MDLIX

MDLIXAnno diCristoMDLIX. IndizioneII.Paolo IVpapa 5.Pio IVpapa 1.Ferdinando Iimperadore 2.Potentissimo era in Inghilterra il partito de' cattolici, edElisabetta, per salire sul trono, avea incontrate delle difficoltà, ed altre ne prevedeva a dovervisi mantenere, perchè il re di FranciaArrigo IIsosteneva i diritti diMaria Stuardasua nuora, e il re di SpagnaFilippo IIvi aveva anch'egli non pochi interessi, con aver fatto proporre indarno l'accasamento di essa Elisabetta colduca di Savoia. Però la scaltra principessa, affine di assodarsi nel dominio, non tardò di ricorrere all'autorità dipapa Paolo IV, esibendogli ubbidienza per mezzo di Edoardo Carno, ambasciatore in Roma dellaregina Mariaa sua sorella defunta. La risposta del papa fu alta, con dire che il regno d'Inghilterra era feudo della Chiesa romana, e che Elisabetta per essere spuria, e trovarsi altri legittimi pretendenti a quel regno, non avea senza l'assenso della Sede apostolica dovuto assumere quel governo. Pertanto, che ella si rimettesse all'arbitrio del sommo pontefice, il quale da buon padre avrebbe fatto giustizia. Fu cagione questa dura ed inaspettata risposta che Elisabetta, considerando qual pericolo a lei soprastasse in aderendo al papa, si precipitasse nel partito degli eretici, stabilisse in Inghilterra lo scisma della Chiesa cattolica, e si desse poi a perseguitare i seguaci della Chiesa romana. Però non c'è volta che io rifletta a questo lagrimevole avvenimento, che non mi senta venir freddo, sembrandomi pure, siccome ad altri sembrò, che se allora nella cattedra di San Pietro fosse seduto un pontefice più prudente, più discreto, più amorevole, da cui si fosse accolta con buon cuore l'offerta d'Elisabetta, come portava il bisogno della religione, al cui solo vantaggio dovea mirare un pontefice romano,senza entrare in dispute degli altrui o de' proprii terreni diritti, si sarebbe verisimilmente conservata la fede cattolica fra gl'Inglesi, nè avrebbe la vera Chiesa di Dio perduto un sì florido regno. Quello certamente non era il tempo da sfoderar pretensioni rancide, e da voler fare il distributore di regni, perchè troppa mutazione era seguita per conto dell'autorità esercitata ne' secoli addietro dai romani pontefici, e massimamente dappoichè Elisabetta avea, dal consenso de' popoli, ricevuta quella corona. E si ha un bel dire che quella principessa si finse cattolica in addietro, e portò seco l'eresia sul trono. Per cattolica a buon conto ella si facea credere, e tale forse la credette la regina Maria, che più degli altri era obbligata a saperlo; e la stessa Elisabetta si fece coronare da un vescovo cattolico, e non da' luterani o calvinisti, e sul principio professò la religion cattolica. In ogni caso, quand'anche ella avesse dipoi volte le spalle al cattolicismo, se il papa sulle prime avesse fatto il possibile per guadagnarla, e trattenerla dal gittarsi in braccio ai nemici della Chiesa romana, si sarebbe rovesciata tutta sopra di lei la colpa, e non già sopra un pontefice che dal canto suo nulla avesse tralasciato per salvarla da sì deplorabil eccesso. Ma il male è fatto, e noi non abbiamo che da adorare i sempre giusti giudizii di Dio, ancorchè non ne sappiamo intendere le occulte cifre.Nel gennaio del presente anno fece papa Paolo una gagliarda risoluzione, per cui si acquistò gran credito presso tutti i saggi. Per tanto tempo in addietro niuno avea osato di parlargli francamente in male de' suoi nipoti, nè di scoprirgli la lor prepotenza, e gl'inganni da loro usati colla santità sua, che certamente furono creduti non pochi. S'ha da eccettuare ilduca di Guisache prima di partirsi da Roma gliene avea fatto un bel ritratto, ma nulla giovò. Volendo un altro dì ilcardinal Paciecoscusareun fallo delcardinal del Monte, il papa, alzando la voce, gridò:Riforma, riforma. Al che rispose il Pacieco:Molto bene riforma, padre santo; ma questa dovrebbe cominciare da noi. Tacque il pontefice, e riflettendo su quelnoi, si avvisò ch'egli avesse voluto ferire i nipoti suoi; ma non per questo ne profittò. Credesi che l'ultima mano venisse dall'ambasciator di Firenze, che, interrogato dal papa perchè sì di rado venisse all'udienza, francamente rispose, provenir ciò dai suoi nipoti, che gli serravano la porta in