MDCXXXIXAnno diCristoMDCXXXIX. Indiz.VII.Urbano VIIIpapa 17.Ferdinando IIIimperad. 3.Gran teatro di guerra e di calamità fu in quest'anno il Piemonte a cagion dei principi di Savoia, cioè delcardinal Maurizioe delprincipe Tommaso, che, ricorsi all'appoggio della Spagna (seppur non furono stimolati da essa), pretendevano di spogliar la duchessa vedova Cristina della tutela del duchino e del governo di quegli Stati. Il cardinale, che, siccome dicemmo, aspirava anche più alto, era, nell'autunno dell'anno precedente, celatamente venuto in Piemonte, dove non gli mancavano parziali e divoti, e fra essi alcuno dei ministri della medesima duchessa. Questa, dopo avere scoperto il suo arrivo ed alcune di lui intelligenze nella cittadella di Torino, e postovi rimedio, mandò a Chieri un suo uffiziale con una compagnia dì cavalli, a dirgli che non era buona aria per lui quel luogo, e che se ne andasse. Però senza farlo arrestare, come avrebbe potuto fare, il fece accompagnare ad Annone, castello dello Stato di Milano. Venne poscia di Fiandra il principe Tommaso, e tanta fu la voglia di questi principi fratelli di spuntarla nel loro impegno, che si sottomisero ad alcune pesanti capitolazioni colmarchese di Leganes, benchè mal volentieri. Doveano le piazze e luoghi, che colla forza si conquistassero in Piemonte, venir presidiate dagli Spagnuoli; e quelle, all'incontro, che volontariamente si rendessero, aveano da restar libere in mano de' due principi. Fecero eziandio entrare l'autorità dell'imperadore in questi viluppi, avendo egli spedito decreto del dì 6 di novembre del 1638, in cui annullava il testamentodel fu ducaVittorio Amedeoper conto della tutela lasciata alla duchessa, e un monitorio ai sudditi di cacciare i Franzesi, e di aderire ai principi legittimi tutori del duchino. Cannonate senza palla sarebbero state carte tali se non le avesse accompagnate la forza. Ma questa non mancò; e però si diede principio alla guerra civile, febbre che per lo più è la più lagrimevole e perniciosa che possa accadere ad uno Stato. Dopo la perdita di Vercelli, i popoli del Piemonte miravano di mal occhio i Franzesi, e più la duchessa, che s'era lasciata cotanto allacciare dal loro affetto. Si sparsero anche delle ridicole voci ch'essa pensasse, con dare in moglie la figlia maggiore al Delfino, che era tuttavia in fasce, di sacrificare all'ambizion dei Franzesi gli stati del duchino suo figlio: immaginazioni, che basta riferirle, per farne conoscere la sciocchezza. Certo è, che i più di quei popoli inchinavano ai principi del sangue, credendoli più atti a conservar quel dominio che una principessa franzese.Ora il marchese di Leganes diede fiato alle trombe coll'inviare don Martino di Aragona, valoroso capitano, all'assedio di Cengio, castello fortissimo delle Langhe. Mentre l'Aragona si era accinto ad espugnar prima Saliceto, dove erano trenta Franzesi, colto da una moschettata, lasciò ivi la vita. In suo luogo Antonio Sottello cinse d'assedio Cengio, ributtò il soccorso che ilcardinal della Vallettae il marcheseVillatentarono d'introdurvi; e in fine s'impadronì di quel castello. In questo mentre ilprincipe Tommaso, entrato in Piemonte coll'armi spagnuole nel dì 26 di marzo, poca fatica durò a conquistar Chivasso; adoperata la forza a Crescentino, lo ridusse a suoi voleri; e dipoi, o per tradimento o per viltà del comandante, ebbe la fortezza di Verrua nel dì cinque d'aprile. Nello stesso tempo ilcardinal Mauriziopassò a Biella, e alla valle di Aosta, che, dopo l'acquisto d'Ivrea, tutta venne alla di lui ubbidienza, trovandosi popoli che acclamaronoi principi al