MDLII

MDLIIAnno diCristoMDLII. IndizioneX.Giulio IIIpapa 3.Carlo Vimperadore 34.Erasi troppo facilmente impegnatopapa Giulionella guerra della Mirandola e di Parma. Non sapendo qual voragine di danari sia il mantener armate in campagna, trovò presto il suo erario sfinito, quello dell'imperadore suggetto a' medesimi deliquii, e sè stesso malamente involto in una fastidiosa impresa che gli facea perdere la desiderata quiete, di modo che fino nel precedente anno si diede a muovere parole di tregua e di pace. Quel nondimeno che maggiormente gli mise il cervello a partito, fu un colpo diArrigo IIre di Francia, il quale, col proibir l'uscita del danaro dal regno suo per la provvista de' benefizii, alterò non poco le misure della camera pontificia. Vietò inoltre quel re ai suoi prelati di concorrere al concilio di Trento; e, quel ch'è più, quantunque nelle sue lettere e protestazioni dimostrasse un inviolabil attaccamento e sommessione alla sede apostolica, pur sotto mano facea disseminar sospetti di voler levare l'ubbidienza al sommo pontefice nel suo regno. Udivasi ancora che in Francia era progettato un concilio nazionale. Per conto delle faccende del mondo non erano più i papi quei ch'erano stati ne' cinque secoli addietro, e pur troppo gli esempli funesti della Germania ed Inghilterra poteano far temere peripezie anche in Francia, in tempi massimamente che l'eresia di Calvino facea continui progressi in quelle contrade. Però di più non occorse perchè papa Giulio, pulsato anche ogni dì da' saggi cardinali a cagion di questa sconsigliata impresa, deponesse tutti i pensieri marziali, ed ascoltasse volentieri chi s'interponeva per la pace. Vi s'interposero infatti iVenezianiedErcole ducadi Ferrara; fu anche deputato dal re per trattarne ilcardinal di Tornone. E perciocchè premeva al pontefice, in cercandodi riacquistar la buona armonia colla Francia, di non perdere quella dell'imperadore, fece rappresentargli in buona maniera le giuste sue ragioni di deporre l'armi, e di procedere a qualche accordo per gli affari di Parma. Nulla si alterò per questo l'Augusto monarca, e perchè vi trovava anche egli per altri motivi il suo conto, lasciò al papa slegate le mani per uscir con riputazione da quell'imbroglio. Pertanto nel dì 29 d'aprile del presente anno in Roma furono sottoscritti dal papa e dal cardinale Tornone i capitoli dell'accordo, rapportati nelle Lettere de' Principi[Lettere de' Principi, tom. 2.], dall'Angeli[Angeli, Storia.]e dal Du-Mont[Du-Mont, Corps Diplomat.]. Portavano essi una tregua di due anni fra ilpontefice, ilre Cristianissimoe ilduca Ottavio. Che il papa ritirerebbe le sue milizie da Parma e dalla Mirandola, e resterebbe il duca in possesso di Parma. Che i cardinali Farnesi sarebbero rimessi in possesso de' lor beni, edOrazio Farnesenel ducato di Castro, con altre condizioni ch'io tralascio. Ma poco prima che si stabilisse questa concordia, giunse al pontefice la dolorosa nuova che Giambatista del Monte suo nipote e general delle sue armi, siccome giovane ardito e vago di gloria, in una scaramuccia sotto la Mirandola nel dì 14 d'aprile avea lasciata la vita: colpo nondimeno che con assai fortezza d'animo fu accolto dal pontefice zio.Era stato riserbato luogo all'imperadore per accettar la suddetta sospension d'armi per conto di Parma e della Mirandola; nè sapendosi qual risoluzione fosse per prendere la maestà sua,don Ferrante Gonzagadal Piemonte spedì gente ed ordine aGian-Giacopo de Medicimarchese di Marignano, che continuasse le ostilità contro Parma, e si studiasse di occupare i forti intorno della Mirandola, che doveano essere abbandonati dalle soldatesche papaline. Se questo succedeva, era ridotta a tale la Mirandola,che poco potea stare a cadere in mano dell'imperadore. Ma non gli venne fatto, perchè appena Camillo Orsino cavò da que' forti le truppe della Chiesa, che i Franzesi e Mirandolesi, spalleggiati da molte fanterie assoldate per ordine del re daIppolito d'Este cardinal di Ferrara, e situate al forte di Quarantola, volarono a que' forti, e furiosamente li demolirono. Ratificò poscia l'imperadore la tregua suddetta, il che servì ad allontanar la guerra da Parma e dalla Mirandola, riducendosi essa in Piemonte, se non che restarono i presidii imperiali in Borgo San Donnino, Sissa, Noceto, Colorno e Castelguelfo, siccome ancora in Brescello, Montecchio e Castelnuovo, terre del duca di Ferrara. Per conto del Piemonte, dacchè fu rotta la pace, ed accorse colà don Ferrante Gonzaga, unitosi secoEmmanuel Filiberto, spiritoso principe di Piemonte, si diedero amendue a fermare i progressi del general franzesesignor di Brisach, che avea preso Saluzzo, Chieri, San Geminiano ed altri luoghi forti in quelle parti. S'impadronirono essi di Bra, e costrinsero i Franzesi a levar l'assedio di Cherasco. A riserva di due fortezze, riacquistarono anche il marchesato di Saluzzo. Ma venuti ordini dall'imperadore d'inviar parte di quelle milizie in Germania, indebolito il Gonzaga diede campo a' Franzesi di sottomettere il forte castello di Verrua, Crescentino e Ceva. Rinforzato dipoi il Gonzaga da altre milizie, ricuperò Ceva e San Martino; ma ebbe il dispiacere d'udir presa da' Franzesi la città d'Alba, e messo ivi un presidio di due mila fanti con abbondante copia di vettovaglia, senza ch'egli avesse tali forze da poterla ricuperare. Accortosi intanto il principe di Piemonte che la guerra in quelle parti si riduceva ad un giuoco ora di guadagnare ed ora di perdere qualche castello, giudicò meglio di tornarsene in Lamagna