faccia, se prima non ispiegava loro le commissioni del principe suo. Ossia per questo, oppure che fosse messa nel breviario del papa una polizza indicante più d'un misfatto dei Caraffi; certo è che finalmente aprì gli occhi il deluso pontefice, e, dopo essersi informato di tutto, nel pubblico concistoro deplorò gli scandali avvenuti per colpa d'essi nipoti senza conoscenza e consenso suo; privò ilcardinaledella legazion di Bologna, del generalato ilconte di Montorio, e ilmarchese di Montebellod'ogni suo grado; e licenziatili tutti colle lor famiglie da Roma, li mandò a' confini, chi in un luogo e chi in un altro. Quindi rimosse dal governo tutti coloro che dipendevano da essi suoi nipoti, e diede buon sesto non meno alla corte che agli uffizii, istituendo specialmente una congregazione che fu appellata del buon governo. Elesse ancoraCamillo Orsinoper soprintendente agli affari, personaggio di gran vaglia e prudenza, con cui comunicando i cardinali quanto occorreva, da lì innanzi il governo prese un ben regolato sistema. Meritò senza fallo gran lode, come eroico, questo atto del papa, perchè se non rimediava ai mali già fatti, gl'impediva almeno per l'avvenire. Tuttavia nulla questo servì per mitigar l'odio che gli portava il popolo, il quale, interpretando in male il bene, spacciava cacciati dal papa unicamente i nipoti per iscusar sè stesso dei disordini passati, quasi che a lui non fosse stato notissimoil principio e progresso delle passate guerre, e non si fosse egli tanto interessato per ingrandire i nipoti, trattando poi con tale altura i cardinali, che niuno ardiva mai di contraddirgli. Aggiugnevano inoltre che s'egli conosceva e detestava tanti loro delitti, avrebbe anche dovuto più rigorosamente gastigarli. Per conto poi dell'odio de' Romani, questo nasceva dalle molte gravezze loro imposte ed aspramente riscosse, e molto più dall'incredibil rigore che lo zelante pontefice professava contra di chiunque o era o veniva sospettato reo d'eresia fra i cattolici. A questo fine fu egli il primo che ispirasse apapa Paolo IIId'istituire in Roma il tribunale dell'inquisizione, e il primo ancora che in essa città facesse fabbricar le carceri di esso tribunale, con eleggere alcuni cardinali che conoscessero le cause di eresia. Perciò poco si stette a veder piene di gente quelle prigioni. Dappertutto erano spie, facili le accuse, e bastavano i sospetti, perchè si venisse alla cattura. Nè ardiva alcuno di parlare di quel soverchio rigore, nè di raccomandare, per paura d'essere preso per fautore d'eretici. Gli stessi porporati tremavano per l'esempio delcardinal Morone. Tanto più ancora crebbero i lamenti, perchè da quel tribunale si cominciò a procedere anche per inquisizione contro delitti non pertinenti alla religione, e soliti a decidersi dai giudici ordinarii, bastando le accuse segrete. Questa novità mise di mal umore il popolo di Roma, non avvezzo a tanta severità, parendo loro che in tutto questo apparisse soverchia indiscretezza, e niuno, per innocente che fosse, potesse tenersi sicuro. Pubblicò inoltre il pontefice in questo anno, a dì 15 di febbraio, una fulminante bolla contra de' cattolici che cadessero in eresia, confermando le pene già imposte da altri, colla giunta d'altre maggiori, stendendole a qualsivoglia grado di persone, e neppure esentando gli stessi sommi pontefici: punto che, benesaminato, può cagionar del ribrezzo, se non anche dell'orrore. Per altro, negar non si può ch'erano in questi tempi in gran voga l'eresie oltramontane, e serpeggiavano per tutte le provincie cattoliche, di modo che la stessa Italia non fu interamente intatta da quel veleno. Il perchè ai pastori della Chiesa conveniva di star più che mai all'erta, e di adoperar del rigore, il quale allora è solamente biasimevole che passa in eccesso.Trattavasi alla gagliarda di pace oltramonti, e primieramenteArrigo II re di Franciadal canto suo, eMaria Stuarda reginadi Scozia, moglie diFrancesco delfinodi Francia, la conchiusero nel dì 2 di aprile conElisabetta, riconosciuta da essi per regina d'Inghilterra, facendo per bene de' loro Stati ciò che il pontefice non avea saputo fare per bene della religione. Le particolarità di tal concordia si possono leggere negli strumenti rapportati dal Du-Mont[Du-Mont, Corps Diplomat.]