MDCXXXI

MDCXXXIAnno diCristoMDCXXXI. IndizioneXIV.Urbano VIIIpapa 9.Ferdinando IIimperadore 13.Anno fu questo di spaventose guerre in Germania, di maravigliose cabale ed inganni in Italia. Ilcardinale di Richelieuera in Parigi il giratore di tutte le macchine anche più lontane. Contuttochè si fossero congiurati contra di lui ilduca d'Orleans Gastonefratello del re, e laregina Mariamadre d'amendue, con alcuni altri dei primarii personaggi, tal polso e predominio ebbe egli nel cuore dello stesso reLodovico XIII, che abbattè ogni suo avversario. Il duca di Orleans si fuggì in Lorena, la regina madre se n'andò in Fiandra: con che maggiormente divenne quel porporato l'arbitro del regno, e padrone del re suo signore. Egli fu, siccome già accennammo, che mise l'armi in mano al feroceGustavo Adolfore di Svezia contra l'imperador Ferdinando II, e fece lega con gli Olandesi, e manipolò in Brandeburgo e Sassonia buona armonia con lo Svevo, e ritirò la Baviera dall'unione con Cesare.In addietro avea l'Augusto Ferdinando mietuti sempre allori e cantati trionfi; ma senza far caso se egli in tanti guadagni avesse perduto l'amore dei principi dell'imperio, valendosiVallestainducadi Fridland, che calpestava egualmente amici e nemici, e da cui ebbe origine quell'empia massima:Che l'imperatore non poteva mantener dodici mila armati: ma che gli era ben facile di mantenerne cento mila; perciocchè, come ognun intende, ad un poderoso esercito, che per forza si fa ubbidir da ognuno, nulla può mancare. Si privò Cesare di questo gran generale insieme ed assassino, per le istanze degli elettori, e sbandò anche la maggior parte degli eserciti suoi. Allora fu che ilre Svecocolle vittoriose sue armi si andò sempre più inoltrando, e dopo la memorabil rotta di Lipsia, data nel dì 7 di settembre al valorosoTillygenerale cesareo, maggiormente s'internò nel cuor dell'imperio, quasi minacciando di detronizzare lo stesso Augusto. Di sì gravi sconcerti della Germania ho io fatto in passando questo breve ricordo, perchè essi influirono non poco a dar la quiete all'Italia, e alla esecuzione della pace di Ratisbona. L'Olivares, ossia ilconte duca, potente favorito in Ispagna delre Filippo IV, avea disapprovata quella pace, e spedito apposta al governo di Milano per disturbarla ilduca di Feriadon Gonzalez di Cordova, già da noi veduto nei prossimi passati anni governatore del medesimo Stato. Nè mancò egli di fare il possibile per mantener la discordia. Ma perchè l'imperadore, pressato dalle angustie sue in Germania, abbisognava delle truppe, già inviate a Mantova, nè gli compliva il tener vivo questo fuoco co' Franzesi tuttavia forti alle sboccature dell'Italia; però spedì ordine e plenipotenza al baron Galasso di ultimar queste pendenze. Ripigliaronsi dunque i trattati fra i ministri diFrancia, diVittorio Amedeo ducadi Savoia, col medesimo Galasso, frapposta sempre la mediazione di monsignorPancirolinunziodel papa, e dell'accortissimoGiulio Mazzarino, il qual portava anch'esso il titolo di ministro di sua santità.Radunati questi ministri in Cherasco, cioè ilGalassoper l'imperadore, e ilmaresciallo di Toirascol signor di Servient pel re Cristianissimo, nel dì 6 di aprile vennero al decisivo accordo, per cui fu convenuto che in vece dei diciotto mila scudi di rendita annua in tante terre da darsi al duca di Savoia nel Monferrato, se gliene assegnassero solamente quindici mila, ma d'oro. E però si determinò che Trino con una gran copia di altre terre castella e ville, che erano il più fertile pezzo del Monferrato, colla giunta ancora della città d'Alba e del suo territorio, a cui niuno in addietro avea mai pensato, passasse in dominio del duca di Savoia, non senza ammirazione e mormorazione di molti, perchè si togliesse allo sfortunato duca di MantovaCarlo Gonzagauna sì pingue porzione dei suoi Stati. Pure consentì a tutto il Galasso, o perchè guadagnato con danaro, o perchè troppo incitato da Vienna a troncare i viluppi coi Franzesi, i quali furbescamente, non avendo voluto fin qui ratificar la pace suddetta di Ratisbona, minacciavano