MDI

ANNALI D'ITALIADALL'ANNO 1501 FINO AL 1750

ANNALI D'ITALIA

DALL'ANNO 1501 FINO AL 1750

MDIAnno diCristoMDI. IndizioneIV.Alessandro VIpapa 10.Massimiliano Ire de' Rom. 9.I maggiori pensieri dipapa Alessandroin questi tempi aveano per mira l'ingrandimento diCesare Borgia, appellato ilduca Valentino, suo figliuolo. Gran copia di danaro, raccolta con profusioni di grazie nel giubileo dell'anno precedente, era venuta a tempo per promuovere e sostenere i bellicosi impegni di questo suo idolo. Nella Romagna restava tuttavia Faenza che ricusava di sottoporsi al di lui giogo: però esso duca aveva tentato indarno sul principio dell'anno di prendere quella città con una scalata; andò poi a strignerla nella primavera con poderoso esercito d'Italiani, Franzesi e Spagnuoli. Due assalti, furiosamente dati a quelle mura, costarono la vita a molti de' suoi. Vigorosa fu la difesa de' cittadini, per l'amore che portavano adAstorre, ossiaAstorgio de' Manfredi, loro signore, giovinetto di rara avvenenza, e di età di circa diciassette anni. Ma da lì a non molto, veggendo essi crescere il pericolo, e tolta ogni speranza di soccorso capitolaronola resa della città nel dì 26 di aprile, salvo l'onore, la vita e l'avere delle persone, e con patto che Astorgio restasse in libertà e possesso de' suoi allodiali[Alessandro Sardi, Storia MS. Annali MSS. di Bologna. Guicciardini, Storia.]. Il Valentino, che misurava tutte le cose colle sole regole del proprio interesse, conservò il popolo che dovea restar suo suddito; ma contro la fede condusse poi a Roma l'innocente garzone Astorgio, e tanto a lui che ad un suo fratello bastardo levò dipoi barbaricamente la vita. Dopo sì fatto acquisto non fu difficile al Valentino di ottenere dal papa suo padre, a cui nulla sapea negare il sacro concistoro, l'investitura e il titolo di duca della Romagna. Quindi si rivolsero le di lui mire e brame alla città di Bologna, con entrar minaccioso in quel territorio, e richiedere l'ingresso in castello San Pietro.Giovanni de' Bentivogli, che in questi tempi veniva considerato come signore di Bologna, e seco il reggimento d'essa città s'erano dianzi posti sotto la protezione diLodovico XIIre di Francia; nè alcun impegno aveano preso in soccorso di Faenza, tuttochè il giovine Astorgio fosse nipote d'esso Bentivoglio. A questo improvviso assalto prese l'armitutto il popolo di Bologna, ed assoldò quella gente che potè. E perciocchè fu creduto che il Borgia tenesse intelligenza con Agamennone, Giasone, Lodovico e Lancilotto de' Marescotti, famiglia potente (vero o falso che fosse), da alcuni giovani nobili partigiani de' Bentivogli furono essi dopo qualche tempo uccisi. Fu anche scritto che il Valentino stesso rivelasse al Bentivoglio l'intelligenza sua con que' gentiluomini, e che da ciò procedesse la loro morte. Ossia che esso duca avesse riguardo alla protezione accordata dal re di Francia a' Bolognesi, oppure che conoscesse, tali essere le forze loro da non potere eseguire i suoi disegni, e massimamente venuta meno la speranza, come fu divulgato, di qualche tradimento nella città, spedì Paolo Orsino a Bologna, per trattare d'accordo. Si convenne di cedergli Castel Bolognese, di dargli passo e vettovaglia pel territorio, e una compagnia di cento uomini d'armi pagati per tre anni al di lui servigio, con mille o due mila fanti. Scrive il Guicciardini che s'obbligò il Bentivoglio di pagare al Borgia nove mila ducati ogni anno. Ma gli Annali di Bologna, che esistono manoscritti nella biblioteca estense, e sono di autore contemporaneo, siccome ancora il Buonaccorsi[Buonaccorsi, Dario.], nulla dicono di questo pagamento. Alessandro Sardi nella Storia Estense manoscritta scrive che al Valentino furono promessi da' Bolognesi trenta mila scudi in tre anni, e cento uomini d'armi, pagati per tre mesi.Ciò fatto, il duca, benchè abbandonato dalle milizie franzesi che erano destinate pel regno di Napoli, pure s'inviò col resto della sua armata verso Firenze. Mandò a chiedere il passo, e di aver di che vivere per quel dominio; e intanto, senza aspettarne risposta, e tenendo a bada gli ambasciatori de' Fiorentini, valicò l'Apennino, e andò a postarsi a Barberino. Trovavasi allora Firenze in poco buono stato, sprovveduta d'armati, con interna disunione, e con popolo dominante, pieno digelosia, per sospetto che i