. Nel susseguente dì 3 d'aprile fu medesimamente stipulata la pace fra essore di FranciaeFilippo II redi Spagna, per cui seguì il matrimonio diElisabettafiglia del re Cristianissimo col re Cattolico, e l'altro diMargheritasorella del re Arrigo suddetto conEmmanuel Filiberto ducadi Savoia. Detestarono i Franzesi una tal pace, tenendola per vergognosa e pregiudiziale ai diritti della corona. Vantaggiosa, per lo contrario, riuscì al duca di Savoia; se non che quei gran politici d'allora aveano per uso di lasciar nelle concordie sempre qualche coda e seme di discordia. Cioè fu bene accordata le restituzion pacifica ad esso duca della Savoia, del Piemonte e di tutti gli altri suoi Stati, ma con volere il re di Francia ritenere per tre anni avvenire il possesso di Torino, Chieri, Pinerolo, Civasco e Villanuova di Asti, affinchè si ventilassero in quel mentre i diritti pretesi dal re perLuigiaavola sua: il che era un accordar colle parole e negar coi fatti la restituzione intera diquegli Stati. E forse confidavano i Franzesi di trovare ragioni o pretesti per non restituire neppur dopo quel tempo le piazze suddette. Aveano anche promessa i medesimi agl'Inglesi la restituzion di Cales fra otto anni, eppure in lor cuore pensavano di ritener per sempre quella città. Per altro al duca fu dato il libero possesso e dominio della Savoia e dei restanti luoghi del Piemonte. Profittò parimente d'essa paceCosimo ducadi Firenze; perciocchè in vigor della medesima i Franzesi rinunziarono alla protezion de' Sanesi fuorusciti dalla lor patria ed abitanti in Montalcino, e a tutti i luoghi da lor posseduti in quella contrada, e se n'andarono con Dio. Abbandonati in tal guisa que' Sanesi, e trovandosi impotenti a cozzar colle forze del duca di Firenze, a lui infine si sottomisero: con che tutte le dipendenze di Siena vennero in potere di lui, eccettochè i porti della Maremma, che il re di Spagna dianzi avea riservati alla sua corona. Sul fine poi d'agosto il re Filippo, dopo avere restituita la quiete ai Fiamminghi, e lasciato il governo di que' paesi aMargherita duchessa di Parmae sorella sua, andò ad imbarcarsi, e con una numerosa flotta di vascelli se ne ritornò in Ispagoa.Alla pace suddetta con segni immensi di giubilo fecero plauso tutti i popoli cristiani; ma da Parigi specialmente si lasciò la briglia all'allegria per li due matrimonii suddetti della figlia e sorella del reArrigo II. Fra le altre solenni feste il re stesso accompagnato dadonno Alfonso d'Este, principe ereditario di Ferrara, daFrancesco duca di Lorenae daIacopo duca di Nemoursvolle per tre giorni mantenere una giostra, esercizio cavalleresco, di cui egli sommamente si dilettava. Ne' due primi giorni riportò egli il premio della vittoria, e nel terzo avea fatto lo stesso; quando, non per anche sazio di rompere lancie, forzò il capitan delle sue guardie, chiamato Orges, oppure Gabriello signor di Mongomery Scozzese, a correre contra di lui. Ruppesi l'astadello Scozzese in varie schegge; e siccome il re al dispetto delle preghiere dei suoi più cari non avea voluto allacciar la visiera dell'elmetto, così avvenne che una di quelle scheggie andò a conficcarsegli sopra l'occhio destro, con penetrare sino al cervello: lagrimevole spettacolo, accaduto alla presenza diCaterina de Medici reginasua moglie, dei principi suoi figliuoli e di un gran teatro di nobiltà. Dalla grave ferita nacque un interno apostema, per cui egli tratto fu a morte nel dì 10 di luglio, con estremo cordoglio di tutti i suoi popoli. A lui succedette nel regnoFrancesco IIsuo primogenito, in età allora di sedici anni: età non per anche abile al governo, nè a tenere in freno l'ambizione de' grandi, nè a reprimere l'ardire dell'eresia calviniana, che già avea cominciato a prendere gran piede in quelle parti. Però sotto di lui ebbe principio la civile discordia, madre di tante guerre che per assaissimi anni dipoi lacerarono quel nobilissimo regno, e diedero fomento all'eresia che sempre più si dilatò.Anche in Italia venne a morte nel presente annopapa Paolo IV. Era egli pervenuto all'età di ottantaquattro anni, colla mente nondimeno sempre vegeta e sempre applicata al governo. Ma si cominciò ad unire colla decrepitezza la idropisia. Durava in lui un continuo