MDIII

MDIIIAnno diCristoMDIII. IndizioneVI.Pio IIIpapa 1.Giulio IIpapa 1.Massimiliano Ire de' Romani 11.Ricco di novità gravissime fu l'anno presente, e non meno di tradimenti, che erano alla moda in questi tempi. Non sì tosto ebbe ilduca Valentinooppressi in Sinigaglia i due Orsini cogli altri condottieri, che ne spedì l'avviso a papa Alessandro. Aveva questi fatta dianzi una solenne, ma canina, pace con tutti gli Orsini; ed inteso poi come felicemente fossero riuscite le insidie tese a que' condottieri d'armi, tenendo in petto cotal notizia, sotto colore d'alcune faccende, chiamò a palazzo ilcardinale Giambatista Orsino, ed, appena giunto, il fece far prigione e metterlo nella torre Borgia[Sabellicus. Raphael Volaterranus. Bembus. Guicciardini, ed altri.]. Nello stesso tempo, per ordine suo, furono presiRinaldo Orsinoarcivescovo di Firenze, ilprotonotario Orsinoed altri di quella nobil casa. Avuti poi i segnali delle fortezze e terre de' medesimi,mandò a prenderne il possesso. Durò la prigionia dell'infelice tradito cardinale sino al febbraio, in cui la morte il liberò non solo da essa, ma da tutti i guai del mondo; e voce comune fu che il veleno gli avesse abbreviata la vita, benchè il papa facesse portarlo scoperto alla sepoltura, per farlo credere morto di naturale infermità. Così il duca Valentino, andando ben d'accordo con lui, dacchè intese la cattura di esso cardinale, trovandosi a Castel della Pieve, si sbrigò col laccio diPaolo Orsinoe diFrancesco ducadi Gravina della medesima famiglia, il qual ultimo nondimeno altri fanno morto prima. Erasi il Valentino, senza perdere tempo, portato a Città di Castello, e trovato che ne erano fuggiti tutti quei della casa Vitelli, se ne impadronì. Altrettanto fece di Perugia, dacchèGian-Paolo dei Baglioni, il quale, più accorto degli altri, s'era guardato dalla trappola di Sinigaglia, nol volle aspettare nella patria sua. Quindi sempre più avido il Borgia si avvisò di tentare la città di Siena, facendo sapere a quel popolo che cacciasseroPandolfo Petrucci, come nemico suo; e senza aspettare risposta, s'inoltrò a Sartiano e a Buonconvento, occupando que' luoghi con altre castella. Il bello era che nel medesimo tempo tanto egli che il papa scrivevano al Petrucci delle lettere le più dolci e piene d'affezione che mai si leggessero. Gran bisbiglio e timore insorse per questo in Siena; ma Pandolfo, per bene del pubblico suo ritiratosi a Pisa, tentò di levare al Valentino i pretesti di passare a maggiori insulti. Nè questi veramente osò di più, tra perchè Siena, città forte di gran popolazione, si faceva assai rispettare, e perchè essendo accorsoGian-Giordano Orsinoduca di Bracciano con gli altri di sua casa, sottratti alla perfidia Borgia, e coi Savelli a difendere il resto delle lor terre, il pontefice richiamò il figlio colle sue truppe a Roma. Andò il Valentino, mosse guerra a quei baroni, senza riguardo sulle prime ad esso duca di Bracciano, che era sotto laprotezione del re di Francia, e senza rispetto alconte di Pitigliano, che era ai servigi della repubblica di Venezia. A riserva di Bracciano e di Vicovaro, prese tutto. Ma fattosi udire per tanti acquisti e tradimenti il risentimento del re Cristianissimo, si mise in trattato quella pendenza fra il papa e i ministri del re, i quali per altre cagioni erano insospettiti, anzi disgustati forte del medesimo pontefice, siccome consapevoli del proverbio che allora correva: cioè,che il papa non faceva mai quello che diceva; e il Valentino non diceva mai quello che faceva.Ancorchè il papa per suoi fini politici licenziasse allora gran parte delle sue genti, pure il duca Valentino secretamente molte ne raccoglieva, gravido sempre di più grandiose idee. Dava di grandi sospetti a' Sanesi e Fiorentini, aspirava al dominio di Pisa. Cercava anche il papa di tirare i cardinali a consentire che si desse al figlio il titolo di re della Romagna, Marca ed Umbria. E giacchè era a lui riuscito di abbattere Colonnesi, Orsini e Savelli, principali baroni di Roma, stavano gli altri minori in continuo sospetto e timore dell'infedeltà ed ambizione della regnante casa Borgia, in guisa che molti ancora per loro meglio si assentarono; quando la morte, che sovente sconcerta o concerta le cose de' mortali, venne a fare impensatamente scena nuova. Cadde malato papa Alessandro, e nel dì 18 di agosto fu chiamato da Dio a rendere conto della vita tanto scandalosa da lui menata non men prima che durante il pontificato suo. Talmente divulgata e radicata si è la voce che egli morisse avvelenato, che non sì facilmente si potrà svellere dalla mente di chi specialmente inclina in tutti gli avvenimenti alla malizia. Così parlano il Guicciardini, il Volaterrano, il Giovio, il Bembo, per tacere di tant'altri. Dicono che in una cena preparata, per cagione de' caldi eccessivi, in una vigna, essendo approntati alcuni fiaschi di vino con veleno, per iscacciar dal mondoAdriano cardinale di Corneto(esecranda iniquità, esercitata già verso altri porporati ricchissimi, per ingoiar le loro facoltà e molto più sopra i nemici per vendicarsi), cambiati inavvertentemente essi fiaschi, toccasse il malefico beveraggio al papa stesso. Diede maggior fomento a questa fama l'essere sopraggiunta nel tempo stesso a due altri di que' commensali, cioè alduca Valentinoe al sopraddetto cardinal di Corneto, una mortale infermità, che essi poi superarono con potenti rimedii e col vigore dell'età lor giovanile; ma non già il papa, a cui nel medesimo tempo fecero guerra settantadue anni di sua età, avvegnachè egli per la sua robustezza senile si promettesse molto più lunga carriera di vita. Ma, quel che finì di persuadere alla gente che il veleno avesse liberata la Chiesa di Dio da questo mal arnese, fu che il corpo suo, esposto alla vista di ognuno, comparve gonfio, troppo sfigurato e puzzolente: lo che fu attribuito all'attività del micidiale ingrediente.Ora qui convien distinguere due punti, malamente confusi dal giudizio del volgo. Il primo è che veramente dovette succedere quella scena, e che in essa, per malizia del Valentino, restò avvelenato il cardinal di Corneto, e per balordaggine dello scalco anche il duca Valentino. Non si può mettere in dubbio l'infermità dell'uno e dell'altro, nè si dee dare una mentita al Giovio, il quale nella Vita di Consalvo scrive d'aver saputo dalla bocca del medesimo cardinal di Corneto, come egli restò allora avvelenato, con aver poi perduta tutta la pelle. Ma per conto del papa, o egli non intervenne a quella cena, o, seppur vi fu, a lui non toccò di quella mortifera bevanda. Secondo il Volaterrano[Volaterranus.], la diceria del veleno dato anche al pontefice si sparseincerto auctore. Odorico Rinaldi[Raynaldus, Annal. Eccl.]produce un Diario romano manuscritto, da cui papa Alessandro nel dì 12 di agosto fu preso da febbre; chenel dì 15 diagosto gli furono cavate tredici once di sangue, o circa, e sopravvenne la febbre terzana.Nel dì 17 prese medicina. Nel dì 18 passò all'altra vita, probabilmente per una di quelle terzane perniciose che anche a' dì nostri o nella quinta o nella settima portano via gl'infermi, se ad esse