MDLI

MDLIAnno diCristoMDLI. IndizioneIX.Giulio IIIpapa 2.Carlo Vimperadore 33.Stavasene in Parma ilduca OttavioFarnese, tuttodì pensando ai mezzi per mantenersi in quel dominio, giacchè per la ricuperazion di Piacenza era seccata ogni speranza. Parevagli di trovarsi a mal partito, perchè non ignorava l'ideedell'Augusto suocero suo sopra quella città, e i mali uffizii e le mine che andavano facendo contra di luidon Ferrante Gongazagovernator di Milano, e don Diego Mendozza, anche per private passioni nemici suoi. Come resistere solo a chi volendo potea sì facilmente ingoiarlo, qualor volesse? Fece rappresentare apapa Giulioil bisogno suo, e chiedere, non ottenendo aiuto da lui, licenza di ricorrere a chi potesse sostenerlo, mentre niuno in Italia ardiva di alzare un dito in suo favore; e il papa, che per altri motivi si studiava di conservar buona armonia coll'imperadore, si strinse nelle spalle, nè altro rispose, se non che il duca si aiutasse come potesse. Ciò bastò ad Ottavio, col consiglio, per quanto fu creduto, de' duecardinali AlessandroeRanucciosuoi fratelli, per proseguire animosamente un trattato già mosso daOrazio duca di Castro, altro suo fratello, alla corte del re Cristianissimo, per impegnar quel monarca alla difesa sua. Null'altro che questo bramava Arrigo II, emulo oltre modo della soverchia potenza della casa d'Austria. E nel dì 27 di maggio del presente anno, come apparisce dallo strumento rapportato dal Du-Mont[Du-Mont, Corps Diplomat.], prese il re sotto la sua protezione la casa Farnese, obbligandosi di mantenere ad Ottavio due mila fanti e ducento cavalli leggieri per la difesa di Parma, e di pagargli annualmente dodici mila scudi d'oro, con promessa di maggiori aiuti alle occorrenze, e di rilievo, in caso di disgrazie. Intanto ducento mila scudi fece avere il re in Venezia per sostenere questo impegno. Avvertito il pontefice dal cardinal Farnese di questo negoziato, parve allora che si svegliasse, e si sbracciò per disturbarlo con gagliarde premure presso dello stesso Ottavio. Ma non fu a tempo. Essendosi data l'ultima mano al trattato col re Cristianissimo, il duca Ottavio, siccome uomo d'onore, non volle retrocedere, per quanto ancora vi si adoperasseil duca di FerraraErcole II, a cui non piaceva il fuoco vicino a' suoi confini.Allora fu che papa Giulio III proruppe in ismanie. Cominciarono a fioccare i monitorii contro di Ottavio, comandandogli di consegnar Parma ai ministri pontificii, e si procedè fino alle censure, e a dichiarar lui ribello e decaduto da ogni diritto sopra quello Stato, e dal grado di gonfalonier della Chiesa. Ritiraronsi da Roma Alessandro e Ranuccio cardinali Farnesi: il primo si ricoverò a Firenze, ben ricevuto dalduca Cosimo; e l'altro ad Urbino, dove ebbe un amorevol trattamento dalduca Guidubaldosuo cognato. Provarono i Farnesi anche lo sdegno diCarlo V, perchè questi tolse al cardinale Alessandro il ricco arcivescovato di Monreale, e ad Ottavio Novara e il ducato di Cività di Penna, beni dotali della duchessa Margherita d'Austria sua figlia, e moglie d'esso Ottavio. Meglio di quaranta mila scudi d'oro perderono essi Farnesi nella presente tempesta; ma vi guadagnarono bene i parenti del papa. Giacchè più non restava luogo al più volte proposto ripiego di dar Camerino al duca Ottavio in cambio di Parma, il papa diede il perpetuo governo d'esso Camerino colle rendite a Baldovino suo fratello, e di più, per attestato del Segni, maggior grandezza gli conferì in Roma, che se fosse stato duca o signor naturale antiquato in Italia. A Gian-Batista del Monte, figlio d'esso Baldovino, conferì il grado di gonfaloniere e capitan generale della Chiesa, e per lui ottenne dall'imperadore Novara e Cività di Penna. Andò tanto innanzi il fasto di quella gente, che Ersilia Cortese, nobile modenese, moglie d'esso Gian-Batista, se crediamo al Segni, stava in Roma con tanta altura e grandezza, che la duchessa di Parma figliuola dell'imperadore, innanzi che ella fosse ita a Parma, avea appena udienza da lei, quando andava in cocchio per salutarla e per farle onore. Nè qui si fermò il nepotismo di questo pontefice,perchè ad Ascanio della Cornia Perugino e a Vincenzo de' Nobili, figli delle sorelle sue, diede Stati e titoli di signori, e cardinalati ai lor figliuoli. Nè si dee omettere che il pontefice stese il suo sdegno anche contra il ducato di Castro, posseduto daOrazio Farnese, dimorante allora in Francia, senza riguardo all'esser egli