MDCXXXV

MDCXXXVAnno diCristoMDCXXXV. IndizioneIII.Urbano VIIIpapa 13.Ferdinando IIimperadore 17.Più lunga durata non potè fare la pace in Italia. Con occhio bieco si andavano da gran tempo guatando i due primi ministri, anzi gli arbitri delle due corti di Francia e Spagna, cioè ilcardinale di Richelieue l'Olivares, ossia il conte duca. La testa del primo a più doppii superava quella dell'altro; e laddove lo Olivares parea nato per rovinare la monarchia di Spagna, il Richelieu, all'incontro, sembrava dato alla monarchia franzese per accrescerla sempre più di riputazione e di Stati. Pieno di questa idea il poco scrupoloso cardinale, tutto il giorno tesseva imbrogli per tutte le corti, senza far caso della religione, delle parentele edi ogni altro vincolo della umana società, per abbassar le due potenze austriache, ed esaltar la franzese. A tanti movimenti dei protestanti contra dell'imperadore aveva egli principalmente data la spinta, e mantenuto il fomento. Le leghe col maneggio suo fatte dal reLodovico XIII coi principi della Germania e colla Svezia contro l'imperadore, si leggono stampate. Nel precedente anno una parimente ne avea stipulata cogli Olandesi contro la Spagna, obbligandosi di pagar loro annualmente due milioni e trecento mila lire. Nell'anno presente poi a dì 8 di febbraio un'altra ne conchiuse con essi Olandesi difensiva ed offensiva, con disegnar fra loro lo spartimento delle provincie cattoliche dei Paesi Bassi, che si meditava di conquistare. Un'altra ne fece nel dì 27 di ottobre coi protestanti di Germania, per mantener guerra contro di esso imperadore, promettendo loro annualmente quattro milioni di lire. Si presentarono alla corte di Francia motivi veri o palliati di dichiarar la guerra in Fiandra al re di Spagna sul principio di maggio. Per occupar poi gli Spagnuoli in più parti, spedì il cardinale nella Valtellina ilduca di Roano. Questi con sei reggimenti di fanteria franzese e due di Svizzeri, e alquanti squadroni di cavalleria, senza far complimenti, nè chiedere licenza, improvvisamente dall'Alsazia sul fine d'aprile pel paese de' Grigioni calò in quella valle, e andò a postarsi a Chiavenna e Riva: tutto ciò per impedire che dalla Germania non potessero passare soccorsi al Milanese; nel qual tempo vendeva ai Grigioni e ai Valtellini quante speranze volevano l'una all'altra contrarie. Era governator di Milano ilcardinale Egidio Albornoz, che colto da questa improvvisata non perdè già il coraggio, e si diede col maggior calore a guernire i confini, e a sollecitar dalla Spagna, da Napoli e dal gran duca di Toscana soccorsi.Dalla parte ancora del Piemonte determinaronoi Franzesi di muovere guerra agli Spagnuoli, e fecero proporre una lega ai principi d'Italia contra dei medesimi. Non vi fu cheOdoardo Farneseduca di Parma, il quale vi saltasse dentro a pie' pari; nè cercava egli altro, perchè mal soddisfatto dei ministri spagnuoli, per lo più poco discreti vicini. Era principe pieno di spiriti guerrieri, che nondimeno più si consigliava col proprio coraggio che colle sue forze. Portato dal desiderio della vendetta, si diede egli tosto a far gente, e ricevette alla sfilata alquanti Franzesi in Piacenza. Anche ilduca di Mantova Carloconcorse in questa lega col nome, giacchè colle forze non potea. Ma quel che più importava al Richelieu, era di trarre in essa lega il duca di SavoiaVittorio Amedeo. Gli fece proporre la conquista dello Stato di Milano da partirsi fra loro. E perchè non tornava il conto al duca di vedersi tra le forbici dei Franzesi, fu a lui esibito lo Stato di Milano, colla rinunzia della Savoia alla Francia. Nè all'uno nè all'altro