sempre nuove rotture. Molto più si stupiva la gente al vedere che i Franzesi, in vece di sostenere in quello spartimento le ragioni del duca di Mantova, lor collegato ed alunno, non promovessero, e con passione, se non i vantaggi del duca di Savoia, principe che tuttavia tenea l'armi in mano contra di loro, e al quale doveano poi essi restituire tutti gli Stati occupati di qua e di là dai monti. Cessò col tempo lo stupore essendosi, dopo molti e molti mesi, ritirata la cortina al mistero ed arcano, che ora non s'intendeva, del procedere dei ministri gallici; essendosi trovato ch'eglino, col fare i liberali della roba altrui, aveano fatto un acquisto per la corona di Francia. Hassi dunque a sapere che il Richelieu, le cui ambiziose mire si stendevano ai luoghi più remoti e ai tempi avvenire, s'era cacciatoin capo di ritenere un passo aperto in Italia all'armi franzesi. Verisimilmente ancora a ciò l'istigavano le segrete insinuazioni de' principi italiani, che mal sofferivano la prepotenza degli Spagnuoli, e la troppa possanza del regnante Augusto.Avea esso cardinale, dopo l'acquisto di Pinerolo, già fatti i conti che questo avesse ad essere un nido sicuro e durevole per li Franzesi; e già ne avea imprese le fortificazioni. Ma in vigor della pace di Ratisbona, sì Pinerolo che Susa, Saluzzo, la Savoia ed ogni altro occupato luogo si aveano a rendere al duca di Savoia. Non si fermò per questo il Richelieu. Spinse addosso alduca Vittorio Amedeoil sagacissimo Mazzarino, e questi pose in campo il desiderio del cardinale per la ritenzion di Pinerolo, e sfoderò quanti argomenti gli somministrò la sua giudiziosa eloquenza per persuaderne la cessione, facendo gustare al duca la restituzione della Savoia, e di tutti altri luoghi, alla quale, coll'aver negata la ratificazione della pace, non si tenea obbligata la Francia. Promise di fargli avere un buon compenso colla città di Alba, con altri luoghi del duca di Mantova, e con altre esibizioni che superavano il valore di Pinerolo. Aggiunse, quella essere la maniera di farlo rispettar dagli Spagnuoli, e di mantener sempre buona amicizia colla Francia, da cui più potea sperar la casa di Savoia che dalla corte di Spagna. In una parola, tanto fece, tanto disse l'accorto Mazzarino, che il duca si arrendè, e nel dì ultimo di marzo con un trattato raccomandato ad un'estrema segretezza si accordò di cedere al re Cristianissimo la città e il castello di Pinerolo, Riva, Budenasco, il forte della Perosa, ed altri luoghi, cioè una lingua di terreno che per la valle di Perosa si attaccava con gli Stati del Delfinato. Ciò fatto, seguì poi l'accordo di Cherasco, pel quale si stabilì chiaramente la restituzione di tutto il tolto al duca di Savoia, e nominatamentedi Pinerolo, mentre nel medesimo tempo dovea farsi quella di Mantova, Casale e Canneto al duca di Mantova, e liberarsi la Valtellina. Per l'esecuzione ancora d'esso accordo furono dati ostaggi apapa Urbano VIII, che non ricusò di riceverli e tenerli finattantochè ciascuna delle parti avesse fedelmente adempiuti i capitoli di quella concordia. Ma come coprire agli occhi degl'imperiali e Spagnuoli questa innovazione e contravvenzione alla pace, e non render Pinerolo? Ecco ciò che per beffarli tutti seppe inventare la fina politica del Richelieu e del mediatore Mazzarino, il quale in tal congiuntura non ebbe difficoltà d'ingannare lo stesso monsignorPancirolisuo superiore ne' maneggi, tuttochè anch'egli fosse in concetto di essere cima di uomo nella simulazione ed accortezza.Perchè il Richelieu non si fidava del duca di Savoia, volle che ilcardinal Maurizioe ilprincipe Tommaso, fratelli di esso duca, passassero a Parigi, col pretesto di andarsene in Fiandra, e quivi come ostaggi si fermassero, finchè la trama fosse compiuta. Nè questo bastò. Si fecero rinchiudere in un segreto granaio, ed altri nascondigli della cittadella di Pinerolo, trecento fanti franzesi con viveri per un mese, e sparsa voce che fosse entrata la peste in quella fortezza, affinchè si sbrigassero presto i commissarii imperiali e Spagnuoli da quella