MDCXXXVIAnno diCristoMDCXXXVI. IndizioneIV.Urbano VIIIpapa 14.Ferdinando IIimperad. 18.Dopo avere ilduca di Parma Odoardoavuto il coraggio di cimentarsi colla potenza spagnuola, fondato sulle lusinghiere promesse della Francia che sa valersi sovente de' minori, non già per loro vantaggio, ma per farli servire al proprio; si vide ridotto in gravi affanni pel timore di provar in breve gli effetti dell'ira e vendetta di chi certo l'avea giurata contro di lui. Sul fine dunque di gennaio si portò per le poste a Parigi ad implorar poderosi aiuti per la propria difesa. Di onori e di carezze n'ebbe quanto mai potea desiderare; di magnifiche promesse fece ancora una copiosa raccolta; ma queste poi nei fatti si ridussero a poco. Circa la metà di marzo se ne tornò egli accompagnato da molti nobili franzesi, ma non già da verun reggimento o squadrone, in Piemonte, con trovare invasi i suoi Stati daFrancesco I ducadi Modena. Allorchè ilmarchese Villasul fine del precedente anno, o sul principio del presente, occupò Castelnuovo del Reggiano, e vi fece piazza d'armi, non contento di ciò, volle anche rallegrar le sue truppe, con permettere loro di bottinar sull'altre ville di quelle contrade, valendosi di quegli empii privilegii che la forza pretende sulla ragione. Il duca di Modena fin qui aveva atteso a mantener la quiete nel suo paese, immaginando di non dovere ricevere insulti dalla parte delduca di Savoiasuo cugino, nè da quelladelduca di Parmasuo cognato. Ora commosso dalla insolenza del Villa, raunò tosto cinque mila fanti e mille cavalli, ed ottenne dai Veneziani ilprincipe Luigi d'Estesuo zio e lor generale, affinchè venisse al comando delle sue milizie. Scrisse ancora per aiuto almarchese di Leganesgovernator di Milano, che sollecitamente mise in marcia due mila fanti ed ottocento cavalli, con ordine di passare il Po ed entrare nel Parmigiano. Sul principio dunque di febbraio s'inviò il duca di Modena colle sue genti ad unirsi cogli Spagnuoli, e giacchè il marchese Villa s'era condotto di là dall'Enza per contrastarne il passo, gli riuscì di valicar quel fiume, e d'inseguire i Savoiardi e Parmigiani, che si ritiravano verso Parma. A San Lazzaro si venne alle mani, e restarono sbaragliate quante schiere nemiche s'incontrarono lente nel cammino. Ma il Villa, accorso col meglio dei suoi al conflitto, sì bravamente rimise in buono stato la battaglia, che furono con loro danno obbligati Spagnuoli e Modenesi a tornarsene indietro. Nello stesso tempo spinse il Leganes quattro mila fanti e secento cavalli ai danni del Piacentino, dove colla forza fu occupato Castel San Giovanni, ed esercitato l'estremo della barbarie col fuoco e coi saccheggi in quelle parti; e però fu chiamato colà in aiuto il marchese Villa. Allora il duca di Modena con dodici mila fanti, mille cavalli e quattro compagnie di corazze, e con tutta la nobiltà del suo dominio, da più parti assalì lo stato di Parma, s'impadronì di Rossenna e Colorno, luoghi forti, e di altre terre, mettendo a sacco tutto il paese, con obbligare i nemici a ritirarsi sotto il cannone di Parma: città, che si aspettava un assedio, siccome anche Piacenza dal lato degli Spagnuoli. Era per crescere questo incendio; ma il ponteficeUrbano VIII, con inviare al duca di Modenamonsignor Mellinivescovo d'Imola, e ilgran duca Ferdinando, tanto si adoperarono che lo indussero ad una tregua, e susseguentemente alla pace col duca suo cognato.Anche la valle di Taro fu in questi tempi da Vincenzo Imperiali tutta messa a sacco, di modo che ilduca Odoardo, costretto a passare incognito pel Genovesato, se volle ritornare a casa, vi trovò desolati tutti i suoi Stati, colla perdita anche di alcune terre. Questo fu l'unico guadagno che gli recò la lega con Francia e Savoia, da lui intrapresa fuor di proposito.Svegliatisi per li danni del Parmigiano e Piacentino il ducaVittorio Amedeoe ilmaresciallo di Crequìcon tutte le lor forze sul fine di febbraio, a motivo di una diversione, entrarono nel Milanese, con prendervi