destinato genero dalre Arrigo. Però spedì colà Ridolfo Baglione coll'armi. Volevano i soldati presidiarii difendere quelle terre; ma Girolama Orsina, vedova del fu Pier-Luigi, quivi dimorante, per placare l'adirato papa, personalmente trasferitasi a Viterbo, le cedette al cardinal Pio legato del Patrimonio; e tanto scusò il figlio Orazio per l'obbligo d'onore da lui contratto col re di Francia, che il pontefice ammansato, posto solamente il Baglione nella fortezza di Castro, lasciò lei liberamente governar quel dominio.Era già entrata in Parma guernigione franzese col signor di Termes: il che non impediva la continuazion de' trattati di papa Giulio col re di Francia e coll'imperadore, per prevenir la guerra. Pareva anche ogni cosa disposta per la concordia; quando don Ferrante Gonzaga, immaginando che il Farnese procedesse con finzione in que' negoziati, per dar tempo ai Parmigiani di fare il raccolto, senza aspettar le risoluzioni di Roma, a mezzo giugno si accostò alle vicinanze di Parma con sette mila fanti, ducento cinquanta uomini d'armi, cinquecento cavalli leggieri e sei mila guastatori, che si sfogarono contra di quel territorio. Fu cagione questa barbara ostilità che il coraggioso duca Ottavio non accettasse la ratificazione venuta di Roma della progettata concordia, e che si venisse a guerra aperta. Mostrava l'imperadore, per non rompere la pace colla Francia, di essere entrato in questo ballo come ausiliario del papa, secondo il debito di sua avvocazia; siccome, all'incontro, il re di Francia pretendeva non rotta la sua amicizia coll'imperadore pel sostener egli il Farnese, legittimopadrone di Parma, attesi ancora i meriti grandi di papa Paolo III, perchè anche allora si sapeano le palliate maniere di far guerra ad altrui con pretendere di non farla. Ma perciocchè don Ferrante Gonzaga s'impadronì di Brescello, terra del duca di Ferrara, toccata in appannaggio alcardinale Ippolito d'Estesuo fratello, che stava allora ai servigi della Francia; e inoltre sul Cremonese furono presi dagl'imperiali due uffiziali franzesi che passavano, come per paese amico, a Parma; ilre Arrigo, tenendo per rotta la tregua, dichiarò apertamente la guerra all'imperadore, con far grande armamento per mare e per terra, e con istudiarsi di suscitar contra di lui i principi della Germania. Pertanto don Ferrante determinò di mettere l'assedio a Parma; e perciocchè il castello di Colorno, dove era con presidio farnese di ottocento fanti Amerigo Antinori, potea forse incomodare il suo campo, v'andò sotto colla gente, e colle artiglierie cominciò a fulminar quelle mura. Fu l'Antinori tacciato di dappocaggine, se non d'infedeltà, perchè non tardò a capitolarne la resa. Ciò fatto, formò il Gonzaga l'assedio, o piuttosto un blocco, alla città di Parma. Avea intanto il re Cristianissimo inviato Pietro Strozzi, fuoruscito fiorentino, con Cornelio Bentivoglio alla Mirandola, acciocchè facessero ivi massa di gente in aiuto del Farnese. Dopo aver dunque lo Strozzi stipendiati quattro mila fanti e cinquecento cavalli, allorchè vide il bisogno, arditamente spinse quella cavalleria in Parma; e questa, facendo dipoi spesse sortite, tenne aperto il cammino alle vettovaglie; talmente ancora inquietò i nemici, che mai non osarono di strignere Parma con vero assedio.Conchiuse in questi tempi il papa una lega coll'imperadore, egli che nell'anno precedente avea fatte sì belle slargate di non voler guerra, ma bensì di voler farla da padre comune. A questo si lasciò egli indurre da don Diego Mendozza, e però dopo attese a sfoderar la spada contradel duca Ottavio. Nè gli mancò biasimo per questo, perchè, invece di prendersela contra l'occupator di Piacenza, si metteva anche a rischio di perdere Parma. Raunati pertanto a San Giovanni del Bolognese nove mila fanti e secento cavalli (pel quale armamento Cesare nel mese di giugno gli avea fatto pagare cento mila scudi d'oro, nel dì 11 di luglio ne pagò altri centocinquanta mila, con permissione di rifarsene poi sulle rendite della Chiesa in Ispagna), ordinò il pontefice che s'imprendesse l'assedio della Mirandola. Il comando dell'armi era appoggiato di nome a Giovambatista del Monte suo nipote, ne' fatti ad Alessandro Vitelli, persona esperta in questo mestiere. Nel dì 5 di luglio giunse l'armata papesca sotto la Mirandola, e le prime sue prodezze furono d'incendiare i grani non peranche raccolti, di saccheggiare e bruciar le case nella campagna, e di tagliar