MDCXXXAnno diCristoMDCXXX. Indiz.XIII.Urbano VIIIpapa 8.Ferdinando IIimperad. 12.Molte e gravi erano state nell'anno precedente le calamità; crebbero di lunga mano nel presente. Era riuscito alle armi gloriose diLuigi XIIIre di Francia nella state passata di fiaccar le corna ai ribelli ugonotti, che mettevano sottosopra tutta la Linguadoca, con impadronirsi delle città e fortezze da loro occupate, con rimetter ivi in trono la religion cattolica, ed astrignere il duca di Roano, capo degli eretici malcontenti, ad uscire del regno, e con ridonare la pace e il buon ordine a quelle contrade. Sì prosperi successi li riconosceva il re dai consigli e dalla direzione delRichelieu; e perchè somma premura conservava la maestà sua di soccorrere in buona forma il duca di Mantova, nè si sentiva voglia di tornar a valicar l'Alpi, esso Richelieu, siccome testa bramosa di comparir grande non solo nell'arti del gabinetto, ma in quelle ancora della guerra, assunse volentieri il comando delle armi, e la incombenza di calar di nuovo in Italia con tutta l'immaginabil plenipotenza per la pace e per la guerra. Ecco dunque un porporato divenuto generale dell'esercito franzese in viaggio, con aver sotto di sè i marescialli di Bassompiero, di Sciomberg e di Crequì. Da Lione nel dì 28 di gennaio s'incamminò egli alla volta di Susa. Giunto che fu colà insieme coll'armata regale, cominciò a trattar colduca Carlo Emmanuelenon già di un solo particolare aggiustamento, ma della pace universale fra le due corone interessate negli affari di Mantova. Siccome tanto il duca che il cardinale erano dei più scaltriti uomini della terra niun d'essi si fidava dell'altro; e negoziatore fra loro a nome del nunzio di Torino era il Mazzarino, che neppure dal canto suo la cedeva ad alcuno in accortezza, astuzie e raggiri. Parve al Richelieudi essere burlato dal duca, e tenuto a bada, affinchè intanto lo Spinola e il Collalto facessero qualche bel giuoco contro Mantova e Casale. E nello stesso tempo già compariva insospettito lo Spinola d'esso duca, con giugnere a negargli soccorso di danaro, e con pretendere se lo somministrava, qualche piazza per ostaggio della fede. Era già passata la metà di marzo, quando il cardinale segretamente si accostò alla Dora per passar quel fiume, con disegno di sorprendere il duca, il quale, soggiornando in Rivoli, luogo di delizie, col figlio principe di Piemonte, mostrava secondo il suo costume fronte serena e cuor generoso in mezzo alle cure e a' pericoli più gravi. Andò fallito il colpo, perchè da qualche amico (ne fu poi sospettato il duca di Memoransì) avvisato il duca, si ritirò prontamente a Torino, dove fece chiuder le porte, armar le mura, e imprigionar quanti Franzesi vi trovò dentro (e non erano pochi, iti o per inchinar la principessa sorella del re, o per comperar varie cose), restando stranamente sdegnato, anzi inviperito e solo spirante vendetta contra del Richelieu per un tiro sì disdicevole alla sua dignità e alla pubblica fede. Pertanto diede fuori un manifesto, in cui amaramente si dolse di varii tradimenti del cardinale verso la sua persona e i suoi Stati, senza nondimeno parlare di quel di Rivoli. Allora fu che intavolò un trattato col marchese Spinola, per cui poscia si gittò tutto in braccio agli Austriaci di Spagna e di Germania, senza mai più voler dar orecchio a proposizioni del Richelieu, nè ammettere le sue ambasciate.Per la ritirata di Carlo Emmanuele trovando il cardinale di Richelieu liberi i passi, s'inoltrò verso Torino, affinchè colà si riducessero le forze del duca, fingendo di voler assalire quella città. Poscia all'improvviso spinse il Crequì addosso a Pinerolo, luogo distante dodici miglia da Torino, e v'andò poi egli in persona con tutta l'armata. Nè la terra,nè la cittadella fecero lunga difesa. Nel dì 31 di marzo, giorno di Pasqua, furono amendue in poter de' Franzesi; e il cardinale, che già meditava più vasti disegni, ordinò tosto una potente fortificazione a quel luogo, per formarvi una fortezza reale che servisse di continua briglia alla casa di Savoia, e di porta aperta ai Franzesi per entrare in Italia: il che non si può esprimere quanto trafiggesse l'animo del duca. Gli fu intanto spedito in aiuto dal marchese Spinola e dal Collalto un grosso corpo di Tedeschi, giacchè sette mila altri ne erano calati allora dalla Germania: gente che si diede ad esercitar la sua bravura, non già contro i Franzesi, ma in desolar gli infelici abitatori del Piemonte. Arrivò in questi tempi a Torino ilcardinale Antonio Barberino, spedito con titolo di legato di Lombardia dal ponteficeUrbano VIII, siccome padre comune, per trattar di pace. Abboccatosi egli con lo Spinola e col Cobalto, avea scorto in essi buone disposizioni. Trovò ben venti contrarii, allorchè trattò col duca di Savoia, tutto volto ai pensieri di cacciar di là da' monti i Franzesi, come si figurava di poter fare tirando in Piemonte tutte le forze spagnuole ed imperiali. Nè gli passò meglio col Richelieu, il quale, dopo l'acquisto di Pinerolo e di Bricherasco, terra forte, e di altri circonvicini luoghi, tutto gonfio di sè stesso, sempre più alzava il capo e parlavo da vincitore. Fu forzato in fine il legato Barberino, perchè vi andava dell'onore della santa Sede, a ritirarsi, lasciando le cose più che mai imbrogliate. Tenutasi una conferenza dal duca col Cobalto e collo Spinola, per unir la triplice armata tutta, affin di cacciare i Franzesi, si trovò disposto a ciò il Cobalto; ma non già lo Spinola, che o per gara coll'altro generale, o per poco buon animo verso il duca, o per ordini venuti di Spagna, contento di veder posto assai ostacolo ai Franzesi, perchè non potessero interrompere i suoi disegni nel Monferrato, spinse poi le soldatescheda lui dipendenti in quella provincia. Occupò Pontestura, San Giorgio e Rossigliano intorno a Casale, ed appresso ordinò l'assedio della medesima città. Seguirono sotto quella piazza varie fazioni militari, ora vantaggiose, ora dannose agli assedianti, che io tralascio. In questi tempi, cioè verso il fine di maggio, entrato lo stessore Luigi XIIIin Savoia con otto mila fanti e due mila cavalli, s'impadronì di Sciambery e di tutto quel ducato, eccettuata la cittadella di Mommegliano, ben fortificata dalla natura e dall'arte. Era molto prima il Richelieu passato ad unirsi col re, il quale appresso spedì ilduca di Memoransìcon dieci mila fanti e mille cavalli a rinforzare i maresciallide la ForceeSciomberg, dimoranti in Pinerolo. Nel voler passare queste genti, il principe di Piemonte le assalì con gran vigore, ma con poca fortuna. Ardentemente bramavano essi Franzesi la maniera di penetrar pel Piemonte alla liberazion di Casale, ma non la trovavano. Per non istare in ozio e per procacciarsi paese atto a fornirli di foraggio, si stesero fino a Saluzzo, con occupar quella terra, e da lì a poco anche la cittadella con altri luoghi: il che recò incredibil cordoglio al duca.Mentre in sì gran tempesta involto il Piemonte avea di che piangere, da non minori calamità era battuta ed afflitta la città di Mantova con tutto il suo territorio; perciocchè, venuta la primavera, fu di nuovo stretta quella città dall'armi cesaree, rinforzate con altri soccorsi, calati di fresco dalla Germania. Ilmaresciallo di Etrè(già marchese di Coeuvres) pervenuto da Venezia a Mantova nel dì 8 di aprile, non vi portò se non parole e speranze. Vani non solamente, ma dannosi riuscirono al duca Carlo i tentativi da lui fatti a Rodigo ed Ostiglia per ricuperar que' luoghi. Altra speranza a