alcune terre, e minacciar Vigevano: il che fece uscire in campagna anche il Leganes. Dopo una svantaggiosa scaramuccia furono forzati i collegati a ritirarsi di là dalla Sesia. Ma questi, dopo aver fatto concerto colduca di Roano, che nel medesimo tempo egli dalla Valtellina assalisse lo Stato di Milano, mentre essi farebbono un'altra maggiore invasione verso il Pavese e Novarese, ripigliarono nel mese di giugno le azioni militari. Altro non fece il Roano che penetrare in Valsasina, e commetter ivi quanti saccheggi potè, con tornar poscia ai primieri suoi posti, dacchè seppe che il principe Borso d'Este con due mila e cinquecento Alemanni veniva per opporsi ai suoi tentativi. Ora il duca di Savoia e il maresciallo di Crequì nel mese di giugno, entrati nel territorio di Novara, s'impadronirono di varie terre, e massimamente di Fontaneto, luogo forte, dove lasciò la vita ilmaresciallo di Toiras. Trovate poi sguernite le rive del Ticino, arditamente lo passarono, nè furono pigri a guastar le fabbriche, per le quali si conduce a Milano il canale appellato il Naviglio: cosa che mise in somma costernazione la stessa città di Milano. Avrebbe appunto voluto il Crequì marciare a dirittura verso quella città; ma il saggio duca di Savoia ricusò di concorrere alla bestialità di quella risoluzione, perchè non aveanoforze per sì grande impresa. Ora per cacciare i collegati di là, o per impedir loro maggiori progressi, coll'esercito suo comparve colà il marchese di Leganes, e lì trovò ben trincierati a Tornavento, luogo ignobile, che acquistò poi fama nelle storie. Benchè non avesse egli peranche fatta la massa di tutte le sue soldatesche, pure, non ostante il contrario parere de' suoi uffiziali, nel dì 23 di giugno (altri dicono nel dì 22) in ordine di battaglia andò all'assalto delle trincee de' Franzesi, e per rompere il loro ponte sul Ticino. Si combattè per più ore con gran valore e mortalità da ambe le parti; e già agli Spagnuoli era riuscito di superare alcuni posti, benchè colla morte di Gherardo Gambacorta Napoletano, capitano di gran credito, quando arrivò con nuovi rinforzi il duca di Savoia, che li ridusse di vincitori, quali pareano, ad essere come vinti. La notte fece fine al conflitto, e in essa si ritirarono gli Spagnuoli a Biagrasso. Non si figuri alcuno di saper mai il netto delle battaglie, spezialmente quando non succeda la totale sconfitta dell'una parte, studiandosi sempre i vincitori di accrescere la vittoria, e i vinti di scemare la perdita. La verità si è, che restò il campo di battaglia ai Franzesi e Savoiardi; ma altresì è certo ch'essi da lì a pochi giorni, dopo aver conosciuto qual fosse il valore degli Spagnuoli e Napoletani, dianzi da lor creduti figli della paura, si ritirarono di là dal Ticino, laonde furono appresso ricuperati quei luoghi dagli Spagnuoli, e rimesso il Naviglio nell'essere di prima con somma consolazione della città di Milano. Attribuirono i collegati questa loro ritirata alla troppa copia de' tafani, che recavano gran travaglio spezialmente a' cavalli, e alla necessità di sloggiar da un sito, dove il puzzor de' cadaveri potea far peggio che una seconda battaglia.Mentre cotali bravure si faceano verso il Ticino, tornato a Parma il duca Odoardo, e pien di rabbia per li danni sofferti, prevalendosi della lontananzadell'armi spagnuole, unì ad un corpo di tre mila Franzesi i suoi soldati di fortuna e miliziotti, e con essi entrò nel Cremonese e Lodigiano, sfogando la sua vendetta sopra le sostanze degl'innocenti contadini. Se n'ebbe presto a pentire, perchè il Leganes sbrigato dall'impaccio de' Franzesi, nel dì 15 di agosto spedì sul Piacentino don Martino d'Aragona con alcune migliaia di fanti e cavalli; nel qual tempo anche ilcardinale Trivulziocon altre milizie, dopo aver fatte ritirar le genti del Farnese dal Lodigiano e Cremonese, assalì il Piacentino di là da Po, e penetrò poi anche nello Stato Pallavicino, impossessandosi di Borgo San Donnino, e commettendo ogni sorta di ostilità. Si trovò