non si taglia il corso colla china, l'uso della quale in quel secolo era ignoto all'Europa. Aggiungasi quanto lasciò scritto Alessandro Sardi, contemporaneo del Guicciardini e del Giovio, nella Storia che si conserva manuscritta nella libreria estense. Dopo aver egli accennata la fama del veleno, seguita a dire[Sardi, Istoria MS.]:Ma Beltrando Costabile, che allora era ambasciatore del duca Ercole di Ferrara in Roma, e Niccolò Boncane Fiorentino, amico intrinseco del gonfaloniere Soderino, con dieci lettere in cinque diversi giorni da loro scritte al duca e al cardinale da Este, e lette da noi, mostrano la morte del papa, succeduta in otto giorni per febbre terzana, in quel tempo estivo regnante in Roma, dalla quale egli il decimo giorno di agosto assalito, nè mitigata per apertura di vena, nè rinfrescata per manna presa, spirò la sera che dicemmo. Poi per la subbullizione del sangue putrefatto in que' giorni restando il cadavero annerito e gonfio, sorse la fama del veleno da chi non conobbe la causa di quegli effetti. Basta questo per abbattere l'insussistente voce, sparsa allora intorno alla morte di questo pontefice. La corte di Ferrara, dove era una di lui figlia, si può credere che fosse molto ben informata di questi affari.Non lascia Raffaello Volaterrano di rappresentare ciò che di lodevole si osservò inAlessandro VI, il suo ingegno, la sua memoria, l'eloquenza in persuadere, la destrezza in governare, con altre doti spettanti ad un principe, ma che sovente non si ricordava d'essere principe cristiano, e, quel ch'è più, pontefice vicario di Cristo. Certo è, tanti essere stati i suoi vizii, tante le sue azioni malvage d'impudicizia, d'infedeltà, di crudeltà, d'ambizione,delle quali parlano tante storie, e che lo stesso Volaterrano non dissimulò, che il pontificato suo resterà in una deplorabil memoria per tutti i secoli avvenire. Roma perciò era divenuta una sentina di iniquità; niuno vi si trovava sicuro, perchè piena di soldati e di sgherri, a' quali tutto veniva permesso. Guai se alcuno sparlava: dappertutto erano spie, e una menoma parola costava la vita. Quanto poi patisse la religione (non già ne' dommi, che Dio questi ha preservato sempre e preserverà, ma nella disciplina) per tanti scandali, per le indulgenze allora più che mai messe all'incanto, e per li benefizii che, secondo il Bembo, si vendevano, e per altre biasimevoli invenzioni di cavar danaro, affine di far guerra ed ingrandire l'iniquissimo suo figlio Cesare Borgia: tutti i buoni lo conobbero allora, con dolersene indarno. E maggiormente si conobbe da lì a qualche anno, pel pretesto che di là presero le nuove eresie. Nulla io dico qui che non dicano tante altre storie manuscritte e stampate: e nulla appunto da me si dice in paragone del tanto che altri ne scrissero. Fortuna che in questa mutazione di cose si trovasse gravemente infermo il duca Valentino, perchè non gli mancavano forze, volontà e coraggio per tentar cose grandi, ed accrescere od assodare la sua potenza. Non s'era mai aspettato costui un sì strano contrattempo. Contuttociò anche in quello stato ebbe tanta libertà di mente, che si assicurò di tutte le ricchezze del padre, e chiamò a Roma tutte le sue soldatesche, sperando per tal via di costringere il sacro collegio a creare un papa ben affetto a lui, contando egli specialmente sopra i tanti cardinali spagnuoli creati dal padre suo. E perciocchè non sì tosto s'udì la morte del papa, che tutti i baroni romani fuggiti o disgustati ripigliarono l'armi, tanto per ricuperar le lor terre, quanto per vendicarsi del barbaro e disleale duca Valentino, egli si pacificò coi Colonnesi, restituendo loro le terre occupate; e cominciòa trattare coi ministri di Francia e Spagna, cadaun de' quali si studiava di tirarlo dalla sua, sì per essere assistito da lui nella guerra di Napoli, che per averlo favorevole nell'elezione del nuovo papa. Conchiuse egli dipoi co' soli Franzesi, perchè l'esercito loro s'era avvicinato a Roma, ed avea promessa la protezione del re a lui e agli Stati da lui posseduti. Promise anch'egli, all'incontro, di militar colle sue squadre in favore del re per l'impresa di Napoli.Intanto erano in armi gli Orsini ed altri baroni romani. IVitellise ne ritornarono a Città di Castello. AGian-Paolo Baglioneriuscì colla forza e coll'aiuto de' Fiorentini di rientrare in Perugia. Quei di Piombino richiamarono l'antico lor signoreJacopo di Appiano. Si mossero eziandio ilduca d'Urbino, i signori di Camerino, PesaroeSinigaglia, per ricuperare i loro Stati. Ora trovandosi Roma in gran discordia per la commozion de' baroni, per le milizie del duca Valentino che aveano fatto degl'insulti ai cardinali ed occupavano il Vaticano, ma vieppiù per le armate franzesi e spagnuole che erano accorse a quelle vicinanze, tutte in apparenza per sostenere la libertà nell'elezion del novello pontefice: ai maneggi de' cardinali, che andavano tenendo le lor sessioni nella Minerva, riuscì di far uscire di Roma il Valentino colle sue truppe, e d'indurre gli eserciti stranieri a fermarsi otto miglia lungi da quella nobilissima città. Era con somma fretta accorso da FranciaGiorgio di Ambosiacardinale di Roano, tutto voglioso della tiara pontifizia, e seco avea condotto ilcardinal di Aragonae ilcardinale Ascanio Sforza, cavato due anni prima dalla prigione, con obbligo di trattenersi in quella corte. Entrati i cardinali in numero di trentasette in conclave, si videro presto abortite le speranze ambiziose del cardinal di Roano, e nel dì 22 di settembre concorsero i voti nella persona diFrancesco PiccolominiSanese, diacono cardinale, ed arcivescovoeletto della patria sua, il qual prese il nome diPio III. Era egli della famiglia Todeschina; ma papa Pio II l'avea innestato nella sua, perchè figlio di Laodamia sua sorella. Nel dì primo di ottobre fu egli coronato; ma poco godè egli dell'onore, poco di lui la Chiesa di Dio; perciocchè nel dì 18 dello stesso ottobre, a cagion di una piaga che avea nella gamba, dopo soli ventisei giorni di pontificato, passò a miglior vita, in età poco più di sessantaquattro anni; nè mancò sospetto di veleno: ciarla familiare nella morte de' principi in que' secoli di tanta ambizione ed iniquità. Gran perdita che fu questa per la religione. L'integrità della sua vita in tutti gli anni addietro, la sua prudenza e il suo zelo faceano sperar dei considerabili vantaggi alla Chiesa di Dio. In fatti, appena salito sul trono pontificio, attese a convocar tosto un concilio generale per la riforma della disciplina ecclesiastica, ancorchè, in vigore de' capitoli saggiamente stabiliti nel conclave, a ciò non fosse tenuto, se non dopo due anni: il che fa conoscere che neppure allora mancavano in Roma personaggi zelanti dell'onore di Dio e del ben della Chiesa. Se questo succedeva, oh quanti mali, che poi sopravvennero alla religione, si sarebbono forse impediti! Abborriva ancora la guerra, e non meditava se non consigli di pace. Però mancò di vita con dispiacere di tutti i buoni. Ne' pochi giorni del suo pontificato passò a Roma da Nepi, ove s'era ritirato, il duca Valentino, per congratularsi col papa, e per acconciar