lui non restava che nei soccorsi della repubblica veneta, impegnata forte a sostenerlo, eppure lentissima a farlo. Tanto nondimeno perorò in Venezia l'ambasciatorfranzese, che si spiccò ordine di tentar la sorte per introdurre nell'affannata città di Mantova un buon sussidio di gente e di vettovaglia. A tal fine, fatta piazza d'armi a Valleggio, tentarono poscia i Veneziani di occupare alcuni vicini luoghi del Mantovano, necessarii al passaggio dei soccorsi; ma ebbero a fronte dieci mila Tedeschi, che misero in rotta le lor genti con tal precipizio, che anche Valleggio fu lasciato alla lor discrezione. Restò dunque più che mai angustiata Mantova. Dentro vi facea strage immensa la peste; eransi ridotti a poco numero i difensori, e questi atterriti; e le guardie con troppa svogliataggine si faceano. Non ignoravano i Tedeschi l'infelice stato della città, e però segretamente si accinsero per sorprenderla. Si disputò allora, e tuttavia si disputa fra gli scrittori, se in quella tragedia intervenisse tradimento dal canto dei Mantovani stessi, oppure se l'industria sola dei capitani tedeschi formasse e perfezionasse tutta quella funestissima mina. Il cavalier Nani e il Vianoli nelle loro storie venete, il conte Loschi ed altri sostentano passate intelligenze fra i Tedeschi ed alcuni cittadini, nominando anche espressamente uno dei marchesi Gonzaga, cioè il marchese Gian-Francesco, perchè fu poi dichiarato governatore di Mantova. Erano essi nemici del nome franzese, ed inclinati all'imperatrice Leonoradi loro schiatta, e al duca di Guastalla, e però creduti che tenessero mano alla rovina delduca Carlo. Vittorio Siri all'incontro, tuttochè dei più acuti ricercatori delle cose segrete, il Capriata ed altri, non seppero riconoscere tradimento, in quell'orrida tragedia, forse figurandosi improbabile che alcuno almen nobile potesse concorrere allo sterminio della patria sua, senza pensare che in essa anche egli resterebbe involto; perchè chi può dar misura alla furia di truppe scatenate ed ansanti di preda che prendano a viva forza una città? Il conte Galeazzo Gualdo, che suppone anch'egli orditura interna di qualchecittadino, siccome alquanto lontano di età da quella terribile scena, non è bastante a decidere la controversia, e molto meno lo son io. Quel che è certo, ossia che dal duca Carlo, dacchè fu ritornato in Mantova, non si trovasse fondamento a tante dicerie e sospetti, oppure che per tema e rispetto dell'imperadore si rimanesse dal pescare ulteriormente in questo imbroglio, processo non fu fatto, e restò solo in bocca del popolo e dei curiosi il pro e il contra di questa particolarità.Ora avendo i primarii uffiziali della armata cesarea, cioè i baroni di Aldringher e Galasso (era forse allora in Piemonte, o infermo il Collalto) fatto gran preparamento di barche nel lago, nella notte precedente al dì 18 di luglio quetamente si accostarono al di sotto del Ponte di San Giorgio, e al posto della Predella, nel quale stesso tempo altri assalti diedero in altre parti. Fu dipoi attaccato il petardo alla porta del Volto scuro guardato da pochi Svizzeri, e se ne impadronirono, ed appresso anche del palazzo ducale.Francesco Orsinodei duchi di Lamentana e il Durante accorsero alla difesa; ma il primo vi lasciò la vita, e il secondo con altri uffiziali restò prigione. Saltati dal letto il duca e il maresciallo d'Etrè, sostennero alquanto l'empito de' nemici; ma conosciuto infine disperato il caso, si ritirarono nella fortezza di Porto, e salvossi in un monistero laprincipessa Mariacol suo figliuolino. Trovavasi Porto dalla parte della città sprovveduto di fortificazioni, dentro vi sguazzava la pestilenza, pochi erano i difensori, e meno le munizioni e la vettovaglia. Però avendo tosto gli uffiziali cesarei spedito colà per esplorar le intenzioni del duca, il trovarono disposto per necessità a capitolare la resa. Incaricato dunque da lui il marchese Strozzi, conchiuse nello stesso dì 18 di luglio che fosse lecito al duca Carlo, alla nuora e al figlio di starsene in Mantova, oppure di ritirarsi nel Ferrarese col bagaglio che aveano in Porto (ed era ben poco)senza permetter loro che un giorno solo alla partenza; e che il giorno seguente anche il maresciallo di Etrè potrebbe andarsene liberamente colla sua famiglia. Furono accompagnati esso duca con tutti i suoi e il maresciallo fino a Melara nel distretto ferrarese; e l'infelice principe passò dipoi a Crespino a far delle tetre meditazioni sopra la miseria del suo stato, avendo perduto tutto, e senzachè nè egli nè la duchessa avessero potuto portar seco un soldo o una gioia da potere almen vivere per qualche giorno. Al cumulo ancora delle disgrazie del duca s'aggiunse il mancargli il compatimento di molti, che gli davano la taccia d'essersi comperato il suo eccidio, coll'aver sempre ricusato di chiedere perdono all'imperadore, e di non aver voluto accettare alcuna della tante proposizioni d'accordo fattegli per parte dello stesso imperadore e de' suoi ministri; perchè certamente gli fu più volte esibita l'investitura di Mantova, se avesse voluto consentire per onore di sua maestà ad accettar qualche presidio, potendo sperare di riaver anche il Monferrato con un po' di pazienza e di maneggio. Dopo il fatto costa pur poco il far da dottore. Non mancarono consiglieri, ed anche di alta sfera, che impedirono sempre ad esso duca l'accettar condizione alcuna. Ridotto in tanta povertà il duca Carlo, altro partito non ebbe che di limosinar qualche aiuto di borsa dalla veneta repubblica, e ne ottenne mille dobble, colle quali andò vivendo come potè, aspettando miglior costellazione alla sua depressa fortuna.Torniamo a Mantova. O perchè non si potè di meno, o perchè fu permesso in ricompensa alla per altro poca fatica durata in quell'acquisto, gl'infuriati Tedeschi si misero a saccheggiare la misera città, e durò per tre giorni quella barbarica lagrimevole scena. Godeva dianzi Mantova per la lunga pace, per la ricchezza dei dominanti e dei cittadini, un delizioso e fioritissimo stato. Ma perla peste, che avea già tagliato il filo della vita a quasi vinticinque mila abitanti, e per questo orrido sacco, eccola precipitata in un baratro di miserie. Fu messo a ruba tutto il palazzo ducale, dove i principi Gonzaghi in tanti tempi addietro aveano ragunata gran copia di preziosi mobili, pitture, tappezzerie, statue e vasi di squisito lavoro, dei quali nondimeno ne avea il duca Carlo per le necessità della presente guerra alienata parte, e ricavati secento mila scudi. Pochi furono i palagi e le case che non soggiacessero alla rapacità militare con tutti gli eccessi della licenza di quegli sfrenati masnadieri verso le donne e verso i luoghi sacri, alcuni nondimeno dei quali rimasero esenti dalla loro inumanità ed avarizia. Alessandro Zilioli nelle sue Storie scrive che i buoni Tedeschi attesero molto a rubare, poco a soddisfar la libidine. Nè solamente contro le persone e robe degl'innocenti infierirono, ma anche contro le stesse case e muraglie, o incendiandole, o rompendole per iscavarne i pretesi nascosi tesori. Chi volle far ascendere il danno di quella città a diciotto milioni di scudi, di che ricapiti si servì mai egli per tirar questo conto? Giunta poi a Vienna la nuova di sì memorabile scempio, ne provò sommo orrore, e ne restò altamente ferito il cuore del pioFerdinando imperadore, che avea appunto dati ordini di moderazione a tutti i suoi generali, nè si sarebbe mai aspettato un colpo sì alieno dalla clemenza ed intenzione sua. E l'imperadrice