona intenzione del re verso il duca di Mantova. Ma il Richelieu, che sempre più si introduceva nel favore del re, e s'era acquistato un sommo credito per la conquista della Rocella, tenne saldo il re in quel proponimento, e cominciò a fare sfilar verso i confini d'Italia alcuni reggimenti, con ispargere voce che il re stesso volea scendere in persona alla liberazion di Casale. Cessò di vivere in questo anno nel dì 11 di dicembreCesare d'Este ducadi Modena e Reggio, lasciando ne' suoi popoli un gran desiderio di lui: sì dolce, sì giusto era stato il suo governo, sì grande la sua pietà, la sua clemenza e l'amor della pace. DonnaVirginia de Medicifiglia diCosimo I gran ducadi Toscana, moglie sua, l'avea arricchitodi una numerosa figliuolanza, cioè diAlfonso IIprimogenito, che a lui succedette nel ducato, e dei principiLuigi, Ippolito, Niccolò, Borso e Foresto.

Teneva attenti gli occhi di tutti l'affare della successione di Mantova, affare di somma importanza pel sistema d'Italia. Non mancò ilduca Carlo di Nevers, dopo essere egli giunto nel dì 27 di gennaio dalla Francia a Mantova, di spedireVincenzo Agnellovescovo di quella città per suo inviato all'Augusto Ferdinando, per attestargli l'ossequio e la sommessione sua, e per chiedere l'investitura dei ducati di Mantova e di Monferrato. Trovavasi allora la corte cesarea in auge di felicità per la molte vittorie riportate contro i nemici, per la pace fatta col Turco e col Transilvano, e per gli eserciti suoi che faceano tener la testa bassa a tutti i principi della Germania. Però in Vienna si parlava con tuono alto, e i fulmini stavano pronti contro chiunque prontamente non ubbidiva. Nulla potè ottenere il vescovo; stette saldo l'imperadore in volere il sequestro di quegli Stati, per decidere poi nelle forme giudiciarie chi vi avesse migliori ragioni. All'esecuzione di questo suo decreto fu deputato il conte Giovanni di Nassau. Intantodon Gonzalez di Cordova, che appresso ottenne il governo stabile di Milano, maneggiandosi vivamente col duca di Savoia, più vivace ancora di lui nei proprii interessi, concertava l'occupazione del Monferrato, e non solo di rimettere esso duca in buona grazia del re Cattolico, ma di formar anche una lega con lui. Fu in questa occasione cheCarlo Emmanuelevenne riguardato nel più bell'ascendente della gloria, perchè non meno i ministri spagnuoli che quei di Francia e di Venezia s'unirono a Torino, per tirarlo ciascuno d'essi nel loro partito, quasichè da lui pendesse il destino della Lombardia. Toccò il pallio agli Spagnuoli. Fu stabilito di conquistare il Monferrato, e di partirne fra lorola preda. Colle forze dello Stato di Milano il Cordova si prefisse di ridurre alla sua ubbidienza Casale, e tanto più perchè vantava di aver non poche segrete intelligenze con quegli abitanti. La corte di Spagna, che s'era mostrata dianzi inclinata ad un amichevol trattato, allora abbracciò il duca di Savoia, e sposò le massime di don Gonzalez.