seco i suoi interessi, impetrato prima un salvocondotto. Ma Gian-Paolo Baglione, che anch'egli quivi si trovava, e gli Orsini, tutti ardendo di voglia di vendicarsi di questo odiatissimo tiranno, fatta raunata di gente, andarono ad assalirlo. Ne seguirono morti e ferite; e, prevalendo le forze degli Orsini, altro scampo e ripiego non ebbe il Valentino che di rifugiarsi nel palazzo del Vaticano. Poscia o spontaneamente, o per consiglio del papa, cercando maggior sicurezza, siritirò in castello Sant'Angelo; il che tenuto fu per un colpo della divina provvidenza, affin di mettere fine alle ribalderie di questo pestifero mostro; perchè si dissiparono, a tale avviso, le genti sue, e si squarciò tutta la sua potenza.Dopo la morte di Pio III si seppe così ben maneggiare ilcardinal Giuliano della Rovere, vescovo d'Ostia e penitenzier maggiore, nato assai bassamente in Savona, ma d'animo sommamente signorile, e nipote dipapa Sisto IV, che guadagnò i voti di tutti i porporati, per le ragioni che ne adduce il Guicciardini: laonde, con maraviglia universale, restò, nel dì primo di novembre, proclamato papa, primachè si chiudesse il conclave, ed assunse il nome diGiulio II. Concorrevano in lui le doti d'uomo magnifico, di gran mente ed accortezza, di non minor coraggio e di lunga sperienza nelle cose del mondo, col concetto ancora di persona leale e veritiera. Conoscevano i migliori abbondare in lui l'alterigia, e il genio inquieto, bellicoso e vendicativo anche delle offese immaginate; ma convenne loro seguitar la corrente. Aveva anche egli giurato di rimettere nel suo primiero lustro la disciplina ecclesiastica, di raunare il concilio generale, e di non far guerra senza il consenso di due terzi del sacro collegio. Come egli mantenesse la parola, in breve ce ne accorgeremo. Non potea certo crearsi pontefice, da cui fosse più alieno l'animo del duca Valentino; perciocchè fraRoderigo, che fu poiAlessandro VIpapa, suo padre, quando era cardinale, ed esso Giuliano della Rovere erano state nemicizie pubbliche e private, talmente che un dì si strapazzarono con tante villanie, che di peggio non avrebbe operato qualsivoglia più insolente plebeo. Per questa cagione esso cardinal Giuliano, creato che fu papa il Borgia, di cui aveva assai scandagliato il doppio e perverso animo, destramente si ritirò ad Avignone e in Francia, dove si guadagnò l'affetto e la stima de' reCarlo IXeLuigi XII. Nè, per quante esibizioni e carezzegli facesse papa Alessandro, mai volle ritornare in Roma, solendo dire fra sè:Giuliano, Giuliano, non ti fidar del marrano. Contuttociò il novello pontefice, perchè s'erano imbrogliati gli affari della Romagna, e già egli meditava di ricuperar gli Stati della Chiesa, giudicò bene di far servire a' suoi disegni il medesimo Valentino. Cavatolo perciò fuori di castello Sant'Angelo, con varie promesse, e col confermargli tutti i suoi titoli ed onori, il trasse dalla sua. S'era, dissi, già sconvolta la Romagna, perchè i Veneziani, persuasi che starebbe meglio in mano loro, o de' signori esclusi, quella provincia, che in potere del Borgia, s'ingrossarono di gente in Ravenna, da loro signoreggiata, e tanto fecero, che si misero in possesso di Faenza e della sua rocca. Entrò in ForlìAntonio Maria degli Ordelaffi. Rimisero in RiminiPandolfo Malatesta; poscia, fatto accordo con lui, ne acquistarono il dominio. Tentarono Fano, ma questa città tenne per la Chiesa. Si impadronirono parimente di Porto Cesenatico, di Sant'Arcangelo, e di altre assai terre in quel d'Imola e Cesena, ed erano dietro a mettere il piede anche in Forlì.Solamente restarono in potere degli uffiziali del Valentino le rocche o fortezze di Cesena, di Forlì, di Bertinoro, d'Imola e di Forlimpopoli. Sommamente increbbe al papa il movimento de' Veneziani, conoscendo quanto poi sarebbe malagevole il trarre di mano alla lor possanza la Romagna. E giacchè dall'un canto la spedizione de' suoi oratori a Venezia, per lamentarsi di quella occupazione, a nulla giovò; e dall'altro ne' principii del suo governo genti e danari gli mancavano per farsi giustizia colle armi; giudicò bene di spedir colà il duca Valentino, colla speranza che la presenza di lui potesse far mutare l'aspetto delle cose in quelle contrade, seppur questo fu il suo vero disegno. Andò il Valentino ad imbarcarsi per passare alla Specia. Ma eccoti sopraggiugnere ilcardinal Soderinoe Francesco Remolino a chiedergli i segnalidelle suddette fortezze, mostrando essi mutata la risoluzion del papa per sospetto che i Veneziani con esibizioni larghe di danaro gli cavassero di mano quelle fortezze. Ricusò il Borgia di consegnarli, e però, d'ordine del papa, fu ritenuto come prigione in una delle galee pontificie. Cagion fu questo trattamento ch'egli poi s'indusse a darli: cosa nondimeno che a nulla servì, perchè ito con essi l'arcivescovo di Ragusi, come commessario apostolico, i castellani di quelle fortezze negarono di consegnarle, se non aveano altro ordine dal Valentino, posto in luogo di libertà. Per questo fu condotto esso Valentino a Roma, alloggiato in palazzo, ed accarezzato dal papa, acciocchè tal dimostrazione il facesse comparir libero. Ma spedito dal Valentino Pietro d'Oviedo suo familiare a que' castellani con ordine di lasciar le fortezze ai ministri del papa, altro non potè impetrare da don Diego Ramiro castellano di Cesena, che se l'intendeva cogli altri, se non che gli fu posto un laccio alla gola, e tolta la vita, come a traditore del suo signore. Ciò udito in Roma, fu ristretto il Valentino in quella stessa torre Borgia che era stata in addietro il ricettacolo di tanti miseri caduti in mano della sua barbarie. Produsse anche la sua depressione che le genti spedite da lui innanzi alla volta della Toscana furono tra Cortona e Castiglione Aretino svaligiate e disperse dai Fiorentini.Bollì più che mai in quest'anno la guerra fra gli Spagnuoli e Franzesi nel regno di Napoli. A me non permette lo istituto mio di darne se non un breve ragguaglio. Erasi interpostoFilippo arciduca, marito diGiovanna, figliuola delre Cattolico Ferdinando, per acconciar le differenze insorte in quel regno; e gli riuscì di stabilire una convenzione di tregua o pace conLuigi re di Francia, per la quale esso re addormentato non attese più col vigore che occorreva a sostenere i proprii interessi in quelle contrade. Restò egli poscia deluso, perciocchèil re Cattolico fece intanto varii preparamenti per continuare la guerra, con poi disapprovare l'accordo fatto dal genero. Però il gran capitanoConsalvo, senza ubbidire all'ordine venutogli dall'arciduca di desistere dalle offese, seguitò ad impiegare il suo senno, e i rinforzi di gente che di mano in mano gli andavano arrivando, contra dei Franzesi, benchè sovente si trovasse inferiore ad essi di forze. Varia era la fortuna della guerra in quelle parti, grande la costanza di Consalvo in sostenere Barletta. Memorabile fu, fra le altre azioni, un duello nel febbraio di quest'anno. Ossia che ito un trombetta franzese a Barletta per riscuotere alcun prigione, qualche soldato italiano sparlasse de' Franzesi, come scrive il Guicciardini; oppure (come è più