allora Odoardo in incredibili angustie; speranze non v'erano che potessero transitar soccorsi del duca di Savoia e del Crequì; la flotta franzese, che dovea sbarcare alla Specia cinque mila soldati, non si vedea mai comparire, e andava a sacco tutto il paese del Farnese. Inoltre già si trovava alla vigilia d'un assedio la città di Piacenza, tutta attorniata dagli Spagnuoli, salutata anche da più tiri di cannone; ed una isola del Po in faccia a quella città occupata dall'armi nemiche si metteva in fortificazione. A questo spettacolo dell'imminente rovina d'esso duca commossipapa Urbano, colla spedizione del conte Ambrosio Carpegna, e il gran duca di Toscana di lui cognato con quella di Domenico Pandolfini, s'indussero per rimetterlo in grazia del governator di Milano, e liberarlo dal totale eccidio. Trovarono questi ministri tutta la buona disposizione nel marchese di Leganes, e all'incontro, non senza lor maraviglia, una grande, non so se vera o finta ostinazione nello sconsigliato duca. Contuttociò tanto perorarono le lagrime delladuchessa Margherita de Medicisua consorte e quelle degl'infelici suoi popoli, colla giunta ancora della continua deserzione de' pochi suoi Franzesi, che finalmente sul principio dell'anno seguentesi diede per vinto, ed acconsentì ai consigli de' mediatori. Fu conchiusa la pace con rinunziar egli alla lega della Francia, e con lasciare Sabionetta alla cura degli Spagnuoli, i quali dai di lui Stati ritirarono l'armi, lasciandovi dappertutto segni lagrimevoli della lor nemicizia. I Franzesi, che si trovavano di presidio in Piacenza, e nulla mai seppero di quel negoziato, sotto pretesto di una rassegna, burlati rimasero fuori della città; e veggendo il cannone rivolto contra di loro, non fecero resistenza alcuna. Vennero dipoi con belle parole congedati. Fecesi gran rumore per questa risoluzione del Farnese in Parigi, e fu anche arrestato il conte Fabio Scotti suo inviato; ma, fatte esporre dal duca le giustificazioni, restò approvata la di lui condotta, ed egli continuò ad essere di cuor franzese.L'avere in mezzo a queste turbolenzeFrancesco I d'Este ducadi Modena saputo cattivarsi la grazia delre Cattolico, agevolò a lui l'acquisto del principato di Correggio, che in occasione della guerra di Mantova fu tolto dagli imperiali adon Siroper alcuni suoi delitti, e ceduto poscia agli Spagnuoli pel prezzo di ducento trenta mila fiorini d'oro. Ne fu posto il duca in possesso, coll'obbligo di rimborsare la corona di Spagna di quella somma, qualora don Siro non avesse redento esso feudo con pari pagamento in un tempo prefisso. Sempre si trovò impotente il Correggiasco a soddisfare; e però col tempo fu la casa d'Este investita di quello Stato, e rimasero quetate con un accordo le pretensioni della casa di Correggio, estinta in fine a' giorni nostri. Non cessava in questi tempi il ponteficeUrbano VIII, secondo il suo paterno affetto, di muovere quante ruote poteva per indurre alla pace le corone cattoliche; ed essendo riuscito a' suoi maneggi di far deputare la città di Colonia per luogo di un congresso, spedì a quella volta ilcardinale Marzio Ginetticon titolo di legato a latere. Le infermitàintanto cominciavano a far dubitare della vita del buonimperadore Ferdinando II. Laonde passò egli alla dieta di Ratisbona per trattar ivi dell'elezione in re de' Romani diFerdinando IIIsuo figlio re d'Ungheria e Boemia, che già gran credito s'era acquistato nel maneggio dell'armi. Concorsero in fine nei di lui desiderii i voti degli elettori; e però nel dì 22 di dicembre seguì l'elezion di esso principe con gran festa e giubilo di chiunque amava l'augusta casa d'Austria; ma con disapprovazione non lieve di chi nudriva affetti diversi. Nè si dee tacere che, passata in quest'anno la flotta spagnuola nei mari di Provenza, s'impadronì dell'isole di Jeres, cioè di Santo Onorato e di Santa Margherita, dove tosto si applicò a fabbricar ivi dei forti, che misero in grande apprensione la vicina Provenza e le coste di Nizza. Vi ha chi riferisce un tal fatto all'anno seguente.