Erano intanto riposte le speranze del duca di Nevers nella protezione e nei soccorsi del re Cristianissimo; ma essendo allora impegnate l'armi e l'erario del re nel celebre assedio della Rocella, altro non ne riportò esso principe (che da qui innanzi chiameremo duca di Mantova) se non buone parole e promesse, subito che si potesse accudire ai di lui interessi. Fremevano i Veneziani al conoscere l'idea del duca di Savoia e l'ingordigia degli Spagnuoli, e si diedero anche ad arrolar gente, perchè avrebbono pur voluto dar braccio al novello duca Carlo, ma con protestare di non poter farlo, se prima non miravano calato in Italia un esercito franzese. Maggiormente papaUrbano VIII, tuttochè favorevole al Mantovano, si tenea lungi dagl'impegni, solamente attendendo a far proposizioni d'accomodamento. Sicchè esso duca Carlo altro ripiego non ebbe che di mettere in vendita molti de' suoi beni e Stati oltramontani. Ne ricavò in fatti alcune centinaia di migliaia di scudi, coi quali fece far leva di genti in Francia. A poco a poco ancora andò rinforzando di presidii e di munizioni Mantova e Casale, venendo alla sfilata Italiani e Franzesi al suo servigio, di modo che giunse a raunar da cinque mila fanti e mille cavalli per la difesa di Mantova e di Casale. Tra Monferrini e Franzesi si contarono quasi quattro mila fanti e quattrocento cavalli. Non pareano gente da farne caso i Monferrini, perchè delle cernide di quel paese; pure l'odio ch'essi portavano al duca di Savoia, e l'amore da lor professato agli antichi lor principi, gli animava al mestier della guerra, oltre all'essere statinon poco agguerriti nelle turbolenze passate. Sul fine dunque di marzo uscì in campagna il governatore di Milano, lusingandosi di far prodigii con sei mila fanti e mille e cinquecento cavalli, che potè condur seco, giacchè avea dovuto lasciar quattro mila fanti con alcune squadre di cavalleria ai confini di Mantova per guardia del Cremonese, e due altri mila ai confini della Valtellina e dei Grigioni. Tuttavia dai Genovesi ricevette poscia un rinforzo di quattro in cinque mila pedoni. Andò a dirittura sotto Casale, e piantò anche le batterie, ma vi trovò quel che non s'era immaginato, cioè difensori che coraggiosamente faceano sortite, e sostenevano con vigore le colline e i passi alle vettovaglie; laonde non gli riuscì di privarli dei mulini nel Po, nè di Rossigliano, posto di conseguenza per la comunicazione della città col resto del Monferrato.

Nello stesso tempo anche ilduca di Savoiacon quattro mila fanti e mille e ducento cavalli ostilmente dal lato suo entrò nel Monferrato. Niuna fatica gli costò l'insignorirsi della città d'Alba sprovveduta di guernigione. Passò dipoi all'espugnazione di Trino, dove gli convenne adoperar approcci, artiglierie e mine; ma essendo troppo smilzo quel presidio, e mal provveduto di cannoni e di munizioni, in poco tempo capitolò la resa. Non perdè un momento il duca ad ordinar nuove fortificazioni a quella terra, con formarne una regolata e possente fortezza. Questa era la parte che coi suoi territorii dovea, secondo i patti, restare al duca di Savoia. Ma non si fermò egli qui. Prese dipoi Pontestura e Moncalvo, che doveano essere degli Spagnuoli, e ritenne per sè Moncalvo, con tosto imprendere le fortificazioni anche di questa terra. Si rodeva di collera don Gonzalez a questo procedere del duca, perchè contrario alle fatte capitolazioni; eppure gli bisognava dissimular tutto per sospetto sempre che il duca voltasse casacca, e si unisse coi Franzesi, i quali s'ingrossavanoai confini d'Italia. E veramente riflettendo a quella testa, che tenea sempre molte terre in piedi, aspettavano ogni dì gl'Italiani d'allora qualche scena nuova dal canto d'un principe sì bellicoso ed inquieto. Infatti venne a scoprirsi in questi tempi una congiura in Genova, nè ebbe difficoltà il duca di professarsene autore, colle istanze da lui fatte che ai congiurati presi fosse data l'impunità, minacciando la morte ad alcuni gentiluomini genovesi suoi prigioni, se si fosse proceduto innanzi nella giustizia contro gl'imprigionati a Genova. Non si ritennero per questo i senatori genovesi dal far eseguire la sentenza contro quattro dei delinquenti; e benchè il duca sdegnatissimo ordinasse dipoi che fossero decapitati quegl'innocenti, pure altro non ne fece, verisimilmente per la grandezza dell'animo suo, ben conoscendo l'indegnità di cotal vendetta.