visita, spalancate le porte, uscì nel dì 20 di settembre il resto del presidio franzese, e fu data la consegna di tutto al conte di Verrua pel duca di Savoia. Visitarono i commissarii tutti i siti, nè trovandovi più alcun Franzese, sottoscrissero l'attestato della restituzion seguita di Pinerolo. Alcuni dì prima era stato evacuato il Piemonte, il Monferrato e la Savoia da' Franzesi, la Rhetia dagli Alemanni; al duca Carlo Gonzaga consegnato Porto e Canneto, e susseguentemente nello stesso dì 20 anche la città di Mantova, giacchè a lui era pervenuta l'imperiale investitura di quel ducato edel Monferrato, di quel nondimeno che restava in suo dominio. Portati a Ferrara gli autentici attestati della piena esecuzione di tutti i capitoli formati in Ratisbona e Cherasco, furono messi in libertà gli ostaggi dianzi consegnati al pontefice romano. Restava da farsi l'altra scena, cioè di cavar dalle tane i Franzesi occultati in Pinerolo, e di dare un buon colore alla occupazione, ch'erano per far di nuovo di quella città e cittadella, e si trovarono altre frodi. Perchè il duca di Feria non fece bastevole disarmamento di milizie, e lo scaltro Mazzarino lo indusse a far delle doglianze contro i Franzesi, perchè parte d'essi fosse restata al servigio del Gonzaga in Mantova e Casale; mostrandosi il Richelieu pien di gelosie o sospetti, come se gli Spagnuoli macchinassero qualche superchieria o tradimento, fece fare istanza al duca di Savoia (andavano ben di concerto) che gli consegnasse per qualche tempo due piazze in Piemonte, cioè Susa ed Avigliana, oppure Pinerolo colla Perosa, ovvero Demont o Cuneo, tanto che si vedesse ben assodata la quiete in Italia. Fintosi il duca sorpreso da tal dimanda, e pien di timore per le minaccie aggiuntevi ricorse al duca di Feria, chiedendogli aiuto. Essendosi mostrato pronto il Feria, talmente fu poi ingrandito dal duca di Savoia il bisogno di gente e danaro, che il governatore diede indietro; ed allora il duca Vittorio Amedeo, come necessitato ad acconsentire e accomodarsi, e con protesta di venire ad una convenzione per esentar lo Stato suo e di Milano dai mali maggiori, nel dì 22 di ottobre stese una capitolazione col ministro franzese, di dare in deposito al re Cristianissimo Pinerolo coi forti della Perosa per soli sei mesi, che aveano poi da essere secoli; e che vi si tenesse presidio di Svizzeri, che poi diventarono Franzesi. In somma non si può dire quante e quali fossero le furberie e gli artifizii usati da quelle volpi e dal duca di Savoia per giuntare gli Austriaciin questi negoziati, con giugnere a gabbare infino i ministri propri. Azioni tali fra il basso popolo son chiamate cabale, ma fra i principi e gran ministri prendono l'aria di cose gloriose, e truovano chi altamente le loda.Eppure, qui non terminò le serie di tanti viluppi. Era rientrato in possesso de' suoi Stati ilduca Carlo Gonzaga, ma con trovarsi in un miserabilissimo stato, perchè cangiato in uno scheletro quel fertilissimo paese, smembrata tanta parte del Monferrato, venduti o impegnati i suoi beni e stati di Francia, per sostenersi nel passato terribile impegno. Più non correvano i soliti tributi, essendo rimaste spopolate ed incolte le campagne, talmente che appena egli avea di che vivere. Alle sue afflizioni si aggiunsero due anche più acuti colpi per la morte diCarlogiàprincipe di Rhetelsuo primogenito, mancato di vita in Goito sei giorni prima della restituzion di Mantova, con restar di lui un picciolo figlio in fasce, che fu poiCarlo II ducadi Mantova, ed una bambina. Parimente da lì a pochi mesi diede fine al suo vivere in CasaleFerdinando duca d'Umena, altro suo figlio: con che si ridusse tutta la sua speranza e prole maschile al mentovato suo picciolo nipote. Forze intanto a lui mancavano per sostenere un sufficiente presidio in Mantova e in Casale, e ogni dì temea insulti dal governator di Milano, irritato per lo affare di Pinerolo. Gli convenne dunque ricorrere alla repubblica veneta, che vi mandò, e lungamente ancora vi tenne, una guernigion sufficiente. All'incontro, collo stesso