quanti alberi e viti trovarono. Si ridusse poi tutto questo apparato guerriero non già ad assediar nelle forme quella picciola, ma forte città, essendo bastato al Vitelli di fabbricar due forti intorno alla medesima, con isperanza di vincerla colla fame. Intanto il re Cristianissimo, spedito in Piemonte ilsignor di Brisachcon assai gente, fece dar principio alle ostilità in quelle parti nell'incominciar del settembre. Avendo esso Brisach occupato San Damiano, Chieri, Brusasco ed altri luoghi, fu forzatodon Ferrante Gonzagaad accorrere in Piemonte, lasciato ilMedichino marchesedi Marignano sotto Parma. Si formò allora un blocco più largo di quella città, essendosi compartite le milizie imperiali restate quivi in Castelguelfo e Noceto del Parmigiano, e in Montecchio, Castelnuovo e Brescello, terre del duca di Ferrara, per impedir il passaggio delle vettovaglie alla città. Però null'altro di conseguenza accadde in que' contorni, se non che nel novembre venne fatto ai Franzesi di sorprendere il forte di Torchiara, dove quel picciolo presidio fu quasi tutto messo a fildi spada, e vi perì fra gli altri ilprincipe di Macedonia. In Piemonte non si fecero poi imprese tali che meritino luogo in queste carte. Fin qui s'era trattenuto in Fiandra e Germania il principedon Filippofiglio dell'imperadore. Prese egli congedo dal padre per tornarsene in Ispagna, e nel dì 6 di giugno pervenne a Trento, cioè in quella città in cui nel dì primo del precedente maggio d'ordine del papa si era riaperto il concilio generale, e furono tenute dipoi alcune sessioni molto importanti alla Chiesa di Dio. Si portarono ad incontrar questo principe con decorosa cavalcata ilcardinal Marcello Crescenziolegato, e gli altri padri, che gli diedero poscia alcuni nobili divertimenti, siccome ancora fecero le altre città all'arrivo suo. Passò dipoi a Genova, e di là in Ispagna. Le stesse galee e navi che il condussero colà, servirono a ricondurre in ItaliaMassimiliano redi Boemia condonna Maria d'Austriasua consorte, e sorella del suddetto don Filippo, i quali, scortati da gran copia di nobili e soldati boemi, continuarono nel dicembre il viaggio loro alla volta della Germania.Che mali alla Cristianità producesse l'esorbitante brama diArrigo II re di Franciaper deprimere la potenza di Carloimperadore, si tornò di bel nuovo nel presente anno a vederlo. Non solamente maneggiò esso re e conchiuse, siccome vedremo nell'anno appresso, una lega coi principi protestanti della Germania contra di esso Augusto, ma, camminando sulle pedate del fu suo padre, collegossi colla Porta Ottomana, e fece muovere l'armi turchesche a' danni degli Stati posseduti da Cesare in Italia. Di che non è mai capace la cieca ambizion de' mortali, che si va poi coprendo col manto della ragione di Stato? Senza andare alla pestilente scuola del Macchiavello, sa questa mettersi sotto i piedi le parentele, la fede, i giuramenti e la stessa religione, lo so, negarsi dal Belcaire e da altri Franzesi che da' maneggi del re Arrigofosse mosso questa volta il Turco contra de' cristiani; ma il papa, i Veneziani e gli altri Italiani d'allora furono persuasi del contrario. Se non videro i trattati segreti fra esso re e Solimano, miravano bene il signor di Aramone ambasciator franzese a Costantinopoli, e il medesimo poi venuto sulla flotta di quegli infedeli, dove faceva da direttore. E di che buono stomaco fossero i Franzesi di quel tempo (per tacere de' nostri tempi), cel fece sapere il signor di Monluc, storico loro, che in questi giorni molto onor si fece nelle guerre; perciocchè, volendo scusar la lega del re Francesco I coi Turchi, scrisse:Che contra dei suoi nemici si può far di tutto: e che, quanto a lui, se avesse potuto chiamar tutti gli spiriti dell'inferno, per rompere la testa ad un nemico che volesse rompere la sua, ben volentieri lo farebbe. Scrivendo così quello storico, non dovea già ricordarsi d'essere cristiano, oltre al valersi d'un falso supposto, essendo manifesto che tanto il re Francesco che Arrigo suo figlio furono gli assalitori, e non già gli assaliti da Carlo V imperadore. Comunque sia, certo è che Solimano non solamente mosse in quest'anno una fiera guerra contro i cristiani nella Transilvania ed Ungheria, di cui nulla parlerò io, ma ancora spinse una formidabil armata nel Mediterraneo sotto il comando di Sinan bassà, con cui si unì anche il famoso corsaro Dragut. Secondo alcuni, era composta di cento galee e di cinquanta altri