primo lor comparire. Laduchessa Cristina, all'avviso di questa metamorfosi, e più a quello dei movimenti del Leganes, già in viaggio per venire con tutte le sue forze verso Torino, colà chiamò il cardinal della Valletta, e i marchesi Villa e di Pianezza, comandanti delle sue armi; e, risoluta di star salda in quella città, per tenere in freno i cittadini del partito contrario al suo, prese nondimeno la precauzione d'inviare i figli in Savoia al castello di Sciamberì, oppure di Monmegliano, per sottrarli ad ogni pericolo: il che aguzzò maggiormente contra di lei le lingue dei mal affetti. Si affrettarono i due principi fratelli per presentarsi coll'esercito spagnuolo sotto Torino, e presi varii posti, si accamparono intorno a quella città, sperando pure che seguissero movimenti nel popolo; ma scorti vani i lor pensieri, non vollero più perdere il tempo in quella disperata impresa. Divise dunque le truppe, il conte Galeazzo Trotti andò ad impossessarsi di Pontestura, e il principe col maggior nerbo si portò a Villanuova di Asti. Perchè quel governatore non volle renderla per amore, restò la seguente notte presa per assalto, ed appresso messa a sacco. Il governator di Milano, dopo avere anche egli occupata la terra di Moncalvo, unitosi col principe Tommaso, a dì 30 d'aprile andò sotto Asti. Passavano corrispondenze segrete con chi ne era deputato alla difesa; e però i cittadini portarono tosto le chiavi. Altrettanto fece da lì a pochi giorni anche la cittadella. Era creduto Trino piazza inespugnabile per le tante fortificazioni fattevi dalduca Carlo Emmanuele, e gli uffiziali dissuadevano il principe suddetto dal tentarne la sorte. Ma egli, che sapea quanto scarseggiasse di gente e di munizioni quella città, si portò improvvisamente ad assediarla. Un soccorso inviato colà dal marchese Villa, cadde in una imboscata; fu ivi trucidato chi non avea buone gambe. Non fece il governatore di Trino quella resistenza che dovea, e però nel dì 24 dimaggio si vide superata essa piazza da un furioso assalto, e messa a sacco, con risparmiar nondimeno i luoghi sacri, e quanto colà s'era rifugiato. Si stese la fortuna dei vincitori a Santià, che, preso nel dì 14 di giugno, fu esentato dal saccheggio. Per soccorrere quella fortezza erano usciti di Torino il cardinale della Valletta e il marchese di Villa con otto mila fanti e quattro mila cavalli, e, non essendo giunti a tempo, rivolsero il loro sdegno sopra Chivasso, e vi piantarono il campo. Avvicinaronsi gli Spagnuoli per dar soccorso a quella terra; ma, avvertiti che era giunto dal Delfinato a Torino ilduca di Lungavillacon quattromila fanti e duemila cavalli per unirsi al cardinale della Valletta, rincularono, lasciando cader quella terra, dopo molta resistenza, in mano dei Franzesi.Non minor felicità avea provato in questi tempi ilcardinal Mauriziocon un altro corpo di milizie, perchè gli prestarono ubbidienza, senza ch'egli sfoderasse la spada, i popoli di Cuneo, Ceva, Mondovì, Saluzzo, Dronero, Busca, Fossano, Bene e Demont. Ma con egual facilità accorsi in quelle parti i Franzesi, ricuperarono Saluzzo, Racconigi, Carignano e Fossano, uscendo le genti incontro a chi veniva con più forze, per esentarsi dal loro furore. Sicchè fu obbligato il cardinal Maurizio a ritirarsi in Cuneo, piazza anche allora la più forte di que' contorni. Impadronitosi dipoi il Longavilla di Mondovì, quivi fece piazza d'armi, e in questo mentre i marchesi Villa e di Pianezza per forza espugnarono il castello di Bene, tagliando a pezzi la maggior parte del presidio Spagnuolo. Sarebbe anche fuggito di Cuneo il cardinal Maurizio, perchè