LeonoraGonzaga consorte non sapea dar fine agli urli e alle lagrime per tanta sventura della patria sua. Succedette poi a tutti questi assassinii lo stesso che avvenne pel sacco di Roma, perchè in breve perirono quasi tutti o per peste o per morti subitanee, nè di quelle rapine goderono punto i loro eredi. Ma questo nulla suffragò all'infelice città e al suo territorio, che forse in peggior situazione restò, perchè spogliato di abitatori, di alberi e di bestiame, colle caseabbattute, o pure ridotte a nude mura, e que' fertilissimi campi e giardini tutti incolti, divenuti una selva di sterpi e spine. Rimasero da lì innanzi i miseri Mantovani esposti alle continue angherie dell'Aldringher, che giunse fino ad intimare ad un popolo spogliato di tutto una contribuzione di cento mila dobble: del che avvertito l'imperadore, mandò ordini in contrario. Non si può dire che odiosità contro il nome dell'imperadore e della nazion tedesca si diffondesse per l'Italia a cagion della guerra e del sacco di quella infelice città e territorio.Poco dopo la tragedia deplorabile di Mantova, descritta da Alessandro Zilioli, un'altra ne accadde in Piemonte.Carlo Emmanuele ducadi Savoia, circa il dì 20 di luglio, era passato a Savigliano con tutte le forze sue e de' collegati, con animo di venire a battaglia coi Franzesi che aveano occupato Saluzzo, oppure di impedire i lor progressi. Dicono che fu preso da gente intestata dei pregiudizi del paganesimo per cattivo augurio l'essere alcuni giorni prima caduto un fulmine sopra l'albero maggiale piantato avanti al palazzo ducale in Torino, coll'uccisione d'alcune guardie; e che in Savigliano posate l'armi del duca sopra un tavolino, cinque volte caddero in terra senza essere toccate da alcuno. Quivi esso duca colpito da apoplessia, fra tre giorni passò all'altra vita nel dì 26 del mese suddetto in età di sessantaotto anni, e quasi sette mesi. Comune opinione fu ch'egli soccombesse agli affanni in mirare, dopo tante fatiche, spese, disegni ed azioni sue, per ingrandire i propri Stati, andare a terminar tutto nella perdita della Savoia e di Susa, Pinerolo e Saluzzo, porte dell'Italia, divenuto per lui un insoffribil ceppo alla sua signoria; e nella desolazion del Piemonte, lacerato e calpestato allora tanto dai Franzesi che dagli Spagnuoli e Tedeschi; e finalmente nell'abbassamento della sua riputazione, che per lui era la pupilla degli occhi, odiato e deluso dai Franzesi, e mal corrispostodagli Spagnuoli. Di questo principe si trova una diversa pittura, lavorata a penna dalle passioni, rappresentandolo alcuni per principe turbolento, ambiziosissimo, incostante, infido, libidinoso e sanguinario, e che presumeva troppo di sè stesso in ogni occasione. Negli ultimi periodi di sua vita, dicono nullameno aver egli meditato d'invadere la Francia, e di cacciar Spagnuoli e Tedeschi d'Italia. Dall'altro canto presso diversi scrittori non fu defraudata la memoria sua di un compiuto e verace elogio delle maravigliose doti e virtù che in lui si adunavano. Fuor di dubbio è ch'egli in vivacità ed accortezza di mente andò innanzi ad ogni principe e monarca della sua età. Nel suo picciolo e curvo corpo alloggiava un cuor grande, un valore non inferiore a quello dei maggiori eroi. Sapeva di tutto; peritissimo in ogni arte ed esercizio di pace e di guerra, amante della storia, delle matematiche, delle belle lettere, e perpetuo fautore e rimuneratore dei letterati. Nella generosità, nella liberalità, affabilità ed eloquenza naturale non avea pari; sapea comperarsi il cuore di chiunque trattava con lui. Della sua pietà e magnificenza lasciò immortali memorie dappertutto con tante fondazioni di monisteri, chiese, collegii, spedali, fortezze e palagi. Non istavano mai in ozio i suoi pensieri per informarsi delle azioni dei suoi ministri, ed anche dei suoi sudditi, e per penetrar nei gabinetti di tutti i potentati d'Europa. A lui mancò solo la fortuna; ma se le forze vennero meno ai voli troppo vasti da lui intrapresi, meritò almeno l'ammirazione sì del suo che dei secoli avvenire. Lasciò viventi dopo di sèVittorio Amedeosuo primogenito e successore nel ducato, ilcardinal Maurizio, e ilprincipe Tommaso, oltre aMargheritavedova duchessa di Mantova, e due altre figlie religiose.Con pensieri più regolati e discreti succedette al padre in età di quarantatrè anni, ben addottrinato nel mestier della guerra e della politica, il novelloduca Vittorioche, siccome cognato del re di Francia, non tardò a mostrar segni di affettuosa divozione verso quella corona, senza nondimeno alienar l'animo suo dal rispetto verso l'altra di Spagna. Ma perchè egli si trovava a fronte l'esercito nemico dei Franzesi, gli convenne sul principio difendersi dai loro insulti. Eransi eglino ultimamente insignoriti di Carignano. Per ricuperar quella terra si mosse nel dì 7 di agosto il duca con gli Alemanni collegati, e venuto ad un conflitto, n'ebbe la peggio. Giuntogli poi in aiuto il conte di Collalto con otto mila fanti e cinquecento cavalli, avrebbe potuto sperar dei vantaggi, se non fosse giunto al campo franzese con quattro mila fanti e cinquecento cavalli ilmaresciallo di Sciombergh, il quale per viaggio ridusse alla sua ubbidienza la terra e il castello di Avigliana. Intanto maggiormente veniva stretto e bersagliato Casale dalmarchese Spinolacon rabbia dei Franzesi, vogliosi pure di soccorrerlo, ma impotenti a farlo. In questi imbrogli, non mai stanco di fare il corriere e paciere Giulio Mazzarino, s'interpose; e giacchè troppa difficoltà s'incontrava ad una pace, tentò di guadagnare il punto che si venisse per ora ad una tregua. Tanto fece che nel dì 4 di settembre questa fu stipulata per tutto il dì 15 del prossimo ottobre, e in essa stabilito che la città e il castello di Casale sarebbono tosto consegnati allo Spinola, e questi obbligato a somministrar viveri alla cittadella di Casale, custodita dal maresciallo franzeseToirasfino al dì ultimo di ottobre. E quando questa non fosse soccorsa per tutto quel dì dall'armi franzesi, anch'essa fosse ceduta allo Spinola suddetto. All'incontro, essendo essa entro quel tempo soccorsa, si obbligava lo Spinola di restituir di nuovo ai Franzesi la città e il castello. Poca fortuna ebbe questa sospension d'armi; nè pur volle ratificarla lo Spinola, credendola troppo svantaggiosa, seppur non fu perchè adirato dall'averla il duca e il Collalto conchiusa senza saputa sua. Ma essendo allora,o poco prima, caduta in deliquio la sua sanità, nè solo del corpo, ma anche della mente, venne a lui sostituitopro interimilmarchese di Santa Crocenel governo di Milano e dell'armata spagnuola; ed egli poi colla fama di essere stato uno dei più gloriosi capitani del tempo suo, finì i suoi giorni nel dì 25 di settembre; altri dicono nel dì 28. Approvò il Santa Croce la tregua, e però la città di Casale col castello gli fu consegnata, restando tuttavia la cittadella nelle mani dei Franzesi e del duca d'Umena figlio di Carlo duca di Mantova, ma solamente di nome.Fin qui era camminata tutta a seconda de' suoi voleri la fortuna dell'imperador Ferdinando IIper tante vittorie riportate da' suoi generaliAlberto Vallestainduca di Fridland,TillyePappenaim. Se questo Augusto, principe per altro di gran pietà e saviezza, patisse alcune di quelle vertigini, che suol produrre l'eccessiva prosperità, nol so dir io. Egli è almen certo che la sua gran potenza cagionava dei brutti sintomi in cuore della maggior parte dei principi dell'imperio, od oppressi come nemici, o maltrattati come amici. Specialmente