progetto inclinava Vittorio Amedeo, ma dicono che gli fu fatta violenza col negargli la neutralità; laonde nel dì 11 di luglio gli convenne imbarcarsi, e contrasse lega col re Cristianissimo con patti di molto vantaggio, facili a scriversi in un pezzo di carta, ma difficili poi all'esecuzione. Se veramente suo malgrado oppure di buon cuore convenisse il duca di Savoia in tale accordo, lascerò ch'altri lo decida. Ben so che generale dell'armi franzesi e collegate in Italia fu dichiarato esso duca; e ilmaresciallo di Crequìentrato in Italia con otto mila fanti e due mila cavalli, sul fine di agosto cominciò le ostilità contro lo Stato di Milano, ed imprese l'assedio di Valenza contro il volere del duca di Savoia, che proponeva Novara, e del duca di Parma, che desiderava Cremona. Di queste sconcordanze abbondano le leghe. Comparve colà il duca di Parma con cinque mila fanti e mille cavalli; ma non già il duca di Savoia, che lentamente procedeva nei suoi movimenti. Malamente cominciatoe peggio proseguito fu quell'assedio, perchè si lasciò tempo ed agio agli Spagnuoli d'introdurvi gran rinforzo di gente e di munizioni. La diffidenza entrò tosto fra i collegati. Il Farnese mostrava di credere guadagnato il Crequì dagli Spagnuoli, e che perciò avesse lasciato entrare soccorsi nella piazza; e il Crequì facea querele al Farnese per avergli condotto o soldati inesperti, o gente che, allettata dalle doble spagnuole, disertava a furia. Finalmente nel dì 13 di ottobre arrivò colle sue truppe il duca di Savoia, ma si alloggiò a San Salvatore, sette miglia lungi dal campo Franzese; e visitato l'assedio, non potè esentarsi dal tacciare delicatamente la vanità del Crequì, che si era messo a quell'impresa senza ponderarne le imminenti brutte conseguenze. Fra lui e il Crequì, erano insorte gare e terribili diffidenze, e i franzesi sparlavano forte del duca, come se egli macchinasse tradimenti. In somma nel dì 15 del mese suddetto, essendo stato di nuovo rinforzato dagli Spagnuoli il presidio di Valenza, fu forzato il Crequì a levare vergognosamente l'assedio, con lasciar ivi il cannone, e ritirarsi a precipizio: il che sommamente increbbe alla corte di Francia.Ma più ne restò malcontento il duca di Parma, per essere rimasto sguernito ed esposto alla vendetta degli Spagnuoli il suo Stato; laonde si affrettò per tornarsene a Piacenza colle sue truppe. Poche erano queste, e si prevedeva che il passaggio sarebbe ad esso Stato contrastato da don Diego di Gusman marchese di Leganes, nuovo governatore di Milano, tornato dalla Germania. Laonde il duca di Savoia gli diede per iscortarlo ilmarchese Guido VillaFerrarese, generale della sua cavalleria, che con mille e ducento cavalli arrivato alla Scrivia, trovò gli Spagnuoli preparati per vietargli il passo. Ma egli colla spada alla mano si fece largo, e verso le feste di Natale arrivò salvo a San Giovanni sul Piacentino. Per ristorar poscia queste milizie, e risparmiare l'aggravioagli Stati del duca di Parma, trovò questo generale il comodo ripiego di venire ad acquartierarsi a Castelnuovo del Reggiano, senza mettersi pensiero delle doglianze diFrancesco I ducadi Modena, che in questi imbrogli aveva ricusato di far lega coi Franzesi, nè si era dichiarato per gli Spagnuoli. Meglio passarono nella Valtellina gli affari dei Franzesi, perchè, quantunque scarsi di numero, aveano alla testa ilduca di Roano, grande ugonotto e gran capitano. Per tacere altri precedenti fatti, avevano concertato insieme Tedeschi e Spagnuoli di ricuperar quella provincia dalle mani dei Franzesi. Il barone di Fernamonte dalla banda del Tirolo con più di quattro mila