era passato ad assediarlo il Lungavilla, se non avesse avuta conoscenza di un gran tentativo ch'era per fare il principe Tommaso. Questi infatti avendo osservato divisi in tante piazze i Franzesi, e tenendo intelligenze segrete con molti cittadini di Torino e con qualche uffiziale ancora degli Svizzeri, che quivi erano di presidio,marciò improvvisamente a quella volta con un buon nerbo di fanteria e cavalleria, e con provvisione di scale e petardi. Nella notte precedente al dì 27 di luglio diede da più parti l'assalto, e gli riuscì d'entrarvi, spezialmente assistito da don Maurizio di Savoia suo fratello naturale. Madama Reale Cristina, avuto appena tempo di raccogliere le sue gioie ed alcune carte, intrepidamente si ritirò nella cittadella colle principali sue dame e ministri. Presentaronsi la mattina seguente i cittadini al principe, che gli assicurò da ogni violenza, e diede gli ordini perchè si alzasse terreno contro la cittadella. Entrò in essa città anche ilmarchese di Leganes, con restare intanto molto dubbiose le cose; perchè non avendo pensato ed osato gli Spagnuoli di assalir per di fuori la cittadella, nè di formarvi la circonvallazione, restò perciò libero il campo ai Franzesi di tener comunicazione colla medesima, siccome infatti avvenne, essendo accorsi colà il cardinale della Valletta, il Lungavilla e gli altri Franzesi. Non trovò la duchessa nè letti nè mobili per sè, e molto meno per la sua corte. Il peggio fu, che mancava anche il vivere per lei e per quella nobiltà. Mandò a chiederne al principe Tommaso, che le mandò un sol piatto di vivande per lei ogni giorno. Ne fece istanza al cardinale della Valletta, e questi negò tutto, richiedendo che prima desse la cittadella in mano dei Franzesi, e bisognò in fine accomodarsi alla di lui volontà. Parea alla duchessa un'ora mille anni d'uscire di là. Fu da essi Franzesi provveduta di tutto la cittadella, e il cardinale della Valletta con uno staccamento di cavalleria condusse dipoi madama Reale a Susa.Non avea cessato in addietromonsignor Cafferellinunzio pontifizio di proporre ripieghi di pace, ma con poco frutto. Al veder egli ora tanto sconvolgimento di cose, maggiormente accese il suo zelo, per ostare a più gravi disordini; e però propose una tregua, sperando conquesto gradino di salir poscia più alto. Vi trovò renitente il principe Tommaso, per le notizie ch'egli aveva di essere mal fornita di provvisioni da bocca la cittadella; ma il Leganes, che mirava tuttavia assai forti i Franzesi, e sminuita non poco la sua armata per tanti presidii, gli diede orecchio. Più facilmente ancora vi consentirono i comandanti franzesi, sicchè fu conchiusa una suspension d'armi sino al dì 24 di ottobre, nel qual tempo poterono i Franzesi provvedere abbondantemente di vettovaglie la cittadella di Torino. Il cardinal Maurizio, che non aveva acconsentito a questo trattato, passò a Nizza e Villafranca, e se ne impadronì. Durante questo riposo, non si rallentarono i negoziati di qualche accomodamento fra madama Reale e il principe Tommaso, restando intanto quasi tutto il Piemonte in potere, parte degli Spagnuoli, parte dei Franzesi e de' principi, con aggravio intollerabile de' poveri popoli. Aveano i Franzesi come costretta la duchessa a lasciar loro mettere presidio anche ne' castelli di Susa, Avegliana e Cavours. Ciò non bastò alla politica del cardinale di Richelieu, che unicamente aggirando nel suo capo la sempre maggiore esaltazione della corona di Francia, in questa sua ubbriachezza non conosceva misura alcuna. Quanto più mirava egli vicina al precipizio la duchessa, che pur era