si accordavano tutti in non poter più soffrire la superbia e l'insolenza del Vallestain. Nelle fucine di questi malcontenti cominciò a soffiare ilcardinale di Richelieu, sì per ispirar loro il ripugnare ad esso Augusto, desideroso dell'elezione diFerdinando red'Ungheria suo figlio in re dei Romani, e sì per formare una forte lega contro di lui. Particolarmente si studiò il più politico che religioso porporato di muovere a danni dell'imperadore il re di SveziaGustavo Adolfo, povero sì di forze, ma ricco di coraggio; e a dargli la spinta concorse ancora con promessa di danaro il senato veneto, troppo alterato per le peripezie di Mantova. Questo nero nuvolo accompagnato da fulmini quel fu che rendè pieghevole l'Augusto Ferdinando alle proposizioni di pace fatte nella dieta di Ratisbona dai ministri del papa e del re diFrancia, sostenute ancora dall'interposizione degli elettori. Furono dunque nel dì 15 d'ottobre segnati i capitoli d'essa pace, e stabilito che l'imperadore darebbe al duca Carlo Gonzaga l'investitura di Mantova e Monferrato, con ritenere una sufficiente guernigione in Mantova e Canneto. Che esso duca Carlo cederebbe al duca di Savoia Trino con tante altre terre del Monferrato, di rendita annua di diciotto mila scudi. Che al duca di Guastalla darebbe sei mila scudi di rendita in tante terre (e ne ricevette poi Luzzara e Reggiuolo). Che tanto lo imperadore dall'Italia che il re Cattolico da Casale e dal Piemonte ritirerebbero le loro truppe; e lo stesso farebbe il re Cristianissimo dalla cittadella di Casale, dal Piemonte e dalla Savoia, ritenendo solo una discreta guernigione in Pinerolo, Susa, Bricherasco ed Avigliana. Finalmente, dappoichè si fosse data esecuzione ai capitoli suddetti, si avevano da ritirare le suddette guernigioni, lasciando libera Mantova, Pinerolo, ec., ai duchi di Mantova e Savoia. Ma questa pace ebbe la sfortuna di dispiacere al re Cattolico, perchè conchiusa senza di lui; e ai duchi di Savoia e Mantova, perchè pretesa di sommo loro aggravio. E il più bello fu che quel grande imbrogliatore di Richelieu, il quale pure s'era servito di fra Giuseppe cappuccino, suo gran confidente e del medesimo calibro, a quel trattato, proruppe in grandi schiamazzi contro l'ambasciatore Brulart, e indusse il re Cristianissimo a non ratificarlo.Mentre in Germania si lavorava alla pace, i generali franzesi in Piemonte pensavano alla guerra; e risoluti di tentare il soccorso della cittadella di Casale, prima che spirasse il termine della tregua, verso la metà d'ottobre si mossero a quella volta con circa venti mila combattenti fra cavalleria e fanteria, e nel dì 26 del suddetto mese furono a vista degli Spagnuoli e Tedeschi, possessori della città di Casale, ben trincierati al di fuori, ed anche superiori di forze. Sifece vista di voler attaccare la battaglia, senza volere far caso della nuova già pervenuta della pace di Ratisbona; e il Mazzarino iva galoppando di qua e di là per risparmiare il sangue e seminar la concordia. Era egli già venduto a' Franzesi. Ora tanto seppe questo forbito pacificatore intronare le orecchie del marchese Santa Croce, personaggio di poco spirito, ed imbrogliato per la sua poca perizia, che il trasse ai suoi consigli. Pertanto sul punto di dar principio al fatto d'armi, uscì egli col cappello in mano verso i Franzesi, gridando:Alto, alto; pace, pace. La pace fu che ilmaresciallo di Toirascolla guernigione uscirebbe della cittadella di Casale, rinunziandola a Ferdinando duca d'Umena, figlio del duca Carlo, il quale la terrebbe con guernigione di mille Monferrini a nome dell'imperadore sotto un commissario imperiale da nominarsi dal Collalto. Che i Franzesi si ritirerebbero nel giorno seguente dal Monferrato, ed altrettanto farebbero gl'imperiali e Spagnuoli, abbandonando Casale, il castello e tutti gli altri luoghi da loro occupati in quella provincia. Non mancarono le fischiate dietro a chi, sì vantaggiosamente postato, si lasciò condurre a quel sì vergognoso accordo. Di peggio poi succedette; perciocchè, dopo aver gli Spagnuoli valicato il Po, ed essere inviati i Franzesi alla volta del Piemonte per l'altra riva, questi ultimi, tornati addietro, spinsero due reggimenti in Casale, chi dice per avere scoperto che il Santa Croce, pentito dell'accordo, tornava per occupar quella; e chi, con più probabilità, perchè i marescialli franzesi iti a visitar la città suddetta e la cittadella, le trovarono affatto sprovvedute di viveri, e per timore che cadessero nelle mani degli Spagnuoli, se vi tornavano sotto, non badarono a mancare di fede. Irritato per questo inganno il Santa Croce, si mise ad inseguir gli altri Franzesi che marciavano verso il Piemonte, e fu vicino ad attaccare il conflitto. Ma ecco a cavallo il Mazzarino,che ora agli uni, ora agli altri applicando il lenitivo della sua eloquenza, li fermò, e ne trasse un nuovo accordo, per cui il duca di Savoia mandò per Po tre mila some di grano a Casale: il che fatto, ne uscirono i Franzesi, e per la maggior parte si ritirarono in Francia. Mancò intanto di vita ilconte di Collalto, uomo pien di orgoglio, che quasi sempre era stato o avea finto di essere infermo, e maggiormente si trovava ora in pena, per essere stato richiamato alla corte cesarea a rendere conto della sua nemicizia con lo Spinola, del sacco di Mantova, e di aver fatto perdere Casale.In questa maniera terminarono, se non in tutto, almeno in buona parte, le tante brighe pel Monferrato, e insieme l'anno presente, riuscito dei più calamitosi e funesti dell'Italia. Imperocchè dilatatasi la peste già cominciata, e prevalendosi del buon veicolo della guerra, che rompe ogni misura, precauzione e guardia in simili occasioni, fece dipoi innumerabile strage in tante armate, e più senza paragone negl'innocenti popoli. Passato questo terribil malore da Mantova a Venezia, quivi portò al sepolcro sopra sessanta mila persone; e fu creduto che perissero più di cinquecento mila nelle altre città, e ville di terra ferma sottoposte a quella repubblica. Passò a Modena, Reggio, Bologna, e più tardi poi nell'anno seguente ad altre città di Toscana, Romagna, Piemonte e Lombardia, dove lasciò un orrido guasto di viventi, e spezialmente infierì nella allora assai popolata città di Milano: tutti frutti dell'incessante ambizion dei monarchi, che oltre a tanti mali cagionò ancor questo. Mirabili cose operòFerdinando II gran ducadi Toscana in tal congiuntura per difesa e sollievo de' suoi popoli, e massimamente della sua capitale, come già scrissi nel mio Governo della peste. Dovea passar per Italia alla volta di Vienna l'infanta Mariasorella del re di Spagna, sposata aFerdinando IIIre d'Ungheria e figlio del regnante imperadore.A cagion della peste che sì fieramente infestava la Lombardia, fu ella con sontuoso stuolo di galee condotta fino a Napoli, e in esse pensava poi di passare a Trieste. Gelosi i Veneti de' loro diritti nell'Adriatico, si opposero al passaggio di quella flotta, esibendosi essi di servir la regina coi loro legni. Pericolo vi fu di rottura; ma infine si accomodarono gli Spagnuoli e Tedeschi al volere della repubblica, la quale trasportò poi sul fine dell'anno quella gran principessa con tutto il suo numerosissimo corteggio da Ancona a Trieste, facendole godere nel viaggio ogni sorta di delizie a tenore della magnificenza e liberalità ch'ella sempre usa in somiglianti congiunture. Terminò colla vita il suo breve principato nel corrente annoNiccolò Contarinodoge di Venezia, a cui fu sostituito dipoiFrancesco Erizzo.