nobili fossero autori di questa mossa, affin di mutare lo stato, e far ripatriare Pietro de Medici. Il peggio era, che il re di Francia si dichiarava malcontento d'essi per crediti di danari che pretendea da loro: cose tutte che animavano il Valentino a pescare in quel torbido. Però, inoltratosi cinque miglia lungi da Firenze, mandò a chiedere che si facesse altro governo in quella città, e che vi fosse rimesso infatti Pier de Medici: benchè i più credono ciò da lui proposto con secondi fini, e non con intenzione di aiutarlo davvero. Fu dunque concordato che fosse lega tra i Fiorentini e lui; e che niun soccorso venisse da essi a Piombino, dov'egli intendeva di andare a mettere il campo; e che per tre anni fosse condotto da quella repubblica con salario di trentasei mila ducati d'oro l'anno, obbligandosi di mantenere trecento uomini d'armi al servigio d'essa, ma senza dover egli servire colla persona. Fu questo tutto il suo guadagno, giacchè non vide disposizione alcuna di alterar quello Stato, nè avea gente da far paura ad una sì riguardevol città, benchè guarnita allora quasi non d'altro che di contadini fatti venire dal Casentino e dal Mugello. Intanto non pochi saccheggi commetteano le sue genti nel contado, ed egli chiedea una prestanza di danaro e di artiglierie, non trovando via per uscire di que' contorni: finchè, venutigli ordini efficaci dal re di Francia di desistere da quella molesta danza, passò in quel di Piombino, e, preso ivi qualche luogo, se ne andò poscia a Roma, per ivi pigliar quelle risoluzioni che occorressero nell'impresa di Napoli, già determinata da Lodovico re di Francia.Non mancano mai ragioni o pretesti a chi ha sete di nuovi acquisti, e forze per effettuare i suoi disegni. Nel re Lodovico si faceano trasferiti tutti gli antichi diritti della casa d'Angiò; e i recenti diCarlo VIIIsuo predecessore, già padrone di Napoli; il perchè siccome principe magnanimo, e già grande in Italiaper l'acquisto del ducato di Milano e della signoria di Genova, si accinse in questo anno alla conquista ancora di Napoli. A tale effetto avea prese le sue misure, cioè guadagnato papa Alessandro coll'assistenza data al duca Valentino, e con altri mezzi. Addormentò parimenteMassimiliano Ire de' Romani, con fargli sperareClaudia, unica sua figliuola per isposa diCarlo ducadi Lucemburgo di lui nipote, che fu poi Carlo V; amendue di tenera età, e collo sborso di non so quale quantità di danaro: con che ottenne una tregua di molti mesi. EraFederigo redi Napoli ben consapevole della voglia dei Franzesi d'invadere il regno suo, e però avea fatto ricorso per protezione al medesimo re de' Romani, con pagargli quaranta mila ducati, e prometterne quindici mila il mese, acciocchè, occorrendo, movesse guerra allo Stato di Milano, e ne riportò anche la promessa di non venir mai ad accordo alcuno, senza inchiudervi ancor lui. Ma il buon Massimiliano, lasciatosi abbagliare da' Franzesi, tutto dimenticò, senza neppur avvertire che crollo potesse avvenire alle ragioni dell'impero dal lasciare cotanto ingrandire in Italia un re di Francia. Le maggiori speranze adunque d'esso re Ferdinando erano intanto riposte nell'aiuto diFerdinando il Cattolico red'Aragona, il quale, per esser padrone della Sicilia, facilmente potea, e come stretto parente si credea che volesse prestargli soccorso in così brutto frangente. Ma le parentele fra i principi son tele di ragno, e cedono troppo facilmente al proprio interesse, che è il primo e potente lor consigliere. Di belle parole dunque e di promesse ne ebbe quante ne volle il re Federigo: diversi poi furono i fatti. Imperocchè il re di Francia, conoscendo quale ostacolo potesse venire dall'Aragonese alle sue idee, segretamente entrò seco in un trattato, e fu conchiuso che amendue facessero l'impresa di Napoli; e al re di Francia toccasse Napoli con Terra di Lavoro e coll'Abbruzzo; e al re cattolico le provinciedi Puglia e di Calabria. Il Summonte ed altri prendono qui a giustificar l'azione del re Ferdinando, allegando come giusta la di lui pretensione sul regno di Napoli, acquistato colle forze dell'Aragona dal re Alfonso, quasichè non fosse stato lecito ad esso Alfonso di lasciarlo a Ferdinando suo figliuolo, benchè bastardo. Altri, all'incontro, il condannarono d'insaziabilità, di tradimento e d'ingiustizia, perchè i discendenti dal