sorella del re suo padrone, tanto più pensò a profittarne per la Francia. Questo era, secondo lui, il tempo d'indurre essa madama a mandare in Francia i suoi figli, e ad ammettere nella inespugnabil fortezza di Monmegliano le armi franzesi, valendosi del pretesto che sua maestà non si potea fidare dei Piemontesi dopo il fatto di Torino. Fece a questo fine venire sino a Grenoble l'ubbidiente reLuigi XIII, e colà invitòmadama Reale, la quale non potè esimersi da questo viaggio; ma vi andò con un pungente risentimento del suo cuore, perchè avvertita da persona sua confidente di ciò che tramava il cardinale, e ben sapeva di che fosse capacequell'imperioso porporato, il quale facea tremare tutta la Francia. Prima colle dolci, e poi con grandi slargate di aiuti e vantaggi le parlò il Richelieu: e vedendo salda come torre madama a non voler mettere affatto in ceppi il figlio duca e i suoi stati, passò alle minaccie, e trascorse anche in parole di poco rispetto verso una sì gran principessa, ma senza potere punto smuoverla. Glie ne fece anche parlare dal re, a cui ella altra risposta non diede se non colle lagrime che le caddero dagli occhi. Ai ministri ancora della duchessa non mancarono minaccie e strapazzi in questa occasione. Tornossene poi ben mal contenta a Sciamberì la povera principessa.Essendo mancato di vita nel dì 27 ossia 28 di settembre il guerrierocardinale Lodovico della Valletta, la corte di Francia spedì al comando delle sue armi in ItaliaArrigo di Guisa conte di Arcourtdella casa di Lorena, che si era segnalato nel riacquisto dell'isola di Jeres. Finita la tregua, esso conte volendo aprirsi la strada per mandare rinforzi a Casale, piazza troppo amoreggiata dagli Spagnuoli, nel dì 25 di ottobre andò a mettere l'assedio a Chieri, e in capo a due giorni l'ebbe in suo potere. Di là spedì gente a Casale. Ma in Chieri e nei circonvicini luoghi cominciarono presto a venir meno i viveri, nè maniera appariva di supplire al bisogno: però l'Arcourt prese la risoluzione di cercar paese più largo e comodo pel verno, con passare verso Carmagnola e Saluzzo. Non avea più di otto in novemila persone al suo servigio. Trapelò questo disegno, e il Leganes fu di concerto col principe Tommaso per frastornar questa ritirata, giacchè erano di molto superiori le lor genti a quelle dei Franzesi. Si mosse all'improvviso da Chieri l'Arcourt la notte precedente al dì 15 (altri ha 29) di novembre, e, giunto che fu al ponte della Rotta, arrivò alla di lui retroguardia il principe Tommaso, che cominciò a menar le mani. Fu combattuto più volte con gran valore daambe le parti; ma restò burlato il principe dal Leganes, il quale non avea gran genio alle battaglie campali, credendole troppo pericolose; e però accorse bensì, ma non entrò daddovero nella mischia; del che fece poi grandi querele esso principe. Il perchè passò oltre il duca di Arcourt sino a Crescentino, e per questa gloriosa ritirata gli fu fatto gran plauso non meno in Italia che in Francia. Scrissero alcuni che il principe Tommaso vi perdesse più di due mila uomini tra morti, feriti e prigioni, fra i quali molti uffiziali del reggimento delprincipe Borso d'Este, composto di tre mila Alemanni; ma altri fanno ascendere la sua perdita a sole cinquecento persone. Dalla parte dei Franzesi solamente mancarono trecento combattenti, e fra essi il marchese Giulio Rangone, cavaliere insigne di Modena, mastro di campo di cavalleria nelle truppe di Savoia. Tutti dipoi si ridussero ai quartieri, e passò il verno con molti negoziati di madama Reale, ora con l'uno ora coll'altro dei principi, ma senza che mai si potesse aggruppare concordia alcuna fra loro.