probabile, e fu scritto dal Sabellico e dal Giovio) che scappasse detto ad alcun Franzese di nulla stimare i soldati italiani (ingiusta sentenza, in cui anche oggidì prorompe chi non sa ben pesare la situazion delle cose): certo è, che volendo l'una e l'altra nazione sostenere il suo decoro, per non dire la maggioranza, ne seguì pubblica sfida fra tredici uomini d'arme italiani scelti dalle brigate diProsperoeFabrizio Colonna, militanti cogli Spagnuoli, ed altrettanti dalla parte dei Franzesi, eletti dal duca di Nemours. Il Giovio registra il nome de' primi, tace per rispetto quel de' secondi. La scommessa fu, che cadaun dei vinti pagasse cento ducati d'oro, e perdesse armi e cavalli. Alla vista degli eserciti seguì il fiero combattimento a Traili fra Andria e Quarata. Dichiarassi la vittoria in favor degl'Italiani. Dal canto dei Franzesi uno restò morto, e detto fu che sel meritava, perchè, essendo da Asti, avea prese le armi contro la propria nazione. Gli altri quasi tutti feriti, perchè seco non aveano portato il danaro pattuito (tanta era la lor baldanza e vana fiducia di vincere), furono menati prigioni a Barletta, dove ben accolti e consolati da Consalvo, dappoichè ebbero pagato, fu loroconcesso licenza di tornarsene al campo franzese per predicare ai lor nazionali la moderazion della lingua, e il rispettar gli uomini onorati e valorosi di qualsivoglia nazione. Monsignore di Belcaire vescovo di Metz si credette di poter qui sminuire la riputazion degl'Italiani[Belcaire, Comment. Rer. Gallic., lib. 9.], adducendo alcune particolarità toccate dal Sabellico intorno a quel duello, quasichè la frode, e non la virtù, avesse guadagnata la pugna. Ma quel prelato non s'intendeva del mestiere dell'armi; e per la gloria degl'Italiani non occorre rispondergli, se non che i giudici deputati a quel conflitto dichiararono legittima la vittoria; nè mai i vinti o i lor compagni pretesero di darle taccia alcuna.Venuti poscia per mare nuovi rinforzi di gente a Consalvo tanto di Spagna quanto di Germania, uscì vigoroso in campagna. Prese Ruvo, lungi sette miglia da Trani, con farvi prigione ilsignor della Palizza. Nel qual tempo anche adUgo di Cardonariuscì di dare una rotta in Calabria all'Aubigny, che vi restò ferito. Più strepitoso poi fu un fatto d'armi, accaduto alla Cirignuola in Puglia nel dì 28 di aprile dell'anno presente, in cui lasciarono la vita circa tre mila Franzesi, e da lì a non molto finì anche di vivere ilduca di Nemoursgenerale de' medesimi. Il caldo e il rumore di questa vittoria non solamente fece venire in poter di Consalvo più di sessanta terre nella Puglia; ma indusse ancora Capoa ed Aversa, e fin la stessa città di Napoli, a chiamar gli Spagnuoli, giacchè per mare venivano impedite le vettovaglie, e si mosse a tumulto per la carestia il popolo di quella gran città. Entrò in Napoli il gran capitano nel dì 14 di maggio con buona disciplina, e senza nuocere ad alcuno, e tosto prese a battere colle artiglierie Castel Nuovo e l'altro dell'Uovo. Fu preso il primo nel dì 22 di giugno per assalto: il che fu giudicato cosa meravigliosa. Eransi ritirati i Franzesi a Gaeta e al Garigliano. Consalvo, acui non mancò mai diligenza nel suo mestiere, uscito in campagna, li fece ritirar tutti a Gaeta, della qual città non tardò a cominciar il blocco. Al primo avviso ch'ebbe ilre Luigi, deluso dalla pace o tregua fatta dall'arciduca, come i suoi affari prendeano brutta piega nel regno di Napoli, mise insieme un forte armamento per mare e per terra, dichiarando suo generalemonsignor della Tremoglia, e posciaFrancesco marchese di Mantova. Per varie cagioni venne lentamente questo esercito, composto di Franzesi, Svizzeri, Grigioni ed Italiani; e solamente alla fine di luglio passò per Pontremoli in Toscana, e di là a Roma, intorno alla qual città, per la morte sopraggiunta a papa Alessandro VI, si fermò non pochi giorni. E intanto il castello dell'Uovo in Napoli per una mina (cosa allor nuova), che fece saltar colla polvere da fuoco Pietro Navarro, venne in poter di Consalvo.Finalmente s'inviò alla volta del regno l'armata franzese, e giunse ad unirsi co' suoi a Gaeta. S'era postato Consalvo a San Germano. Vennero anche i Franzesi al Garigliano, e riuscì loro di far un ponte su quel fiume, e senza alcun progresso in que' contorni si accamparono. Era quel sito assai disagiato, perchè i soldati stavano come impantanati nel fango; nè potendo reggere a quei patimenti, essendo anche mal pagati, parte s'infermavano, parte disertavano, di maniera che molto s'infievolì l'esercito loro. Anche Francesco marchese di Mantova, che fin qui avea esercitato fra loro la carica di generale, essendo caduto malato, oppur fingendosi tale, per non poter più reggere o alla superbia o alla discordia o alla disubbidienza de' Franzesi, impetrata licenza dal re, se ne tornò a casa. Si rinforzò intanto il gran capitano coll'arrivo diBartolomeo d'Alviano, famoso condottiere, innestato nella casa Orsina, che con altri di quel cognome al servigio del re Cattolico menò varie compagnie d'armati. Voce comune fu, aver lostesso Alviano con tante ragioni incitato Consalvo ad un fatto d'armi, che, ad onta de' suoi capitani di contrario parere, egli vi si lasciò indurre. Gittato dunque allo improvviso un ponte nella notte del dì 27 di dicembre (ma dovrebbe essere il dì 28) sul Garigliano a Suio, quattro miglia al di sopra di quel dei Franzesi, senza che questi se ne avvedessero, passò buona parte dell'armata spagnuola di qua. La mattina seguente, giorno di venerdì felice alla lor gente, fatto assalire col resto di sue truppe il ponte de' Franzesi, nello stesso tempo Consalvo co' suoi spronò verso il loro campo. Più a ritirarsi che a combattere pensarono i Franzesi, e, lasciata addietro la maggior parte delle munizioni (il Guicciardini dice anche nove pezzi grossi di artiglieria), ordinatamente s'inviarono verso Gaeta, ma inseguiti sempre e battuti dagli Spagnuoli sino alle mura di quella città. Grande fu la lor perdita per li morti, feriti e prigioni, ma più per lo sbandamento di assaissimi che andarono qua e là dispersi. Vi perì fra gli altriPietro de Medici, fuggendo pel fiume sopra una barca, che carica di quattro pezzi di cannoni si affondò. Stette poco il gran capitano ad impadronirsi del monte di Gaeta; dopo di che si accampò intorno a quella città. E tali furono i prosperosi avvenimenti dell'armi spagnuole nel regno di Napoli, correndo quest'anno: in cui ancora verso la metà di giugno tornarono i Fiorentini a dare la mala pasqua alle campagne di Pisa, e venne lor fatto di acquistar la Verucola, e di ricuperar Vico Pisano. Perchè nè il papa nè gli altri monarchi cristiani, perduto ciascuno dietro ai proprii interessi, porgevano aiuto alcuno alla repubblica veneta, la prudenza di quel senato giudicò spediente il far pace, come potè, co' Turchi. Gli convenne restituir Santa Maura, e accomodarsi ad altre dure condizioni, tollerabili nondimeno, perchè troppo pericoloso era l'ostinarsi nella guerra contro di sì possente nemico. Fece il papain quest'anno nel dì 29 di novembre una creazione di quattro cardinali, fra i quali due suoi nipoti.