Dopo avere ilduca di Parma Odoardoavuto il coraggio di cimentarsi colla potenza spagnuola, fondato sulle lusinghiere promesse della Francia che sa valersi sovente de' minori, non già per loro vantaggio, ma per farli servire al proprio; si vide ridotto in gravi affanni pel timore di provar in breve gli effetti dell'ira e vendetta di chi certo l'avea giurata contro di lui. Sul fine dunque di gennaio si portò per le poste a Parigi ad implorar poderosi aiuti per la propria difesa. Di onori e di carezze n'ebbe quanto mai potea desiderare; di magnifiche promesse fece ancora una copiosa raccolta; ma queste poi nei fatti si ridussero a poco. Circa la metà di marzo se ne tornò egli accompagnato da molti nobili franzesi, ma non già da verun reggimento o squadrone, in Piemonte, con trovare invasi i suoi Stati daFrancesco I ducadi Modena. Allorchè ilmarchese Villasul fine del precedente anno, o sul principio del presente, occupò Castelnuovo del Reggiano, e vi fece piazza d'armi, non contento di ciò, volle anche rallegrar le sue truppe, con permettere loro di bottinar sull'altre ville di quelle contrade, valendosi di quegli empii privilegii che la forza pretende sulla ragione. Il duca di Modena fin qui aveva atteso a mantener la quiete nel suo paese, immaginando di non dovere ricevere insulti dalla parte delduca di Savoiasuo cugino, nè da quelladelduca di Parmasuo cognato. Ora commosso dalla insolenza del Villa, raunò tosto cinque mila fanti e mille cavalli, ed ottenne dai Veneziani ilprincipe Luigi d'Estesuo zio e lor generale, affinchè venisse al comando delle sue milizie. Scrisse ancora per aiuto almarchese di Leganesgovernator di Milano, che sollecitamente mise in marcia due mila fanti ed ottocento cavalli, con ordine di passare il Po ed entrare nel Parmigiano. Sul principio dunque di febbraio s'inviò il duca di Modena colle sue genti ad unirsi cogli Spagnuoli, e giacchè il marchese Villa s'era condotto di là dall'Enza per contrastarne il passo, gli riuscì di valicar quel fiume, e d'inseguire i Savoiardi e Parmigiani, che si ritiravano verso Parma. A San Lazzaro si venne alle mani, e restarono sbaragliate quante schiere nemiche s'incontrarono lente nel cammino. Ma il Villa, accorso col meglio dei suoi al conflitto, sì bravamente rimise in buono stato la battaglia, che furono con loro danno obbligati Spagnuoli e Modenesi a tornarsene indietro. Nello stesso tempo spinse il Leganes quattro mila fanti e secento cavalli ai danni del Piacentino, dove colla forza fu occupato Castel San Giovanni, ed esercitato l'estremo della barbarie col fuoco e coi saccheggi in quelle parti; e però fu chiamato colà in aiuto il marchese Villa. Allora il duca di Modena con dodici mila fanti, mille cavalli e quattro compagnie di corazze, e con tutta la nobiltà del suo dominio, da più parti assalì lo stato di Parma, s'impadronì di Rossenna e Colorno, luoghi forti, e di altre terre, mettendo a sacco tutto il paese, con obbligare i nemici a ritirarsi sotto il cannone di Parma: città, che si aspettava un assedio, siccome anche Piacenza dal lato degli Spagnuoli. Era per crescere questo incendio; ma il ponteficeUrbano VIII, con inviare al duca di Modenamonsignor Mellinivescovo d'Imola, e ilgran duca Ferdinando, tanto si adoperarono che lo indussero ad una tregua, e susseguentemente alla pace col duca suo cognato.Anche la valle di Taro fu in questi tempi da Vincenzo Imperiali tutta messa a sacco, di modo che ilduca Odoardo, costretto a passare incognito pel Genovesato, se volle ritornare a casa, vi trovò desolati tutti i suoi Stati, colla perdita anche di alcune terre. Questo fu l'unico guadagno che gli recò la lega con Francia e Savoia, da lui intrapresa fuor di proposito.