infelice duca tanto si adoperarono gli accorti Franzesi con segreti maneggi, mettendogli sempre davanti l'orgoglio e l'insaziabilità degli Spagnuoli, che gli cavarono di bocca l'assenso di assicurar eglino con presidio Casale. Però all'improvviso comparvero colà alcuni reggimenti di fanteria e sei compagnie di cavalleria, che assunsero la guardia di quella città, castello e cittadella alla barba del governator di Milano e della cortedi Spagna, che fecero per questo mille schiamazzi e doglianze contra del Richelieu, come di un gran traditore, ma senza frutto. Restò Pinerolo ai Franzesi in proprietà, Casale in guardia. Non pochi declamarono allora contro il duca di Savoia, per aver messa la sua sovranità in ceppi, ed esposti i suoi Stati alla gallica ambizione; ma gli altri principi d'Italia sommamente si rallegrarono di quell'avvenimento, per cui pareva contrappesata la soverchia potenza degli Austriaci in Italia; e restava aperto il varco all'armi di Francia secondo il bisogno dei loro interessi.Giunto era all'età di ottantadue anni Francesco Maria duca d'Urbino, e dimorava in Castel Durante, attendendo agli affari dell'anima sua, quando venne Dio a chiamarlo all'altra vita. Mancò in lui la famiglia della Rovere, che tanto s'era segnalata nel valore dell'armi, nella protezione dei letterati, e nel giusto e dolce governo dei suoi popoli, che amaramente lo piansero, e videro poi scaduto Urbino e quello Stato dall'antica popolazione e magnificenza. Già dicemmo che di quel ducato avea dianzi preso possesso la camera apostolica. Ora maggiormente se ne consolidò in lei il pieno dominio senza che si sentisse alcuna sostanziale opposizione per questo; se non che, avendoFerdinando II gran ducadi Toscana sposata in quest'annoVittoria, nipote del defunto duca, pretese ed ottenne l'eredità di tutti i preziosi mobili ed allodiali di quella casa, ed alcune castella ancora con titoli particolari acquistate da quei duchi: il che non passò senza molte liti. Fu da alcuni principi e da assaissimi adulatori consigliato ed istigatopapa Urbano VIIIad investire di quel ducato uno dei suoi nipoti; ma egli seppe vincere sè stesso, e volle che se ne facesse l'unione con lo Stato ecclesiastico. Seguirono in questo anno le nozze diFrancesco I d'Esteduca di Modena collaprincipessa Maria Farnese, sorella diOdoardo ducadi Parma. Nel dì poi 16 di dicembre ebbe principio l'incendiodel monte Somma, ossia del Vesuvio, che fu uno dei più spaventosi e memorabili che mai abbia patito la regal città di Napoli. L'interno orribile ruggito del monte scoppiò finalmente in terribili tuoni, in fiamme e in un fumo puzzolente, che levava il fiato alla gente, e in una sì prodigiosa caligine e pioggia di cenere, che coprì tutta Napoli, e portata dal vento si sparse fin sopra le città della Dalmazia e dell'Arcipelago. I sassi da quella bocca infernale gittati in aria furono innumerabili, ed alcuni caddero cento miglia lungi di là, se pur ciò è da credere. Intanto il mare anch'esso rumoreggiava, e ritirandosi le acque, lasciarono asciutto il molo, e un lungo tratto di quelle spiaggie. In Sorrento si allontanò quasi un miglio dal lido. Oltre a ciò, frequenti erano le scosse dei tremuoti, e giunse quel baratro finalmente a vomitare un'immensa copia di bitume acceso, che, scendendo in varii torrenti dalla montagna atterrò quante case e ville incontrò nel suo scendere al mare, colla morte di non pochi uomini e bestie, e col rendere incolta la campagna tutta per dove passò. Credeva il popolo di Napoli che fosse venuto il fine del mondo, e si aspettava a momenti l'ultimo eccidio, nè altro s'udiva per quella città che urli e grida di pentimento, correndo ognuno ad accomodar le partite dell'anima sua, e alle divote processioni che in abito di penitenza si andarono facendo. Cessò finalmente lo sdegno del monte, cessò l'indicibile spavento, e tornò a poco a poco la gente ai soliti affari e alla consueta allegria; se non che si trovò molta gente mendica, di ricca che era prima, per la desolazione di tanti poderi continuando in essa i motivi di piagnere.