fanti e quattrocento cavalli, e il conte Giovanni Serbellone dalla parte di Como, doveano nello stesso tempo farvi un'irruzione. Ora nel mese appunto di novembre calò il Fernamonte, e prese il contado di Bormio; ma il Roano, per nulla trattenuto dalla superiorità delle truppe nemiche, andò ad assalirlo, e gli diede una solenne sconfitta. Di così sinistro avvenimento, siccome vogliono alcuni, non era informato il Serbellone, quando addosso anche a lui repentinamente arrivò il Roano, che il mise in rotta, e fece acquisto di tutto il suo ricco bagaglio e della cassa di guerra: il che rasserenò nella corte del re Cristianissimo il torbido cagionato dallo sconsigliato assedio di Valenza. Fecero anche nell'anno presente un tentativo gli Spagnuoli contro la Francia con allestire una flotta di trentacinque galee e di alquanti grossi vascelli, e di altre vele minori, che dirizzò le prore verso il mare di Provenza. Ebbe questa a combattere con un furioso temporale, che cacciò a fondo sette di quelle galee con tutta la gente, e disperse e conquassò il resto con aver dovuto gittar in mare artiglierie e cavalli.Le cure del romano ponteficeUrbano VIIIin questi tempi erano quelle che si convenivano al sacro suo grado, cioè di procurar la pace fra i principi cristiani.A questo fine spedì egli a Parigi con titolo di nunzio straordinarioGiulio Mazzarino, nato di padre palermitano nel 1602 in Piscina d'Abbruzzo, ingegno dei più fini che si abbia mai prodotto la terra, e che potea stare a fronte del finissimocardinale di Richelieu. Era egli ben conosciuto ed assai stimato da esso cardinale, forse anche fu da lui sostenuto, e con segreti uffizii presso il papa promosso, dacchè gli Spagnuoli per la perdita di Casale erano divenuti suoi giurati nemici, e tardarono poco a far calde istanze al pontefice per farlo richiamar di Francia, dipingendolo per uomo venduto al Richelieu; e in ciò non s'ingannavano. Gran corte faceva il Mazzarino al cardinale, e quelle due nobilissime volpi bene spesso stavano soli testa a testa per lo spazio di quattro ed anche più ore, grandi affari masticando fra loro, per far non già la pace desiderata dal papa, ma guerra per tutta la cristianità. Credeva la gente che il Mazzarino si fermasse in Francia per servigio del solo papa, ed egli nello stesso tempo serviva come di ministro al Richelieu, al quale riuscì di tener saldo in Francia per due anni questo sì utile strumento. Gravissime ancora furono le querele fatte al papa dall'ambasciatore di Spagna contra diOdoardo ducadi Parma, per aver osato di prendere l'armi contro la corona di Spagna, senza permissione del pontefice suo sovrano, e spronavano la santità sua a dichiararlo decaduto dal feudo, e ad investirne il suo nipotedon Taddeo, promettendogli la potente loro assistenza. Ma papa Urbano che non voleva liti colla Francia, altro non fece, per quetar il rumore degli Spagnuoli, che di inviare al duca il vicelegato di Bologna per intimargli di desistere dall'armi, e per minacciarlo se non ubbidiva. Si fecero ben sentire per questo i Franzesi, e il papa non passò più oltre. Bollivano intanto dissensioni fra la corte pontifizia e la repubblica veneta a cagion de' confini del ferrarese, e per altre brighe. Mentre i ministri di Francia erano dietroa maneggiar l'aggiustamento, per consiglio del Contelori fece il santo Padre mutare nella sala regia del Vaticano un elogio de' Veneti per la pace seguita in Venezia frapapa Alessandro IIIeFederico I imperadore. Se ne chiamò tanto offeso il senato veneto, che interruppe ogni pubblico commercio con quella corte, senza che la sua saviezza passasse a più sonori risentimenti.