legni. Andrea Morosino la fa ascendere fino a trecento cinquanta vele. Gran gente da sbarco e artiglierie assaissime si contarono nel barbarico stuolo. Ma molto prima che uscisse in corso il general turchesco, accadde cheAndrea Doriacon ventotto galee andò ad assediar le Gerbe, dove s'era ritirato esso Dragut. Si trovò costui chiuso nello stretto, ossia nel golfo, ch'è tra le secche e l'isola, dove non si potea entrar nè uscire, se non con una galea per volta. Portossi il Doria all'imboccatura tutto allegro, in veder chiusa lavolpe nella tana, tenendo per fermo di avere a man salva quella preda. Ma più di lui ne seppe l'esperto corsaro, perchè, affin d'uscire da quella gabbia, senza che se ne avvedessero i cristiani, fece dall'altra parte cavare il terreno circa mezzo miglio, e per quel canale fatto a mano sboccando poi in mare, si ridusse in salvo, lasciando il Doria, vecchio capitano, non so se più maravigliato o confuso.Ma perciocchè facea strepito il grande armamento de' Turchi per mare, e si prevedeva che costoro avessero la mira a ricuperar la città d'Africa, ossia Tripoli in Barberia, commessa alla guardia de' cavalieri di Malta; Andrea Doria spedì Antonio suo nipote con quindici galee, affinchè rinforzasse di gente, vettovaglie e cannoni quella città. Andò egli; seco non di meno non andò quella che noi chiamiamo buona fortuna, ma bensì l'altra che si chiama fortuna di mare; perchè per fiera burrasca perdè otto di quei legni, e condusse quel poco che gli restò a Tripoli. Ora il bassà Sinan colla potente sua flotta comparve nello stretto di Messina, e poi, danneggiando le coste della Sicilia, prese la città d'Agosta con facilità, e poi la fortezza col cannone. Tutto andò a sacco, e il fuoco fece del resto. Di là passò a Malta, nè solamente saccheggiò l'isola, ma, lusingatosi di poter anche prendere la città, mise mano ai cannoni. Gli risposero que' prodi cavalieri a dovere, laonde dopo otto giorni, e dopo avervi perduto circa cinquecento soldati, lasciò essi in pace; ma non già la vicina isola del Gozzo, in cui si trovava un'assai debole fortezza; colle artiglierie in termine di tre dì se ne impadronì, e le attaccò il fuoco, e, di là partendo, seco menò schiave circa quattro mila anime cristiane. Arrivato poi nel dì 5 d'agosto sotto la città d'Africa, ossia Tripoli, vi si accampò e cominciò a batterla. Il signor di Aramon ambasciator franzese che con due galee si era unito al bassà, da alcuni viene scritto che alle preghiere del gran mastro s'interponesse per far desistereSinan dall'assedio ma che nol potesse impetrare; e da altri, ch'egli subornasse il comandante della città, cavalier di Malta di sua nazione, acciocchè la rendesse, siccome infatti seguì a' dì 15 di agosto. Circa quattrocento Spagnuoli vi rimasero uccisi, essendosi salvati nelle galee franzesi ducento fra cavalieri di Malta e terrazzani. Quel comandante giunto dipoi a Malta, trovò ivi preparata per lui una scura prigione. Erano succedute varie novità e mutazioni negli anni addietro in Tunisi, il racconto delle quali, siccome non pertinente all'assunto mio, ho tralasciato. Basterà solamente dire che il re Muleasse fu detronizzato da Amida suo figlio, ed aver egli invano ricorso all'imperador Carlo. Restava tuttavia in potere d'esso Augusto la Goletta, e v'era per comandante Antonio Perez, il quale in questi tempi, perchè Amida facea troppo il bell'umore, il cominciò a tempestare in tal maniera, che il Barbaro fu astretto ad un nuovo accordo, con obbligarsi di pagare annualmente all'imperadore dodici mila scudi pel mantenimento della Goletta, e inoltre quindici cavalli barbari, diciotto falconi e legna quanta bastasse alla guarnigion d'essa Goletta; e di rilasciare gli schiavi cristiani, e di non farne più da lì innanzi. Fece alquanto di guerra in quest'anno il re di Francia per mare all'imperadore. Leone Strozzi gran priore di Capoa, suo general di mare, con ventotto galee passò a Barcellona, e fu vicino ad impadronirsi di quella città. Condusse via da quel porto sette navi cariche di mercatanzia, ed altri legni minori con una galeotta spagnuola. Anche nell'Oceano ventidue navi mercantili, passando dai Paesi Bassi alla volta di Spagna, e credendosi sicure per la pace che tuttavia durava, il Polino Franzese con alquanti legni armati andò a visitarlo, e, a riserva di nove che scamparono, prese e menò le altre a Roano, e si calcolò la perdita di que' mercatanti a un mezzo milione di scudi d'oro.