Svegliatisi per li danni del Parmigiano e Piacentino il ducaVittorio Amedeoe ilmaresciallo di Crequìcon tutte le lor forze sul fine di febbraio, a motivo di una diversione, entrarono nel Milanese, con prendervi alcune terre, e minacciar Vigevano: il che fece uscire in campagna anche il Leganes. Dopo una svantaggiosa scaramuccia furono forzati i collegati a ritirarsi di là dalla Sesia. Ma questi, dopo aver fatto concerto colduca di Roano, che nel medesimo tempo egli dalla Valtellina assalisse lo Stato di Milano, mentre essi farebbono un'altra maggiore invasione verso il Pavese e Novarese, ripigliarono nel mese di giugno le azioni militari. Altro non fece il Roano che penetrare in Valsasina, e commetter ivi quanti saccheggi potè, con tornar poscia ai primieri suoi posti, dacchè seppe che il principe Borso d'Este con due mila e cinquecento Alemanni veniva per opporsi ai suoi tentativi. Ora il duca di Savoia e il maresciallo di Crequì nel mese di giugno, entrati nel territorio di Novara, s'impadronirono di varie terre, e massimamente di Fontaneto, luogo forte, dove lasciò la vita ilmaresciallo di Toiras. Trovate poi sguernite le rive del Ticino, arditamente lo passarono, nè furono pigri a guastar le fabbriche, per le quali si conduce a Milano il canale appellato il Naviglio: cosa che mise in somma costernazione la stessa città di Milano. Avrebbe appunto voluto il Crequì marciare a dirittura verso quella città; ma il saggio duca di Savoia ricusò di concorrere alla bestialità di quella risoluzione, perchè non aveanoforze per sì grande impresa. Ora per cacciare i collegati di là, o per impedir loro maggiori progressi, coll'esercito suo comparve colà il marchese di Leganes, e lì trovò ben trincierati a Tornavento, luogo ignobile, che acquistò poi fama nelle storie. Benchè non avesse egli peranche fatta la massa di tutte le sue soldatesche, pure, non ostante il contrario parere de' suoi uffiziali, nel dì 23 di giugno (altri dicono nel dì 22) in ordine di battaglia andò all'assalto delle trincee de' Franzesi, e per rompere il loro ponte sul Ticino. Si combattè per più ore con gran valore e mortalità da ambe le parti; e già agli Spagnuoli era riuscito di superare alcuni posti, benchè colla morte di Gherardo Gambacorta Napoletano, capitano di gran credito, quando arrivò con nuovi rinforzi il duca di Savoia, che li ridusse di vincitori, quali pareano, ad essere come vinti. La notte fece fine al conflitto, e in essa si ritirarono gli Spagnuoli a Biagrasso. Non si figuri alcuno di saper mai il netto delle battaglie, spezialmente quando non succeda la totale sconfitta dell'una parte, studiandosi sempre i vincitori di accrescere la vittoria, e i vinti di scemare la perdita. La verità si è, che restò il campo di battaglia ai Franzesi e Savoiardi; ma altresì è certo ch'essi da lì a pochi giorni, dopo aver conosciuto qual fosse il valore degli Spagnuoli e Napoletani, dianzi da lor creduti figli della paura, si ritirarono di là dal Ticino, laonde furono appresso ricuperati quei luoghi dagli Spagnuoli, e rimesso il Naviglio nell'essere di prima con somma consolazione della città di Milano. Attribuirono i collegati questa loro ritirata alla troppa copia de' tafani, che recavano gran travaglio spezialmente a' cavalli, e alla necessità di sloggiar da un sito, dove il puzzor de' cadaveri potea far peggio che una seconda battaglia.
Mentre cotali bravure si faceano verso il Ticino, tornato a Parma il duca Odoardo, e pien di rabbia per li danni sofferti, prevalendosi della lontananzadell'armi spagnuole, unì ad un corpo di tre mila Franzesi i suoi soldati di fortuna e miliziotti, e con essi entrò nel Cremonese e Lodigiano, sfogando la sua vendetta sopra le sostanze degl'innocenti contadini. Se n'ebbe presto a pentire, perchè il Leganes sbrigato dall'impaccio de' Franzesi, nel dì 15 di agosto spedì sul Piacentino don Martino d'Aragona con alcune migliaia di fanti e cavalli; nel qual tempo anche ilcardinale Trivulziocon altre milizie, dopo aver fatte ritirar le genti del Farnese dal Lodigiano e Cremonese, assalì il Piacentino di là da Po, e penetrò poi anche nello Stato Pallavicino, impossessandosi di Borgo San Donnino, e commettendo ogni sorta di ostilità. Si trovò allora Odoardo in incredibili angustie; speranze