Molte e gravi erano state nell'anno precedente le calamità; crebbero di lunga mano nel presente. Era riuscito alle armi gloriose diLuigi XIIIre di Francia nella state passata di fiaccar le corna ai ribelli ugonotti, che mettevano sottosopra tutta la Linguadoca, con impadronirsi delle città e fortezze da loro occupate, con rimetter ivi in trono la religion cattolica, ed astrignere il duca di Roano, capo degli eretici malcontenti, ad uscire del regno, e con ridonare la pace e il buon ordine a quelle contrade. Sì prosperi successi li riconosceva il re dai consigli e dalla direzione delRichelieu; e perchè somma premura conservava la maestà sua di soccorrere in buona forma il duca di Mantova, nè si sentiva voglia di tornar a valicar l'Alpi, esso Richelieu, siccome testa bramosa di comparir grande non solo nell'arti del gabinetto, ma in quelle ancora della guerra, assunse volentieri il comando delle armi, e la incombenza di calar di nuovo in Italia con tutta l'immaginabil plenipotenza per la pace e per la guerra. Ecco dunque un porporato divenuto generale dell'esercito franzese in viaggio, con aver sotto di sè i marescialli di Bassompiero, di Sciomberg e di Crequì. Da Lione nel dì 28 di gennaio s'incamminò egli alla volta di Susa. Giunto che fu colà insieme coll'armata regale, cominciò a trattar colduca Carlo Emmanuelenon già di un solo particolare aggiustamento, ma della pace universale fra le due corone interessate negli affari di Mantova. Siccome tanto il duca che il cardinale erano dei più scaltriti uomini della terra niun d'essi si fidava dell'altro; e negoziatore fra loro a nome del nunzio di Torino era il Mazzarino, che neppure dal canto suo la cedeva ad alcuno in accortezza, astuzie e raggiri. Parve al Richelieudi essere burlato dal duca, e tenuto a bada, affinchè intanto lo Spinola e il Collalto facessero qualche bel giuoco contro Mantova e Casale. E nello stesso tempo già compariva insospettito lo Spinola d'esso duca, con giugnere a negargli soccorso di danaro, e con pretendere se lo somministrava, qualche piazza per ostaggio della fede. Era già passata la metà di marzo, quando il cardinale segretamente si accostò alla Dora per passar quel fiume, con disegno di sorprendere il duca, il quale, soggiornando in Rivoli, luogo di delizie, col figlio principe di Piemonte, mostrava secondo il suo costume fronte serena e cuor generoso in mezzo alle cure e a' pericoli più gravi. Andò fallito il colpo, perchè da qualche amico (ne fu poi sospettato il duca di Memoransì) avvisato il duca, si ritirò prontamente a Torino, dove fece chiuder le porte, armar le mura, e imprigionar quanti Franzesi vi trovò dentro (e non erano pochi, iti o per inchinar la principessa sorella del re, o per comperar varie cose), restando stranamente sdegnato, anzi inviperito e solo spirante vendetta contra del Richelieu per un tiro sì disdicevole alla sua dignità e alla pubblica fede. Pertanto diede fuori un manifesto, in cui amaramente si dolse di varii tradimenti del cardinale verso la sua persona e i suoi Stati, senza nondimeno parlare di quel di Rivoli. Allora fu che intavolò un trattato col marchese Spinola, per cui poscia si gittò tutto in braccio agli Austriaci di Spagna e di Germania, senza mai più voler dar orecchio a proposizioni del Richelieu, nè ammettere le sue ambasciate.
Per la ritirata di Carlo Emmanuele trovando il cardinale di Richelieu liberi i passi, s'inoltrò verso Torino, affinchè colà si riducessero le forze del duca, fingendo di voler assalire quella città. Poscia all'improvviso spinse il Crequì addosso a Pinerolo, luogo distante dodici miglia da Torino, e v'andò poi egli in persona con tutta l'armata. Nè la terra,nè la cittadella fecero lunga difesa. Nel dì 31 di marzo, giorno di Pasqua, furono amendue in poter de' Franzesi; e il cardinale, che già meditava più vasti disegni, ordinò tosto una potente fortificazione a quel luogo, per formarvi una fortezza reale che servisse di continua briglia alla casa di Savoia, e di porta aperta ai Franzesi per entrare in Italia: il che non si può esprimere quanto trafiggesse l'animo del duca. Gli fu intanto spedito in aiuto dal marchese Spinola e dal Collalto un grosso corpo di Tedeschi, giacchè sette mila altri ne erano calati allora dalla Germania: gente che si diede ad esercitar la sua bravura, non già contro i Franzesi, ma in desolar gli infelici abitatori del Piemonte. Arrivò in questi tempi a Torino ilcardinale Antonio Barberino, spedito con titolo di legato di Lombardia dal ponteficeUrbano VIII, siccome padre comune, per trattar di pace. Abboccatosi egli con lo Spinola e col Cobalto, avea scorto in essi buone disposizioni. Trovò ben venti contrarii, allorchè trattò col duca di Savoia, tutto volto ai pensieri di cacciar di là da' monti i Franzesi, come si figurava di poter fare tirando in Piemonte tutte le forze spagnuole ed imperiali. Nè gli passò meglio col Richelieu, il quale, dopo l'acquisto di Pinerolo e di Bricherasco, terra forte, e di altri circonvicini luoghi, tutto gonfio di sè stesso, sempre più alzava il capo e parlavo da vincitore. Fu forzato in fine il legato Barberino, perchè vi andava dell'onore della santa Sede, a ritirarsi, lasciando le cose più che mai imbrogliate. Tenutasi una conferenza dal duca col Cobalto e collo Spinola, per unir la triplice armata tutta, affin di cacciare i Franzesi, si trovò disposto a ciò il Cobalto; ma non già lo Spinola, che o per gara coll'altro generale, o per poco buon animo verso il duca, o per ordini venuti di Spagna, contento di veder posto assai ostacolo ai Franzesi, perchè non potessero interrompere i suoi disegni nel Monferrato, spinse poi le soldatescheda lui dipendenti in quella provincia. Occupò Pontestura, San Giorgio e Rossigliano intorno a Casale, ed appresso ordinò l'assedio della medesima città. Seguirono sotto quella piazza varie fazioni militari, ora vantaggiose, ora dannose agli assedianti, che io tralascio. In questi tempi, cioè verso il fine di maggio, entrato lo stessore Luigi XIIIin Savoia con otto mila fanti e due mila cavalli, s'impadronì di Sciambery e di tutto quel ducato, eccettuata la cittadella di Mommegliano, ben fortificata dalla natura e dall'arte. Era molto prima il Richelieu passato ad unirsi col re, il quale appresso spedì ilduca di Memoransìcon dieci mila fanti e mille cavalli a rinforzare i maresciallide la ForceeSciomberg, dimoranti in Pinerolo. Nel voler passare queste genti, il principe di Piemonte le assalì con gran vigore, ma con poca fortuna. Ardentemente bramavano essi Franzesi la maniera di penetrar pel Piemonte alla liberazion di Casale, ma non la trovavano. Per non istare in ozio e per procacciarsi paese atto a fornirli di foraggio, si stesero fino a Saluzzo, con occupar quella terra, e da lì a poco anche la cittadella con altri luoghi: il che recò incredibil cordoglio al duca.