Anno fu questo di spaventose guerre in Germania, di maravigliose cabale ed inganni in Italia. Ilcardinale di Richelieuera in Parigi il giratore di tutte le macchine anche più lontane. Contuttochè si fossero congiurati contra di lui ilduca d'Orleans Gastonefratello del re, e laregina Mariamadre d'amendue, con alcuni altri dei primarii personaggi, tal polso e predominio ebbe egli nel cuore dello stesso reLodovico XIII, che abbattè ogni suo avversario. Il duca di Orleans si fuggì in Lorena, la regina madre se n'andò in Fiandra: con che maggiormente divenne quel porporato l'arbitro del regno, e padrone del re suo signore. Egli fu, siccome già accennammo, che mise l'armi in mano al feroceGustavo Adolfore di Svezia contra l'imperador Ferdinando II, e fece lega con gli Olandesi, e manipolò in Brandeburgo e Sassonia buona armonia con lo Svevo, e ritirò la Baviera dall'unione con Cesare.In addietro avea l'Augusto Ferdinando mietuti sempre allori e cantati trionfi; ma senza far caso se egli in tanti guadagni avesse perduto l'amore dei principi dell'imperio, valendosiVallestainducadi Fridland, che calpestava egualmente amici e nemici, e da cui ebbe origine quell'empia massima:Che l'imperatore non poteva mantener dodici mila armati: ma che gli era ben facile di mantenerne cento mila; perciocchè, come ognun intende, ad un poderoso esercito, che per forza si fa ubbidir da ognuno, nulla può mancare. Si privò Cesare di questo gran generale insieme ed assassino, per le istanze degli elettori, e sbandò anche la maggior parte degli eserciti suoi. Allora fu che ilre Svecocolle vittoriose sue armi si andò sempre più inoltrando, e dopo la memorabil rotta di Lipsia, data nel dì 7 di settembre al valorosoTillygenerale cesareo, maggiormente s'internò nel cuor dell'imperio, quasi minacciando di detronizzare lo stesso Augusto. Di sì gravi sconcerti della Germania ho io fatto in passando questo breve ricordo, perchè essi influirono non poco a dar la quiete all'Italia, e alla esecuzione della pace di Ratisbona. L'Olivares, ossia ilconte duca, potente favorito in Ispagna delre Filippo IV, avea disapprovata quella pace, e spedito apposta al governo di Milano per disturbarla ilduca di Feriadon Gonzalez di Cordova, già da noi veduto nei prossimi passati anni governatore del medesimo Stato. Nè mancò egli di fare il possibile per mantener la discordia. Ma perchè l'imperadore, pressato dalle angustie sue in Germania, abbisognava delle truppe, già inviate a Mantova, nè gli compliva il tener vivo questo fuoco co' Franzesi tuttavia forti alle sboccature dell'Italia; però spedì ordine e plenipotenza al baron Galasso di ultimar queste pendenze. Ripigliaronsi dunque i trattati fra i ministri diFrancia, diVittorio Amedeo ducadi Savoia, col medesimo Galasso, frapposta sempre la mediazione di monsignorPancirolinunziodel papa, e dell'accortissimoGiulio Mazzarino, il qual portava anch'esso il titolo di ministro di sua santità.

Radunati questi ministri in Cherasco, cioè ilGalassoper l'imperadore, e ilmaresciallo di Toirascol signor di Servient pel re Cristianissimo, nel dì 6 di aprile vennero al decisivo accordo, per cui fu convenuto che in vece dei diciotto mila scudi di rendita annua in tante terre da darsi al duca di Savoia nel Monferrato, se gliene assegnassero solamente quindici mila, ma d'oro. E però si determinò che Trino con una gran copia di altre terre castella e ville, che erano il più fertile pezzo del Monferrato, colla giunta ancora della città d'Alba e del suo territorio, a cui niuno in addietro avea mai pensato, passasse in dominio del duca di Savoia, non senza ammirazione e mormorazione di molti, perchè si togliesse allo sfortunato duca di MantovaCarlo Gonzagauna sì pingue porzione dei suoi Stati. Pure consentì a tutto il Galasso, o perchè guadagnato con danaro, o perchè troppo incitato da Vienna a troncare i viluppi coi Franzesi, i quali furbescamente, non avendo voluto fin qui ratificar la pace suddetta di Ratisbona, minacciavano sempre nuove rotture. Molto più si stupiva la gente al vedere che i Franzesi, in vece di sostenere in quello spartimento le ragioni del duca di Mantova, lor collegato ed alunno, non promovessero, e con passione, se non i vantaggi del duca di Savoia, principe che tuttavia tenea l'armi in mano contra di loro, e al quale doveano poi essi restituire tutti gli Stati occupati di qua e di là dai monti. Cessò col tempo lo stupore essendosi, dopo molti e molti mesi, ritirata la cortina al mistero ed arcano, che ora non s'intendeva, del procedere dei ministri gallici; essendosi trovato ch'eglino, col fare i liberali della roba altrui, aveano fatto un acquisto per la corona di Francia. Hassi dunque a sapere che il Richelieu, le cui ambiziose mire si stendevano ai luoghi più remoti e ai tempi avvenire, s'era cacciatoin capo di ritenere un passo aperto in Italia all'armi franzesi. Verisimilmente ancora a ciò l'istigavano le segrete insinuazioni de' principi italiani, che mal sofferivano la prepotenza degli Spagnuoli, e la troppa possanza del regnante Augusto.