In questo mentre don Gonzalez, che nulla profittava nell'assedio di Casale, si avvisò di prendere Nizza della Paglia, pel cui acquisto si verrebbe ad angustiare la stessa città di Casale. Per quindici giorni fu virilmente difesa quella terra, ed in fine costretta a rendersi. Ad altre imprese non poterono poi pensare nè il duca nè il governatore, perchè si intesero disposti i Franzesi a passare in Italia, e venivano anche ordini della corte cesarea, non senza maraviglia dei politici, perchè si desistesse dall'occupazione del Monferrato, pretendendo l'imperador Ferdinandoche nè Spagna nè Savoia avessero da padroneggiar nei feudi dell'imperio. Col danaro del nuovo duca di Mantova s'erano già uniti in Francia dodici mila fanti e mille e cinquecento cavalli sotto il comando del marchese di Uxelles; ed avea ricevuto ordine ilmaresciallo di Crequìgovernatore del Delfinato d'unirsi seco con un altro corpo di gente: il che poi non succedette per gare insorte fra lui e l'Uxelles; oppure perchè ilprincipe Tommasofigliodel duca di Savoia ne impedì l'unione; oppure, come altri vogliono, per secreti imbrogli della regina madre, che odiava il duca di Mantova. Bramoso dunque esso marchese d'Uxelles di portar soccorso al Mantovano, calò sul principio di agosto pel passo detto dell'Agnello, ma con incontrare ilduca Carlo EmmanueleeVittorio Amedeoprincipe di Piemonte suo figlio, che con quasi altrettante milizie, parte sue, parte prestategli dal governator di Milano, l'aspettavano a piè fermo, oltre all'aver eglino ben chiusi e fortificati tutti i passaggi; per quanti tentativi di passare facesse l'Uxelles, non solamente nulla gli riuscì, ma in più incontri ancora per valore del principe di Piemonte ne riportò delle busse, talmente che, dopo aver perduta molta gente, alcuni pezzi di cannone e parte del bagaglio, fu forzato a tornarsene colla testa bassa in Francia, dove per mancanza di paghe si dissipò tutta l'armata sua. Per questo glorioso successo non si può dire quanto salisse in alto la reputazione del duca, e massimamente nella corte di Spagna, dove si dissiparono tutte l'ombre della di lui fede e costanza: e gloriavasi a piena bocca il conte duca di aver tirato questo principe alla divozion della Spagna, dandogli il nome di braccio diritto della corona e di antemurale dell'Italia. All'incontro, aCarlo duca di Mantovafu per cadere il cuore per terra al trovarsi da tante parti bersagliato, e grande la diserzione de' suoi soldati per mancanza di paglie, e naufragata l'unica speranza che gli restava dei soccorsi di Francia. Già si aspettava d'essere messo al bando dell'imperio, e però inviòCarlo duca di Rethelsuo figlio per placar l'imperadore, confidando nell'appoggio dell'imperadrice Leonorasorella dei tre ultimi duchi di Mantova. Ma perchè l'imperadore pretendeva che a nome suo dagli Spagnuoli e dal duca di Savoia si ritenessero i luoghi occupati nel Monferrato, e di metter egli presidio in Casale sino a ragion conosciuta, il Rethel, che nè purefu riconosciuto per principe di Mantova, se ne tornò mal soddisfatto in Italia; nè dal duca suo padre furono poi accettate le proposizioni suddette, perchè incoraggito di poter sostenere Casale contro la mala condotta del Cordova in quell'assedio o blocco.