Mentre in sì gran tempesta involto il Piemonte avea di che piangere, da non minori calamità era battuta ed afflitta la città di Mantova con tutto il suo territorio; perciocchè, venuta la primavera, fu di nuovo stretta quella città dall'armi cesaree, rinforzate con altri soccorsi, calati di fresco dalla Germania. Ilmaresciallo di Etrè(già marchese di Coeuvres) pervenuto da Venezia a Mantova nel dì 8 di aprile, non vi portò se non parole e speranze. Vani non solamente, ma dannosi riuscirono al duca Carlo i tentativi da lui fatti a Rodigo ed Ostiglia per ricuperar que' luoghi. Altra speranza a lui non restava che nei soccorsi della repubblica veneta, impegnata forte a sostenerlo, eppure lentissima a farlo. Tanto nondimeno perorò in Venezia l'ambasciatorfranzese, che si spiccò ordine di tentar la sorte per introdurre nell'affannata città di Mantova un buon sussidio di gente e di vettovaglia. A tal fine, fatta piazza d'armi a Valleggio, tentarono poscia i Veneziani di occupare alcuni vicini luoghi del Mantovano, necessarii al passaggio dei soccorsi; ma ebbero a fronte dieci mila Tedeschi, che misero in rotta le lor genti con tal precipizio, che anche Valleggio fu lasciato alla lor discrezione. Restò dunque più che mai angustiata Mantova. Dentro vi facea strage immensa la peste; eransi ridotti a poco numero i difensori, e questi atterriti; e le guardie con troppa svogliataggine si faceano. Non ignoravano i Tedeschi l'infelice stato della città, e però segretamente si accinsero per sorprenderla. Si disputò allora, e tuttavia si disputa fra gli scrittori, se in quella tragedia intervenisse tradimento dal canto dei Mantovani stessi, oppure se l'industria sola dei capitani tedeschi formasse e perfezionasse tutta quella funestissima mina. Il cavalier Nani e il Vianoli nelle loro storie venete, il conte Loschi ed altri sostentano passate intelligenze fra i Tedeschi ed alcuni cittadini, nominando anche espressamente uno dei marchesi Gonzaga, cioè il marchese Gian-Francesco, perchè fu poi dichiarato governatore di Mantova. Erano essi nemici del nome franzese, ed inclinati all'imperatrice Leonoradi loro schiatta, e al duca di Guastalla, e però creduti che tenessero mano alla rovina delduca Carlo. Vittorio Siri all'incontro, tuttochè dei più acuti ricercatori delle cose segrete, il Capriata ed altri, non seppero riconoscere tradimento, in quell'orrida tragedia, forse figurandosi improbabile che alcuno almen nobile potesse concorrere allo sterminio della patria sua, senza pensare che in essa anche egli resterebbe involto; perchè chi può dar misura alla furia di truppe scatenate ed ansanti di preda che prendano a viva forza una città? Il conte Galeazzo Gualdo, che suppone anch'egli orditura interna di qualchecittadino, siccome alquanto lontano di età da quella terribile scena, non è bastante a decidere la controversia, e molto meno lo son io. Quel che è certo, ossia che dal duca Carlo, dacchè fu ritornato in Mantova, non si trovasse fondamento a tante dicerie e sospetti, oppure che per tema e rispetto dell'imperadore si rimanesse dal pescare ulteriormente in questo imbroglio, processo non fu fatto, e restò solo in bocca del popolo e dei curiosi il pro e il contra di questa particolarità.
Ora avendo i primarii uffiziali della armata cesarea, cioè i baroni di Aldringher e Galasso (era forse allora in Piemonte, o infermo il Collalto) fatto gran preparamento di barche nel lago, nella notte precedente al dì 18 di luglio quetamente si accostarono al di sotto del Ponte di San Giorgio, e al posto della Predella, nel quale stesso tempo altri assalti diedero in altre parti. Fu dipoi attaccato il petardo alla porta del Volto scuro guardato da pochi Svizzeri, e se ne impadronirono, ed appresso anche del palazzo ducale.Francesco Orsinodei duchi di Lamentana e il Durante accorsero alla difesa; ma il primo vi lasciò la vita, e il secondo con altri uffiziali restò prigione. Saltati dal letto il duca e il maresciallo d'Etrè, sostennero alquanto l'empito de' nemici; ma conosciuto infine disperato il caso, si ritirarono nella fortezza di Porto, e salvossi in un monistero laprincipessa Mariacol suo figliuolino. Trovavasi Porto dalla parte della città sprovveduto di fortificazioni, dentro vi sguazzava la pestilenza, pochi erano i difensori, e meno le munizioni e la vettovaglia. Però avendo tosto gli uffiziali cesarei spedito colà per esplorar le intenzioni del duca, il trovarono disposto per necessità a capitolare la resa. Incaricato dunque da lui il marchese Strozzi, conchiuse nello stesso dì 18 di luglio che fosse lecito al duca Carlo, alla nuora e al figlio di starsene in Mantova, oppure di ritirarsi nel Ferrarese col bagaglio che aveano in Porto (ed era ben poco)senza permetter loro che un giorno solo alla partenza; e che il giorno seguente anche il maresciallo di Etrè potrebbe andarsene liberamente colla sua famiglia. Furono accompagnati esso duca con tutti i suoi e il maresciallo fino a Melara nel distretto ferrarese; e l'infelice principe passò dipoi a Crespino a far delle tetre meditazioni sopra la miseria del suo stato, avendo perduto tutto, e senzachè nè egli nè la duchessa avessero potuto portar seco un soldo o una gioia da potere almen vivere per qualche giorno. Al cumulo ancora delle disgrazie del duca s'aggiunse il mancargli il compatimento di molti, che gli davano la taccia d'essersi comperato il suo eccidio, coll'aver sempre ricusato di chiedere perdono all'imperadore, e di non aver voluto accettare alcuna della tante proposizioni d'accordo fattegli per parte dello stesso imperadore e de' suoi ministri; perchè certamente gli fu più volte esibita l'investitura di Mantova, se avesse voluto consentire per onore di sua maestà ad accettar qualche presidio, potendo sperare di riaver anche il Monferrato con un po' di pazienza e di maneggio. Dopo il fatto costa pur poco il far da dottore. Non mancarono consiglieri, ed anche di alta sfera, che impedirono sempre ad esso duca l'accettar condizione alcuna. Ridotto in tanta povertà il duca Carlo, altro partito non ebbe che di limosinar qualche aiuto di borsa dalla veneta repubblica, e ne ottenne mille dobble, colle quali andò vivendo come potè, aspettando miglior costellazione alla sua depressa fortuna.
Torniamo a Mantova. O perchè non si potè di meno, o perchè fu permesso in ricompensa alla per altro poca fatica durata in quell'acquisto, gl'infuriati Tedeschi si misero a saccheggiare la misera città, e durò per tre giorni quella barbarica lagrimevole scena. Godeva dianzi Mantova per la lunga pace, per la ricchezza dei dominanti e dei cittadini, un delizioso e fioritissimo stato. Ma perla peste, che avea già tagliato il filo della vita a quasi vinticinque mila abitanti, e per questo orrido sacco, eccola precipitata in un baratro di miserie. Fu messo a ruba tutto il palazzo ducale, dove i principi Gonzaghi in tanti tempi addietro aveano ragunata gran copia di preziosi mobili, pitture, tappezzerie, statue e vasi di squisito lavoro, dei quali nondimeno ne avea il duca Carlo per le necessità della presente guerra alienata parte, e ricavati secento mila scudi. Pochi furono i palagi e le case che non soggiacessero alla rapacità militare con tutti gli eccessi della licenza di quegli sfrenati masnadieri verso le donne e verso i luoghi sacri, alcuni nondimeno dei quali rimasero esenti dalla loro inumanità ed avarizia. Alessandro Zilioli nelle sue Storie scrive che i buoni Tedeschi attesero molto a rubare, poco a soddisfar la libidine. Nè solamente contro le persone e robe degl'innocenti infierirono, ma anche contro le stesse case e muraglie, o incendiandole, o rompendole per iscavarne i pretesi nascosi tesori. Chi volle far ascendere il danno di quella città a diciotto milioni di scudi, di che ricapiti si servì mai egli per tirar questo conto? Giunta poi a Vienna la nuova di sì memorabile scempio, ne provò sommo orrore, e ne restò altamente ferito il cuore del pioFerdinando imperadore, che avea appunto dati ordini di moderazione a tutti i suoi generali, nè si sarebbe mai aspettato un colpo sì alieno dalla clemenza ed intenzione sua. E l'imperadrice LeonoraGonzaga consorte non sapea dar fine agli urli e alle lagrime per tanta sventura della patria sua. Succedette poi a tutti questi assassinii lo stesso che avvenne pel sacco di Roma, perchè in breve perirono quasi tutti o per peste o per morti subitanee, nè di quelle rapine goderono punto i loro eredi. Ma questo nulla suffragò all'infelice città e al suo territorio, che forse in peggior situazione restò, perchè spogliato di abitatori, di alberi e di bestiame, colle caseabbattute, o pure ridotte a nude mura, e que' fertilissimi campi e giardini tutti incolti, divenuti una selva di sterpi e spine. Rimasero da lì innanzi i miseri Mantovani esposti alle continue angherie dell'Aldringher, che giunse fino ad intimare ad un popolo spogliato di tutto una contribuzione di cento mila dobble: del che avvertito l'imperadore, mandò ordini in contrario. Non si può dire che odiosità contro il nome dell'imperadore e della nazion tedesca si diffondesse per l'Italia a cagion della guerra e del sacco di quella infelice città e territorio.