re Alfonso godeano quel regno coll'investitura della santa Sede, e il re cattolico dava ad intendere di fare armamento in Sicilia, tutto in difesa del re Federigo; quando unicamente tendeva alla di lui rovina, e ad appagare la propria cupidità.Pertanto si mossero i Franzesi dalla Lombardia, condotti parte dal duca di Nemours e dal signore d'Aubigny per terra alla volta della Toscana, mentre un'altra armata per mare si mosse da Genova. Fece allora Federigo re di Napoli istanza a Consalvo, generale del re cattolico in Sicilia, di unir seco le sue forze, e di venir a Gaeta, con andar egli stesso intanto a San Germano per contrastare il passo ai Franzesi. Mostrossi Consalvo simulatamente pronto; e richiesto ed ottenuto il possesso di alcune terre in Calabria col pretesto di difenderle, cominciò in essa ad esercitare la signoria di parte della division fatta co' Franzesi. Giunti in questo mentre a Roma i Franzesi, si svelò il loro trattato col re cattolico, e ne fu chiesta l'approvazione al papa, palliando la loro lega e dimanda per essere più vicine queste due potenze a soccorrere la cristianità contro al Turco, anzi vantando di voler portare nella Asia la guerra. Impetrarono quanto vollero; anzi lo stesso papa con loro si collegò. A tali avvisi il re Federigo, tuttavia deluso da Consalvo, che mostrava di non credere l'accordo del suo sovrano coi Franzesi, mandò il nerbo maggiore delle sue genti alla difesa di Capoa, a cui da lì a non molto i Franzesi misero l'assedio,e diedero anche un fiero assalto, ma con loro danno. Dentro v'era Fabrizio Colonna, Ugo di Cardona con altri capitani, i quali, conoscendo di poter poco lungamente resistere, massimamente perchè il popolo s'era mosso a sedizione, cominciarono a trattar d'accordo. Ma, ossia che intanto si rallentasse la guardia della città, o che qualche traditore, giudicando di farsi benevoli gli assedianti, gl'invitasse a salir per le mura[Buonaccorsi, Giovio, Guicciardini, Sardi.], certo è che nel dì 24 di luglio entrarono i Franzesi furibondi per un bastione nella misera città, e le diedero il sacco, colla strage, chi dice fin di otto mila persone, e chi di sole tre mila. Il Buonaccorsi, forse più veritiero degli altri, parla solo di due mila. Non si può leggere senza orrore la crudeltà usata dai vincitori, che non contenti, in tal congiuntura, dell'avere de' cittadini e de' sacri arredi delle chiese, sfogarono la lor libidine sopra le donne d'ogni condizione, senza neppur risparmiare le consecrate a Dio, con essersi trovate alcune che, per non soggiacere alla lor violenza, si precipitarono nel fiume e ne' pozzi. Non poche d'esse furono condotte prigioni, e vendute poscia in Roma. Il duca Valentino, che coi Franzesi si trovava a quella impresa, fattane una scelta di quaranta delle più belle, le ritenne per sè, per non essere da meno de' Turchi.La disavventura di Capoa tal terrore mise nelle altre città del regno, che quasi niuna si attentò di far da lì innanzi resistenza, ed ognuna mandò le chiavi incontro all'esercito vittorioso. Il re Federigo, scorgendo già il popolo di Napoli tumultuante e disposto a ricevere un nuovo principe, si ritirò in Castel Nuovo. Laonde la città inviò subito a trattare la resa, che fu accettata a mani baciate, con obbligar nondimeno i Napoletani allo sborso di sessanta mila ducati d'oro. Non mantenne dipoi l'Aubigny questi patti, perchè da lì a qualche tempo impose una taglia di altri cento mila ducati in pena della ribellionfatta a Carlo VIII, che questa bagattella gli dovette scappar di mente quando fece la convenzion suddetta. Non passarono molti giorni che l'infelice re Federigo capitolò coll'Aubigny di consegnargli tutte le fortezze che si teneano per lui, con riserbarsi solamente per sei mesi l'isola e rocca d'Ischia, e di poter non solo portar seco ogni suo avere, a riserva delle artiglierie, ma anche andarsene liberamente ovunque a lui fosse in grado. Tanto era l'odio ch'egli avea conceputo contra del re Cattolico pel tradimento e per l'oppressione a lui fatta, che elesse piuttosto di passare in Francia e di rimettersi alla conosciuta generosità di quel re, che di fidarsi mai più di chi egli avea sperimentato troppo infedele. Impetrato dunque un salvocondotto, e lasciati andare al servigio di Consalvo, Prospero e Fabrizio Colonnesi, che egli avea riscattati, con cinque