Gran teatro di guerra e di calamità fu in quest'anno il Piemonte a cagion dei principi di Savoia, cioè delcardinal Maurizioe delprincipe Tommaso, che, ricorsi all'appoggio della Spagna (seppur non furono stimolati da essa), pretendevano di spogliar la duchessa vedova Cristina della tutela del duchino e del governo di quegli Stati. Il cardinale, che, siccome dicemmo, aspirava anche più alto, era, nell'autunno dell'anno precedente, celatamente venuto in Piemonte, dove non gli mancavano parziali e divoti, e fra essi alcuno dei ministri della medesima duchessa. Questa, dopo avere scoperto il suo arrivo ed alcune di lui intelligenze nella cittadella di Torino, e postovi rimedio, mandò a Chieri un suo uffiziale con una compagnia dì cavalli, a dirgli che non era buona aria per lui quel luogo, e che se ne andasse. Però senza farlo arrestare, come avrebbe potuto fare, il fece accompagnare ad Annone, castello dello Stato di Milano. Venne poscia di Fiandra il principe Tommaso, e tanta fu la voglia di questi principi fratelli di spuntarla nel loro impegno, che si sottomisero ad alcune pesanti capitolazioni colmarchese di Leganes, benchè mal volentieri. Doveano le piazze e luoghi, che colla forza si conquistassero in Piemonte, venir presidiate dagli Spagnuoli; e quelle, all'incontro, che volontariamente si rendessero, aveano da restar libere in mano de' due principi. Fecero eziandio entrare l'autorità dell'imperadore in questi viluppi, avendo egli spedito decreto del dì 6 di novembre del 1638, in cui annullava il testamentodel fu ducaVittorio Amedeoper conto della tutela lasciata alla duchessa, e un monitorio ai sudditi di cacciare i Franzesi, e di aderire ai principi legittimi tutori del duchino. Cannonate senza palla sarebbero state carte tali se non le avesse accompagnate la forza. Ma questa non mancò; e però si diede principio alla guerra civile, febbre che per lo più è la più lagrimevole e perniciosa che possa accadere ad uno Stato. Dopo la perdita di Vercelli, i popoli del Piemonte miravano di mal occhio i Franzesi, e più la duchessa, che s'era lasciata cotanto allacciare dal loro affetto. Si sparsero anche delle ridicole voci ch'essa pensasse, con dare in moglie la figlia maggiore al Delfino, che era tuttavia in fasce, di sacrificare all'ambizion dei Franzesi gli stati del duchino suo figlio: immaginazioni, che basta riferirle, per farne conoscere la sciocchezza. Certo è, che i più di quei popoli inchinavano ai principi del sangue, credendoli più atti a conservar quel dominio che una principessa franzese.
Ora il marchese di Leganes diede fiato alle trombe coll'inviare don Martino di Aragona, valoroso capitano, all'assedio di Cengio, castello fortissimo delle Langhe. Mentre l'Aragona si era accinto ad espugnar prima Saliceto, dove erano trenta Franzesi, colto da una moschettata, lasciò ivi la vita. In suo luogo Antonio Sottello cinse d'assedio Cengio, ributtò il soccorso che ilcardinal della Vallettae il marcheseVillatentarono d'introdurvi; e in fine s'impadronì di quel castello. In questo mentre ilprincipe Tommaso, entrato in Piemonte coll'armi spagnuole nel dì 26 di marzo, poca fatica durò a conquistar Chivasso; adoperata la forza a Crescentino, lo ridusse a suoi voleri; e dipoi, o per tradimento o per viltà del comandante, ebbe la fortezza di Verrua nel dì cinque d'aprile. Nello stesso tempo ilcardinal Mauriziopassò a Biella, e alla valle di Aosta, che, dopo l'acquisto d'Ivrea, tutta venne alla di lui ubbidienza, trovandosi popoli che acclamaronoi principi al primo lor comparire. Laduchessa Cristina, all'avviso