affanno per le iniquità commesse dai suoi nipoti non meno in Roma, che per tutto lo Stato della Chiesa, e che di mano in mano egli andava intendendo per li ricorsi di chiunque era stato offeso, giacchè si era aperta la porta alle doglianze di ognuno. Avviso infine gli giunse che ilconte di Montorio, il quale tuttavia si facea chiamare duca di Palliano, e stava relegato a Gallese, avea fatto uccidere la duchessa sua moglie gravida, per sospetti d'indecente commercio d'essa con Martino Capece, ancorchè questi, o pugnalato, o fatto morir nel tormento della corda, ed ella parimente, protestassero la loro innocenza, ed appellassero altribunale di Dio. Risaputa questa crudeltà dall'infermo pontefice, fu creduto che accelerasse la, per altro vicina, morte. Ma il cardinal Pallavicino, che cita il processo, ci fa sapere succeduta l'uccision della moglie nella sede vacante. Morì egli nel dì 18 d'agosto (l'iscrizione posta al sepolcro suo il fa morto nel dì 15 di esso mese, contro la testimonianza degli autori contemporanei), lasciando la memoria sua non già in desiderio, ma in abborrimento pel suo governo, a cui la gente dava il nome di tirannico. Abbiamo la vita di lui scritta dai padri Antonio Caracciolo, Silos, Castaldi, Oldoino, per tacer d'altri, che ci rappresentarono in profilo il di lui volto, con farci vedere tutto il bello de' suoi pregi dall'una parte, e lasciando ascoso il difettoso dall'altra. Con pennello più giusto formarono il di lui ritratto Onofrio Panvinio, Mambrino Roseo e il cardinal Pallavicino, a' quali rimetto il lettore. A me basterà di dire che non mancarono belle dotti e virtù a questo sì religioso e zelante pontefice, ma ch'esse rimasero offuscate dal troppo odio ch'egli portò agli Spagnuoli e all'augusta casa d'Austria, e dal troppo amore verso de' proprii nipoti. Il suo gran fuoco congiunto con un'alta stima di sè medesimo non gli lasciavano quasi mai cogliere il punto di mezzo fra il difetto e l'eccesso; e però anche nelle belle azioni di lui si desiderò sovente la moderazione, si trovò soverchio il rigore, dal quale si scostarono dipoi i saggi suoi successori, conoscendo che la troppa severità rende odiosa la stessa religione, e che, all'incontro, le fa decoro la clemenza, adoperata a luogo e tempo.Qual fosse intanto l'animo del popolo romano verso di questo pontefice, poco si stette a conoscerlo. Era egli tuttavia in vita, ma vita ridotta agli estremi, quando esso popolo si mosse a furore, attizzato anche da alcuni grandi che maggiormente si teneano per offesi dal papa. Corsero costoro alle carceri pubbliche, netrassero i prigioni, che erano da quattrocento. Data indi volta a Ripetta, dove era il palazzo della sacra inquisizione, e, rimesso in libertà chiunque ivi si trovava detenuto prigione (e moltissimi ve n'erano da lunghissimo tempo neppure esaminati), bruciarono tutti i processi, e in ultimo una parte del palazzo stesso. Dio preservò in quella congiuntura ilcardinal Alessandrino Ghislieri, capo d'essa inquisizione, per farne poi un pontefice degno d'essere onorato sui sacri altari. Se non accorrevanoMarcantonio ColonnaeGiuliano Cesarinial convento dei domenicani alla Minerva, e non fermavano la pazza furia del popolo sdegnato contro di que' religiosi, anch'esso verisimilmente soggiaceva a gravissimi insulti. Quindi passò quel torrente al Campidoglio, dove restò atterrata e rotta la statua eretta ivi in onor del pontefice, e ne fu strascinato il capo per la città. Ma quel che vieppiù diede a divedere il pubblico odio, fu un bando pubblicato dallo stesso senato romano, che si dovessero cancellare ed abbattere tutte le memorie dei Caraffeschi: il che in poche ore fu eseguito. Dodici giorni dopo la morte del papa, restò calmato ogni movimento del popolo per cura de' cardinali e dei nobili più saggi. Marcantonio Colonna in tal congiuntura ricuperò Palliano, e Gian-Francesco da Bagno tentò di riavere il suo marchesato di Montebello. Terminate le esequie del defunto pontefice, e pacificata Roma, nel dì 5 di settembre si chiusero in conclave i cardinali, dando principio alle lor battaglie per l'elezione di un altro. Nobil risoluzione fatta da loro, e autenticata da giuramento, fu quella con cui s'obbligò chiunque riuscisse papa di riaprire il concilio generale, e di levar dalla Chiesa gli abusi e le corruttele introdotte dalla negligenza o malvagità de' secoli barbarici: al che con tutto il suo zelo s'era poco applicato il precedente pontefice. Durarono le dispute de' porporati sino alla notte precedente il santo giorno del Natale del Signore, in cui restò concordementeelettoGiovanni Angelo de Medici, cardinale di Santa Prisca, il qual prese il nome diPio IV. Di lui parleremo all'anno seguente. Venne a morte ancora in quest'anno a' dì 3 di ottobreErcole II ducadi Ferrara, le cui virtù e gloriose azioni furono da me accennate nelle Antichità Estensi[Antichità Estensi, P. II.]