galee sottili fu condotto in Francia, dove sulle prime freddamente accollo dal re Lodovico, poscia fu provveduto della ducea d'Angiò con rendita di trenta mila ducati, dove poi nel dì 9 di settembre 1504 diede fine al suo vivere. Non istette in questo mentre punto in ozioConsalvo Fernandez, chiamato ilgran capitano, perciocchè si impadronì di tutte quante le terre destinate al re Cattolico suo signore in Puglia e Calabria. La sola città di Taranto fece una gagliardia difesa. Colà, sul primo avvicinamento delle armi nemiche, avea il re Federigo inviato, come in un luogo di ricovero,don Ferrantesuo primogenito, duca di Calabria, appellato da alcuni con errore don Alfonso, fidandolo a don Giovanni di Ghevara conte di Potenza; e fattogli poi sapere che, in caso di disgrazie, andasse a trovarlo in Francia. Perduta infine la speranza di soccorso, convennero i rettori di Taranto di dar quella forte città a Consalvo, facendolo prima giurare sull'ostia consacrata di lasciare in libertà il giovinetto duca di Calabria. Ma Consalvo, in cui prevaleva più l'interesse del re Ferdinando che il timordi Dio, ritenne il duca, non senza grande infamia del nome suo, e col tempo lo inviò in Ispagna, dove, come in una libera ed onorata prigione, dopo aver avuto due mogli (che, perchè sterili gli furono date, niuna prole lasciarono di sè), diede fine al suo vivere nel 1550.Alfonsosecondogenito del re Federigo, passato col padre in Francia, terminò i suoi giorni in Grenoble nel 1545 con sospetto di veleno. ECesareterzogenito, ritiratosi a Ferrara, quivi anche egli in età d'anni diciotto cessò di vivere.Di tempo sì favorevole si servì ancora ilpontefice Alessandroper abbattere le nobili case de' Colonnesi e Savelli, che s'erano dichiarati in favore di Federigo re di Napoli. Fulminate prima contra di essi tutte le pene spirituali e temporali, mosse guerra alle lor terre, e, portatosi in persona all'assedio di Sermoneta, commise, come ha Giovanni Burcardo nel suo Diario[Raynaldus, Annal. Eccl.],tutta la camera sua e tutto il palagio e i negozi occorrenti a donna Lucrezia Borgia sua figliuola, la quale, nel tempo di tale assenza abitò le camere del papa. E diedele autorità d'aprire le lettere sue; e se occorresse alcuna cosa ardua, avesse il consiglio dei cardinali di Lisbona e d'altri, ch'ella potesse perciò chiamare a sè.Questa maniera di governo se facesse onore al papa, poco ci vuole per conoscerlo. Vennero all'ubbidienza sua tutte le terre di que' baroni; per le quali vane vittorie insuperbito, e insieme dimentico dell'ufficio apostolico, e delle minaccie di morte a lui fatte dal cielo nell'anno precedente, lasciò la briglia ad ogni sfrenata licenza. Continuò parimente il duca Valentino la guerra contro di Piombino, ed avendo spedito colà Vitellozzo e Gian-Paolo Baglione con nuove genti, questo bastò ad intimidire sì fattamenteJacopo d'Appiano, signore di quella terra, che, lasciato ivi buon presidio, se ne ritirò, per andare in Francia ad implorare gli effetti della protezione di quel re, già a lui accordata. Maandò indarno, perchè al re maggiormente premeva di soddisfare alle premure del papa, da cui molto potea sperare, e molto ancora temere. In questo mezzo, per opera di Pandolfo Petrucci da Siena, si arrendè quella terra, e poscia la fortezza al suddetto duca. Diede fine al corso di sua vita nell'anno presenteAgostino Barbarigodoge di Venezia, e a lui succedette, a dì 5 d'ottobre,Leonardo Loredano. Trovavasi allora la veneta repubblica in non pochi affanni per la guerra col Turco, il quale ogni dì più insolentiva, e non meno in Grecia che in Ungheria sempre più s'ingrandiva alle spese de' cristiani. Erasi ben fatta lega fra essa repubblica, il papa, i re di Francia, Aragona ed Inghilterra, e con altri sovrani contro quel comune nemico; ma, attendendo ognun d'essi a' proprii comodi e vantaggi, e nulla avendo operato una bella flotta di Portoghesi che venne apposta nei mari di Levante, convenne a' Veneziani di sostener soli tutto il peso della difesa delle lor terre e dell'Italia. Nè si dee tacere, che trovandosi in Pavia la nobile biblioteca dei duchi di Milano, ricca di antichi e preziosi manoscritti, circa questi tempi, per ordine del re Lodovico, fu trasportata a Bles in Francia. Di questo spoglio, e d'altri di antiche scritture, indarno si lagnò la povera Lombardia.