di questa metamorfosi, e più a quello dei movimenti del Leganes, già in viaggio per venire con tutte le sue forze verso Torino, colà chiamò il cardinal della Valletta, e i marchesi Villa e di Pianezza, comandanti delle sue armi; e, risoluta di star salda in quella città, per tenere in freno i cittadini del partito contrario al suo, prese nondimeno la precauzione d'inviare i figli in Savoia al castello di Sciamberì, oppure di Monmegliano, per sottrarli ad ogni pericolo: il che aguzzò maggiormente contra di lei le lingue dei mal affetti. Si affrettarono i due principi fratelli per presentarsi coll'esercito spagnuolo sotto Torino, e presi varii posti, si accamparono intorno a quella città, sperando pure che seguissero movimenti nel popolo; ma scorti vani i lor pensieri, non vollero più perdere il tempo in quella disperata impresa. Divise dunque le truppe, il conte Galeazzo Trotti andò ad impossessarsi di Pontestura, e il principe col maggior nerbo si portò a Villanuova di Asti. Perchè quel governatore non volle renderla per amore, restò la seguente notte presa per assalto, ed appresso messa a sacco. Il governator di Milano, dopo avere anche egli occupata la terra di Moncalvo, unitosi col principe Tommaso, a dì 30 d'aprile andò sotto Asti. Passavano corrispondenze segrete con chi ne era deputato alla difesa; e però i cittadini portarono tosto le chiavi. Altrettanto fece da lì a pochi giorni anche la cittadella. Era creduto Trino piazza inespugnabile per le tante fortificazioni fattevi dalduca Carlo Emmanuele, e gli uffiziali dissuadevano il principe suddetto dal tentarne la sorte. Ma egli, che sapea quanto scarseggiasse di gente e di munizioni quella città, si portò improvvisamente ad assediarla. Un soccorso inviato colà dal marchese Villa, cadde in una imboscata; fu ivi trucidato chi non avea buone gambe. Non fece il governatore di Trino quella resistenza che dovea, e però nel dì 24 dimaggio si vide superata essa piazza da un furioso assalto, e messa a sacco, con risparmiar nondimeno i luoghi sacri, e quanto colà s'era rifugiato. Si stese la fortuna dei vincitori a Santià, che, preso nel dì 14 di giugno, fu esentato dal saccheggio. Per soccorrere quella fortezza erano usciti di Torino il cardinale della Valletta e il marchese di Villa con otto mila fanti e quattro mila cavalli, e, non essendo giunti a tempo, rivolsero il loro sdegno sopra Chivasso, e vi piantarono il campo. Avvicinaronsi gli Spagnuoli per dar soccorso a quella terra; ma, avvertiti che era giunto dal Delfinato a Torino ilduca di Lungavillacon quattromila fanti e duemila cavalli per unirsi al cardinale della Valletta, rincularono, lasciando cader quella terra, dopo molta resistenza, in mano dei Franzesi.
Non minor felicità avea provato in questi tempi ilcardinal Mauriziocon un altro corpo di milizie, perchè gli prestarono ubbidienza, senza ch'egli sfoderasse la spada, i popoli di Cuneo, Ceva, Mondovì, Saluzzo, Dronero, Busca, Fossano, Bene e Demont. Ma con egual facilità accorsi in quelle parti i Franzesi, ricuperarono Saluzzo, Racconigi, Carignano e Fossano, uscendo le genti incontro a chi veniva con più forze, per esentarsi dal loro furore. Sicchè fu obbligato il cardinal Maurizio a ritirarsi in Cuneo, piazza anche allora la più forte di que' contorni. Impadronitosi dipoi il Longavilla di Mondovì, quivi fece piazza d'armi, e in questo mentre i marchesi Villa e di Pianezza per forza espugnarono il castello di Bene, tagliando a pezzi la maggior parte del presidio Spagnuolo. Sarebbe anche fuggito di Cuneo il cardinal Maurizio, perchè era passato ad assediarlo il