Più lunga durata non potè fare la pace in Italia. Con occhio bieco si andavano da gran tempo guatando i due primi ministri, anzi gli arbitri delle due corti di Francia e Spagna, cioè ilcardinale di Richelieue l'Olivares, ossia il conte duca. La testa del primo a più doppii superava quella dell'altro; e laddove lo Olivares parea nato per rovinare la monarchia di Spagna, il Richelieu, all'incontro, sembrava dato alla monarchia franzese per accrescerla sempre più di riputazione e di Stati. Pieno di questa idea il poco scrupoloso cardinale, tutto il giorno tesseva imbrogli per tutte le corti, senza far caso della religione, delle parentele edi ogni altro vincolo della umana società, per abbassar le due potenze austriache, ed esaltar la franzese. A tanti movimenti dei protestanti contra dell'imperadore aveva egli principalmente data la spinta, e mantenuto il fomento. Le leghe col maneggio suo fatte dal reLodovico XIII coi principi della Germania e colla Svezia contro l'imperadore, si leggono stampate. Nel precedente anno una parimente ne avea stipulata cogli Olandesi contro la Spagna, obbligandosi di pagar loro annualmente due milioni e trecento mila lire. Nell'anno presente poi a dì 8 di febbraio un'altra ne conchiuse con essi Olandesi difensiva ed offensiva, con disegnar fra loro lo spartimento delle provincie cattoliche dei Paesi Bassi, che si meditava di conquistare. Un'altra ne fece nel dì 27 di ottobre coi protestanti di Germania, per mantener guerra contro di esso imperadore, promettendo loro annualmente quattro milioni di lire. Si presentarono alla corte di Francia motivi veri o palliati di dichiarar la guerra in Fiandra al re di Spagna sul principio di maggio. Per occupar poi gli Spagnuoli in più parti, spedì il cardinale nella Valtellina ilduca di Roano. Questi con sei reggimenti di fanteria franzese e due di Svizzeri, e alquanti squadroni di cavalleria, senza far complimenti, nè chiedere licenza, improvvisamente dall'Alsazia sul fine d'aprile pel paese de' Grigioni calò in quella valle, e andò a postarsi a Chiavenna e Riva: tutto ciò per impedire che dalla Germania non potessero passare soccorsi al Milanese; nel qual tempo vendeva ai Grigioni e ai Valtellini quante speranze volevano l'una all'altra contrarie. Era governator di Milano ilcardinale Egidio Albornoz, che colto da questa improvvisata non perdè già il coraggio, e si diede col maggior calore a guernire i confini, e a sollecitar dalla Spagna, da Napoli e dal gran duca di Toscana soccorsi.

Dalla parte ancora del Piemonte determinaronoi Franzesi di muovere guerra agli Spagnuoli, e fecero proporre una lega ai principi d'Italia contra dei medesimi. Non vi fu cheOdoardo Farneseduca di Parma, il quale vi saltasse dentro a pie' pari; nè cercava egli altro, perchè mal soddisfatto dei ministri spagnuoli, per lo più poco discreti vicini. Era principe pieno di spiriti guerrieri, che nondimeno più si consigliava col proprio coraggio che colle sue forze. Portato dal desiderio della vendetta, si diede egli tosto a far gente, e ricevette alla sfilata alquanti Franzesi in Piacenza. Anche ilduca di Mantova Carloconcorse in questa lega col nome, giacchè colle forze non potea. Ma quel che più importava al Richelieu, era di trarre in essa lega il duca di SavoiaVittorio Amedeo. Gli fece proporre la conquista dello Stato di Milano da partirsi fra loro. E perchè non tornava il conto al duca di vedersi tra le forbici dei Franzesi, fu a lui esibito lo Stato di Milano, colla rinunzia della Savoia alla Francia. Nè all'uno nè all'altro progetto inclinava Vittorio Amedeo, ma dicono che gli fu fatta violenza col negargli