. Trovavasi allora alla corte del re di Franciadon Alfonsoprimogenito suo, e non sì tosto ebbe intesa la morte del padre, che preso congedo dalre Francesco II, andò ad imbarcarsi a Marsiglia, e, giunto a Livorno, passò dipoi a Ferrara, dove nel dì 26 di novembre fece la sua solenne entrata fra le giulive acclamazioni del popolo suo. Finì inoltre i suoi giorni nel dì 17 di agostoLorenzo de' Priulidoge di Venezia, a cui nel dì primo di settembre fu sostituitoGirolamo de' Priulisuo fratello.

Potentissimo era in Inghilterra il partito de' cattolici, edElisabetta, per salire sul trono, avea incontrate delle difficoltà, ed altre ne prevedeva a dovervisi mantenere, perchè il re di FranciaArrigo IIsosteneva i diritti diMaria Stuardasua nuora, e il re di SpagnaFilippo IIvi aveva anch'egli non pochi interessi, con aver fatto proporre indarno l'accasamento di essa Elisabetta colduca di Savoia. Però la scaltra principessa, affine di assodarsi nel dominio, non tardò di ricorrere all'autorità dipapa Paolo IV, esibendogli ubbidienza per mezzo di Edoardo Carno, ambasciatore in Roma dellaregina Mariaa sua sorella defunta. La risposta del papa fu alta, con dire che il regno d'Inghilterra era feudo della Chiesa romana, e che Elisabetta per essere spuria, e trovarsi altri legittimi pretendenti a quel regno, non avea senza l'assenso della Sede apostolica dovuto assumere quel governo. Pertanto, che ella si rimettesse all'arbitrio del sommo pontefice, il quale da buon padre avrebbe fatto giustizia. Fu cagione questa dura ed inaspettata risposta che Elisabetta, considerando qual pericolo a lei soprastasse in aderendo al papa, si precipitasse nel partito degli eretici, stabilisse in Inghilterra lo scisma della Chiesa cattolica, e si desse poi a perseguitare i seguaci della Chiesa romana. Però non c'è volta che io rifletta a questo lagrimevole avvenimento, che non mi senta venir freddo, sembrandomi pure, siccome ad altri sembrò, che se allora nella cattedra di San Pietro fosse seduto un pontefice più prudente, più discreto, più amorevole, da cui si fosse accolta con buon cuore l'offerta d'Elisabetta, come portava il bisogno della religione, al cui solo vantaggio dovea mirare un pontefice romano,senza entrare in dispute degli altrui o de' proprii terreni diritti, si sarebbe verisimilmente conservata la fede cattolica fra gl'Inglesi, nè avrebbe la vera Chiesa di Dio perduto un sì florido regno. Quello certamente non era il tempo da sfoderar pretensioni rancide, e da voler fare il distributore di regni, perchè troppa mutazione era seguita per conto dell'autorità esercitata ne' secoli addietro dai romani pontefici, e massimamente dappoichè Elisabetta avea, dal consenso de' popoli, ricevuta quella corona. E si ha un bel dire che quella principessa si finse cattolica in addietro, e portò seco l'eresia sul trono. Per cattolica a buon conto ella si facea credere, e tale forse la credette la regina Maria, che più degli altri era obbligata a saperlo; e la stessa Elisabetta si fece coronare da un vescovo cattolico, e non da' luterani o calvinisti, e sul principio professò la religion cattolica. In ogni caso, quand'anche ella avesse dipoi volte le spalle al cattolicismo, se il papa sulle prime avesse fatto il possibile per guadagnarla, e trattenerla dal gittarsi in braccio ai nemici della Chiesa romana, si sarebbe rovesciata tutta sopra di lei la colpa, e non già sopra un pontefice che dal canto suo nulla avesse tralasciato per salvarla da sì deplorabil eccesso. Ma il male è fatto, e noi non abbiamo che da adorare i sempre giusti giudizii di Dio, ancorchè non ne sappiamo intendere le occulte cifre.