Ricco di novità gravissime fu l'anno presente, e non meno di tradimenti, che erano alla moda in questi tempi. Non sì tosto ebbe ilduca Valentinooppressi in Sinigaglia i due Orsini cogli altri condottieri, che ne spedì l'avviso a papa Alessandro. Aveva questi fatta dianzi una solenne, ma canina, pace con tutti gli Orsini; ed inteso poi come felicemente fossero riuscite le insidie tese a que' condottieri d'armi, tenendo in petto cotal notizia, sotto colore d'alcune faccende, chiamò a palazzo ilcardinale Giambatista Orsino, ed, appena giunto, il fece far prigione e metterlo nella torre Borgia[Sabellicus. Raphael Volaterranus. Bembus. Guicciardini, ed altri.]. Nello stesso tempo, per ordine suo, furono presiRinaldo Orsinoarcivescovo di Firenze, ilprotonotario Orsinoed altri di quella nobil casa. Avuti poi i segnali delle fortezze e terre de' medesimi,mandò a prenderne il possesso. Durò la prigionia dell'infelice tradito cardinale sino al febbraio, in cui la morte il liberò non solo da essa, ma da tutti i guai del mondo; e voce comune fu che il veleno gli avesse abbreviata la vita, benchè il papa facesse portarlo scoperto alla sepoltura, per farlo credere morto di naturale infermità. Così il duca Valentino, andando ben d'accordo con lui, dacchè intese la cattura di esso cardinale, trovandosi a Castel della Pieve, si sbrigò col laccio diPaolo Orsinoe diFrancesco ducadi Gravina della medesima famiglia, il qual ultimo nondimeno altri fanno morto prima. Erasi il Valentino, senza perdere tempo, portato a Città di Castello, e trovato che ne erano fuggiti tutti quei della casa Vitelli, se ne impadronì. Altrettanto fece di Perugia, dacchèGian-Paolo dei Baglioni, il quale, più accorto degli altri, s'era guardato dalla trappola di Sinigaglia, nol volle aspettare nella patria sua. Quindi sempre più avido il Borgia si avvisò di tentare la città di Siena, facendo sapere a quel popolo che cacciasseroPandolfo Petrucci, come nemico suo; e senza aspettare risposta, s'inoltrò a Sartiano e a Buonconvento, occupando que' luoghi con altre castella. Il bello era che nel medesimo tempo tanto egli che il papa scrivevano al Petrucci delle lettere le più dolci e piene d'affezione che mai si leggessero. Gran bisbiglio e timore insorse per questo in Siena; ma Pandolfo, per bene del pubblico suo ritiratosi a Pisa, tentò di levare al Valentino i pretesti di passare a maggiori insulti. Nè questi veramente osò di più, tra perchè Siena, città forte di gran popolazione, si faceva assai rispettare, e perchè essendo accorsoGian-Giordano Orsinoduca di Bracciano con gli altri di sua casa, sottratti alla perfidia Borgia, e coi Savelli a difendere il resto delle lor terre, il pontefice richiamò il figlio colle sue truppe a Roma. Andò il Valentino, mosse guerra a quei baroni, senza riguardo sulle prime ad esso duca di Bracciano, che era sotto laprotezione del re di Francia, e senza rispetto alconte di Pitigliano, che era ai servigi della repubblica di Venezia. A riserva di Bracciano e di Vicovaro, prese tutto. Ma fattosi udire per tanti acquisti e tradimenti il risentimento del re Cristianissimo, si mise in trattato quella pendenza fra il papa e i ministri del re, i quali per altre cagioni erano insospettiti, anzi disgustati forte del medesimo pontefice, siccome consapevoli del proverbio che allora correva: cioè,che il papa non faceva mai quello che diceva; e il Valentino non diceva mai quello che faceva.

Ancorchè il papa per suoi fini politici licenziasse allora gran parte delle sue genti, pure il duca Valentino secretamente molte ne raccoglieva, gravido sempre di più grandiose idee. Dava di grandi sospetti a' Sanesi e Fiorentini, aspirava al dominio di Pisa. Cercava anche il papa di tirare i cardinali a consentire che si desse al figlio il titolo di re della Romagna, Marca ed Umbria. E giacchè era a lui riuscito di abbattere Colonnesi, Orsini e Savelli, principali baroni di Roma, stavano gli altri minori in continuo sospetto e timore dell'infedeltà ed ambizione della regnante casa Borgia, in guisa che molti ancora per loro meglio si assentarono; quando la morte, che sovente sconcerta o concerta le cose de' mortali, venne a fare impensatamente scena nuova. Cadde malato papa Alessandro, e nel dì 18 di agosto fu chiamato da Dio a rendere conto della vita tanto scandalosa da lui menata non men prima che durante il pontificato suo. Talmente divulgata e radicata si è la voce che egli morisse avvelenato, che non sì facilmente si potrà svellere dalla mente di chi specialmente inclina in tutti gli avvenimenti alla malizia. Così parlano il Guicciardini, il Volaterrano, il Giovio, il Bembo, per tacere di tant'altri. Dicono che in una cena preparata, per cagione de' caldi eccessivi, in una vigna, essendo approntati alcuni fiaschi di vino con veleno, per iscacciar dal mondoAdriano cardinale di Corneto(esecranda iniquità, esercitata già verso altri porporati ricchissimi, per ingoiar le loro facoltà e molto più sopra i nemici per vendicarsi), cambiati inavvertentemente essi fiaschi, toccasse il malefico beveraggio al papa stesso. Diede maggior fomento a questa fama l'essere sopraggiunta nel tempo stesso a due altri di que' commensali, cioè alduca Valentinoe al sopraddetto cardinal di Corneto, una mortale infermità, che essi poi superarono con potenti rimedii e col vigore dell'età lor giovanile; ma non già il papa, a cui nel medesimo tempo fecero guerra settantadue anni di sua età, avvegnachè egli per la sua robustezza senile si promettesse molto più lunga carriera di vita. Ma, quel che finì di persuadere alla gente che il veleno avesse liberata la Chiesa di Dio da questo mal arnese, fu che il corpo suo, esposto alla vista di ognuno, comparve gonfio, troppo sfigurato e puzzolente: lo che fu attribuito all'attività del micidiale ingrediente.

Ora qui convien distinguere due punti, malamente confusi dal giudizio del volgo. Il primo è che veramente dovette succedere quella scena, e che in essa, per malizia del Valentino, restò avvelenato il cardinal di Corneto, e per balordaggine dello scalco anche il duca Valentino. Non si può mettere in dubbio l'infermità dell'uno e dell'altro, nè si dee dare una mentita al Giovio, il quale nella Vita di Consalvo scrive d'aver saputo dalla bocca del medesimo cardinal di Corneto, come egli restò allora avvelenato, con aver poi perduta tutta la pelle. Ma per conto del papa, o egli non intervenne a quella cena, o, seppur vi fu, a lui non toccò di quella mortifera bevanda. Secondo il Volaterrano[Volaterranus.], la diceria del veleno dato anche al pontefice si sparseincerto auctore. Odorico Rinaldi[Raynaldus, Annal. Eccl.]produce un Diario romano manuscritto, da cui papa Alessandro nel dì 12 di agosto fu preso da febbre; chenel dì 15 diagosto gli furono cavate tredici once di sangue, o circa, e sopravvenne la febbre terzana.Nel dì 17 prese medicina. Nel dì 18 passò all'altra vita, probabilmente per una di quelle terzane perniciose che anche a' dì nostri o nella quinta o nella settima portano via gl'infermi, se ad esse non si taglia il corso colla china, l'uso della quale in quel secolo era ignoto all'Europa. Aggiungasi quanto lasciò scritto Alessandro Sardi, contemporaneo del Guicciardini e del Giovio, nella Storia che si conserva manuscritta nella libreria estense. Dopo aver egli accennata la fama del veleno, seguita a dire[Sardi, Istoria MS.]:Ma Beltrando Costabile, che allora era ambasciatore del duca Ercole di Ferrara in Roma, e Niccolò Boncane Fiorentino, amico intrinseco del gonfaloniere Soderino, con dieci lettere in cinque diversi giorni da loro scritte al duca e al cardinale da Este, e lette da noi, mostrano la morte del papa, succeduta in otto giorni per febbre terzana, in quel tempo estivo regnante in Roma, dalla quale egli il decimo giorno di agosto assalito, nè mitigata per apertura di vena, nè rinfrescata per manna presa, spirò la sera che dicemmo. Poi per la subbullizione del sangue putrefatto in que' giorni restando il cadavero annerito e gonfio, sorse la fama del veleno da chi non conobbe la causa di quegli effetti. Basta questo per abbattere l'insussistente voce, sparsa allora intorno alla morte di questo pontefice. La corte di Ferrara, dove era una di lui figlia, si può credere che fosse molto ben informata di questi affari.