Efficacemente ancora si adoperò ilnunzio pontificio Scappiin Lombardia per una sospension d'armi; ma il trattato andò a monte. Si trattò di soddisfare con cessione di Stati al duca di Savoia; ma egli quanto più mirava ridente la sua fortuna, tanto più alzava la tassa delle sue pretensioni. Intanto Casale niuna paura mostrava degli Spagnuoli assedianti, i quali infine si avvidero, che volendo prendere quella città colla fame, conveniva espugnar prima Ponzone, San Giorgio e Rossiglione; e in fatti se ne impadronirono, occupando poi le colline di Casale, e restringendo l'assedio. Ma la poca avvertenza degli Spagnuoli avea lasciata entrar tanta copia di viveri nella città, che non si perdeano punto d'animo i difensori; e all'incontro nel campo spagnuolo si provava gran carestia, perchè i grani andarono a male in quest'anno, e a cagion di ciò fu anche una sedizione in Milano. Fu infin creduto che lo stesso duca di Savoia vi avesse sotto mano lasciata entrare copia di vettovaglie, perchè, dopo avere acquistata per sè la parte a lui destinata del Monferrato, ed anche di più, nell'interno suo non gustava che quella importante fortezza cadesse in mano degli Spagnuoli. Ora finchè il re Cristianissimo e il cardinale di Richelieu si trovarono immersi nel grande affare dell'assedio della Rocella, non poterono accudire se non con ufizii e promesse all'aiuto del duca di Mantova, che pure stava loro assaissimo a cuore. Finalmente nel dì 30 di ottobre dell'anno presente, dopo aver la fortuna secondato il valore dei Franzesi contro i tentativi degl'Inglesi, contro le furie del mare e contro l'indicibile ostinazione degli ugonotti rocellesi, che si ridussero all'estrema miseria,si rendè a discrezione quella dianzi inespugnabil fortezza, con immortal gloria delre Luigi XIII. Entrò egli trionfante nel primo giorno di novembre in quella piazza, o, per dir meglio, in quel cimiterio, dove non trovò che gli scheletri di uomini, ed ordinò poscia la demolizion delle fortificazioni, con rimetter ivi l'esercizio della religione cattolica. Allora fu che il re e il ministro cardinale cominciarono a pensar daddovero all'Italia. Portava, siccome dicemmo, la regina madreMaria de Mediciodio a Carlo duca di Mantova, non per li demeriti suoi, ma perchèGastone ducad'Orleans fratello del re, volendo passare alle seconde nozze, inclinava solamente inMaria Gonzagafiglia di esso Carlo; laddove la regina sua madre pontava da gran tempo perch'egli si accasasse con una delle due sorelle diFerdinando Il gran ducadi Toscana. Se la prese per questo essa regina non solo contra del Mantovano, ma anche contra del Richelieu: il che cagionò poi gravissimi sconcerti ed affanni alla medesima regina. Lasciossi ella trasportare cotanto dalla passione, che nell'anno seguente giunse a far imprigionare la suddetta innocente principessa Maria. Oltre a ciò, i fazionarii di lei nel consiglio reale s'ingegnarono a tutto potere di frastornar la buona intenzione del re verso il duca di Mantova. Ma il Richelieu, che sempre più si introduceva nel favore del re, e s'era acquistato un sommo credito per la conquista della Rocella, tenne saldo il re in quel proponimento, e cominciò a fare sfilar verso i confini d'Italia alcuni reggimenti, con ispargere voce che il re stesso volea scendere in persona alla liberazion di Casale. Cessò di vivere in questo anno nel dì 11 di dicembreCesare d'Este ducadi Modena e Reggio, lasciando ne' suoi popoli un gran desiderio di lui: sì dolce, sì giusto era stato il suo governo, sì grande la sua pietà, la sua clemenza e l'amor della pace. DonnaVirginia de Medicifiglia diCosimo I gran ducadi Toscana, moglie sua, l'avea arricchitodi una numerosa figliuolanza, cioè diAlfonso IIprimogenito, che a lui succedette nel ducato, e dei principiLuigi, Ippolito, Niccolò, Borso e Foresto.


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