Nel gennaio del presente anno fece papa Paolo una gagliarda risoluzione, per cui si acquistò gran credito presso tutti i saggi. Per tanto tempo in addietro niuno avea osato di parlargli francamente in male de' suoi nipoti, nè di scoprirgli la lor prepotenza, e gl'inganni da loro usati colla santità sua, che certamente furono creduti non pochi. S'ha da eccettuare ilduca di Guisache prima di partirsi da Roma gliene avea fatto un bel ritratto, ma nulla giovò. Volendo un altro dì ilcardinal Paciecoscusareun fallo delcardinal del Monte, il papa, alzando la voce, gridò:Riforma, riforma. Al che rispose il Pacieco:Molto bene riforma, padre santo; ma questa dovrebbe cominciare da noi. Tacque il pontefice, e riflettendo su quelnoi, si avvisò ch'egli avesse voluto ferire i nipoti suoi; ma non per questo ne profittò. Credesi che l'ultima mano venisse dall'ambasciator di Firenze, che, interrogato dal papa perchè sì di rado venisse all'udienza, francamente rispose, provenir ciò dai suoi nipoti, che gli serravano la porta in faccia, se prima non ispiegava loro le commissioni del principe suo. Ossia per questo, oppure che fosse messa nel breviario del papa una polizza indicante più d'un misfatto dei Caraffi; certo è che finalmente aprì gli occhi il deluso pontefice, e, dopo essersi informato di tutto, nel pubblico concistoro deplorò gli scandali avvenuti per colpa d'essi nipoti senza conoscenza e consenso suo; privò ilcardinaledella legazion di Bologna, del generalato ilconte di Montorio, e ilmarchese di Montebellod'ogni suo grado; e licenziatili tutti colle lor famiglie da Roma, li mandò a' confini, chi in un luogo e chi in un altro. Quindi rimosse dal governo tutti coloro che dipendevano da essi suoi nipoti, e diede buon sesto non meno alla corte che agli uffizii, istituendo specialmente una congregazione che fu appellata del buon governo. Elesse ancoraCamillo Orsinoper soprintendente agli affari, personaggio di gran vaglia e prudenza, con cui comunicando i cardinali quanto occorreva, da lì innanzi il governo prese un ben regolato sistema. Meritò senza fallo gran lode, come eroico, questo atto del papa, perchè se non rimediava ai mali già fatti, gl'impediva almeno per l'avvenire. Tuttavia nulla questo servì per mitigar l'odio che gli portava il popolo, il quale, interpretando in male il bene, spacciava cacciati dal papa unicamente i nipoti per iscusar sè stesso dei disordini passati, quasi che a lui non fosse stato notissimoil principio e progresso delle passate guerre, e non si fosse egli tanto interessato per ingrandire i nipoti, trattando poi con tale altura i cardinali, che niuno ardiva mai di contraddirgli. Aggiugnevano inoltre che s'egli conosceva e detestava tanti loro delitti, avrebbe anche dovuto più rigorosamente gastigarli. Per conto poi dell'odio de' Romani, questo nasceva dalle molte gravezze loro imposte ed aspramente riscosse, e molto più dall'incredibil rigore che lo zelante pontefice professava contra di chiunque o era o veniva sospettato reo d'eresia fra i cattolici. A questo fine fu egli il primo che ispirasse apapa Paolo IIId'istituire in Roma il tribunale dell'inquisizione, e il primo ancora che in essa città facesse fabbricar le carceri di esso tribunale, con eleggere alcuni cardinali che conoscessero le cause di eresia. Perciò poco si stette a veder piene di gente quelle prigioni. Dappertutto erano spie, facili le accuse, e bastavano i sospetti, perchè si venisse alla cattura. Nè ardiva alcuno di parlare di quel soverchio rigore, nè di raccomandare, per paura d'essere preso per fautore d'eretici. Gli stessi porporati tremavano per l'esempio delcardinal Morone. Tanto più ancora crebbero i lamenti, perchè da quel tribunale si cominciò a procedere anche per inquisizione contro delitti non pertinenti alla religione, e soliti a decidersi dai giudici ordinarii, bastando le accuse segrete. Questa novità mise di mal umore il popolo di Roma, non avvezzo a tanta severità, parendo loro che in tutto questo apparisse soverchia indiscretezza, e niuno, per innocente che fosse, potesse tenersi sicuro. Pubblicò inoltre il pontefice in questo anno, a dì 15 di febbraio, una fulminante bolla contra de' cattolici che cadessero in eresia, confermando le pene già imposte da altri, colla giunta d'altre maggiori, stendendole a qualsivoglia grado di persone, e neppure esentando gli stessi sommi pontefici: punto che, benesaminato, può cagionar del ribrezzo, se non anche dell'orrore. Per altro, negar non si può ch'erano in questi tempi in gran voga l'eresie oltramontane, e serpeggiavano per tutte le provincie cattoliche, di modo che la stessa Italia non fu interamente intatta da quel veleno. Il perchè ai pastori della Chiesa conveniva di star più che mai all'erta, e di adoperar del rigore, il quale allora è solamente biasimevole che passa in eccesso.