all'immediato servigio dell'imperadore, il quale, siccome diremo, si trovò in gravi pericoli ed affanni dell'anno presente; e però altrod'importanza non seguì per ora in Piemonte.Priva non fu di novità in quest'anno la Toscana. Non si può negare: sarebbesi quasi potuto contar per un miracolo, seCarlo V, principe di sì gran potere, si fosse contentato de' tanti suoi regni e Stati, nè avesse nudrita in suo cuore l'ambizione, ossia la non mai saziabile voglia di accrescere l'autorità e i dominii: perchè questa passione si può in certa maniera chiamare l'anima di tutti i principi di qualsivoglia grado. Se questa è frenata dall'impotenza o dal timore in alcuni di essi, è bene sfrenata in altri, ma d'ordinario palliata con altri titoli, pretesti e manifesti, inventati per abbagliare, non già i saggi, ma il volgo ignorante. Dacchè entrò in Siena la guarnigione di Cesare, ad altro non si pensò che ad opprimere la libertà di quel popolo: al qual fine si applicarono i ministri cesarei a fabbricar ivi una fortezza, spiegandosi di far ciò per amorevol intenzione di dar la quiete alla per altro divisa ed inquieta cittadinanza. Così non l'intendevano i Sanesi; e però segretamente alcuni di essi cominciarono a manipolar un trattato di protezione conArrigo II redi Francia, il quale in materia d'ambizione vantaggiava di molto il regnante Augusto. Ebbero ordine i suoi ministri in Italia di dar tutta la mano, occorrendo, a questo affare. Guadagnato perciò da essiNiccola Orsinoconte di Pitigliano, unì egli in quel di Castro e nelle sue terre circa tre mila fanti; altri ancora se ne assoldarono alla Mirandola, affinchè accorressero al bisogno. Entrò nel mese di luglio l'Orsino nel distretto di Siena colle sue soldatesche, accompagnato da Enea Piccolomini e da Amerigo Amerighi. Dopo aver sollevato buon numero delle milizie forensi, si presentò alla porta Romana di Siena, chiedendo con grande strepito l'entrata. Il popolo, ch'era senza armi, nulla sulle prime rispose, onde il signor d'Alapa comandante in quella città degli Spagnuoli, de' quali si trovavano allorasolamente quattrocento in città, per essere stati inviati gli altri ad Orbitello e ad altre fortezze della Maremma, ebbe tempo di chiedere soccorso aCosimo duca di Firenze, principe che, innamorato di Siena, con grande accortezza vegliava a tutti i movimenti di quella città. Non bastò il piccolo rinforzo spedito da esso duca a trattenere i Sanesi; i quali a poco a poco aveano trovato dell'armi che non abbruciassero le porte, ed introducessero lo Orsino nella notte precedente al dì 26 di luglio, gridando ognuno ad alla voceLibertà. Espugnarono di poi San Domenico, dove s'erano afforzati gli Spagnuoli: con che vennero alle lor mani alquante artiglierie e molte munizioni, e furono obbligati gli Spagnuoli a ritirarsi nella non peranche compiuta cittadella, provveduta di poca vettovaglia. Accorsero intanto da varie parti i Franzesi: laonde il duca di Firenze, scorgendo troppo malagevole il salvar quella sdruscita nave, trattò d'accordo. Fu dunque convenuto che gli Spagnuoli si ritirassero dalla città, e restasse Siena in libertà sotto la protezion dell'imperadore, e che fossero licenziati i soldati stranieri, nè si potesse far sul Sanese raunata alcuna di gente contro dell'Augusto signore. Appena partiti di là gli Spagnuoli, fu smantellata la fortezza, e nulla eseguito della convenzion suddetta. Imperciocchè frateAmbrosio Cattarinodell'ordine de' Predicatori, vescovo di Minorica, invece di attendere al suo breviario e alla teologia, in cui si acquistò gran nome, tanto dipoi disse, che persuase al popolo di lasciar l'imperadore, e mettersi sotto la protezion della Francia: consiglio che fu poi la rovina di Siena. Mandò quel popolo quattro ambasciatori al re, uno de' quali fu Claudio Tolomei, poi vescovo di Curzola, persona di gran letteratura, i quali a nome della patria riconoscessero da lui la riacquistata libertà, e il pregassero del suo patrocinio. Accettò volontieri il re Arrigo la difesa de' Sanesi, e spedì colà per suo ministroIppolito d'Este cardinaldi Ferrara, e il signor di Termes, il duca di Somma e Giordano Orsino con quattro mila e cinquecento fanti, i quali accrebbero poscia le turbolenze in quelle parti. Occuparono gli Spagnuoli Orbitello, nè riuscì mai più ai Sanesi di ricuperarlo.Era intanto minacciata al regno di Napoli un'orribil tempesta, perchè, continuando il re di Francia la detestabil sua intelligenza col sultano de' Turchi Solimano, tirò anche quest'anno la potenza di quel Barbaro addosso all'Italia. Concerto fu fatto che la flotta ottomana, forte di più di cento venti galee e d'altri legni, e comandata da Sinan bassà (che Pialaga vien chiamato dal Sardi) e dal corsaro Dragut, venisse verso Napoli ad unirsi colprincipe di Salerno. Fuoruscito di quel regno era esso principe, e con ventiquattro galee franzesi, e con quelle d'Algeri sotto il sangiacco Sola Rais, dovea portarsi colà, avendo fatto credere al re Arrigo d'avere in Napoli e nel regno tante intelligenze e parentele, che, al suo comparire, si rivolterebbe tutto esso regno, siccome stanco del governo cesareo. Questi non furono sogni di sfaccendati politici, ma verità comprovate dai fatti; laonde, torno a dirlo, non si sa come il Belcaire (il quale lasciò nella penna per ogni buon fine questo avvenimento) con altri scrittori franzesi avesse tanto animo da negar l'alleanza del re (poco in ciò Cristianissimo) col maggior nemico della Cristianità: alleanza che dovea fruttare ai Turchi nell'Ungheria, e ai Franzesi in Italia