Lungavilla, se non avesse avuta conoscenza di un gran tentativo ch'era per fare il principe Tommaso. Questi infatti avendo osservato divisi in tante piazze i Franzesi, e tenendo intelligenze segrete con molti cittadini di Torino e con qualche uffiziale ancora degli Svizzeri, che quivi erano di presidio,marciò improvvisamente a quella volta con un buon nerbo di fanteria e cavalleria, e con provvisione di scale e petardi. Nella notte precedente al dì 27 di luglio diede da più parti l'assalto, e gli riuscì d'entrarvi, spezialmente assistito da don Maurizio di Savoia suo fratello naturale. Madama Reale Cristina, avuto appena tempo di raccogliere le sue gioie ed alcune carte, intrepidamente si ritirò nella cittadella colle principali sue dame e ministri. Presentaronsi la mattina seguente i cittadini al principe, che gli assicurò da ogni violenza, e diede gli ordini perchè si alzasse terreno contro la cittadella. Entrò in essa città anche ilmarchese di Leganes, con restare intanto molto dubbiose le cose; perchè non avendo pensato ed osato gli Spagnuoli di assalir per di fuori la cittadella, nè di formarvi la circonvallazione, restò perciò libero il campo ai Franzesi di tener comunicazione colla medesima, siccome infatti avvenne, essendo accorsi colà il cardinale della Valletta, il Lungavilla e gli altri Franzesi. Non trovò la duchessa nè letti nè mobili per sè, e molto meno per la sua corte. Il peggio fu, che mancava anche il vivere per lei e per quella nobiltà. Mandò a chiederne al principe Tommaso, che le mandò un sol piatto di vivande per lei ogni giorno. Ne fece istanza al cardinale della Valletta, e questi negò tutto, richiedendo che prima desse la cittadella in mano dei Franzesi, e bisognò in fine accomodarsi alla di lui volontà. Parea alla duchessa un'ora mille anni d'uscire di là. Fu da essi Franzesi provveduta di tutto la cittadella, e il cardinale della Valletta con uno staccamento di cavalleria condusse dipoi madama Reale a Susa.
Non avea cessato in addietromonsignor Cafferellinunzio pontifizio di proporre ripieghi di pace, ma con poco frutto. Al veder egli ora tanto sconvolgimento di cose, maggiormente accese il suo zelo, per ostare a più gravi disordini; e però propose una tregua, sperando conquesto gradino di salir poscia più alto. Vi trovò renitente il principe Tommaso, per le notizie ch'egli aveva di essere mal fornita di provvisioni da bocca la cittadella; ma il Leganes, che mirava tuttavia assai forti i Franzesi, e sminuita non poco la sua armata per tanti presidii, gli diede orecchio. Più facilmente ancora vi consentirono i comandanti franzesi, sicchè fu conchiusa una suspension d'armi sino al dì 24 di ottobre, nel qual tempo poterono i Franzesi provvedere abbondantemente di vettovaglie la cittadella di Torino. Il cardinal Maurizio, che non aveva acconsentito a questo trattato, passò a Nizza e Villafranca, e se ne impadronì. Durante questo riposo, non si rallentarono i negoziati di qualche accomodamento fra madama Reale e il principe Tommaso, restando intanto quasi tutto il Piemonte in potere, parte degli Spagnuoli, parte dei Franzesi e de' principi, con aggravio intollerabile de' poveri popoli. Aveano i Franzesi come costretta la duchessa a lasciar loro mettere presidio anche ne' castelli di Susa, Avegliana e Cavours. Ciò non bastò alla politica del cardinale di Richelieu, che unicamente aggirando nel suo capo la sempre maggiore esaltazione della corona di Francia, in questa sua ubbriachezza non conosceva misura alcuna. Quanto più mirava egli vicina al precipizio la duchessa, che pur era sorella del re suo padrone, tanto più pensò