Trattavasi alla gagliarda di pace oltramonti, e primieramenteArrigo II re di Franciadal canto suo, eMaria Stuarda reginadi Scozia, moglie diFrancesco delfinodi Francia, la conchiusero nel dì 2 di aprile conElisabetta, riconosciuta da essi per regina d'Inghilterra, facendo per bene de' loro Stati ciò che il pontefice non avea saputo fare per bene della religione. Le particolarità di tal concordia si possono leggere negli strumenti rapportati dal Du-Mont[Du-Mont, Corps Diplomat.]. Nel susseguente dì 3 d'aprile fu medesimamente stipulata la pace fra essore di FranciaeFilippo II redi Spagna, per cui seguì il matrimonio diElisabettafiglia del re Cristianissimo col re Cattolico, e l'altro diMargheritasorella del re Arrigo suddetto conEmmanuel Filiberto ducadi Savoia. Detestarono i Franzesi una tal pace, tenendola per vergognosa e pregiudiziale ai diritti della corona. Vantaggiosa, per lo contrario, riuscì al duca di Savoia; se non che quei gran politici d'allora aveano per uso di lasciar nelle concordie sempre qualche coda e seme di discordia. Cioè fu bene accordata le restituzion pacifica ad esso duca della Savoia, del Piemonte e di tutti gli altri suoi Stati, ma con volere il re di Francia ritenere per tre anni avvenire il possesso di Torino, Chieri, Pinerolo, Civasco e Villanuova di Asti, affinchè si ventilassero in quel mentre i diritti pretesi dal re perLuigiaavola sua: il che era un accordar colle parole e negar coi fatti la restituzione intera diquegli Stati. E forse confidavano i Franzesi di trovare ragioni o pretesti per non restituire neppur dopo quel tempo le piazze suddette. Aveano anche promessa i medesimi agl'Inglesi la restituzion di Cales fra otto anni, eppure in lor cuore pensavano di ritener per sempre quella città. Per altro al duca fu dato il libero possesso e dominio della Savoia e dei restanti luoghi del Piemonte. Profittò parimente d'essa paceCosimo ducadi Firenze; perciocchè in vigor della medesima i Franzesi rinunziarono alla protezion de' Sanesi fuorusciti dalla lor patria ed abitanti in Montalcino, e a tutti i luoghi da lor posseduti in quella contrada, e se n'andarono con Dio. Abbandonati in tal guisa que' Sanesi, e trovandosi impotenti a cozzar colle forze del duca di Firenze, a lui infine si sottomisero: con che tutte le dipendenze di Siena vennero in potere di lui, eccettochè i porti della Maremma, che il re di Spagna dianzi avea riservati alla sua corona. Sul fine poi d'agosto il re Filippo, dopo avere restituita la quiete ai Fiamminghi, e lasciato il governo di que' paesi aMargherita duchessa di Parmae sorella sua, andò ad imbarcarsi, e con una numerosa flotta di vascelli se ne ritornò in Ispagoa.