I maggiori pensieri dipapa Alessandroin questi tempi aveano per mira l'ingrandimento diCesare Borgia, appellato ilduca Valentino, suo figliuolo. Gran copia di danaro, raccolta con profusioni di grazie nel giubileo dell'anno precedente, era venuta a tempo per promuovere e sostenere i bellicosi impegni di questo suo idolo. Nella Romagna restava tuttavia Faenza che ricusava di sottoporsi al di lui giogo: però esso duca aveva tentato indarno sul principio dell'anno di prendere quella città con una scalata; andò poi a strignerla nella primavera con poderoso esercito d'Italiani, Franzesi e Spagnuoli. Due assalti, furiosamente dati a quelle mura, costarono la vita a molti de' suoi. Vigorosa fu la difesa de' cittadini, per l'amore che portavano adAstorre, ossiaAstorgio de' Manfredi, loro signore, giovinetto di rara avvenenza, e di età di circa diciassette anni. Ma da lì a non molto, veggendo essi crescere il pericolo, e tolta ogni speranza di soccorso capitolaronola resa della città nel dì 26 di aprile, salvo l'onore, la vita e l'avere delle persone, e con patto che Astorgio restasse in libertà e possesso de' suoi allodiali[Alessandro Sardi, Storia MS. Annali MSS. di Bologna. Guicciardini, Storia.]. Il Valentino, che misurava tutte le cose colle sole regole del proprio interesse, conservò il popolo che dovea restar suo suddito; ma contro la fede condusse poi a Roma l'innocente garzone Astorgio, e tanto a lui che ad un suo fratello bastardo levò dipoi barbaricamente la vita. Dopo sì fatto acquisto non fu difficile al Valentino di ottenere dal papa suo padre, a cui nulla sapea negare il sacro concistoro, l'investitura e il titolo di duca della Romagna. Quindi si rivolsero le di lui mire e brame alla città di Bologna, con entrar minaccioso in quel territorio, e richiedere l'ingresso in castello San Pietro.Giovanni de' Bentivogli, che in questi tempi veniva considerato come signore di Bologna, e seco il reggimento d'essa città s'erano dianzi posti sotto la protezione diLodovico XIIre di Francia; nè alcun impegno aveano preso in soccorso di Faenza, tuttochè il giovine Astorgio fosse nipote d'esso Bentivoglio. A questo improvviso assalto prese l'armitutto il popolo di Bologna, ed assoldò quella gente che potè. E perciocchè fu creduto che il Borgia tenesse intelligenza con Agamennone, Giasone, Lodovico e Lancilotto de' Marescotti, famiglia potente (vero o falso che fosse), da alcuni giovani nobili partigiani de' Bentivogli furono essi dopo qualche tempo uccisi. Fu anche scritto che il Valentino stesso rivelasse al Bentivoglio l'intelligenza sua con que' gentiluomini, e che da ciò procedesse la loro morte. Ossia che esso duca avesse riguardo alla protezione accordata dal re di Francia a' Bolognesi, oppure che conoscesse, tali essere le forze loro da non potere eseguire i suoi disegni, e massimamente venuta meno la speranza, come fu divulgato, di qualche tradimento nella città, spedì Paolo Orsino a Bologna, per trattare d'accordo. Si convenne di cedergli Castel Bolognese, di dargli passo e vettovaglia pel territorio, e una compagnia di cento uomini d'armi pagati per tre anni al di lui servigio, con mille o due mila fanti. Scrive il Guicciardini che s'obbligò il Bentivoglio di pagare al Borgia nove mila ducati ogni anno. Ma gli Annali di Bologna, che esistono manoscritti nella biblioteca estense, e sono di autore contemporaneo, siccome ancora il Buonaccorsi[Buonaccorsi, Dario.], nulla dicono di questo pagamento. Alessandro Sardi nella Storia Estense manoscritta scrive che al Valentino furono promessi da' Bolognesi trenta mila scudi in tre anni, e cento uomini d'armi, pagati per tre mesi.