Poco dopo la tragedia deplorabile di Mantova, descritta da Alessandro Zilioli, un'altra ne accadde in Piemonte.Carlo Emmanuele ducadi Savoia, circa il dì 20 di luglio, era passato a Savigliano con tutte le forze sue e de' collegati, con animo di venire a battaglia coi Franzesi che aveano occupato Saluzzo, oppure di impedire i lor progressi. Dicono che fu preso da gente intestata dei pregiudizi del paganesimo per cattivo augurio l'essere alcuni giorni prima caduto un fulmine sopra l'albero maggiale piantato avanti al palazzo ducale in Torino, coll'uccisione d'alcune guardie; e che in Savigliano posate l'armi del duca sopra un tavolino, cinque volte caddero in terra senza essere toccate da alcuno. Quivi esso duca colpito da apoplessia, fra tre giorni passò all'altra vita nel dì 26 del mese suddetto in età di sessantaotto anni, e quasi sette mesi. Comune opinione fu ch'egli soccombesse agli affanni in mirare, dopo tante fatiche, spese, disegni ed azioni sue, per ingrandire i propri Stati, andare a terminar tutto nella perdita della Savoia e di Susa, Pinerolo e Saluzzo, porte dell'Italia, divenuto per lui un insoffribil ceppo alla sua signoria; e nella desolazion del Piemonte, lacerato e calpestato allora tanto dai Franzesi che dagli Spagnuoli e Tedeschi; e finalmente nell'abbassamento della sua riputazione, che per lui era la pupilla degli occhi, odiato e deluso dai Franzesi, e mal corrispostodagli Spagnuoli. Di questo principe si trova una diversa pittura, lavorata a penna dalle passioni, rappresentandolo alcuni per principe turbolento, ambiziosissimo, incostante, infido, libidinoso e sanguinario, e che presumeva troppo di sè stesso in ogni occasione. Negli ultimi periodi di sua vita, dicono nullameno aver egli meditato d'invadere la Francia, e di cacciar Spagnuoli e Tedeschi d'Italia. Dall'altro canto presso diversi scrittori non fu defraudata la memoria sua di un compiuto e verace elogio delle maravigliose doti e virtù che in lui si adunavano. Fuor di dubbio è ch'egli in vivacità ed accortezza di mente andò innanzi ad ogni principe e monarca della sua età. Nel suo picciolo e curvo corpo alloggiava un cuor grande, un valore non inferiore a quello dei maggiori eroi. Sapeva di tutto; peritissimo in ogni arte ed esercizio di pace e di guerra, amante della storia, delle matematiche, delle belle lettere, e perpetuo fautore e rimuneratore dei letterati. Nella generosità, nella liberalità, affabilità ed eloquenza naturale non avea pari; sapea comperarsi il cuore di chiunque trattava con lui. Della sua pietà e magnificenza lasciò immortali memorie dappertutto con tante fondazioni di monisteri, chiese, collegii, spedali, fortezze e palagi. Non istavano mai in ozio i suoi pensieri per informarsi delle azioni dei suoi ministri, ed anche dei suoi sudditi, e per penetrar nei gabinetti di tutti i potentati d'Europa. A lui mancò solo la fortuna; ma se le forze vennero meno ai voli troppo vasti da lui intrapresi, meritò almeno l'ammirazione sì del suo che dei secoli avvenire. Lasciò viventi dopo di sèVittorio Amedeosuo primogenito e successore nel ducato, ilcardinal Maurizio, e ilprincipe Tommaso, oltre aMargheritavedova duchessa di Mantova, e due altre figlie religiose.
Con pensieri più regolati e discreti succedette al padre in età di quarantatrè anni, ben addottrinato nel mestier della guerra e della politica, il novelloduca Vittorioche, siccome cognato del re di Francia, non tardò a mostrar segni di affettuosa divozione verso quella corona, senza nondimeno alienar l'animo suo dal rispetto verso l'altra di Spagna. Ma perchè egli si trovava a fronte l'esercito nemico dei Franzesi, gli convenne sul principio difendersi dai loro insulti. Eransi eglino ultimamente insignoriti di Carignano. Per ricuperar quella terra si mosse nel dì 7 di agosto il duca con gli Alemanni collegati, e venuto ad un conflitto, n'ebbe la peggio. Giuntogli poi in aiuto il conte di Collalto con otto mila fanti e cinquecento cavalli, avrebbe potuto sperar dei vantaggi, se non fosse giunto al campo franzese con quattro mila fanti e cinquecento cavalli ilmaresciallo di Sciombergh, il quale per viaggio ridusse alla sua ubbidienza la terra e il castello di Avigliana. Intanto maggiormente veniva stretto e bersagliato Casale dalmarchese Spinolacon rabbia dei Franzesi, vogliosi pure di soccorrerlo, ma impotenti a farlo. In questi imbrogli, non mai stanco di fare il corriere e paciere Giulio Mazzarino, s'interpose; e giacchè troppa difficoltà s'incontrava ad una pace, tentò di guadagnare il punto che si venisse per ora ad una tregua. Tanto fece che nel dì 4 di settembre questa fu stipulata per tutto il dì 15 del prossimo ottobre, e in essa stabilito che la città e il castello di Casale sarebbono tosto consegnati allo Spinola, e questi obbligato a somministrar viveri alla cittadella di Casale, custodita dal maresciallo franzeseToirasfino al dì ultimo di ottobre. E quando questa non fosse soccorsa per tutto quel dì dall'armi franzesi, anch'essa fosse ceduta allo Spinola suddetto. All'incontro, essendo essa entro quel tempo soccorsa, si obbligava lo Spinola di restituir di nuovo ai Franzesi la città e il castello. Poca fortuna ebbe questa sospension d'armi; nè pur volle ratificarla lo Spinola, credendola troppo svantaggiosa, seppur non fu perchè adirato dall'averla il duca e il Collalto conchiusa senza saputa sua. Ma essendo allora,o poco prima, caduta in deliquio la sua sanità, nè solo del corpo, ma anche della mente, venne a lui sostituitopro interimilmarchese di Santa Crocenel governo di Milano e dell'armata spagnuola; ed egli poi colla fama di essere stato uno dei più gloriosi capitani del tempo suo, finì i suoi giorni nel dì 25 di settembre; altri dicono nel dì 28. Approvò il Santa Croce la tregua, e però la città di Casale col castello gli fu consegnata, restando tuttavia la cittadella nelle mani dei Franzesi e del duca d'Umena figlio di Carlo duca di Mantova, ma solamente di nome.