a profittarne per la Francia. Questo era, secondo lui, il tempo d'indurre essa madama a mandare in Francia i suoi figli, e ad ammettere nella inespugnabil fortezza di Monmegliano le armi franzesi, valendosi del pretesto che sua maestà non si potea fidare dei Piemontesi dopo il fatto di Torino. Fece a questo fine venire sino a Grenoble l'ubbidiente reLuigi XIII, e colà invitòmadama Reale, la quale non potè esimersi da questo viaggio; ma vi andò con un pungente risentimento del suo cuore, perchè avvertita da persona sua confidente di ciò che tramava il cardinale, e ben sapeva di che fosse capacequell'imperioso porporato, il quale facea tremare tutta la Francia. Prima colle dolci, e poi con grandi slargate di aiuti e vantaggi le parlò il Richelieu: e vedendo salda come torre madama a non voler mettere affatto in ceppi il figlio duca e i suoi stati, passò alle minaccie, e trascorse anche in parole di poco rispetto verso una sì gran principessa, ma senza potere punto smuoverla. Glie ne fece anche parlare dal re, a cui ella altra risposta non diede se non colle lagrime che le caddero dagli occhi. Ai ministri ancora della duchessa non mancarono minaccie e strapazzi in questa occasione. Tornossene poi ben mal contenta a Sciamberì la povera principessa.
Essendo mancato di vita nel dì 27 ossia 28 di settembre il guerrierocardinale Lodovico della Valletta, la corte di Francia spedì al comando delle sue armi in ItaliaArrigo di Guisa conte di Arcourtdella casa di Lorena, che si era segnalato nel riacquisto dell'isola di Jeres. Finita la tregua, esso conte volendo aprirsi la strada per mandare rinforzi a Casale, piazza troppo amoreggiata dagli Spagnuoli, nel dì 25 di ottobre andò a mettere l'assedio a Chieri, e in capo a due giorni l'ebbe in suo potere. Di là spedì gente a Casale. Ma in Chieri e nei circonvicini luoghi cominciarono presto a venir meno i viveri, nè maniera appariva di supplire al bisogno: però l'Arcourt prese la risoluzione di cercar paese più largo e comodo pel verno, con passare verso Carmagnola e Saluzzo. Non avea più di otto in novemila persone al suo servigio. Trapelò questo disegno, e il Leganes fu di concerto col principe Tommaso per frastornar questa ritirata, giacchè erano di molto superiori le lor genti a quelle dei Franzesi. Si mosse all'improvviso da Chieri l'Arcourt la notte precedente al dì 15 (altri ha 29) di novembre, e, giunto che fu al ponte della Rotta, arrivò alla di lui retroguardia il principe Tommaso, che cominciò a menar le mani. Fu combattuto più volte con gran valore daambe le parti; ma restò burlato il principe dal Leganes, il quale non avea gran genio alle battaglie campali, credendole troppo pericolose; e però accorse bensì, ma non entrò daddovero nella mischia; del che fece poi grandi querele esso principe. Il perchè passò oltre il duca di Arcourt sino a Crescentino, e per questa gloriosa ritirata gli fu fatto gran plauso non meno in Italia che in Francia. Scrissero alcuni che il principe Tommaso vi perdesse più di due mila uomini tra morti, feriti e prigioni, fra i quali molti uffiziali del reggimento delprincipe Borso d'Este, composto di tre mila Alemanni; ma altri fanno ascendere la sua perdita a sole cinquecento persone. Dalla parte dei Franzesi solamente mancarono trecento combattenti, e fra essi il marchese Giulio Rangone, cavaliere insigne di Modena, mastro di campo di cavalleria nelle truppe di Savoia. Tutti dipoi si ridussero ai quartieri, e passò il verno con molti negoziati di madama Reale, ora con l'uno ora coll'altro dei principi, ma senza che mai si potesse aggruppare concordia alcuna fra loro.