Avea esso cardinale, dopo l'acquisto di Pinerolo, già fatti i conti che questo avesse ad essere un nido sicuro e durevole per li Franzesi; e già ne avea imprese le fortificazioni. Ma in vigor della pace di Ratisbona, sì Pinerolo che Susa, Saluzzo, la Savoia ed ogni altro occupato luogo si aveano a rendere al duca di Savoia. Non si fermò per questo il Richelieu. Spinse addosso alduca Vittorio Amedeoil sagacissimo Mazzarino, e questi pose in campo il desiderio del cardinale per la ritenzion di Pinerolo, e sfoderò quanti argomenti gli somministrò la sua giudiziosa eloquenza per persuaderne la cessione, facendo gustare al duca la restituzione della Savoia, e di tutti altri luoghi, alla quale, coll'aver negata la ratificazione della pace, non si tenea obbligata la Francia. Promise di fargli avere un buon compenso colla città di Alba, con altri luoghi del duca di Mantova, e con altre esibizioni che superavano il valore di Pinerolo. Aggiunse, quella essere la maniera di farlo rispettar dagli Spagnuoli, e di mantener sempre buona amicizia colla Francia, da cui più potea sperar la casa di Savoia che dalla corte di Spagna. In una parola, tanto fece, tanto disse l'accorto Mazzarino, che il duca si arrendè, e nel dì ultimo di marzo con un trattato raccomandato ad un'estrema segretezza si accordò di cedere al re Cristianissimo la città e il castello di Pinerolo, Riva, Budenasco, il forte della Perosa, ed altri luoghi, cioè una lingua di terreno che per la valle di Perosa si attaccava con gli Stati del Delfinato. Ciò fatto, seguì poi l'accordo di Cherasco, pel quale si stabilì chiaramente la restituzione di tutto il tolto al duca di Savoia, e nominatamentedi Pinerolo, mentre nel medesimo tempo dovea farsi quella di Mantova, Casale e Canneto al duca di Mantova, e liberarsi la Valtellina. Per l'esecuzione ancora d'esso accordo furono dati ostaggi apapa Urbano VIII, che non ricusò di riceverli e tenerli finattantochè ciascuna delle parti avesse fedelmente adempiuti i capitoli di quella concordia. Ma come coprire agli occhi degl'imperiali e Spagnuoli questa innovazione e contravvenzione alla pace, e non render Pinerolo? Ecco ciò che per beffarli tutti seppe inventare la fina politica del Richelieu e del mediatore Mazzarino, il quale in tal congiuntura non ebbe difficoltà d'ingannare lo stesso monsignorPancirolisuo superiore ne' maneggi, tuttochè anch'egli fosse in concetto di essere cima di uomo nella simulazione ed accortezza.