la neutralità; laonde nel dì 11 di luglio gli convenne imbarcarsi, e contrasse lega col re Cristianissimo con patti di molto vantaggio, facili a scriversi in un pezzo di carta, ma difficili poi all'esecuzione. Se veramente suo malgrado oppure di buon cuore convenisse il duca di Savoia in tale accordo, lascerò ch'altri lo decida. Ben so che generale dell'armi franzesi e collegate in Italia fu dichiarato esso duca; e ilmaresciallo di Crequìentrato in Italia con otto mila fanti e due mila cavalli, sul fine di agosto cominciò le ostilità contro lo Stato di Milano, ed imprese l'assedio di Valenza contro il volere del duca di Savoia, che proponeva Novara, e del duca di Parma, che desiderava Cremona. Di queste sconcordanze abbondano le leghe. Comparve colà il duca di Parma con cinque mila fanti e mille cavalli; ma non già il duca di Savoia, che lentamente procedeva nei suoi movimenti. Malamente cominciatoe peggio proseguito fu quell'assedio, perchè si lasciò tempo ed agio agli Spagnuoli d'introdurvi gran rinforzo di gente e di munizioni. La diffidenza entrò tosto fra i collegati. Il Farnese mostrava di credere guadagnato il Crequì dagli Spagnuoli, e che perciò avesse lasciato entrare soccorsi nella piazza; e il Crequì facea querele al Farnese per avergli condotto o soldati inesperti, o gente che, allettata dalle doble spagnuole, disertava a furia. Finalmente nel dì 13 di ottobre arrivò colle sue truppe il duca di Savoia, ma si alloggiò a San Salvatore, sette miglia lungi dal campo Franzese; e visitato l'assedio, non potè esentarsi dal tacciare delicatamente la vanità del Crequì, che si era messo a quell'impresa senza ponderarne le imminenti brutte conseguenze. Fra lui e il Crequì, erano insorte gare e terribili diffidenze, e i franzesi sparlavano forte del duca, come se egli macchinasse tradimenti. In somma nel dì 15 del mese suddetto, essendo stato di nuovo rinforzato dagli Spagnuoli il presidio di Valenza, fu forzato il Crequì a levare vergognosamente l'assedio, con lasciar ivi il cannone, e ritirarsi a precipizio: il che sommamente increbbe alla corte di Francia.

Ma più ne restò malcontento il duca di Parma, per essere rimasto sguernito ed esposto alla vendetta degli Spagnuoli il suo Stato; laonde si affrettò per tornarsene a Piacenza colle sue truppe. Poche erano queste, e si prevedeva che il passaggio sarebbe ad esso Stato contrastato da don Diego di Gusman marchese di Leganes, nuovo governatore di Milano, tornato dalla Germania. Laonde il duca di Savoia gli diede per iscortarlo ilmarchese Guido VillaFerrarese, generale della sua cavalleria, che con mille e ducento cavalli arrivato alla Scrivia, trovò gli Spagnuoli preparati per vietargli il passo. Ma egli colla spada alla mano si fece largo, e verso le feste di Natale arrivò salvo a San Giovanni sul Piacentino. Per ristorar poscia queste milizie, e risparmiare l'aggravioagli Stati del duca di Parma, trovò questo generale il comodo ripiego di venire ad acquartierarsi a Castelnuovo del Reggiano, senza mettersi pensiero delle doglianze diFrancesco I ducadi Modena, che in questi imbrogli aveva ricusato di far lega coi Franzesi, nè si era dichiarato per gli Spagnuoli. Meglio passarono nella Valtellina gli affari dei Franzesi, perchè, quantunque scarsi di numero, aveano alla testa ilduca di Roano, grande ugonotto e gran capitano. Per tacere altri precedenti fatti, avevano concertato insieme Tedeschi e Spagnuoli di ricuperar quella provincia dalle mani dei Franzesi. Il barone di Fernamonte dalla banda del Tirolo con più di quattro mila fanti e quattrocento cavalli, e il conte Giovanni Serbellone dalla parte