e altrove, perchè così si veniva a tener impegnate l'armi della casa d'Austria in più luoghi. Nel mese di luglio comparve la formidabil flotta turchesca nel mare di Sicilia, e, dopo aver depredate quelle coste ed abbruciata la città di Reggio in Calabria, venne danneggiando il lido di Pozzuolo, il Traietto e Nola, ed arse Procida, con gittar poi nel dì 13 d'esso mese le ancore all'isola di Ponza, distante quarantacinque miglia da Gaeta. In questo mentreAndrea Doriaavea imbarcati tre milafanti tedeschi per condurli alla difesa di Napoli, stante la notizia che dovea tendere colà lo sforzo de' Turchi. Mossesi egli da Genova con quaranta galee, senza sapere (come vuol l'Adriani) l'arrivo de' Turchi in queste parti. Scrivono altri che lo sapea, ed aver perciò ordinato ai piloti di girar ben lungi da Ponza una notte, sperando di passare senza licenza de' Turchi. Ma costoro se ne avvidero, e Dragut andò con alquanti suoi legni a fargli il chi va là. Allora il Doria, figurandosi che gli venisse addosso tutta la tanto superiore armata musulmana, diè volta per tornarsene a Genova: ma sette delle sue galee, che in forza di vele e di remi non uguagliavano le altre, caddero nelle branche di Dragut. V'erano dentro settecento Tedeschi. Il Madrucci lor colonnello condotto a Costantinopoli, ad intercessione di Michele Codegnac, residente alla Porta pel re di Francia, fu liberato; tante erano state le raccomandazioni d'alcuni cardinali per far cosa grata al cardinale di Trento di lui fratello. Avrebbe intanto dovuto tremare il papa e Roma al mirar in tanta vicinanza tante forze del gran nemico de' Cristiani; ma i ministri di Francia, consapevoli dei disegni del loro signore, assicurarono sua santità che la festa non era fatta per lo Stato pontificio: il che calmò ogni paura.Non era già così pel popolo di Napoli, che dai luoghi eminenti andava contemplando quelle tante mezze lune, con apprensione continua di qualche sbarco. Quand'ecco all'improvviso nel dì 10 di agosto il generale de' Turchi si vide far vela verso Levante, e seppesi da lì ad alquanti giorni aver quell'annata passato lo stretto di Messina. Grande allegria sorse in Napoli, e insieme stupore, perchè ignota era la ragion di quella ritirata. Col tempo venne tutto in chiaro. Imperciocchè avea il re Arrigo spedito a Marsiglia ilprincipe di Salernocon ordine di montar sulla flotta franzese; ma perchè questa non potea così presto muoversi, esso principeinviò per terra Cesare Mormile fuoruscito di Napoli con lettere di credenza all'ammiraglio turchesco, per pregarlo che lo aspettasse. Giunto a Roma il Mormile, voltò casacca, e all'ambasciator cesareo fece conoscere, essere in sua mano il far partire la flotta ottomana, purchè fosse rimesso in grazia dell'imperadore, e gli fossero restituiti i suoi beni. Venne a donPietro di Toledovicerè la promessa e il salvocondotto; laonde ito egli travestito a Napoli, cavò da esso vicerè ducento mila scudi, dei quali fece un regalo al generale de' Turchi a nome del re di Francia, e, valendosi delle lettere di credenza, con mille ringraziamenti il mosse alla partenza. Arrivò poscia nel dì 18 di agosto nel golfo di Napoli il principe di Salerno, non già con sei galee franzesi, come ha il Campana, forse per errore di stampa, ma con ventisei, come scrivono il Sardi, il Summonte ed altri, nè trovando quivi i Turchi, ed informato del tiro fatto dal Mormile a' Franzesi, continuò il viaggio con isperanza di far tornare indietro la flotta infedele. La raggiunse alla Prevesa, ma nulla potè ottenere. E perciocchè era la stagione avanzata, ed egli sperava di menar seco i Turchi nell'anno vegnente, volle svernare a Scio con ammirazion di quei popoli, al veder legni colle insegne franzesi veleggiar ne' loro mari, non già per innalzare la fede cristiana, come anticamente si usava, ma per impetrar aiuti da loro ai danni de' cristiani. Portossi il principe di Salerno a Costantinopoli, dove con grandi finezze fu accolto da Solimano; tante leggierezze non di meno fece dipoi, che si screditò affatto, sebbene gli riuscì di far tornare que' Barbari contra del regno di Napoli nell'anno seguente.Strepitose al maggior segno furono le scene della Germania in quest'anno. Mi dia licenza chi legge ch'io ne metta qui un breve abbozzo, sì perchè cogli affari d'Italia gran concatenazione aveano quei della Germania, e sì perchè le milizie italiane ebbero parte in quelleguerre, e vi si segnalarono molti nobili delle italiche contrade. Da niun saggio fu certamente commendata la severità diCarlo Augustonel ritener prigioneFilippo langravio d'Assia, e di ciò si lagnava forteMaurizio ducae nuovo elettor di Sassonia, perchè sotto la buona fede avea egli condotto esso langravio suocero suo a' piedi dell'imperadore, con riportarne la promessa della libertà; ma questa libertà non si vide mai più venire. Di tal ragione o pretesto valendosi egli, trattò fin l'anno addietro una lega colre di Francia, conGiorgio marchesedi Brandeburgo, conGiovanni Alberto ducaMechlemburgo, e conGuglielmofiglio dell'imprigionato langravio. Fu segnata questa lega nel giorno 15 di gennaio del presente anno, come consta dallo strumento riferito dal Du-Mont; e il motivo era di difendere la libertà della Germania, che si pretendeva oppressa dall'imperadore, e di procurare la liberazione del langravio. Il re di Francia prese il titolo di protettore della libertà germanica, e fece battere medaglie con questo titolo, che infine si risolveva in divenir protettore degli eretici. E, per non fallare ne' conti, si fece accordare