Fin qui era camminata tutta a seconda de' suoi voleri la fortuna dell'imperador Ferdinando IIper tante vittorie riportate da' suoi generaliAlberto Vallestainduca di Fridland,TillyePappenaim. Se questo Augusto, principe per altro di gran pietà e saviezza, patisse alcune di quelle vertigini, che suol produrre l'eccessiva prosperità, nol so dir io. Egli è almen certo che la sua gran potenza cagionava dei brutti sintomi in cuore della maggior parte dei principi dell'imperio, od oppressi come nemici, o maltrattati come amici. Specialmente si accordavano tutti in non poter più soffrire la superbia e l'insolenza del Vallestain. Nelle fucine di questi malcontenti cominciò a soffiare ilcardinale di Richelieu, sì per ispirar loro il ripugnare ad esso Augusto, desideroso dell'elezione diFerdinando red'Ungheria suo figlio in re dei Romani, e sì per formare una forte lega contro di lui. Particolarmente si studiò il più politico che religioso porporato di muovere a danni dell'imperadore il re di SveziaGustavo Adolfo, povero sì di forze, ma ricco di coraggio; e a dargli la spinta concorse ancora con promessa di danaro il senato veneto, troppo alterato per le peripezie di Mantova. Questo nero nuvolo accompagnato da fulmini quel fu che rendè pieghevole l'Augusto Ferdinando alle proposizioni di pace fatte nella dieta di Ratisbona dai ministri del papa e del re diFrancia, sostenute ancora dall'interposizione degli elettori. Furono dunque nel dì 15 d'ottobre segnati i capitoli d'essa pace, e stabilito che l'imperadore darebbe al duca Carlo Gonzaga l'investitura di Mantova e Monferrato, con ritenere una sufficiente guernigione in Mantova e Canneto. Che esso duca Carlo cederebbe al duca di Savoia Trino con tante altre terre del Monferrato, di rendita annua di diciotto mila scudi. Che al duca di Guastalla darebbe sei mila scudi di rendita in tante terre (e ne ricevette poi Luzzara e Reggiuolo). Che tanto lo imperadore dall'Italia che il re Cattolico da Casale e dal Piemonte ritirerebbero le loro truppe; e lo stesso farebbe il re Cristianissimo dalla cittadella di Casale, dal Piemonte e dalla Savoia, ritenendo solo una discreta guernigione in Pinerolo, Susa, Bricherasco ed Avigliana. Finalmente, dappoichè si fosse data esecuzione ai capitoli suddetti, si avevano da ritirare le suddette guernigioni, lasciando libera Mantova, Pinerolo, ec., ai duchi di Mantova e Savoia. Ma questa pace ebbe la sfortuna di dispiacere al re Cattolico, perchè conchiusa senza di lui; e ai duchi di Savoia e Mantova, perchè pretesa di sommo loro aggravio. E il più bello fu che quel grande imbrogliatore di Richelieu, il quale pure s'era servito di fra Giuseppe cappuccino, suo gran confidente e del medesimo calibro, a quel trattato, proruppe in grandi schiamazzi contro l'ambasciatore Brulart, e indusse il re Cristianissimo a non ratificarlo.
Mentre in Germania si lavorava alla pace, i generali franzesi in Piemonte pensavano alla guerra; e risoluti di tentare il soccorso della cittadella di Casale, prima che spirasse il termine della tregua, verso la metà d'ottobre si mossero a quella volta con circa venti mila combattenti fra cavalleria e fanteria, e nel dì 26 del suddetto mese furono a vista degli Spagnuoli e Tedeschi, possessori della città di Casale, ben trincierati al di fuori, ed anche superiori di forze. Sifece vista di voler attaccare la battaglia, senza volere far caso della nuova già pervenuta della pace di Ratisbona; e il Mazzarino iva galoppando di qua e di là per risparmiare il sangue e seminar la concordia. Era egli già venduto a' Franzesi. Ora tanto seppe questo forbito pacificatore intronare le orecchie del marchese Santa Croce, personaggio di poco spirito, ed imbrogliato per la sua poca perizia, che il trasse ai suoi consigli. Pertanto sul punto di dar principio al fatto d'armi, uscì egli col cappello in mano verso i Franzesi, gridando:Alto, alto; pace, pace. La pace fu che ilmaresciallo di Toirascolla guernigione uscirebbe della cittadella di Casale, rinunziandola a Ferdinando duca d'Umena, figlio del duca Carlo, il quale la terrebbe con guernigione di mille Monferrini a nome dell'imperadore sotto un commissario imperiale da nominarsi dal Collalto. Che i Franzesi si ritirerebbero nel giorno seguente dal Monferrato, ed altrettanto farebbero gl'imperiali e Spagnuoli, abbandonando Casale, il castello e tutti gli altri luoghi da loro occupati in quella provincia. Non mancarono le fischiate dietro a chi, sì vantaggiosamente postato, si lasciò condurre a quel sì vergognoso accordo. Di peggio poi succedette; perciocchè, dopo aver gli Spagnuoli valicato il Po, ed essere inviati i Franzesi alla volta del Piemonte per l'altra riva, questi ultimi, tornati addietro, spinsero due reggimenti in Casale, chi dice per avere scoperto che il Santa Croce, pentito dell'accordo, tornava per occupar quella; e chi, con più probabilità, perchè i marescialli franzesi iti a visitar la città suddetta e la cittadella, le trovarono affatto sprovvedute di viveri, e per timore che cadessero nelle mani degli Spagnuoli, se vi tornavano sotto, non badarono a mancare di fede. Irritato per questo inganno il Santa Croce, si mise ad inseguir gli altri Franzesi che marciavano verso il Piemonte, e fu vicino ad attaccare il conflitto. Ma ecco a cavallo il Mazzarino,che ora agli uni, ora agli altri applicando il lenitivo della sua eloquenza, li fermò, e ne trasse un nuovo accordo, per cui il duca di Savoia mandò per Po tre mila some di grano a Casale: il che fatto, ne uscirono i Franzesi, e per la maggior parte si ritirarono in Francia. Mancò intanto di vita ilconte di Collalto, uomo pien di orgoglio, che quasi sempre era stato o avea finto di essere infermo, e maggiormente si trovava ora in pena, per essere stato richiamato alla corte cesarea a rendere conto della sua nemicizia con lo Spinola, del sacco di Mantova, e di aver fatto perdere Casale.
In questa maniera terminarono, se non in tutto, almeno in buona parte, le tante brighe pel Monferrato, e insieme l'anno presente, riuscito dei più calamitosi e funesti dell'Italia. Imperocchè dilatatasi la peste già cominciata, e prevalendosi del buon veicolo della guerra, che rompe ogni misura, precauzione e guardia in simili occasioni, fece dipoi innumerabile strage in tante armate, e più senza paragone negl'innocenti popoli. Passato questo terribil malore da Mantova a Venezia, quivi portò al sepolcro sopra sessanta mila persone; e fu creduto che perissero più di cinquecento mila nelle altre città, e ville di terra ferma sottoposte a quella repubblica. Passò a Modena, Reggio, Bologna, e più tardi poi nell'anno seguente ad altre città di Toscana, Romagna, Piemonte e Lombardia, dove lasciò un orrido guasto di viventi, e spezialmente infierì nella allora assai popolata città di Milano: tutti frutti dell'incessante ambizion dei monarchi, che oltre a tanti mali cagionò ancor questo. Mirabili cose operòFerdinando II gran ducadi Toscana in tal congiuntura per difesa e sollievo de' suoi popoli, e massimamente della sua capitale, come già scrissi nel mio Governo della peste. Dovea passar per Italia alla volta di Vienna l'infanta Mariasorella del re di Spagna, sposata aFerdinando IIIre d'Ungheria e figlio del regnante imperadore.A cagion della peste che sì fieramente infestava la Lombardia, fu ella con sontuoso stuolo di galee condotta fino a Napoli, e in esse pensava poi di passare a Trieste. Gelosi i Veneti de' loro diritti nell'Adriatico, si opposero al passaggio di quella flotta, esibendosi essi di servir la regina coi loro legni. Pericolo vi fu di rottura; ma infine si accomodarono gli Spagnuoli e Tedeschi al volere della repubblica, la quale trasportò poi sul fine dell'anno quella gran principessa con tutto il suo numerosissimo corteggio da Ancona a Trieste, facendole godere nel viaggio ogni sorta di delizie a tenore della magnificenza e liberalità ch'ella sempre usa in somiglianti congiunture. Terminò colla vita il suo breve principato nel corrente annoNiccolò Contarinodoge di Venezia, a cui fu sostituito dipoiFrancesco Erizzo.