di Como, doveano nello stesso tempo farvi un'irruzione. Ora nel mese appunto di novembre calò il Fernamonte, e prese il contado di Bormio; ma il Roano, per nulla trattenuto dalla superiorità delle truppe nemiche, andò ad assalirlo, e gli diede una solenne sconfitta. Di così sinistro avvenimento, siccome vogliono alcuni, non era informato il Serbellone, quando addosso anche a lui repentinamente arrivò il Roano, che il mise in rotta, e fece acquisto di tutto il suo ricco bagaglio e della cassa di guerra: il che rasserenò nella corte del re Cristianissimo il torbido cagionato dallo sconsigliato assedio di Valenza. Fecero anche nell'anno presente un tentativo gli Spagnuoli contro la Francia con allestire una flotta di trentacinque galee e di alquanti grossi vascelli, e di altre vele minori, che dirizzò le prore verso il mare di Provenza. Ebbe questa a combattere con un furioso temporale, che cacciò a fondo sette di quelle galee con tutta la gente, e disperse e conquassò il resto con aver dovuto gittar in mare artiglierie e cavalli.

Le cure del romano ponteficeUrbano VIIIin questi tempi erano quelle che si convenivano al sacro suo grado, cioè di procurar la pace fra i principi cristiani.A questo fine spedì egli a Parigi con titolo di nunzio straordinarioGiulio Mazzarino, nato di padre palermitano nel 1602 in Piscina d'Abbruzzo, ingegno dei più fini che si abbia mai prodotto la terra, e che potea stare a fronte del finissimocardinale di Richelieu. Era egli ben conosciuto ed assai stimato da esso cardinale, forse anche fu da lui sostenuto, e con segreti uffizii presso il papa promosso, dacchè gli Spagnuoli per la perdita di Casale erano divenuti suoi giurati nemici, e tardarono poco a far calde istanze al pontefice per farlo richiamar di Francia, dipingendolo per uomo venduto al Richelieu; e in ciò non s'ingannavano. Gran corte faceva il Mazzarino al cardinale, e quelle due nobilissime volpi bene spesso stavano soli testa a testa per lo spazio di quattro ed anche più ore, grandi affari masticando fra loro, per far non già la pace desiderata dal papa, ma guerra per tutta la cristianità. Credeva la gente che il Mazzarino si fermasse in Francia per servigio del solo papa, ed egli nello stesso tempo serviva come di ministro al Richelieu, al quale riuscì di tener saldo in Francia per due anni questo sì utile strumento. Gravissime ancora furono le querele fatte al papa dall'ambasciatore di Spagna contra diOdoardo ducadi Parma, per aver osato di prendere l'armi contro la corona di Spagna, senza permissione del pontefice suo sovrano, e spronavano la santità sua a dichiararlo decaduto dal feudo, e ad investirne il suo nipotedon Taddeo, promettendogli la potente loro assistenza. Ma papa Urbano che non voleva liti colla Francia, altro non fece, per quetar il rumore degli Spagnuoli, che di inviare al duca il vicelegato di Bologna per intimargli di desistere dall'armi, e per minacciarlo se non ubbidiva. Si fecero ben sentire per questo i Franzesi, e il papa non passò più oltre. Bollivano intanto dissensioni fra la corte pontifizia e la repubblica veneta a cagion de' confini del ferrarese, e per altre brighe. Mentre i ministri di Francia erano dietroa maneggiar l'aggiustamento, per consiglio del Contelori fece il santo Padre mutare nella sala regia del Vaticano un elogio de' Veneti per la pace seguita in Venezia frapapa Alessandro IIIeFederico I imperadore. Se ne chiamò tanto offeso il senato veneto, che interruppe ogni pubblico commercio con quella corte, senza che la sua saviezza passasse a più sonori risentimenti.


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