dagli alleati, per principio di questa libertà, che a lui fosse permesso d'impadronirsi delle città libere ed imperiali di Metz, Tull e Verdun, e di ritenerle come vicario dell'imperio. Nello strumento suddetto il marchese di Brandeburgo contraente èGiorgio Federigo, laddove il Campana ed altri attribuiscono ciò almarchese Alberto, ben diverso dall'altro. Non mancò al duca Maurizio la taccia d'ingratitudine e di doppiezza in tal congiuntura, perchè dimentico di tanti benefizii a lui compartiti da Cesare, e perchè, nello stesso tempo ch'era dietro a tradirlo, gli scriveva le più affettuose lettere di attaccamento e fedeltà, dando insieme una somigliante pastura aFerdinando re de' Romani, il quale trattava con lui di accomodamento. Da questo lusinghevol canto addormentato l'imperadore, eravenuto ad Ispruch con poche soldatesche; quando Maurizio sul principio di aprile con poderoso esercito arrivò ad Augusta, e durò poca fatica a conquistarla, ed indi speditamente s'incamminò alla volta d'Ispruch, sollecitato dai suoi uffiziali, che gli diceano:Che bella caccia sarebbe la nostra, se potessimo coglier ivi il signor Carlo!Al che dicono che rispondesse Maurizio:Non ho gabbia sì grande da mettervi un augello sì grosso. Credeva l'Augusto Carlo che il passo della Chiusa terrebbe saldo; ma s'ingannò: laonde, udendo venire a gran passi il nemico, fu astretto, benchè infermo per la gotta, e in tempo di notte e piovoso, a fuggirsene frettolosamente in lettiga con parte de' suoi a piedi, lasciando indietro copioso bagaglio, che restò preda de' collegati: colpo ed affronto che se fosse sensibile alla maestà d'un sì grande e sì glorioso monarca, niuno ha bisogno che io gliel ricordi. Si ritirò egli dunque a Vilacco nella Carintia: nella qual congiuntura i Veneziani inviarono a fargli ogni maggior esibizione, con rinforzar poscia di gente i loro confini. Maurizio, conosciuto disperato il caso di raggiugnerlo, se ne tornò indietro, non capendo in sè stesso per la gloria d'aver come spinto fuor di Germania un imperadore. Fu cagione lo strepito ed avvicinamento di queste armi, ed armi di principi protestanti, che entrasse un gran terrore nei padri del concilio di Trento: e però nel di 28 d'aprile fu esso sciolto, e rimessane la continuazione a tempi più quieti e propizii.Attese dipoi l'Augusto signore a cercar danari, a chiamar milizie dall'Italia e dalla Fiandra, e per lui ne raunò molteArrigo duca di Brunsvich, colle quali fermò alquanto i collegati. Ma quel che più gli giovò fu l'interposizione diFerdinando re de' Romani, che maneggiò con loro una tregua, e la stabilì, essendosi rimesso il trattato di più durevole accordo a una dieta da tenersi in Passavia. A questo si lasciò condurre il duca Maurizio con glialtri alleati, perchè poco stettero ad accorgersi cosa fosse la società leonina, e a ravvisar la sciocca loro risoluzione di essersi uniti col re franzese, a cui servivano di spalla, affinchè sotto l'ombra del bel titolo di difensore della Germania potesse spogliare a man salva la Germania medesima degli antichi suoi Stati. Gravissimi lamenti e minaccie per questo facevano gli altri elettori e principi dell'imperio, tanto contra di essi collegati, quanto contra delre Arrigo, a cui inviarono anche le lor doglianze e protestazioni. Ma il re si ridea di loro, e facea il fatto suo. Impadronitosi, nel dì 15 di aprile, della vasta e ricca città di Metz, e di quelle di Tullo e Verdun, passò a far da padrone in tutta la Lorena; tentò di soggiogare Argentina, ma non gli riuscì; rivolse dipoi l'armi contra il ducato di Lucemburgo, ed era per fare un netto degli Stati imperiali di qua dal Reno, se non seguiva nel dì primo d'agosto in Passavia l'accordo fra Cesare e i protestanti, colla liberazion del langravio di Assia, e con varii capitoli che a me non occorre di riferire. Ma gl'incauti Tedeschi, i quali aveano attaccato il fuoco al bosco, non ebbero la facilità medesima per ismorzarlo. Durante la tregua, nel tempo del suddetto maneggio,Albertoil giovane,marchese di Brandeburgo, figlio diCasimiro, avendo preso gusto al mestier di rapinare, con un esercito non già grande di numero, ma di cuor risoluto e bestiale, inferì un mondo di mali a varie parti della Germania, specialmente a Norimberga, ai vescovati di Bamberga ed Erbipoli, agli arcivescovati di Magonza e Treveri, a Vormazia e Spira, per tacere d'altri luoghi. Questo sì barbaro principe, dopo varie scene, nell'anno seguente a dì 9 di luglio ebbe una gran rotta da Maurizio duca ed elettor di Sassonia, per cui non alzò più la testa; ma in quel fatto d'armi lo stesso vincitore Maurizio ferito perdè la vita. Portossi dipoi l'Augusto Carlo verso la metà d'ottobre con potentissima oste all'assedio di Metz, la cuidifesa era raccomandata alduca di Guisa, trovandosi con luiAlfonso d'Este, fratello del duca di Ferrara,Orazio Farnese ducadi Castro, ePietro Strozzigenerale di gran credito. Tale fu essa difesa, essendo nella città una guarnigione di dieci mila fanti e di mille e cinquecento cavalli, che quantunque Cesare si ostinasse a tener ivi il campo sino al fine di dicembre, pure fu forzato infine a levarlo con sua non poca vergogna, e colla perdita dell'artiglieria e di almeno venti mila tra fanti e cavalli, che per li patimenti piuttostochè pel ferro perirono. La dura lezione data a questo glorioso monarca in Ispruch, e quest'altra anche più grave, fu poi creduto che influissero a fargli prendere la risoluzione di dare un calcio al mondo, riconosciuto da lui per teatro di troppo disgustevoli vicende.