Stavasene in Parma ilduca OttavioFarnese, tuttodì pensando ai mezzi per mantenersi in quel dominio, giacchè per la ricuperazion di Piacenza era seccata ogni speranza. Parevagli di trovarsi a mal partito, perchè non ignorava l'ideedell'Augusto suocero suo sopra quella città, e i mali uffizii e le mine che andavano facendo contra di luidon Ferrante Gongazagovernator di Milano, e don Diego Mendozza, anche per private passioni nemici suoi. Come resistere solo a chi volendo potea sì facilmente ingoiarlo, qualor volesse? Fece rappresentare apapa Giulioil bisogno suo, e chiedere, non ottenendo aiuto da lui, licenza di ricorrere a chi potesse sostenerlo, mentre niuno in Italia ardiva di alzare un dito in suo favore; e il papa, che per altri motivi si studiava di conservar buona armonia coll'imperadore, si strinse nelle spalle, nè altro rispose, se non che il duca si aiutasse come potesse. Ciò bastò ad Ottavio, col consiglio, per quanto fu creduto, de' duecardinali AlessandroeRanucciosuoi fratelli, per proseguire animosamente un trattato già mosso daOrazio duca di Castro, altro suo fratello, alla corte del re Cristianissimo, per impegnar quel monarca alla difesa sua. Null'altro che questo bramava Arrigo II, emulo oltre modo della soverchia potenza della casa d'Austria. E nel dì 27 di maggio del presente anno, come apparisce dallo strumento rapportato dal Du-Mont[Du-Mont, Corps Diplomat.], prese il re sotto la sua protezione la casa Farnese, obbligandosi di mantenere ad Ottavio due mila fanti e ducento cavalli leggieri per la difesa di Parma, e di pagargli annualmente dodici mila scudi d'oro, con promessa di maggiori aiuti alle occorrenze, e di rilievo, in caso di disgrazie. Intanto ducento mila scudi fece avere il re in Venezia per sostenere questo impegno. Avvertito il pontefice dal cardinal Farnese di questo negoziato, parve allora che si svegliasse, e si sbracciò per disturbarlo con gagliarde premure presso dello stesso Ottavio. Ma non fu a tempo. Essendosi data l'ultima mano al trattato col re Cristianissimo, il duca Ottavio, siccome uomo d'onore, non volle retrocedere, per quanto ancora vi si adoperasseil duca di FerraraErcole II, a cui non piaceva il fuoco vicino a' suoi confini.

Allora fu che papa Giulio III proruppe in ismanie. Cominciarono a fioccare i monitorii contro di Ottavio, comandandogli di consegnar Parma ai ministri pontificii, e si procedè fino alle censure, e a dichiarar lui ribello e decaduto da ogni diritto sopra quello Stato, e dal grado di gonfalonier della Chiesa. Ritiraronsi da Roma Alessandro e Ranuccio cardinali Farnesi: il primo si ricoverò a Firenze, ben ricevuto dalduca Cosimo; e l'altro ad Urbino, dove ebbe un amorevol trattamento dalduca Guidubaldosuo cognato. Provarono i Farnesi anche lo sdegno diCarlo V, perchè questi tolse al cardinale Alessandro il ricco arcivescovato di Monreale, e ad Ottavio Novara e il ducato di Cività di Penna, beni dotali della duchessa Margherita d'Austria sua figlia, e moglie d'esso Ottavio. Meglio di quaranta mila scudi d'oro perderono essi Farnesi nella presente tempesta; ma vi guadagnarono bene i parenti del papa. Giacchè più non restava luogo al più volte proposto ripiego di dar Camerino al duca Ottavio in cambio di Parma, il papa diede il perpetuo governo d'esso Camerino colle rendite a Baldovino suo fratello, e di più, per attestato del Segni, maggior grandezza gli conferì in Roma, che se fosse stato duca o signor naturale antiquato in Italia. A Gian-Batista del Monte, figlio d'esso Baldovino, conferì il grado di gonfaloniere e capitan generale della Chiesa, e per lui ottenne dall'imperadore Novara e Cività di Penna. Andò tanto innanzi il fasto di quella gente, che Ersilia Cortese, nobile modenese, moglie d'esso Gian-Batista, se crediamo al Segni, stava in Roma con tanta altura e grandezza, che la duchessa di Parma figliuola dell'imperadore, innanzi che ella fosse ita a Parma, avea appena udienza da lei, quando andava in cocchio per salutarla e per farle onore. Nè qui si fermò il nepotismo di questo pontefice,perchè ad Ascanio della Cornia Perugino e a Vincenzo de' Nobili, figli delle sorelle sue, diede Stati e titoli di signori, e cardinalati ai lor figliuoli. Nè si dee omettere che il pontefice stese il suo sdegno anche contra il ducato di Castro, posseduto daOrazio Farnese, dimorante allora in Francia, senza riguardo all'esser egli destinato genero dalre Arrigo. Però spedì colà Ridolfo Baglione coll'armi. Volevano i soldati presidiarii difendere quelle terre; ma Girolama Orsina, vedova del fu Pier-Luigi, quivi dimorante, per placare l'adirato papa, personalmente trasferitasi a Viterbo, le cedette al cardinal Pio legato del Patrimonio; e tanto scusò il figlio Orazio per l'obbligo d'onore da lui contratto col re di Francia, che il pontefice ammansato, posto solamente il Baglione nella fortezza di Castro, lasciò lei liberamente governar quel dominio.