Perchè il Richelieu non si fidava del duca di Savoia, volle che ilcardinal Maurizioe ilprincipe Tommaso, fratelli di esso duca, passassero a Parigi, col pretesto di andarsene in Fiandra, e quivi come ostaggi si fermassero, finchè la trama fosse compiuta. Nè questo bastò. Si fecero rinchiudere in un segreto granaio, ed altri nascondigli della cittadella di Pinerolo, trecento fanti franzesi con viveri per un mese, e sparsa voce che fosse entrata la peste in quella fortezza, affinchè si sbrigassero presto i commissarii imperiali e Spagnuoli da quella visita, spalancate le porte, uscì nel dì 20 di settembre il resto del presidio franzese, e fu data la consegna di tutto al conte di Verrua pel duca di Savoia. Visitarono i commissarii tutti i siti, nè trovandovi più alcun Franzese, sottoscrissero l'attestato della restituzion seguita di Pinerolo. Alcuni dì prima era stato evacuato il Piemonte, il Monferrato e la Savoia da' Franzesi, la Rhetia dagli Alemanni; al duca Carlo Gonzaga consegnato Porto e Canneto, e susseguentemente nello stesso dì 20 anche la città di Mantova, giacchè a lui era pervenuta l'imperiale investitura di quel ducato edel Monferrato, di quel nondimeno che restava in suo dominio. Portati a Ferrara gli autentici attestati della piena esecuzione di tutti i capitoli formati in Ratisbona e Cherasco, furono messi in libertà gli ostaggi dianzi consegnati al pontefice romano. Restava da farsi l'altra scena, cioè di cavar dalle tane i Franzesi occultati in Pinerolo, e di dare un buon colore alla occupazione, ch'erano per far di nuovo di quella città e cittadella, e si trovarono altre frodi. Perchè il duca di Feria non fece bastevole disarmamento di milizie, e lo scaltro Mazzarino lo indusse a far delle doglianze contro i Franzesi, perchè parte d'essi fosse restata al servigio del Gonzaga in Mantova e Casale; mostrandosi il Richelieu pien di gelosie o sospetti, come se gli Spagnuoli macchinassero qualche superchieria o tradimento, fece fare istanza al duca di Savoia (andavano ben di concerto) che gli consegnasse per qualche tempo due piazze in Piemonte, cioè Susa ed Avigliana, oppure Pinerolo colla Perosa, ovvero Demont o Cuneo, tanto che si vedesse ben assodata la quiete in Italia. Fintosi il duca sorpreso da tal dimanda, e pien di timore per le minaccie aggiuntevi ricorse al duca di Feria, chiedendogli aiuto. Essendosi mostrato pronto il Feria, talmente fu poi ingrandito dal duca di Savoia il bisogno di gente e danaro, che il governatore diede indietro; ed allora il duca Vittorio Amedeo, come necessitato ad acconsentire e accomodarsi, e con protesta di venire ad una convenzione per esentar lo Stato suo e di Milano dai mali maggiori, nel dì 22 di ottobre stese una capitolazione col ministro franzese, di dare in deposito al re Cristianissimo Pinerolo coi forti della Perosa per soli sei mesi, che aveano poi da essere secoli; e che vi si tenesse presidio di Svizzeri, che poi diventarono Franzesi. In somma non si può dire quante e quali fossero le furberie e gli artifizii usati da quelle volpi e dal duca di Savoia per giuntare gli Austriaciin questi negoziati, con giugnere a gabbare infino i ministri propri. Azioni tali fra il basso popolo son chiamate cabale, ma fra i principi e gran ministri prendono l'aria di cose gloriose, e truovano chi altamente le loda.

Eppure, qui non terminò le serie di tanti viluppi. Era rientrato in possesso de' suoi Stati ilduca Carlo Gonzaga, ma con trovarsi in un miserabilissimo stato, perchè cangiato in uno scheletro quel fertilissimo paese, smembrata tanta parte del Monferrato, venduti o impegnati i suoi beni e stati di Francia, per sostenersi nel passato terribile impegno. Più non correvano i soliti tributi, essendo rimaste spopolate ed incolte le campagne, talmente che appena egli avea di che vivere. Alle sue afflizioni si aggiunsero due anche più acuti colpi per la morte diCarlogiàprincipe di Rhetelsuo primogenito, mancato di vita in Goito sei giorni prima della restituzion di Mantova, con restar di lui un picciolo figlio in fasce, che fu poiCarlo II ducadi Mantova, ed una bambina. Parimente da lì a pochi mesi diede fine al suo vivere in CasaleFerdinando duca d'Umena, altro suo figlio: con che si ridusse tutta la sua speranza e prole maschile al mentovato suo picciolo nipote. Forze intanto a lui mancavano per sostenere un sufficiente presidio in Mantova e in Casale, e ogni dì temea insulti dal governator di Milano, irritato per lo affare di Pinerolo. Gli convenne dunque ricorrere alla repubblica veneta, che vi mandò, e lungamente ancora vi tenne, una guernigion sufficiente. All'incontro, collo stesso infelice duca tanto si adoperarono gli accorti Franzesi con segreti maneggi, mettendogli sempre davanti l'orgoglio e l'insaziabilità degli Spagnuoli, che gli cavarono di bocca l'assenso di assicurar eglino con presidio Casale. Però all'improvviso comparvero colà alcuni reggimenti di fanteria e sei compagnie di cavalleria, che assunsero la guardia di quella città, castello e cittadella alla barba del governator di Milano e della cortedi Spagna, che fecero per questo mille schiamazzi e doglianze contra del Richelieu, come di un gran traditore, ma senza frutto. Restò Pinerolo ai Franzesi in proprietà, Casale in guardia. Non pochi declamarono allora contro il duca di Savoia, per aver messa la sua sovranità in ceppi, ed esposti i suoi Stati alla gallica ambizione; ma gli altri principi d'Italia sommamente si rallegrarono di quell'avvenimento, per cui pareva contrappesata la soverchia potenza degli Austriaci in Italia; e restava aperto il varco all'armi di Francia secondo il bisogno dei loro interessi.