Erasi troppo facilmente impegnatopapa Giulionella guerra della Mirandola e di Parma. Non sapendo qual voragine di danari sia il mantener armate in campagna, trovò presto il suo erario sfinito, quello dell'imperadore suggetto a' medesimi deliquii, e sè stesso malamente involto in una fastidiosa impresa che gli facea perdere la desiderata quiete, di modo che fino nel precedente anno si diede a muovere parole di tregua e di pace. Quel nondimeno che maggiormente gli mise il cervello a partito, fu un colpo diArrigo IIre di Francia, il quale, col proibir l'uscita del danaro dal regno suo per la provvista de' benefizii, alterò non poco le misure della camera pontificia. Vietò inoltre quel re ai suoi prelati di concorrere al concilio di Trento; e, quel ch'è più, quantunque nelle sue lettere e protestazioni dimostrasse un inviolabil attaccamento e sommessione alla sede apostolica, pur sotto mano facea disseminar sospetti di voler levare l'ubbidienza al sommo pontefice nel suo regno. Udivasi ancora che in Francia era progettato un concilio nazionale. Per conto delle faccende del mondo non erano più i papi quei ch'erano stati ne' cinque secoli addietro, e pur troppo gli esempli funesti della Germania ed Inghilterra poteano far temere peripezie anche in Francia, in tempi massimamente che l'eresia di Calvino facea continui progressi in quelle contrade. Però di più non occorse perchè papa Giulio, pulsato anche ogni dì da' saggi cardinali a cagion di questa sconsigliata impresa, deponesse tutti i pensieri marziali, ed ascoltasse volentieri chi s'interponeva per la pace. Vi s'interposero infatti iVenezianiedErcole ducadi Ferrara; fu anche deputato dal re per trattarne ilcardinal di Tornone. E perciocchè premeva al pontefice, in cercandodi riacquistar la buona armonia colla Francia, di non perdere quella dell'imperadore, fece rappresentargli in buona maniera le giuste sue ragioni di deporre l'armi, e di procedere a qualche accordo per gli affari di Parma. Nulla si alterò per questo l'Augusto monarca, e perchè vi trovava anche egli per altri motivi il suo conto, lasciò al papa slegate le mani per uscir con riputazione da quell'imbroglio. Pertanto nel dì 29 d'aprile del presente anno in Roma furono sottoscritti dal papa e dal cardinale Tornone i capitoli dell'accordo, rapportati nelle Lettere de' Principi[Lettere de' Principi, tom. 2.], dall'Angeli[Angeli, Storia.]e dal Du-Mont[Du-Mont, Corps Diplomat.]. Portavano essi una tregua di due anni fra ilpontefice, ilre Cristianissimoe ilduca Ottavio. Che il papa ritirerebbe le sue milizie da Parma e dalla Mirandola, e resterebbe il duca in possesso di Parma. Che i cardinali Farnesi sarebbero rimessi in possesso de' lor beni, edOrazio Farnesenel ducato di Castro, con altre condizioni ch'io tralascio. Ma poco prima che si stabilisse questa concordia, giunse al pontefice la dolorosa nuova che Giambatista del Monte suo nipote e general delle sue armi, siccome giovane ardito e vago di gloria, in una scaramuccia sotto la Mirandola nel dì 14 d'aprile avea lasciata la vita: colpo nondimeno che con assai fortezza d'animo fu accolto dal pontefice zio.

Era stato riserbato luogo all'imperadore per accettar la suddetta sospension d'armi per conto di Parma e della Mirandola; nè sapendosi qual risoluzione fosse per prendere la maestà sua,don Ferrante Gonzagadal Piemonte spedì gente ed ordine aGian-Giacopo de Medicimarchese di Marignano, che continuasse le ostilità contro Parma, e si studiasse di occupare i forti intorno della Mirandola, che doveano essere abbandonati dalle soldatesche papaline. Se questo succedeva, era ridotta a tale la Mirandola,che poco potea stare a cadere in mano dell'imperadore. Ma non gli venne fatto, perchè appena Camillo Orsino cavò da que' forti le truppe della Chiesa, che i Franzesi e Mirandolesi, spalleggiati da molte fanterie assoldate per ordine del re daIppolito d'Este cardinal di Ferrara, e situate al forte di Quarantola, volarono a que' forti, e furiosamente li demolirono. Ratificò poscia l'imperadore la tregua suddetta, il che servì ad allontanar la guerra da Parma e dalla Mirandola, riducendosi essa in Piemonte, se non che restarono i presidii imperiali in Borgo San Donnino, Sissa, Noceto, Colorno e Castelguelfo, siccome ancora in Brescello, Montecchio e Castelnuovo, terre del duca di Ferrara. Per conto del Piemonte, dacchè fu rotta la pace, ed accorse colà don Ferrante Gonzaga, unitosi secoEmmanuel Filiberto, spiritoso principe di Piemonte, si diedero amendue a fermare i progressi del general franzesesignor di Brisach, che avea preso Saluzzo, Chieri, San Geminiano ed altri luoghi forti in quelle parti. S'impadronirono essi di Bra, e costrinsero i Franzesi a levar l'assedio di Cherasco. A riserva di due fortezze, riacquistarono anche il marchesato di Saluzzo. Ma venuti ordini dall'imperadore d'inviar parte di quelle milizie in Germania, indebolito il Gonzaga diede campo a' Franzesi di sottomettere il forte castello di Verrua, Crescentino e Ceva. Rinforzato dipoi il Gonzaga da altre milizie, ricuperò Ceva e San Martino; ma ebbe il dispiacere d'udir presa da' Franzesi la città d'Alba, e messo ivi un presidio di due mila fanti con abbondante copia di vettovaglia, senza ch'egli avesse tali forze da poterla ricuperare. Accortosi intanto il principe di Piemonte che la guerra in quelle parti si riduceva ad un giuoco ora di guadagnare ed ora di perdere qualche castello, giudicò meglio di tornarsene in Lamagna all'immediato servigio dell'imperadore, il quale, siccome diremo, si trovò in gravi pericoli ed affanni dell'anno presente; e però altrod'importanza non seguì per ora in Piemonte.