Era già entrata in Parma guernigione franzese col signor di Termes: il che non impediva la continuazion de' trattati di papa Giulio col re di Francia e coll'imperadore, per prevenir la guerra. Pareva anche ogni cosa disposta per la concordia; quando don Ferrante Gonzaga, immaginando che il Farnese procedesse con finzione in que' negoziati, per dar tempo ai Parmigiani di fare il raccolto, senza aspettar le risoluzioni di Roma, a mezzo giugno si accostò alle vicinanze di Parma con sette mila fanti, ducento cinquanta uomini d'armi, cinquecento cavalli leggieri e sei mila guastatori, che si sfogarono contra di quel territorio. Fu cagione questa barbara ostilità che il coraggioso duca Ottavio non accettasse la ratificazione venuta di Roma della progettata concordia, e che si venisse a guerra aperta. Mostrava l'imperadore, per non rompere la pace colla Francia, di essere entrato in questo ballo come ausiliario del papa, secondo il debito di sua avvocazia; siccome, all'incontro, il re di Francia pretendeva non rotta la sua amicizia coll'imperadore pel sostener egli il Farnese, legittimopadrone di Parma, attesi ancora i meriti grandi di papa Paolo III, perchè anche allora si sapeano le palliate maniere di far guerra ad altrui con pretendere di non farla. Ma perciocchè don Ferrante Gonzaga s'impadronì di Brescello, terra del duca di Ferrara, toccata in appannaggio alcardinale Ippolito d'Estesuo fratello, che stava allora ai servigi della Francia; e inoltre sul Cremonese furono presi dagl'imperiali due uffiziali franzesi che passavano, come per paese amico, a Parma; ilre Arrigo, tenendo per rotta la tregua, dichiarò apertamente la guerra all'imperadore, con far grande armamento per mare e per terra, e con istudiarsi di suscitar contra di lui i principi della Germania. Pertanto don Ferrante determinò di mettere l'assedio a Parma; e perciocchè il castello di Colorno, dove era con presidio farnese di ottocento fanti Amerigo Antinori, potea forse incomodare il suo campo, v'andò sotto colla gente, e colle artiglierie cominciò a fulminar quelle mura. Fu l'Antinori tacciato di dappocaggine, se non d'infedeltà, perchè non tardò a capitolarne la resa. Ciò fatto, formò il Gonzaga l'assedio, o piuttosto un blocco, alla città di Parma. Avea intanto il re Cristianissimo inviato Pietro Strozzi, fuoruscito fiorentino, con Cornelio Bentivoglio alla Mirandola, acciocchè facessero ivi massa di gente in aiuto del Farnese. Dopo aver dunque lo Strozzi stipendiati quattro mila fanti e cinquecento cavalli, allorchè vide il bisogno, arditamente spinse quella cavalleria in Parma; e questa, facendo dipoi spesse sortite, tenne aperto il cammino alle vettovaglie; talmente ancora inquietò i nemici, che mai non osarono di strignere Parma con vero assedio.