Ciò fatto, il duca, benchè abbandonato dalle milizie franzesi che erano destinate pel regno di Napoli, pure s'inviò col resto della sua armata verso Firenze. Mandò a chiedere il passo, e di aver di che vivere per quel dominio; e intanto, senza aspettarne risposta, e tenendo a bada gli ambasciatori de' Fiorentini, valicò l'Apennino, e andò a postarsi a Barberino. Trovavasi allora Firenze in poco buono stato, sprovveduta d'armati, con interna disunione, e con popolo dominante, pieno digelosia, per sospetto che i nobili fossero autori di questa mossa, affin di mutare lo stato, e far ripatriare Pietro de Medici. Il peggio era, che il re di Francia si dichiarava malcontento d'essi per crediti di danari che pretendea da loro: cose tutte che animavano il Valentino a pescare in quel torbido. Però, inoltratosi cinque miglia lungi da Firenze, mandò a chiedere che si facesse altro governo in quella città, e che vi fosse rimesso infatti Pier de Medici: benchè i più credono ciò da lui proposto con secondi fini, e non con intenzione di aiutarlo davvero. Fu dunque concordato che fosse lega tra i Fiorentini e lui; e che niun soccorso venisse da essi a Piombino, dov'egli intendeva di andare a mettere il campo; e che per tre anni fosse condotto da quella repubblica con salario di trentasei mila ducati d'oro l'anno, obbligandosi di mantenere trecento uomini d'armi al servigio d'essa, ma senza dover egli servire colla persona. Fu questo tutto il suo guadagno, giacchè non vide disposizione alcuna di alterar quello Stato, nè avea gente da far paura ad una sì riguardevol città, benchè guarnita allora quasi non d'altro che di contadini fatti venire dal Casentino e dal Mugello. Intanto non pochi saccheggi commetteano le sue genti nel contado, ed egli chiedea una prestanza di danaro e di artiglierie, non trovando via per uscire di que' contorni: finchè, venutigli ordini efficaci dal re di Francia di desistere da quella molesta danza, passò in quel di Piombino, e, preso ivi qualche luogo, se ne andò poscia a Roma, per ivi pigliar quelle risoluzioni che occorressero nell'impresa di Napoli, già determinata da Lodovico re di Francia.

Non mancano mai ragioni o pretesti a chi ha sete di nuovi acquisti, e forze per effettuare i suoi disegni. Nel re Lodovico si faceano trasferiti tutti gli antichi diritti della casa d'Angiò; e i recenti diCarlo VIIIsuo predecessore, già padrone di Napoli; il perchè siccome principe magnanimo, e già grande in Italiaper l'acquisto del ducato di Milano e della signoria di Genova, si accinse in questo anno alla conquista ancora di Napoli. A tale effetto avea prese le sue misure, cioè guadagnato papa Alessandro coll'assistenza data al duca Valentino, e con altri mezzi. Addormentò parimenteMassimiliano Ire de' Romani, con fargli sperareClaudia, unica sua figliuola per isposa diCarlo ducadi Lucemburgo di lui nipote, che fu poi Carlo V; amendue di tenera età, e collo sborso di non so quale quantità di danaro: con che ottenne una tregua di molti mesi. EraFederigo redi Napoli ben consapevole della voglia dei Franzesi d'invadere il regno suo, e però avea fatto ricorso per protezione al medesimo re de' Romani, con pagargli quaranta mila ducati, e prometterne quindici mila il mese, acciocchè, occorrendo, movesse guerra allo Stato di Milano, e ne riportò anche la promessa di non venir mai ad accordo alcuno, senza inchiudervi ancor lui. Ma il buon Massimiliano, lasciatosi abbagliare da' Franzesi, tutto dimenticò, senza neppur avvertire che crollo potesse avvenire alle ragioni dell'impero dal lasciare cotanto ingrandire in Italia un re di Francia. Le maggiori speranze adunque d'esso re Ferdinando erano intanto riposte nell'aiuto diFerdinando il Cattolico red'Aragona, il quale, per esser padrone della Sicilia, facilmente potea, e come stretto parente si credea che volesse prestargli soccorso in così brutto frangente. Ma le parentele fra i principi son tele di ragno, e cedono troppo facilmente al proprio interesse, che è il primo e potente lor consigliere. Di belle parole dunque e di promesse ne ebbe quante ne volle il re Federigo: diversi poi furono i fatti. Imperocchè il re di Francia, conoscendo quale ostacolo potesse venire dall'Aragonese alle sue idee, segretamente entrò seco in un trattato, e fu conchiuso che amendue facessero l'impresa di Napoli; e al re di Francia toccasse Napoli con Terra di Lavoro e coll'Abbruzzo; e al re cattolico le provinciedi Puglia e di Calabria. Il Summonte ed altri prendono qui a giustificar l'azione del re Ferdinando, allegando come giusta la di lui pretensione sul regno di Napoli, acquistato colle forze dell'Aragona dal re Alfonso, quasichè non fosse stato lecito ad esso Alfonso di lasciarlo a Ferdinando suo figliuolo, benchè bastardo. Altri, all'incontro, il condannarono d'insaziabilità, di tradimento e d'ingiustizia, perchè i discendenti dal re Alfonso godeano quel regno coll'investitura della santa Sede, e il re cattolico dava ad intendere di fare armamento in Sicilia, tutto in difesa del re Federigo; quando unicamente tendeva alla di lui rovina, e ad appagare la propria cupidità.