Priva non fu di novità in quest'anno la Toscana. Non si può negare: sarebbesi quasi potuto contar per un miracolo, seCarlo V, principe di sì gran potere, si fosse contentato de' tanti suoi regni e Stati, nè avesse nudrita in suo cuore l'ambizione, ossia la non mai saziabile voglia di accrescere l'autorità e i dominii: perchè questa passione si può in certa maniera chiamare l'anima di tutti i principi di qualsivoglia grado. Se questa è frenata dall'impotenza o dal timore in alcuni di essi, è bene sfrenata in altri, ma d'ordinario palliata con altri titoli, pretesti e manifesti, inventati per abbagliare, non già i saggi, ma il volgo ignorante. Dacchè entrò in Siena la guarnigione di Cesare, ad altro non si pensò che ad opprimere la libertà di quel popolo: al qual fine si applicarono i ministri cesarei a fabbricar ivi una fortezza, spiegandosi di far ciò per amorevol intenzione di dar la quiete alla per altro divisa ed inquieta cittadinanza. Così non l'intendevano i Sanesi; e però segretamente alcuni di essi cominciarono a manipolar un trattato di protezione conArrigo II redi Francia, il quale in materia d'ambizione vantaggiava di molto il regnante Augusto. Ebbero ordine i suoi ministri in Italia di dar tutta la mano, occorrendo, a questo affare. Guadagnato perciò da essiNiccola Orsinoconte di Pitigliano, unì egli in quel di Castro e nelle sue terre circa tre mila fanti; altri ancora se ne assoldarono alla Mirandola, affinchè accorressero al bisogno. Entrò nel mese di luglio l'Orsino nel distretto di Siena colle sue soldatesche, accompagnato da Enea Piccolomini e da Amerigo Amerighi. Dopo aver sollevato buon numero delle milizie forensi, si presentò alla porta Romana di Siena, chiedendo con grande strepito l'entrata. Il popolo, ch'era senza armi, nulla sulle prime rispose, onde il signor d'Alapa comandante in quella città degli Spagnuoli, de' quali si trovavano allorasolamente quattrocento in città, per essere stati inviati gli altri ad Orbitello e ad altre fortezze della Maremma, ebbe tempo di chiedere soccorso aCosimo duca di Firenze, principe che, innamorato di Siena, con grande accortezza vegliava a tutti i movimenti di quella città. Non bastò il piccolo rinforzo spedito da esso duca a trattenere i Sanesi; i quali a poco a poco aveano trovato dell'armi che non abbruciassero le porte, ed introducessero lo Orsino nella notte precedente al dì 26 di luglio, gridando ognuno ad alla voceLibertà. Espugnarono di poi San Domenico, dove s'erano afforzati gli Spagnuoli: con che vennero alle lor mani alquante artiglierie e molte munizioni, e furono obbligati gli Spagnuoli a ritirarsi nella non peranche compiuta cittadella, provveduta di poca vettovaglia. Accorsero intanto da varie parti i Franzesi: laonde il duca di Firenze, scorgendo troppo malagevole il salvar quella sdruscita nave, trattò d'accordo. Fu dunque convenuto che gli Spagnuoli si ritirassero dalla città, e restasse Siena in libertà sotto la protezion dell'imperadore, e che fossero licenziati i soldati stranieri, nè si potesse far sul Sanese raunata alcuna di gente contro dell'Augusto signore. Appena partiti di là gli Spagnuoli, fu smantellata la fortezza, e nulla eseguito della convenzion suddetta. Imperciocchè frateAmbrosio Cattarinodell'ordine de' Predicatori, vescovo di Minorica, invece di attendere al suo breviario e alla teologia, in cui si acquistò gran nome, tanto dipoi disse, che persuase al popolo di lasciar l'imperadore, e mettersi sotto la protezion della Francia: consiglio che fu poi la rovina di Siena. Mandò quel popolo quattro ambasciatori al re, uno de' quali fu Claudio Tolomei, poi vescovo di Curzola, persona di gran letteratura, i quali a nome della patria riconoscessero da lui la riacquistata libertà, e il pregassero del suo patrocinio. Accettò volontieri il re Arrigo la difesa de' Sanesi, e spedì colà per suo ministroIppolito d'Este cardinaldi Ferrara, e il signor di Termes, il duca di Somma e Giordano Orsino con quattro mila e cinquecento fanti, i quali accrebbero poscia le turbolenze in quelle parti. Occuparono gli Spagnuoli Orbitello, nè riuscì mai più ai Sanesi di ricuperarlo.

