MDCXXXII

MDCXXXIIAnno diCristoMDCXXXII. IndizioneXV.Urbano VIIIpapa 10.Ferdinando IIimperad. 14.Rifiorirono oramai i tempi della tranquillità in Italia per la pace del precedenteanno, restando solamente in moto un po' di marea per lo sdegno della corte cesarea e del duca di Feria contro i Franzesi, e pel poco loro buon animo verso il duca di SavoiaVittorio Amedeo, a cui imputavano la trasgression della pace di Ratisbona, e il ritorno dell'armi di Francia in Italia. Non lasciò per questo esso duca di stipulare, nel dì 5 di luglio, un trattato coi ministri del re Cristianissimo, pel quale appariva come cosa nuova che egli cedesse alla Francia in perpetua proprietà Pinerolo colla valle di Perosa, e formava una lega difensiva con esso re Cristianissimo. Questo trattato non comparve alla luce, se non dappoichè il duca ebbe inviato alla corte cesarea il marchese di Pianezza a chiedere l'investitura della parte del Monferrato che gli era toccata. Molte opposizioni s'incontrarono a sì fatta richiesta; ma ritrovandosi allora in pessimo stato gli affari dell'imperadore in Germania, la maestà sua, per togliere i semi di nuove turbolenze in Italia, non osò in fine di negarla, e nel dì 17 d'agosto ne spedì il diploma. Tuttavia ancora duravano le controversie ed anche la nemicizia fra il duca suddetto e la repubblica di Genova, per cagion massimamente del marchesato di Zuccherello. Compromessa questa loro pendenza nella corte di Madrid, sul fine di novembre dell'anno precedente era uscito un laudo che ai Genovesi parve gravoso, e pure l'accettarono; ma fu apertamente rigettato dal duca di Savoia. Capitò poi in Italia, nell'anno seguente 1633, ilcardinal infante don Ferdinando, fratello del re di Spagna, incamminato per governatore in Fiandra. S'interpose egli, e indusse il duca alla pace con alcune dichiarazioni aggiunte al decreto di Madrid. Insorsero ancora alcuni piccioli vapori di dissensione fra la corte di Roma ed alcuni potentati, per averpapa Urbano VIII, nel giugno del 1630, senza participazion d'alcuno, conferito e riserbato ai cardinali, ai tre elettori ecclesiastici e al gran mastro di Malta il titolo dieminentissimi: al che in alcune corti fu fatto contrasto. Avea eziandio esso pontefice trasferita nel nipoteTaddeo Barberino, principe di Palestrina, l'antica dignità di prefetto di Roma, vacata per la morte del duca d'Urbino. Nacque per questo qualche scompiglio nella corte di Roma, dove si fa quel caso delle formalità che nelle altre per le sanguinose battaglie e per le importanti conquiste; perchè il nuovo prefetto pretendeva la preminenza sopra gli ambasciatori delle teste coronate, e questi ebbero ordine di astenersi dall'intervenire alle cappelle pontifizie. Inoltre a particolari amarezze con esso prefetto tirata fu la repubblica veneta; ma frappostisi mediatori di ripieghi e di pace, si risolsero in nulla queste caccie di mosche.Piena nondimeno di sospetti e paure fu l'Italia tutta nell'anno presente, per le terribili guerre che sconvolsero e rovinarono infinito paese della Germania. In sì grave pericolo, come ora, non si era mai trovata l'augusta casa d'Austria per li continui progressi che tutto di faceva il formidabil re di SveziaGustavo Adolfo, unito coll'elettor di Sassoniae con altri principi, o disgustati del regnante imperadore, o istigati dalla Francia, o insperanziti delle spoglie della monarchia austriaca. La religion cattolica sopra tutto si vide alla vigilia di una gran sovversione sotto l'armi vittoriose di quel re eretico, il quale, maestro di guerra, sempre più s'inoltrava nel cuor della Germania. Fu ridotto a tanto l'Augustoimperador Ferdinando, che si vide forzato a richiamare al comando delle sue armate il superboduca di Fridland Vallestain, e colla dura condizion di cedergli, per così dire, la metà della corona, perchè costui giunse ad esigere ed ottenere una suprema e illimitata autorità di guerra e di pace. Voce correva, e forse non menzognera, che Gustavo, se proseguiva il favorevole vento della sua fortuna, meditasse di passar anche in Italia, e di terminare i suoi trionfi in