Pertanto si mossero i Franzesi dalla Lombardia, condotti parte dal duca di Nemours e dal signore d'Aubigny per terra alla volta della Toscana, mentre un'altra armata per mare si mosse da Genova. Fece allora Federigo re di Napoli istanza a Consalvo, generale del re cattolico in Sicilia, di unir seco le sue forze, e di venir a Gaeta, con andar egli stesso intanto a San Germano per contrastare il passo ai Franzesi. Mostrossi Consalvo simulatamente pronto; e richiesto ed ottenuto il possesso di alcune terre in Calabria col pretesto di difenderle, cominciò in essa ad esercitare la signoria di parte della division fatta co' Franzesi. Giunti in questo mentre a Roma i Franzesi, si svelò il loro trattato col re cattolico, e ne fu chiesta l'approvazione al papa, palliando la loro lega e dimanda per essere più vicine queste due potenze a soccorrere la cristianità contro al Turco, anzi vantando di voler portare nella Asia la guerra. Impetrarono quanto vollero; anzi lo stesso papa con loro si collegò. A tali avvisi il re Federigo, tuttavia deluso da Consalvo, che mostrava di non credere l'accordo del suo sovrano coi Franzesi, mandò il nerbo maggiore delle sue genti alla difesa di Capoa, a cui da lì a non molto i Franzesi misero l'assedio,e diedero anche un fiero assalto, ma con loro danno. Dentro v'era Fabrizio Colonna, Ugo di Cardona con altri capitani, i quali, conoscendo di poter poco lungamente resistere, massimamente perchè il popolo s'era mosso a sedizione, cominciarono a trattar d'accordo. Ma, ossia che intanto si rallentasse la guardia della città, o che qualche traditore, giudicando di farsi benevoli gli assedianti, gl'invitasse a salir per le mura[Buonaccorsi, Giovio, Guicciardini, Sardi.], certo è che nel dì 24 di luglio entrarono i Franzesi furibondi per un bastione nella misera città, e le diedero il sacco, colla strage, chi dice fin di otto mila persone, e chi di sole tre mila. Il Buonaccorsi, forse più veritiero degli altri, parla solo di due mila. Non si può leggere senza orrore la crudeltà usata dai vincitori, che non contenti, in tal congiuntura, dell'avere de' cittadini e de' sacri arredi delle chiese, sfogarono la lor libidine sopra le donne d'ogni condizione, senza neppur risparmiare le consecrate a Dio, con essersi trovate alcune che, per non soggiacere alla lor violenza, si precipitarono nel fiume e ne' pozzi. Non poche d'esse furono condotte prigioni, e vendute poscia in Roma. Il duca Valentino, che coi Franzesi si trovava a quella impresa, fattane una scelta di quaranta delle più belle, le ritenne per sè, per non essere da meno de' Turchi.

La disavventura di Capoa tal terrore mise nelle altre città del regno, che quasi niuna si attentò di far da lì innanzi resistenza, ed ognuna mandò le chiavi incontro all'esercito vittorioso. Il re Federigo, scorgendo già il popolo di Napoli tumultuante e disposto a ricevere un nuovo principe, si ritirò in Castel Nuovo. Laonde la città inviò subito a trattare la resa, che fu accettata a mani baciate, con obbligar nondimeno i Napoletani allo sborso di sessanta mila ducati d'oro. Non mantenne dipoi l'Aubigny questi patti, perchè da lì a qualche tempo impose una taglia di altri cento mila ducati in pena della ribellionfatta a Carlo VIII, che questa bagattella gli dovette scappar di mente quando fece la convenzion suddetta. Non passarono molti giorni che l'infelice re Federigo capitolò coll'Aubigny di consegnargli tutte le fortezze che si teneano per lui, con riserbarsi solamente per sei mesi l'isola e rocca d'Ischia, e di poter non solo portar seco ogni suo avere, a riserva delle artiglierie, ma anche andarsene liberamente ovunque a lui fosse in grado. Tanto era l'odio ch'egli avea conceputo contra del re Cattolico pel tradimento e per l'oppressione a lui fatta, che elesse piuttosto di passare in Francia e di rimettersi alla conosciuta generosità di quel re, che di fidarsi mai più di chi egli avea sperimentato troppo infedele. Impetrato dunque un salvocondotto, e lasciati andare al servigio di Consalvo, Prospero e Fabrizio Colonnesi, che egli avea riscattati, con cinque galee sottili fu condotto in Francia, dove sulle prime freddamente accollo dal re Lodovico, poscia fu provveduto della ducea d'Angiò con rendita di