Era intanto minacciata al regno di Napoli un'orribil tempesta, perchè, continuando il re di Francia la detestabil sua intelligenza col sultano de' Turchi Solimano, tirò anche quest'anno la potenza di quel Barbaro addosso all'Italia. Concerto fu fatto che la flotta ottomana, forte di più di cento venti galee e d'altri legni, e comandata da Sinan bassà (che Pialaga vien chiamato dal Sardi) e dal corsaro Dragut, venisse verso Napoli ad unirsi colprincipe di Salerno. Fuoruscito di quel regno era esso principe, e con ventiquattro galee franzesi, e con quelle d'Algeri sotto il sangiacco Sola Rais, dovea portarsi colà, avendo fatto credere al re Arrigo d'avere in Napoli e nel regno tante intelligenze e parentele, che, al suo comparire, si rivolterebbe tutto esso regno, siccome stanco del governo cesareo. Questi non furono sogni di sfaccendati politici, ma verità comprovate dai fatti; laonde, torno a dirlo, non si sa come il Belcaire (il quale lasciò nella penna per ogni buon fine questo avvenimento) con altri scrittori franzesi avesse tanto animo da negar l'alleanza del re (poco in ciò Cristianissimo) col maggior nemico della Cristianità: alleanza che dovea fruttare ai Turchi nell'Ungheria, e ai Franzesi in Italia e altrove, perchè così si veniva a tener impegnate l'armi della casa d'Austria in più luoghi. Nel mese di luglio comparve la formidabil flotta turchesca nel mare di Sicilia, e, dopo aver depredate quelle coste ed abbruciata la città di Reggio in Calabria, venne danneggiando il lido di Pozzuolo, il Traietto e Nola, ed arse Procida, con gittar poi nel dì 13 d'esso mese le ancore all'isola di Ponza, distante quarantacinque miglia da Gaeta. In questo mentreAndrea Doriaavea imbarcati tre milafanti tedeschi per condurli alla difesa di Napoli, stante la notizia che dovea tendere colà lo sforzo de' Turchi. Mossesi egli da Genova con quaranta galee, senza sapere (come vuol l'Adriani) l'arrivo de' Turchi in queste parti. Scrivono altri che lo sapea, ed aver perciò ordinato ai piloti di girar ben lungi da Ponza una notte, sperando di passare senza licenza de' Turchi. Ma costoro se ne avvidero, e Dragut andò con alquanti suoi legni a fargli il chi va là. Allora il Doria, figurandosi che gli venisse addosso tutta la tanto superiore armata musulmana, diè volta per tornarsene a Genova: ma sette delle sue galee, che in forza di vele e di remi non uguagliavano le altre, caddero nelle branche di Dragut. V'erano dentro settecento Tedeschi. Il Madrucci lor colonnello condotto a Costantinopoli, ad intercessione di Michele Codegnac, residente alla Porta pel re di Francia, fu liberato; tante erano state le raccomandazioni d'alcuni cardinali per far cosa grata al cardinale di Trento di lui fratello. Avrebbe intanto dovuto tremare il papa e Roma al mirar in tanta vicinanza tante forze del gran nemico de' Cristiani; ma i ministri di Francia, consapevoli dei disegni del loro signore, assicurarono sua santità che la festa non era fatta per lo Stato pontificio: il che calmò ogni paura.

Non era già così pel popolo di Napoli, che dai luoghi eminenti andava contemplando quelle tante mezze lune, con apprensione continua di qualche sbarco. Quand'ecco all'improvviso nel dì 10 di agosto il generale de' Turchi si vide far vela verso Levante, e seppesi da lì ad alquanti giorni aver quell'annata passato lo stretto di Messina. Grande allegria sorse in Napoli, e insieme stupore, perchè ignota era la ragion di quella ritirata. Col tempo venne tutto in chiaro. Imperciocchè avea il re Arrigo spedito a Marsiglia ilprincipe di Salernocon ordine di montar sulla flotta franzese; ma perchè questa non potea così presto muoversi, esso principeinviò per terra Cesare Mormile fuoruscito di Napoli con lettere di credenza all'ammiraglio turchesco, per pregarlo che lo aspettasse. Giunto a Roma il Mormile, voltò casacca, e all'ambasciator cesareo fece conoscere, essere in sua mano il far partire la flotta ottomana, purchè fosse rimesso in grazia dell'imperadore, e gli fossero restituiti i suoi beni. Venne a donPietro di Toledovicerè la promessa e il salvocondotto; laonde ito egli travestito a Napoli, cavò da esso vicerè ducento mila scudi, dei quali fece un regalo al generale de' Turchi a nome del re di Francia, e, valendosi delle lettere di credenza, con mille ringraziamenti il mosse alla partenza. Arrivò poscia nel dì 18 di agosto nel golfo di Napoli il principe di Salerno, non già con sei galee franzesi, come ha il Campana, forse per errore di stampa, ma con ventisei, come scrivono il Sardi, il Summonte ed altri, nè trovando quivi i Turchi, ed informato del tiro fatto dal Mormile a' Franzesi, continuò il viaggio con isperanza di far tornare indietro la flotta infedele. La raggiunse alla Prevesa, ma nulla potè ottenere. E perciocchè era la stagione avanzata, ed egli sperava di menar seco i Turchi nell'anno vegnente, volle svernare a Scio con ammirazion di quei popoli, al veder legni colle insegne franzesi veleggiar ne' loro mari, non già per innalzare la fede cristiana, come anticamente si usava, ma per impetrar aiuti da loro ai danni de' cristiani. Portossi il principe di Salerno a Costantinopoli, dove con grandi finezze fu accolto da Solimano; tante leggierezze non di meno fece dipoi, che si screditò affatto, sebbene gli riuscì di far tornare que' Barbari contra del regno di Napoli nell'anno seguente.