non v'erano che potessero transitar soccorsi del duca di Savoia e del Crequì; la flotta franzese, che dovea sbarcare alla Specia cinque mila soldati, non si vedea mai comparire, e andava a sacco tutto il paese del Farnese. Inoltre già si trovava alla vigilia d'un assedio la città di Piacenza, tutta attorniata dagli Spagnuoli, salutata anche da più tiri di cannone; ed una isola del Po in faccia a quella città occupata dall'armi nemiche si metteva in fortificazione. A questo spettacolo dell'imminente rovina d'esso duca commossipapa Urbano, colla spedizione del conte Ambrosio Carpegna, e il gran duca di Toscana di lui cognato con quella di Domenico Pandolfini, s'indussero per rimetterlo in grazia del governator di Milano, e liberarlo dal totale eccidio. Trovarono questi ministri tutta la buona disposizione nel marchese di Leganes, e all'incontro, non senza lor maraviglia, una grande, non so se vera o finta ostinazione nello sconsigliato duca. Contuttociò tanto perorarono le lagrime delladuchessa Margherita de Medicisua consorte e quelle degl'infelici suoi popoli, colla giunta ancora della continua deserzione de' pochi suoi Franzesi, che finalmente sul principio dell'anno seguentesi diede per vinto, ed acconsentì ai consigli de' mediatori. Fu conchiusa la pace con rinunziar egli alla lega della Francia, e con lasciare Sabionetta alla cura degli Spagnuoli, i quali dai di lui Stati ritirarono l'armi, lasciandovi dappertutto segni lagrimevoli della lor nemicizia. I Franzesi, che si trovavano di presidio in Piacenza, e nulla mai seppero di quel negoziato, sotto pretesto di una rassegna, burlati rimasero fuori della città; e veggendo il cannone rivolto contra di loro, non fecero resistenza alcuna. Vennero dipoi con belle parole congedati. Fecesi gran rumore per questa risoluzione del Farnese in Parigi, e fu anche arrestato il conte Fabio Scotti suo inviato; ma, fatte esporre dal duca le giustificazioni, restò approvata la di lui condotta, ed egli continuò ad essere di cuor franzese.
L'avere in mezzo a queste turbolenzeFrancesco I d'Este ducadi Modena saputo cattivarsi la grazia delre Cattolico, agevolò a lui l'acquisto del principato di Correggio, che in occasione della guerra di Mantova fu tolto dagli imperiali adon Siroper alcuni suoi delitti, e ceduto poscia agli Spagnuoli pel prezzo di ducento trenta mila fiorini d'oro. Ne fu posto il duca in possesso, coll'obbligo di rimborsare la corona di Spagna di quella somma, qualora don Siro non avesse redento esso feudo con pari pagamento in un tempo prefisso. Sempre si trovò impotente il Correggiasco a soddisfare; e però col tempo fu la casa d'Este investita di quello Stato, e rimasero quetate con un accordo le pretensioni della casa di Correggio, estinta in fine a' giorni nostri. Non cessava in questi tempi il ponteficeUrbano VIII, secondo il suo paterno affetto, di muovere quante ruote poteva per indurre alla pace le corone cattoliche; ed essendo riuscito a' suoi maneggi di far deputare la città di Colonia per luogo di un congresso, spedì a quella volta ilcardinale Marzio Ginetticon titolo di legato a latere. Le infermitàintanto cominciavano a far dubitare della vita del buonimperadore Ferdinando II. Laonde passò egli alla dieta di Ratisbona per trattar ivi dell'elezione in re de' Romani diFerdinando IIIsuo figlio re d'Ungheria e Boemia, che già gran credito s'era acquistato nel maneggio dell'armi. Concorsero in fine nei di lui desiderii i voti degli elettori; e però nel dì 22 di dicembre seguì l'elezion di esso principe con gran festa e giubilo di chiunque amava l'augusta casa d'Austria; ma con disapprovazione non lieve di chi nudriva affetti diversi. Nè si dee tacere che, passata in quest'anno la flotta spagnuola nei mari di Provenza, s'impadronì dell'isole di Jeres, cioè di Santo Onorato e di Santa Margherita, dove tosto si applicò a fabbricar ivi dei forti, che misero in grande apprensione la vicina Provenza e le coste di Nizza. Vi ha chi riferisce un tal fatto all'anno seguente.