trenta mila ducati, dove poi nel dì 9 di settembre 1504 diede fine al suo vivere. Non istette in questo mentre punto in ozioConsalvo Fernandez, chiamato ilgran capitano, perciocchè si impadronì di tutte quante le terre destinate al re Cattolico suo signore in Puglia e Calabria. La sola città di Taranto fece una gagliardia difesa. Colà, sul primo avvicinamento delle armi nemiche, avea il re Federigo inviato, come in un luogo di ricovero,don Ferrantesuo primogenito, duca di Calabria, appellato da alcuni con errore don Alfonso, fidandolo a don Giovanni di Ghevara conte di Potenza; e fattogli poi sapere che, in caso di disgrazie, andasse a trovarlo in Francia. Perduta infine la speranza di soccorso, convennero i rettori di Taranto di dar quella forte città a Consalvo, facendolo prima giurare sull'ostia consacrata di lasciare in libertà il giovinetto duca di Calabria. Ma Consalvo, in cui prevaleva più l'interesse del re Ferdinando che il timordi Dio, ritenne il duca, non senza grande infamia del nome suo, e col tempo lo inviò in Ispagna, dove, come in una libera ed onorata prigione, dopo aver avuto due mogli (che, perchè sterili gli furono date, niuna prole lasciarono di sè), diede fine al suo vivere nel 1550.Alfonsosecondogenito del re Federigo, passato col padre in Francia, terminò i suoi giorni in Grenoble nel 1545 con sospetto di veleno. ECesareterzogenito, ritiratosi a Ferrara, quivi anche egli in età d'anni diciotto cessò di vivere.

Di tempo sì favorevole si servì ancora ilpontefice Alessandroper abbattere le nobili case de' Colonnesi e Savelli, che s'erano dichiarati in favore di Federigo re di Napoli. Fulminate prima contra di essi tutte le pene spirituali e temporali, mosse guerra alle lor terre, e, portatosi in persona all'assedio di Sermoneta, commise, come ha Giovanni Burcardo nel suo Diario[Raynaldus, Annal. Eccl.],tutta la camera sua e tutto il palagio e i negozi occorrenti a donna Lucrezia Borgia sua figliuola, la quale, nel tempo di tale assenza abitò le camere del papa. E diedele autorità d'aprire le lettere sue; e se occorresse alcuna cosa ardua, avesse il consiglio dei cardinali di Lisbona e d'altri, ch'ella potesse perciò chiamare a sè.Questa maniera di governo se facesse onore al papa, poco ci vuole per conoscerlo. Vennero all'ubbidienza sua tutte le terre di que' baroni; per le quali vane vittorie insuperbito, e insieme dimentico dell'ufficio apostolico, e delle minaccie di morte a lui fatte dal cielo nell'anno precedente, lasciò la briglia ad ogni sfrenata licenza. Continuò parimente il duca Valentino la guerra contro di Piombino, ed avendo spedito colà Vitellozzo e Gian-Paolo Baglione con nuove genti, questo bastò ad intimidire sì fattamenteJacopo d'Appiano, signore di quella terra, che, lasciato ivi buon presidio, se ne ritirò, per andare in Francia ad implorare gli effetti della protezione di quel re, già a lui accordata. Maandò indarno, perchè al re maggiormente premeva di soddisfare alle premure del papa, da cui molto potea sperare, e molto ancora temere. In questo mezzo, per opera di Pandolfo Petrucci da Siena, si arrendè quella terra, e poscia la fortezza al suddetto duca. Diede fine al corso di sua vita nell'anno presenteAgostino Barbarigodoge di Venezia, e a lui succedette, a dì 5 d'ottobre,Leonardo Loredano. Trovavasi allora la veneta repubblica in non pochi affanni per la guerra col Turco, il quale ogni dì più insolentiva, e non meno in Grecia che in Ungheria sempre più s'ingrandiva alle spese de' cristiani. Erasi ben fatta lega fra essa repubblica, il papa, i re di Francia, Aragona ed Inghilterra, e con altri sovrani contro quel comune nemico; ma, attendendo ognun d'essi a' proprii comodi e vantaggi, e nulla avendo operato una bella flotta di Portoghesi che venne apposta nei mari di Levante, convenne a' Veneziani di sostener soli tutto il peso della difesa delle lor terre e dell'Italia. Nè si dee tacere, che trovandosi in Pavia la nobile biblioteca dei duchi di Milano, ricca di antichi e preziosi manoscritti, circa questi tempi, per ordine del re Lodovico, fu trasportata a Bles in Francia. Di questo spoglio, e d'altri di antiche scritture, indarno si lagnò la povera Lombardia.


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