Romastessa. Il perchè grande occasione di maraviglia, e fino di mormorazioni, diedepapa Urbanocolla sua incredibil freddezza in tempi sì disastrosi, e minaccianti un fiero eccidio alla cattolica religione. Altro infatti non s'udiva allora che sconfitte di cattolici, avanzamenti giornalieri e crudeltà degli eretici gotici e tedeschi, in ispogliare ed incendiar templi e conventi, e in fare dappertutto scene in beffe e scherno dei ministri di Dio e del loro visibile capo, con evidente pericolo di mali maggiori pel cattolicismo, ed anche per l'Italia. E pure quantunque in Roma ilcardinale Pasman, spedito apposta dall'imperadore, ed altri porporati e ben affetti alla casa d'Austria, e spezialmente ilBorgiaambasciatore di Spagna, perorassero, insistessero ed usassero anche parole forti, altro non ispuntarono che di aguzzar l'ira del papa, naturalmente facile a prendere fuoco, senza mai poterlo muovere a prestar soccorso alcuno in tante necessità al pericolante imperadore. Per la guerra passata di Mantova, e per l'eccedente anterior potenza e fortuna del regnante Cesare, troppo s'era alienato dall'amor degli Austriaci il cuore d'Urbano, e sembrava desideroso che venisse ridotta a più giusta misura la creduta alterigia di quel monarca: sentimento scusabile anche in un papa come principe, ma non comportabile per le presenti circostanze in lui come pontefice, destinato da Dio ad essere il primario promotore e difensore della religione ortodossa. Nel dì 8 di marzo si venne alle brutte in concistoro. Il Borgia parlò alto al pontefice; Urbano gli comandò di tacere e di uscire. E perchè il Borgia seguitava ad alzar la voce, ilcardinal di Santo Onofrio, cappuccino, fratello del papa, se gli accostò, e, presolo pel mantello, il volle tirar per forza di là. Poco mancò che non si perdesse il rispetto alla santa sua barba. Consegnò il Borgia al papa una scrittura contenente delle proteste che sommamente gli spiacquero. Urbano feceper questo rumore dei gravi risentimenti contro i cardinaliUbaldino,LudovisioeAldobrandino, il primo dei quali ebbe sì poco coraggio, che si lasciò ammazzar dal cordoglio.Andò a finir tutta quella baruffa in non volere il papa lasciar cadere una stilla delle sue rugiade sui bisogni dell'imperadore; ma ciò ch'egli non fece, lo fecero in parte i varii successi delle armi. Imperciocchè nel dì 16 di novembre dell'anno presente a Lutzen, dodici miglia lungi da Lipsia, vennero alle mani i due potenti eserciti, condotti l'uno dal reGustavo Adolfo, e l'altro dalduca di Fridland. Orribile fu quel fatto d'armi; in esso per più ferite lasciò la vita il gotico valoroso re, già divenuto il terror della Germania; ma essendosi tenuta celata la sua morte, continuarono gli Svezzesi ad incalzare i cesarei, finchè la notte mise fine alla strage. La peggio senza fallo toccò all'armata imperiale; ma equivalse bene ad una gran vittoria l'essere restata libera la Germania da un sì feroce principe, che ucciso in età di soli trentotto anni, se più oltre stendeva il suo vivere, prometteva di sè un nuovo Alessandro. Forse anche n'avrebbe pianto l'Italia, e più papa Urbano, placido spettatore della rovina dell'imperio germanico, e che non con altro finora cooperò al sollievo dell'imperadore che colla pubblicazione di un divoto giubileo. Altra prole non lasciò Gustavo che una principessa in età di soli sei anni, col nome diCristina, che ereditò quel regno, e fece col tempo tanta figura in Italia, dacchè abbracciò la religion cattolica romana. Segni di gran valore nella giornata di Lutzen diederoBorsoeForesto principi estensi, Mattias e Francesco principi della casa de Medici, ilconte Ernesto MontecuccoliModenese generale dell'artiglieria,Ottavio Piccolomini ducadi Amalfi, insigne generale di Cesare,LuigiedAnnibale Gonzaghie unoStrozzicolonnelli. Alle truppe del Piccolomini fu attribuita la gloria d'aver tolto dal mondoil fiero Gustavo Adolfo. Altri non pochi nobili italiani militavano allora al servigio dell'imperadore. Ilgran duca di Toscana, ilduca di Modenae iLucchesidiedero ad esso Augusto quell'aiuto che poterono in sì gran bisogno.