Giunto era all'età di ottantadue anni Francesco Maria duca d'Urbino, e dimorava in Castel Durante, attendendo agli affari dell'anima sua, quando venne Dio a chiamarlo all'altra vita. Mancò in lui la famiglia della Rovere, che tanto s'era segnalata nel valore dell'armi, nella protezione dei letterati, e nel giusto e dolce governo dei suoi popoli, che amaramente lo piansero, e videro poi scaduto Urbino e quello Stato dall'antica popolazione e magnificenza. Già dicemmo che di quel ducato avea dianzi preso possesso la camera apostolica. Ora maggiormente se ne consolidò in lei il pieno dominio senza che si sentisse alcuna sostanziale opposizione per questo; se non che, avendoFerdinando II gran ducadi Toscana sposata in quest'annoVittoria, nipote del defunto duca, pretese ed ottenne l'eredità di tutti i preziosi mobili ed allodiali di quella casa, ed alcune castella ancora con titoli particolari acquistate da quei duchi: il che non passò senza molte liti. Fu da alcuni principi e da assaissimi adulatori consigliato ed istigatopapa Urbano VIIIad investire di quel ducato uno dei suoi nipoti; ma egli seppe vincere sè stesso, e volle che se ne facesse l'unione con lo Stato ecclesiastico. Seguirono in questo anno le nozze diFrancesco I d'Esteduca di Modena collaprincipessa Maria Farnese, sorella diOdoardo ducadi Parma. Nel dì poi 16 di dicembre ebbe principio l'incendiodel monte Somma, ossia del Vesuvio, che fu uno dei più spaventosi e memorabili che mai abbia patito la regal città di Napoli. L'interno orribile ruggito del monte scoppiò finalmente in terribili tuoni, in fiamme e in un fumo puzzolente, che levava il fiato alla gente, e in una sì prodigiosa caligine e pioggia di cenere, che coprì tutta Napoli, e portata dal vento si sparse fin sopra le città della Dalmazia e dell'Arcipelago. I sassi da quella bocca infernale gittati in aria furono innumerabili, ed alcuni caddero cento miglia lungi di là, se pur ciò è da credere. Intanto il mare anch'esso rumoreggiava, e ritirandosi le acque, lasciarono asciutto il molo, e un lungo tratto di quelle spiaggie. In Sorrento si allontanò quasi un miglio dal lido. Oltre a ciò, frequenti erano le scosse dei tremuoti, e giunse quel baratro finalmente a vomitare un'immensa copia di bitume acceso, che, scendendo in varii torrenti dalla montagna atterrò quante case e ville incontrò nel suo scendere al mare, colla morte di non pochi uomini e bestie, e col rendere incolta la campagna tutta per dove passò. Credeva il popolo di Napoli che fosse venuto il fine del mondo, e si aspettava a momenti l'ultimo eccidio, nè altro s'udiva per quella città che urli e grida di pentimento, correndo ognuno ad accomodar le partite dell'anima sua, e alle divote processioni che in abito di penitenza si andarono facendo. Cessò finalmente lo sdegno del monte, cessò l'indicibile spavento, e tornò a poco a poco la gente ai soliti affari e alla consueta allegria; se non che si trovò molta gente mendica, di ricca che era prima, per la desolazione di tanti poderi continuando in essa i motivi di piagnere.


Back to IndexNext