Non lascia Raffaello Volaterrano di rappresentare ciò che di lodevole si osservò inAlessandro VI, il suo ingegno, la sua memoria, l'eloquenza in persuadere, la destrezza in governare, con altre doti spettanti ad un principe, ma che sovente non si ricordava d'essere principe cristiano, e, quel ch'è più, pontefice vicario di Cristo. Certo è, tanti essere stati i suoi vizii, tante le sue azioni malvage d'impudicizia, d'infedeltà, di crudeltà, d'ambizione,delle quali parlano tante storie, e che lo stesso Volaterrano non dissimulò, che il pontificato suo resterà in una deplorabil memoria per tutti i secoli avvenire. Roma perciò era divenuta una sentina di iniquità; niuno vi si trovava sicuro, perchè piena di soldati e di sgherri, a' quali tutto veniva permesso. Guai se alcuno sparlava: dappertutto erano spie, e una menoma parola costava la vita. Quanto poi patisse la religione (non già ne' dommi, che Dio questi ha preservato sempre e preserverà, ma nella disciplina) per tanti scandali, per le indulgenze allora più che mai messe all'incanto, e per li benefizii che, secondo il Bembo, si vendevano, e per altre biasimevoli invenzioni di cavar danaro, affine di far guerra ed ingrandire l'iniquissimo suo figlio Cesare Borgia: tutti i buoni lo conobbero allora, con dolersene indarno. E maggiormente si conobbe da lì a qualche anno, pel pretesto che di là presero le nuove eresie. Nulla io dico qui che non dicano tante altre storie manuscritte e stampate: e nulla appunto da me si dice in paragone del tanto che altri ne scrissero. Fortuna che in questa mutazione di cose si trovasse gravemente infermo il duca Valentino, perchè non gli mancavano forze, volontà e coraggio per tentar cose grandi, ed accrescere od assodare la sua potenza. Non s'era mai aspettato costui un sì strano contrattempo. Contuttociò anche in quello stato ebbe tanta libertà di mente, che si assicurò di tutte le ricchezze del padre, e chiamò a Roma tutte le sue soldatesche, sperando per tal via di costringere il sacro collegio a creare un papa ben affetto a lui, contando egli specialmente sopra i tanti cardinali spagnuoli creati dal padre suo. E perciocchè non sì tosto s'udì la morte del papa, che tutti i baroni romani fuggiti o disgustati ripigliarono l'armi, tanto per ricuperar le lor terre, quanto per vendicarsi del barbaro e disleale duca Valentino, egli si pacificò coi Colonnesi, restituendo loro le terre occupate; e cominciòa trattare coi ministri di Francia e Spagna, cadaun de' quali si studiava di tirarlo dalla sua, sì per essere assistito da lui nella guerra di Napoli, che per averlo favorevole nell'elezione del nuovo papa. Conchiuse egli dipoi co' soli Franzesi, perchè l'esercito loro s'era avvicinato a Roma, ed avea promessa la protezione del re a lui e agli Stati da lui posseduti. Promise anch'egli, all'incontro, di militar colle sue squadre in favore del re per l'impresa di Napoli.

Intanto erano in armi gli Orsini ed altri baroni romani. IVitellise ne ritornarono a Città di Castello. AGian-Paolo Baglioneriuscì colla forza e coll'aiuto de' Fiorentini di rientrare in Perugia. Quei di Piombino richiamarono l'antico lor signoreJacopo di Appiano. Si mossero eziandio ilduca d'Urbino, i signori di Camerino, PesaroeSinigaglia, per ricuperare i loro Stati. Ora trovandosi Roma in gran discordia per la commozion de' baroni, per le milizie del duca Valentino che aveano fatto degl'insulti ai cardinali ed occupavano il Vaticano, ma vieppiù per le armate franzesi e spagnuole che erano accorse a quelle vicinanze, tutte in apparenza per sostenere la libertà nell'elezion del novello pontefice: ai maneggi de' cardinali, che andavano tenendo le lor sessioni nella Minerva, riuscì di far uscire di Roma il Valentino colle sue truppe, e d'indurre gli eserciti stranieri a fermarsi otto miglia lungi da quella nobilissima città. Era con somma fretta accorso da FranciaGiorgio di Ambosiacardinale di Roano, tutto voglioso della tiara pontifizia, e seco avea condotto ilcardinal di Aragonae ilcardinale Ascanio Sforza, cavato due anni prima dalla prigione, con obbligo di trattenersi in quella corte. Entrati i cardinali in numero di trentasette in conclave, si videro presto abortite le speranze ambiziose del cardinal di Roano, e nel dì 22 di settembre concorsero i voti nella persona diFrancesco PiccolominiSanese, diacono cardinale, ed arcivescovoeletto della patria sua, il qual prese il nome diPio III. Era egli della famiglia Todeschina; ma papa Pio II l'avea innestato nella sua, perchè figlio di Laodamia sua sorella. Nel dì primo di ottobre fu egli coronato; ma poco godè egli dell'onore, poco di lui la Chiesa di Dio; perciocchè nel dì 18 dello stesso ottobre, a cagion di una piaga che avea nella gamba, dopo soli ventisei giorni di pontificato, passò a miglior vita, in età poco più di sessantaquattro anni; nè mancò sospetto di veleno: ciarla familiare nella morte de' principi in que' secoli di tanta ambizione ed iniquità. Gran perdita che fu questa per la religione. L'integrità della sua vita in tutti gli anni addietro, la sua prudenza e il suo zelo faceano sperar dei considerabili vantaggi alla Chiesa di Dio. In fatti, appena salito sul trono pontificio, attese a convocar tosto un concilio generale per la riforma della disciplina ecclesiastica, ancorchè, in vigore de' capitoli saggiamente stabiliti nel conclave, a ciò non fosse tenuto, se non dopo due anni: il che fa conoscere che neppure allora mancavano in Roma personaggi zelanti dell'onore di Dio e del ben della Chiesa. Se questo succedeva, oh quanti mali, che poi sopravvennero alla religione, si sarebbono forse impediti! Abborriva ancora la guerra, e non meditava se non consigli di pace. Però mancò di vita con dispiacere di tutti i buoni. Ne' pochi giorni del suo pontificato passò a Roma da Nepi, ove s'era ritirato, il duca Valentino, per congratularsi col papa, e per acconciar seco i suoi interessi, impetrato prima un salvocondotto. Ma Gian-Paolo Baglione, che anch'egli quivi si trovava, e gli Orsini, tutti ardendo di voglia di vendicarsi di questo odiatissimo tiranno, fatta raunata di gente, andarono ad assalirlo. Ne seguirono morti e ferite; e, prevalendo le forze degli Orsini, altro scampo e ripiego non ebbe il Valentino che di rifugiarsi nel palazzo del Vaticano. Poscia o spontaneamente, o per consiglio del papa, cercando maggior sicurezza, siritirò in castello Sant'Angelo; il che tenuto fu per un colpo della divina provvidenza, affin di mettere fine alle ribalderie di questo pestifero mostro; perchè si dissiparono, a tale avviso, le genti sue, e si squarciò tutta la sua potenza.