Strepitose al maggior segno furono le scene della Germania in quest'anno. Mi dia licenza chi legge ch'io ne metta qui un breve abbozzo, sì perchè cogli affari d'Italia gran concatenazione aveano quei della Germania, e sì perchè le milizie italiane ebbero parte in quelleguerre, e vi si segnalarono molti nobili delle italiche contrade. Da niun saggio fu certamente commendata la severità diCarlo Augustonel ritener prigioneFilippo langravio d'Assia, e di ciò si lagnava forteMaurizio ducae nuovo elettor di Sassonia, perchè sotto la buona fede avea egli condotto esso langravio suocero suo a' piedi dell'imperadore, con riportarne la promessa della libertà; ma questa libertà non si vide mai più venire. Di tal ragione o pretesto valendosi egli, trattò fin l'anno addietro una lega colre di Francia, conGiorgio marchesedi Brandeburgo, conGiovanni Alberto ducaMechlemburgo, e conGuglielmofiglio dell'imprigionato langravio. Fu segnata questa lega nel giorno 15 di gennaio del presente anno, come consta dallo strumento riferito dal Du-Mont; e il motivo era di difendere la libertà della Germania, che si pretendeva oppressa dall'imperadore, e di procurare la liberazione del langravio. Il re di Francia prese il titolo di protettore della libertà germanica, e fece battere medaglie con questo titolo, che infine si risolveva in divenir protettore degli eretici. E, per non fallare ne' conti, si fece accordare dagli alleati, per principio di questa libertà, che a lui fosse permesso d'impadronirsi delle città libere ed imperiali di Metz, Tull e Verdun, e di ritenerle come vicario dell'imperio. Nello strumento suddetto il marchese di Brandeburgo contraente èGiorgio Federigo, laddove il Campana ed altri attribuiscono ciò almarchese Alberto, ben diverso dall'altro. Non mancò al duca Maurizio la taccia d'ingratitudine e di doppiezza in tal congiuntura, perchè dimentico di tanti benefizii a lui compartiti da Cesare, e perchè, nello stesso tempo ch'era dietro a tradirlo, gli scriveva le più affettuose lettere di attaccamento e fedeltà, dando insieme una somigliante pastura aFerdinando re de' Romani, il quale trattava con lui di accomodamento. Da questo lusinghevol canto addormentato l'imperadore, eravenuto ad Ispruch con poche soldatesche; quando Maurizio sul principio di aprile con poderoso esercito arrivò ad Augusta, e durò poca fatica a conquistarla, ed indi speditamente s'incamminò alla volta d'Ispruch, sollecitato dai suoi uffiziali, che gli diceano:Che bella caccia sarebbe la nostra, se potessimo coglier ivi il signor Carlo!Al che dicono che rispondesse Maurizio:Non ho gabbia sì grande da mettervi un augello sì grosso. Credeva l'Augusto Carlo che il passo della Chiusa terrebbe saldo; ma s'ingannò: laonde, udendo venire a gran passi il nemico, fu astretto, benchè infermo per la gotta, e in tempo di notte e piovoso, a fuggirsene frettolosamente in lettiga con parte de' suoi a piedi, lasciando indietro copioso bagaglio, che restò preda de' collegati: colpo ed affronto che se fosse sensibile alla maestà d'un sì grande e sì glorioso monarca, niuno ha bisogno che io gliel ricordi. Si ritirò egli dunque a Vilacco nella Carintia: nella qual congiuntura i Veneziani inviarono a fargli ogni maggior esibizione, con rinforzar poscia di gente i loro confini. Maurizio, conosciuto disperato il caso di raggiugnerlo, se ne tornò indietro, non capendo in sè stesso per la gloria d'aver come spinto fuor di Germania un imperadore. Fu cagione lo strepito ed avvicinamento di queste armi, ed armi di principi protestanti, che entrasse un gran terrore nei padri del concilio di Trento: e però nel di 28 d'aprile fu esso sciolto, e rimessane la continuazione a tempi più quieti e propizii.

Attese dipoi l'Augusto signore a cercar danari, a chiamar milizie dall'Italia e dalla Fiandra, e per lui ne raunò molteArrigo duca di Brunsvich, colle quali fermò alquanto i collegati. Ma quel che più gli giovò fu l'interposizione diFerdinando re de' Romani, che maneggiò con loro una tregua, e la stabilì, essendosi rimesso il trattato di più durevole accordo a una dieta da tenersi in Passavia. A questo si lasciò condurre il duca Maurizio con glialtri alleati, perchè poco stettero ad accorgersi cosa fosse la società leonina, e a ravvisar la sciocca loro risoluzione di essersi uniti col re franzese, a cui servivano di spalla, affinchè sotto l'ombra del bel titolo di difensore della Germania potesse spogliare a man salva la Germania medesima degli antichi suoi Stati. Gravissimi lamenti e minaccie per questo facevano gli altri elettori e principi dell'imperio, tanto contra di essi collegati, quanto contra delre Arrigo, a cui inviarono anche le lor doglianze e protestazioni. Ma il re si ridea di loro, e facea il fatto suo. Impadronitosi, nel dì 15 di aprile, della vasta e ricca città di Metz, e di quelle di Tullo e Verdun, passò a far da padrone in tutta la Lorena; tentò di soggiogare Argentina, ma non gli riuscì; rivolse dipoi l'armi contra il ducato di Lucemburgo, ed era per fare un netto degli Stati imperiali di qua dal Reno, se non seguiva nel dì primo d'agosto in Passavia l'accordo fra Cesare e i protestanti, colla liberazion del langravio di Assia, e con varii capitoli che a me non occorre di riferire. Ma gl'incauti Tedeschi, i quali aveano attaccato il fuoco al bosco, non ebbero la facilità medesima per ismorzarlo. Durante la tregua, nel tempo del suddetto maneggio,Albertoil giovane,marchese di Brandeburgo, figlio diCasimiro, avendo preso gusto al mestier di rapinare, con un esercito non già grande di numero, ma di cuor risoluto e bestiale, inferì un mondo di mali a varie parti della Germania, specialmente a Norimberga, ai vescovati di Bamberga ed Erbipoli, agli arcivescovati di Magonza e Treveri, a Vormazia e Spira, per tacere d'altri luoghi. Questo sì barbaro principe, dopo varie scene, nell'anno seguente a dì 9 di luglio ebbe una gran rotta da Maurizio duca ed elettor di Sassonia, per cui non alzò più la testa; ma in quel fatto d'armi lo stesso vincitore Maurizio ferito perdè la vita. Portossi dipoi l'Augusto Carlo verso la metà d'ottobre con potentissima oste all'assedio di Metz, la cuidifesa era raccomandata alduca di Guisa, trovandosi con luiAlfonso d'Este, fratello del duca di Ferrara,Orazio Farnese ducadi Castro, ePietro Strozzigenerale di gran credito. Tale fu essa difesa, essendo nella città una guarnigione di dieci mila fanti e di mille e cinquecento cavalli, che quantunque Cesare si ostinasse a tener ivi il campo sino al fine di dicembre, pure fu forzato infine a levarlo con sua non poca vergogna, e colla perdita dell'artiglieria e di almeno venti mila tra fanti e cavalli, che per li patimenti piuttostochè pel ferro perirono. La dura lezione data a questo glorioso monarca in Ispruch, e quest'altra anche più grave, fu poi creduto che influissero a fargli prendere la risoluzione di dare un calcio al mondo, riconosciuto da lui per teatro di troppo disgustevoli vicende.


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