Conchiuse in questi tempi il papa una lega coll'imperadore, egli che nell'anno precedente avea fatte sì belle slargate di non voler guerra, ma bensì di voler farla da padre comune. A questo si lasciò egli indurre da don Diego Mendozza, e però dopo attese a sfoderar la spada contradel duca Ottavio. Nè gli mancò biasimo per questo, perchè, invece di prendersela contra l'occupator di Piacenza, si metteva anche a rischio di perdere Parma. Raunati pertanto a San Giovanni del Bolognese nove mila fanti e secento cavalli (pel quale armamento Cesare nel mese di giugno gli avea fatto pagare cento mila scudi d'oro, nel dì 11 di luglio ne pagò altri centocinquanta mila, con permissione di rifarsene poi sulle rendite della Chiesa in Ispagna), ordinò il pontefice che s'imprendesse l'assedio della Mirandola. Il comando dell'armi era appoggiato di nome a Giovambatista del Monte suo nipote, ne' fatti ad Alessandro Vitelli, persona esperta in questo mestiere. Nel dì 5 di luglio giunse l'armata papesca sotto la Mirandola, e le prime sue prodezze furono d'incendiare i grani non peranche raccolti, di saccheggiare e bruciar le case nella campagna, e di tagliar quanti alberi e viti trovarono. Si ridusse poi tutto questo apparato guerriero non già ad assediar nelle forme quella picciola, ma forte città, essendo bastato al Vitelli di fabbricar due forti intorno alla medesima, con isperanza di vincerla colla fame. Intanto il re Cristianissimo, spedito in Piemonte ilsignor di Brisachcon assai gente, fece dar principio alle ostilità in quelle parti nell'incominciar del settembre. Avendo esso Brisach occupato San Damiano, Chieri, Brusasco ed altri luoghi, fu forzatodon Ferrante Gonzagaad accorrere in Piemonte, lasciato ilMedichino marchesedi Marignano sotto Parma. Si formò allora un blocco più largo di quella città, essendosi compartite le milizie imperiali restate quivi in Castelguelfo e Noceto del Parmigiano, e in Montecchio, Castelnuovo e Brescello, terre del duca di Ferrara, per impedir il passaggio delle vettovaglie alla città. Però null'altro di conseguenza accadde in que' contorni, se non che nel novembre venne fatto ai Franzesi di sorprendere il forte di Torchiara, dove quel picciolo presidio fu quasi tutto messo a fildi spada, e vi perì fra gli altri ilprincipe di Macedonia. In Piemonte non si fecero poi imprese tali che meritino luogo in queste carte. Fin qui s'era trattenuto in Fiandra e Germania il principedon Filippofiglio dell'imperadore. Prese egli congedo dal padre per tornarsene in Ispagna, e nel dì 6 di giugno pervenne a Trento, cioè in quella città in cui nel dì primo del precedente maggio d'ordine del papa si era riaperto il concilio generale, e furono tenute dipoi alcune sessioni molto importanti alla Chiesa di Dio. Si portarono ad incontrar questo principe con decorosa cavalcata ilcardinal Marcello Crescenziolegato, e gli altri padri, che gli diedero poscia alcuni nobili divertimenti, siccome ancora fecero le altre città all'arrivo suo. Passò dipoi a Genova, e di là in Ispagna. Le stesse galee e navi che il condussero colà, servirono a ricondurre in ItaliaMassimiliano redi Boemia condonna Maria d'Austriasua consorte, e sorella del suddetto don Filippo, i quali, scortati da gran copia di nobili e soldati boemi, continuarono nel dicembre il viaggio loro alla volta della Germania.

Che mali alla Cristianità producesse l'esorbitante brama diArrigo II re di Franciaper deprimere la potenza di Carloimperadore, si tornò di bel nuovo nel presente anno a vederlo. Non solamente maneggiò esso re e conchiuse, siccome vedremo nell'anno appresso, una lega coi principi protestanti della Germania contra di esso Augusto, ma, camminando sulle pedate del fu suo padre, collegossi colla Porta Ottomana, e fece muovere l'armi turchesche a' danni degli Stati posseduti da Cesare in Italia. Di che non è mai capace la cieca ambizion de' mortali, che si va poi coprendo col manto della ragione di Stato? Senza andare alla pestilente scuola del Macchiavello, sa questa mettersi sotto i piedi le parentele, la fede, i giuramenti e la stessa religione, lo so, negarsi dal Belcaire e da altri Franzesi che da' maneggi del re Arrigofosse mosso questa volta il Turco contra de' cristiani; ma il papa, i Veneziani e gli altri Italiani d'allora furono persuasi del contrario. Se non videro i trattati segreti fra esso re e Solimano, miravano bene il signor di Aramone ambasciator franzese a Costantinopoli, e il medesimo poi venuto sulla flotta di quegli infedeli, dove faceva da direttore. E di che buono stomaco fossero i Franzesi di quel tempo (per tacere de' nostri tempi), cel fece sapere il signor di Monluc, storico loro, che in questi giorni molto onor si fece nelle guerre; perciocchè, volendo scusar la lega del re Francesco I coi Turchi, scrisse:Che contra dei suoi nemici si può far di tutto: e che, quanto a lui, se avesse potuto chiamar tutti gli spiriti dell'inferno, per rompere la testa ad un nemico che volesse rompere la sua, ben volentieri lo farebbe. Scrivendo così quello storico, non dovea già ricordarsi d'essere cristiano, oltre al valersi d'un falso supposto, essendo manifesto che tanto il re Francesco che Arrigo suo figlio furono gli assalitori, e non già gli assaliti da Carlo V imperadore. Comunque sia, certo è che Solimano non solamente mosse in quest'anno una fiera guerra contro i cristiani nella Transilvania ed Ungheria, di cui nulla parlerò io, ma ancora spinse una formidabil armata nel Mediterraneo sotto il comando di Sinan bassà, con cui si unì anche il famoso corsaro Dragut. Secondo alcuni, era composta di cento galee e di cinquanta altri legni. Andrea Morosino la fa ascendere fino a trecento cinquanta vele. Gran gente da sbarco e artiglierie assaissime si contarono nel barbarico stuolo. Ma molto prima che uscisse in corso il general turchesco, accadde cheAndrea Doriacon ventotto galee andò ad assediar le Gerbe, dove s'era ritirato esso Dragut. Si trovò costui chiuso nello stretto, ossia nel golfo, ch'è tra le secche e l'isola, dove non si potea entrar nè uscire, se non con una galea per volta. Portossi il Doria all'imboccatura tutto allegro, in veder chiusa lavolpe nella tana, tenendo per fermo di avere a man salva quella preda. Ma più di lui ne seppe l'esperto corsaro, perchè, affin d'uscire da quella gabbia, senza che se ne avvedessero i cristiani, fece dall'altra parte cavare il terreno circa mezzo miglio, e per quel canale fatto a mano sboccando poi in mare, si ridusse in salvo, lasciando il Doria, vecchio capitano, non so se più maravigliato o confuso.