Rifiorirono oramai i tempi della tranquillità in Italia per la pace del precedenteanno, restando solamente in moto un po' di marea per lo sdegno della corte cesarea e del duca di Feria contro i Franzesi, e pel poco loro buon animo verso il duca di SavoiaVittorio Amedeo, a cui imputavano la trasgression della pace di Ratisbona, e il ritorno dell'armi di Francia in Italia. Non lasciò per questo esso duca di stipulare, nel dì 5 di luglio, un trattato coi ministri del re Cristianissimo, pel quale appariva come cosa nuova che egli cedesse alla Francia in perpetua proprietà Pinerolo colla valle di Perosa, e formava una lega difensiva con esso re Cristianissimo. Questo trattato non comparve alla luce, se non dappoichè il duca ebbe inviato alla corte cesarea il marchese di Pianezza a chiedere l'investitura della parte del Monferrato che gli era toccata. Molte opposizioni s'incontrarono a sì fatta richiesta; ma ritrovandosi allora in pessimo stato gli affari dell'imperadore in Germania, la maestà sua, per togliere i semi di nuove turbolenze in Italia, non osò in fine di negarla, e nel dì 17 d'agosto ne spedì il diploma. Tuttavia ancora duravano le controversie ed anche la nemicizia fra il duca suddetto e la repubblica di Genova, per cagion massimamente del marchesato di Zuccherello. Compromessa questa loro pendenza nella corte di Madrid, sul fine di novembre dell'anno precedente era uscito un laudo che ai Genovesi parve gravoso, e pure l'accettarono; ma fu apertamente rigettato dal duca di Savoia. Capitò poi in Italia, nell'anno seguente 1633, ilcardinal infante don Ferdinando, fratello del re di Spagna, incamminato per governatore in Fiandra. S'interpose egli, e indusse il duca alla pace con alcune dichiarazioni aggiunte al decreto di Madrid. Insorsero ancora alcuni piccioli vapori di dissensione fra la corte di Roma ed alcuni potentati, per averpapa Urbano VIII, nel giugno del 1630, senza participazion d'alcuno, conferito e riserbato ai cardinali, ai tre elettori ecclesiastici e al gran mastro di Malta il titolo dieminentissimi: al che in alcune corti fu fatto contrasto. Avea eziandio esso pontefice trasferita nel nipoteTaddeo Barberino, principe di Palestrina, l'antica dignità di prefetto di Roma, vacata per la morte del duca d'Urbino. Nacque per questo qualche scompiglio nella corte di Roma, dove si fa quel caso delle formalità che nelle altre per le sanguinose battaglie e per le importanti conquiste; perchè il nuovo prefetto pretendeva la preminenza sopra gli ambasciatori delle teste coronate, e questi ebbero ordine di astenersi dall'intervenire alle cappelle pontifizie. Inoltre a particolari amarezze con esso prefetto tirata fu la repubblica veneta; ma frappostisi mediatori di ripieghi e di pace, si risolsero in nulla queste caccie di mosche.

Piena nondimeno di sospetti e paure fu l'Italia tutta nell'anno presente, per le terribili guerre che sconvolsero e rovinarono infinito paese della Germania. In sì grave pericolo, come ora, non si era mai trovata l'augusta casa d'Austria per li continui progressi che tutto di faceva il formidabil re di SveziaGustavo Adolfo, unito coll'elettor di Sassoniae con altri principi, o disgustati del regnante imperadore, o istigati dalla Francia, o insperanziti delle spoglie della monarchia austriaca. La religion cattolica sopra tutto si vide alla vigilia di una gran sovversione sotto l'armi vittoriose di quel re eretico, il quale, maestro di guerra, sempre più s'inoltrava nel cuor della Germania. Fu ridotto a tanto l'Augustoimperador Ferdinando, che si vide forzato a richiamare al comando delle sue armate il superboduca di Fridland Vallestain, e colla dura condizion di cedergli, per così dire, la metà della corona, perchè costui giunse ad esigere ed ottenere una suprema e illimitata autorità di guerra e di pace. Voce correva, e forse non menzognera, che Gustavo, se proseguiva il favorevole vento della sua fortuna, meditasse di passar anche in Italia, e di terminare i suoi trionfi in Romastessa. Il perchè grande occasione di maraviglia, e fino di