Dopo la morte di Pio III si seppe così ben maneggiare ilcardinal Giuliano della Rovere, vescovo d'Ostia e penitenzier maggiore, nato assai bassamente in Savona, ma d'animo sommamente signorile, e nipote dipapa Sisto IV, che guadagnò i voti di tutti i porporati, per le ragioni che ne adduce il Guicciardini: laonde, con maraviglia universale, restò, nel dì primo di novembre, proclamato papa, primachè si chiudesse il conclave, ed assunse il nome diGiulio II. Concorrevano in lui le doti d'uomo magnifico, di gran mente ed accortezza, di non minor coraggio e di lunga sperienza nelle cose del mondo, col concetto ancora di persona leale e veritiera. Conoscevano i migliori abbondare in lui l'alterigia, e il genio inquieto, bellicoso e vendicativo anche delle offese immaginate; ma convenne loro seguitar la corrente. Aveva anche egli giurato di rimettere nel suo primiero lustro la disciplina ecclesiastica, di raunare il concilio generale, e di non far guerra senza il consenso di due terzi del sacro collegio. Come egli mantenesse la parola, in breve ce ne accorgeremo. Non potea certo crearsi pontefice, da cui fosse più alieno l'animo del duca Valentino; perciocchè fraRoderigo, che fu poiAlessandro VIpapa, suo padre, quando era cardinale, ed esso Giuliano della Rovere erano state nemicizie pubbliche e private, talmente che un dì si strapazzarono con tante villanie, che di peggio non avrebbe operato qualsivoglia più insolente plebeo. Per questa cagione esso cardinal Giuliano, creato che fu papa il Borgia, di cui aveva assai scandagliato il doppio e perverso animo, destramente si ritirò ad Avignone e in Francia, dove si guadagnò l'affetto e la stima de' reCarlo IXeLuigi XII. Nè, per quante esibizioni e carezzegli facesse papa Alessandro, mai volle ritornare in Roma, solendo dire fra sè:Giuliano, Giuliano, non ti fidar del marrano. Contuttociò il novello pontefice, perchè s'erano imbrogliati gli affari della Romagna, e già egli meditava di ricuperar gli Stati della Chiesa, giudicò bene di far servire a' suoi disegni il medesimo Valentino. Cavatolo perciò fuori di castello Sant'Angelo, con varie promesse, e col confermargli tutti i suoi titoli ed onori, il trasse dalla sua. S'era, dissi, già sconvolta la Romagna, perchè i Veneziani, persuasi che starebbe meglio in mano loro, o de' signori esclusi, quella provincia, che in potere del Borgia, s'ingrossarono di gente in Ravenna, da loro signoreggiata, e tanto fecero, che si misero in possesso di Faenza e della sua rocca. Entrò in ForlìAntonio Maria degli Ordelaffi. Rimisero in RiminiPandolfo Malatesta; poscia, fatto accordo con lui, ne acquistarono il dominio. Tentarono Fano, ma questa città tenne per la Chiesa. Si impadronirono parimente di Porto Cesenatico, di Sant'Arcangelo, e di altre assai terre in quel d'Imola e Cesena, ed erano dietro a mettere il piede anche in Forlì.

Solamente restarono in potere degli uffiziali del Valentino le rocche o fortezze di Cesena, di Forlì, di Bertinoro, d'Imola e di Forlimpopoli. Sommamente increbbe al papa il movimento de' Veneziani, conoscendo quanto poi sarebbe malagevole il trarre di mano alla lor possanza la Romagna. E giacchè dall'un canto la spedizione de' suoi oratori a Venezia, per lamentarsi di quella occupazione, a nulla giovò; e dall'altro ne' principii del suo governo genti e danari gli mancavano per farsi giustizia colle armi; giudicò bene di spedir colà il duca Valentino, colla speranza che la presenza di lui potesse far mutare l'aspetto delle cose in quelle contrade, seppur questo fu il suo vero disegno. Andò il Valentino ad imbarcarsi per passare alla Specia. Ma eccoti sopraggiugnere ilcardinal Soderinoe Francesco Remolino a chiedergli i segnalidelle suddette fortezze, mostrando essi mutata la risoluzion del papa per sospetto che i Veneziani con esibizioni larghe di danaro gli cavassero di mano quelle fortezze. Ricusò il Borgia di consegnarli, e però, d'ordine del papa, fu ritenuto come prigione in una delle galee pontificie. Cagion fu questo trattamento ch'egli poi s'indusse a darli: cosa nondimeno che a nulla servì, perchè ito con essi l'arcivescovo di Ragusi, come commessario apostolico, i castellani di quelle fortezze negarono di consegnarle, se non aveano altro ordine dal Valentino, posto in luogo di libertà. Per questo fu condotto esso Valentino a Roma, alloggiato in palazzo, ed accarezzato dal papa, acciocchè tal dimostrazione il facesse comparir libero. Ma spedito dal Valentino Pietro d'Oviedo suo familiare a que' castellani con ordine di lasciar le fortezze ai ministri del papa, altro non potè impetrare da don Diego Ramiro castellano di Cesena, che se l'intendeva cogli altri, se non che gli fu posto un laccio alla gola, e tolta la vita, come a traditore del suo signore. Ciò udito in Roma, fu ristretto il Valentino in quella stessa torre Borgia che era stata in addietro il ricettacolo di tanti miseri caduti in mano della sua barbarie. Produsse anche la sua depressione che le genti spedite da lui innanzi alla volta della Toscana furono tra Cortona e Castiglione Aretino svaligiate e disperse dai Fiorentini.