Ma perciocchè facea strepito il grande armamento de' Turchi per mare, e si prevedeva che costoro avessero la mira a ricuperar la città d'Africa, ossia Tripoli in Barberia, commessa alla guardia de' cavalieri di Malta; Andrea Doria spedì Antonio suo nipote con quindici galee, affinchè rinforzasse di gente, vettovaglie e cannoni quella città. Andò egli; seco non di meno non andò quella che noi chiamiamo buona fortuna, ma bensì l'altra che si chiama fortuna di mare; perchè per fiera burrasca perdè otto di quei legni, e condusse quel poco che gli restò a Tripoli. Ora il bassà Sinan colla potente sua flotta comparve nello stretto di Messina, e poi, danneggiando le coste della Sicilia, prese la città d'Agosta con facilità, e poi la fortezza col cannone. Tutto andò a sacco, e il fuoco fece del resto. Di là passò a Malta, nè solamente saccheggiò l'isola, ma, lusingatosi di poter anche prendere la città, mise mano ai cannoni. Gli risposero que' prodi cavalieri a dovere, laonde dopo otto giorni, e dopo avervi perduto circa cinquecento soldati, lasciò essi in pace; ma non già la vicina isola del Gozzo, in cui si trovava un'assai debole fortezza; colle artiglierie in termine di tre dì se ne impadronì, e le attaccò il fuoco, e, di là partendo, seco menò schiave circa quattro mila anime cristiane. Arrivato poi nel dì 5 d'agosto sotto la città d'Africa, ossia Tripoli, vi si accampò e cominciò a batterla. Il signor di Aramon ambasciator franzese che con due galee si era unito al bassà, da alcuni viene scritto che alle preghiere del gran mastro s'interponesse per far desistereSinan dall'assedio ma che nol potesse impetrare; e da altri, ch'egli subornasse il comandante della città, cavalier di Malta di sua nazione, acciocchè la rendesse, siccome infatti seguì a' dì 15 di agosto. Circa quattrocento Spagnuoli vi rimasero uccisi, essendosi salvati nelle galee franzesi ducento fra cavalieri di Malta e terrazzani. Quel comandante giunto dipoi a Malta, trovò ivi preparata per lui una scura prigione. Erano succedute varie novità e mutazioni negli anni addietro in Tunisi, il racconto delle quali, siccome non pertinente all'assunto mio, ho tralasciato. Basterà solamente dire che il re Muleasse fu detronizzato da Amida suo figlio, ed aver egli invano ricorso all'imperador Carlo. Restava tuttavia in potere d'esso Augusto la Goletta, e v'era per comandante Antonio Perez, il quale in questi tempi, perchè Amida facea troppo il bell'umore, il cominciò a tempestare in tal maniera, che il Barbaro fu astretto ad un nuovo accordo, con obbligarsi di pagare annualmente all'imperadore dodici mila scudi pel mantenimento della Goletta, e inoltre quindici cavalli barbari, diciotto falconi e legna quanta bastasse alla guarnigion d'essa Goletta; e di rilasciare gli schiavi cristiani, e di non farne più da lì innanzi. Fece alquanto di guerra in quest'anno il re di Francia per mare all'imperadore. Leone Strozzi gran priore di Capoa, suo general di mare, con ventotto galee passò a Barcellona, e fu vicino ad impadronirsi di quella città. Condusse via da quel porto sette navi cariche di mercatanzia, ed altri legni minori con una galeotta spagnuola. Anche nell'Oceano ventidue navi mercantili, passando dai Paesi Bassi alla volta di Spagna, e credendosi sicure per la pace che tuttavia durava, il Polino Franzese con alquanti legni armati andò a visitarlo, e, a riserva di nove che scamparono, prese e menò le altre a Roano, e si calcolò la perdita di que' mercatanti a un mezzo milione di scudi d'oro.


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