mormorazioni, diedepapa Urbanocolla sua incredibil freddezza in tempi sì disastrosi, e minaccianti un fiero eccidio alla cattolica religione. Altro infatti non s'udiva allora che sconfitte di cattolici, avanzamenti giornalieri e crudeltà degli eretici gotici e tedeschi, in ispogliare ed incendiar templi e conventi, e in fare dappertutto scene in beffe e scherno dei ministri di Dio e del loro visibile capo, con evidente pericolo di mali maggiori pel cattolicismo, ed anche per l'Italia. E pure quantunque in Roma ilcardinale Pasman, spedito apposta dall'imperadore, ed altri porporati e ben affetti alla casa d'Austria, e spezialmente ilBorgiaambasciatore di Spagna, perorassero, insistessero ed usassero anche parole forti, altro non ispuntarono che di aguzzar l'ira del papa, naturalmente facile a prendere fuoco, senza mai poterlo muovere a prestar soccorso alcuno in tante necessità al pericolante imperadore. Per la guerra passata di Mantova, e per l'eccedente anterior potenza e fortuna del regnante Cesare, troppo s'era alienato dall'amor degli Austriaci il cuore d'Urbano, e sembrava desideroso che venisse ridotta a più giusta misura la creduta alterigia di quel monarca: sentimento scusabile anche in un papa come principe, ma non comportabile per le presenti circostanze in lui come pontefice, destinato da Dio ad essere il primario promotore e difensore della religione ortodossa. Nel dì 8 di marzo si venne alle brutte in concistoro. Il Borgia parlò alto al pontefice; Urbano gli comandò di tacere e di uscire. E perchè il Borgia seguitava ad alzar la voce, ilcardinal di Santo Onofrio, cappuccino, fratello del papa, se gli accostò, e, presolo pel mantello, il volle tirar per forza di là. Poco mancò che non si perdesse il rispetto alla santa sua barba. Consegnò il Borgia al papa una scrittura contenente delle proteste che sommamente gli spiacquero. Urbano feceper questo rumore dei gravi risentimenti contro i cardinaliUbaldino,LudovisioeAldobrandino, il primo dei quali ebbe sì poco coraggio, che si lasciò ammazzar dal cordoglio.

Andò a finir tutta quella baruffa in non volere il papa lasciar cadere una stilla delle sue rugiade sui bisogni dell'imperadore; ma ciò ch'egli non fece, lo fecero in parte i varii successi delle armi. Imperciocchè nel dì 16 di novembre dell'anno presente a Lutzen, dodici miglia lungi da Lipsia, vennero alle mani i due potenti eserciti, condotti l'uno dal reGustavo Adolfo, e l'altro dalduca di Fridland. Orribile fu quel fatto d'armi; in esso per più ferite lasciò la vita il gotico valoroso re, già divenuto il terror della Germania; ma essendosi tenuta celata la sua morte, continuarono gli Svezzesi ad incalzare i cesarei, finchè la notte mise fine alla strage. La peggio senza fallo toccò all'armata imperiale; ma equivalse bene ad una gran vittoria l'essere restata libera la Germania da un sì feroce principe, che ucciso in età di soli trentotto anni, se più oltre stendeva il suo vivere, prometteva di sè un nuovo Alessandro. Forse anche n'avrebbe pianto l'Italia, e più papa Urbano, placido spettatore della rovina dell'imperio germanico, e che non con altro finora cooperò al sollievo dell'imperadore che colla pubblicazione di un divoto giubileo. Altra prole non lasciò Gustavo che una principessa in età di soli sei anni, col nome diCristina, che ereditò quel regno, e fece col tempo tanta figura in Italia, dacchè abbracciò la religion cattolica romana. Segni di gran valore nella giornata di Lutzen diederoBorsoeForesto principi estensi, Mattias e Francesco principi della casa de Medici, ilconte Ernesto MontecuccoliModenese generale dell'artiglieria,Ottavio Piccolomini ducadi Amalfi, insigne generale di Cesare,LuigiedAnnibale Gonzaghie unoStrozzicolonnelli. Alle truppe del Piccolomini fu attribuita la gloria d'aver tolto dal mondoil fiero Gustavo Adolfo. Altri non pochi nobili italiani militavano allora al servigio dell'imperadore. Ilgran duca di Toscana, ilduca di Modenae iLucchesidiedero ad esso Augusto quell'aiuto che poterono in sì gran bisogno.


Back to IndexNext