Bollì più che mai in quest'anno la guerra fra gli Spagnuoli e Franzesi nel regno di Napoli. A me non permette lo istituto mio di darne se non un breve ragguaglio. Erasi interpostoFilippo arciduca, marito diGiovanna, figliuola delre Cattolico Ferdinando, per acconciar le differenze insorte in quel regno; e gli riuscì di stabilire una convenzione di tregua o pace conLuigi re di Francia, per la quale esso re addormentato non attese più col vigore che occorreva a sostenere i proprii interessi in quelle contrade. Restò egli poscia deluso, perciocchèil re Cattolico fece intanto varii preparamenti per continuare la guerra, con poi disapprovare l'accordo fatto dal genero. Però il gran capitanoConsalvo, senza ubbidire all'ordine venutogli dall'arciduca di desistere dalle offese, seguitò ad impiegare il suo senno, e i rinforzi di gente che di mano in mano gli andavano arrivando, contra dei Franzesi, benchè sovente si trovasse inferiore ad essi di forze. Varia era la fortuna della guerra in quelle parti, grande la costanza di Consalvo in sostenere Barletta. Memorabile fu, fra le altre azioni, un duello nel febbraio di quest'anno. Ossia che ito un trombetta franzese a Barletta per riscuotere alcun prigione, qualche soldato italiano sparlasse de' Franzesi, come scrive il Guicciardini; oppure (come è più probabile, e fu scritto dal Sabellico e dal Giovio) che scappasse detto ad alcun Franzese di nulla stimare i soldati italiani (ingiusta sentenza, in cui anche oggidì prorompe chi non sa ben pesare la situazion delle cose): certo è, che volendo l'una e l'altra nazione sostenere il suo decoro, per non dire la maggioranza, ne seguì pubblica sfida fra tredici uomini d'arme italiani scelti dalle brigate diProsperoeFabrizio Colonna, militanti cogli Spagnuoli, ed altrettanti dalla parte dei Franzesi, eletti dal duca di Nemours. Il Giovio registra il nome de' primi, tace per rispetto quel de' secondi. La scommessa fu, che cadaun dei vinti pagasse cento ducati d'oro, e perdesse armi e cavalli. Alla vista degli eserciti seguì il fiero combattimento a Traili fra Andria e Quarata. Dichiarassi la vittoria in favor degl'Italiani. Dal canto dei Franzesi uno restò morto, e detto fu che sel meritava, perchè, essendo da Asti, avea prese le armi contro la propria nazione. Gli altri quasi tutti feriti, perchè seco non aveano portato il danaro pattuito (tanta era la lor baldanza e vana fiducia di vincere), furono menati prigioni a Barletta, dove ben accolti e consolati da Consalvo, dappoichè ebbero pagato, fu loroconcesso licenza di tornarsene al campo franzese per predicare ai lor nazionali la moderazion della lingua, e il rispettar gli uomini onorati e valorosi di qualsivoglia nazione. Monsignore di Belcaire vescovo di Metz si credette di poter qui sminuire la riputazion degl'Italiani[Belcaire, Comment. Rer. Gallic., lib. 9.], adducendo alcune particolarità toccate dal Sabellico intorno a quel duello, quasichè la frode, e non la virtù, avesse guadagnata la pugna. Ma quel prelato non s'intendeva del mestiere dell'armi; e per la gloria degl'Italiani non occorre rispondergli, se non che i giudici deputati a quel conflitto dichiararono legittima la vittoria; nè mai i vinti o i lor compagni pretesero di darle taccia alcuna.

Venuti poscia per mare nuovi rinforzi di gente a Consalvo tanto di Spagna quanto di Germania, uscì vigoroso in campagna. Prese Ruvo, lungi sette miglia da Trani, con farvi prigione ilsignor della Palizza. Nel qual tempo anche adUgo di Cardonariuscì di dare una rotta in Calabria all'Aubigny, che vi restò ferito. Più strepitoso poi fu un fatto d'armi, accaduto alla Cirignuola in Puglia nel dì 28 di aprile dell'anno presente, in cui lasciarono la vita circa tre mila Franzesi, e da lì a non molto finì anche di vivere ilduca di Nemoursgenerale de' medesimi. Il caldo e il rumore di questa vittoria non solamente fece venire in poter di Consalvo più di sessanta terre nella Puglia; ma indusse ancora Capoa ed Aversa, e fin la stessa città di Napoli, a chiamar gli Spagnuoli, giacchè per mare venivano impedite le vettovaglie, e si mosse a tumulto per la carestia il popolo di quella gran città. Entrò in Napoli il gran capitano nel dì 14 di maggio con buona disciplina, e senza nuocere ad alcuno, e tosto prese a battere colle artiglierie Castel Nuovo e l'altro dell'Uovo. Fu preso il primo nel dì 22 di giugno per assalto: il che fu giudicato cosa meravigliosa. Eransi ritirati i Franzesi a Gaeta e al Garigliano. Consalvo, acui non mancò mai diligenza nel suo mestiere, uscito in campagna, li fece ritirar tutti a Gaeta, della qual città non tardò a cominciar il blocco. Al primo avviso ch'ebbe ilre Luigi, deluso dalla pace o tregua fatta dall'arciduca, come i suoi affari prendeano brutta piega nel regno di Napoli, mise insieme un forte armamento per mare e per terra, dichiarando suo generalemonsignor della Tremoglia, e posciaFrancesco marchese di Mantova. Per varie cagioni venne lentamente questo esercito, composto di Franzesi, Svizzeri, Grigioni ed Italiani; e solamente alla fine di luglio passò per Pontremoli in Toscana, e di là a Roma, intorno alla qual città, per la morte sopraggiunta a papa Alessandro VI, si fermò non pochi giorni. E intanto il castello dell'Uovo in Napoli per una mina (cosa allor nuova), che fece saltar colla polvere da fuoco Pietro Navarro, venne in poter di Consalvo.

Finalmente s'inviò alla volta del regno l'armata franzese, e giunse ad unirsi co' suoi a Gaeta. S'era postato Consalvo a San Germano. Vennero anche i Franzesi al Garigliano, e riuscì loro di far un ponte su quel fiume, e senza alcun progresso in que' contorni si accamparono. Era quel sito assai disagiato, perchè i soldati stavano come impantanati nel fango; nè potendo reggere a quei patimenti, essendo anche mal pagati, parte s'infermavano, parte disertavano, di maniera che molto s'infievolì l'esercito loro. Anche Francesco marchese di Mantova, che fin qui avea esercitato fra loro la carica di generale, essendo caduto malato, oppur fingendosi tale, per non poter più reggere o alla superbia o alla discordia o alla disubbidienza de' Franzesi, impetrata licenza dal re, se ne tornò a casa. Si rinforzò intanto il gran capitano coll'arrivo diBartolomeo d'Alviano, famoso condottiere, innestato nella casa Orsina, che con altri di quel cognome al servigio del re Cattolico menò varie compagnie d'armati. Voce comune fu, aver lostesso Alviano con tante ragioni incitato Consalvo ad un fatto d'armi, che, ad onta de' suoi capitani di contrario parere, egli vi si lasciò indurre. Gittato dunque allo improvviso un ponte nella notte del dì 27 di dicembre (ma dovrebbe essere il dì 28) sul Garigliano a Suio, quattro miglia al di sopra di quel dei Franzesi, senza che questi se ne avvedessero, passò buona parte dell'armata spagnuola di qua. La mattina seguente, giorno di venerdì felice alla lor gente, fatto assalire col resto di sue truppe il ponte de' Franzesi, nello stesso tempo Consalvo co' suoi spronò verso il loro campo. Più a ritirarsi che a combattere pensarono i Franzesi, e, lasciata addietro la maggior parte delle munizioni (il Guicciardini dice anche nove pezzi grossi di artiglieria), ordinatamente s'inviarono verso Gaeta, ma inseguiti sempre e battuti dagli Spagnuoli sino alle mura di quella città. Grande fu la lor perdita per li morti, feriti e prigioni, ma più per lo sbandamento di assaissimi che andarono qua e là dispersi. Vi perì fra gli altriPietro de Medici, fuggendo pel fiume sopra una barca, che carica di quattro pezzi di cannoni si affondò. Stette poco il gran capitano ad impadronirsi del monte di Gaeta; dopo di che si accampò intorno a quella città. E tali furono i prosperosi avvenimenti dell'armi spagnuole nel regno di Napoli, correndo quest'anno: in cui ancora verso la metà di giugno tornarono i Fiorentini a dare la mala pasqua alle campagne di Pisa, e venne lor fatto di acquistar la Verucola, e di ricuperar Vico Pisano. Perchè nè il papa nè gli altri monarchi cristiani, perduto ciascuno dietro ai proprii interessi, porgevano aiuto alcuno alla repubblica veneta, la prudenza di quel senato giudicò spediente il far pace, come potè, co' Turchi. Gli convenne restituir Santa Maura, e accomodarsi ad altre dure condizioni, tollerabili nondimeno, perchè troppo pericoloso era l'ostinarsi nella guerra contro di sì possente nemico. Fece il papain quest'anno nel dì 29 di novembre una creazione di quattro cardinali, fra i quali due suoi nipoti.


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