Alla pace suddetta con segni immensi di giubilo fecero plauso tutti i popoli cristiani; ma da Parigi specialmente si lasciò la briglia all'allegria per li due matrimonii suddetti della figlia e sorella del reArrigo II. Fra le altre solenni feste il re stesso accompagnato dadonno Alfonso d'Este, principe ereditario di Ferrara, daFrancesco duca di Lorenae daIacopo duca di Nemoursvolle per tre giorni mantenere una giostra, esercizio cavalleresco, di cui egli sommamente si dilettava. Ne' due primi giorni riportò egli il premio della vittoria, e nel terzo avea fatto lo stesso; quando, non per anche sazio di rompere lancie, forzò il capitan delle sue guardie, chiamato Orges, oppure Gabriello signor di Mongomery Scozzese, a correre contra di lui. Ruppesi l'astadello Scozzese in varie schegge; e siccome il re al dispetto delle preghiere dei suoi più cari non avea voluto allacciar la visiera dell'elmetto, così avvenne che una di quelle scheggie andò a conficcarsegli sopra l'occhio destro, con penetrare sino al cervello: lagrimevole spettacolo, accaduto alla presenza diCaterina de Medici reginasua moglie, dei principi suoi figliuoli e di un gran teatro di nobiltà. Dalla grave ferita nacque un interno apostema, per cui egli tratto fu a morte nel dì 10 di luglio, con estremo cordoglio di tutti i suoi popoli. A lui succedette nel regnoFrancesco IIsuo primogenito, in età allora di sedici anni: età non per anche abile al governo, nè a tenere in freno l'ambizione de' grandi, nè a reprimere l'ardire dell'eresia calviniana, che già avea cominciato a prendere gran piede in quelle parti. Però sotto di lui ebbe principio la civile discordia, madre di tante guerre che per assaissimi anni dipoi lacerarono quel nobilissimo regno, e diedero fomento all'eresia che sempre più si dilatò.

Anche in Italia venne a morte nel presente annopapa Paolo IV. Era egli pervenuto all'età di ottantaquattro anni, colla mente nondimeno sempre vegeta e sempre applicata al governo. Ma si cominciò ad unire colla decrepitezza la idropisia. Durava in lui un continuo affanno per le iniquità commesse dai suoi nipoti non meno in Roma, che per tutto lo Stato della Chiesa, e che di mano in mano egli andava intendendo per li ricorsi di chiunque era stato offeso, giacchè si era aperta la porta alle doglianze di ognuno. Avviso infine gli giunse che ilconte di Montorio, il quale tuttavia si facea chiamare duca di Palliano, e stava relegato a Gallese, avea fatto uccidere la duchessa sua moglie gravida, per sospetti d'indecente commercio d'essa con Martino Capece, ancorchè questi, o pugnalato, o fatto morir nel tormento della corda, ed ella parimente, protestassero la loro innocenza, ed appellassero altribunale di Dio. Risaputa questa crudeltà dall'infermo pontefice, fu creduto che accelerasse la, per altro vicina, morte. Ma il cardinal Pallavicino, che cita il processo, ci fa sapere succeduta l'uccision della moglie nella sede vacante. Morì egli nel dì 18 d'agosto (l'iscrizione posta al sepolcro suo il fa morto nel dì 15 di esso mese, contro la testimonianza degli autori contemporanei), lasciando la memoria sua non già in desiderio, ma in abborrimento pel suo governo, a cui la gente dava il nome di tirannico. Abbiamo la vita di lui scritta dai padri Antonio Caracciolo, Silos, Castaldi, Oldoino, per tacer d'altri, che ci rappresentarono in profilo il di lui volto, con farci vedere tutto il bello de' suoi pregi dall'una parte, e lasciando ascoso il difettoso dall'altra. Con pennello più giusto formarono il di lui ritratto Onofrio Panvinio, Mambrino Roseo e il cardinal Pallavicino, a' quali rimetto il lettore. A me basterà di dire che non mancarono belle dotti e virtù a questo sì religioso e zelante pontefice, ma ch'esse rimasero offuscate dal troppo odio ch'egli portò agli Spagnuoli e all'augusta casa d'Austria, e dal troppo amore verso de' proprii nipoti. Il suo gran fuoco congiunto con un'alta stima di sè medesimo non gli lasciavano quasi mai cogliere il punto di mezzo fra il difetto e l'eccesso; e però anche nelle belle azioni di lui si desiderò sovente la moderazione, si trovò soverchio il rigore, dal quale si scostarono dipoi i saggi suoi successori, conoscendo che la troppa severità rende odiosa la stessa religione, e che, all'incontro, le fa decoro la clemenza, adoperata a luogo e tempo.

Qual fosse intanto l'animo del popolo romano verso di questo pontefice, poco si stette a conoscerlo. Era egli tuttavia in vita, ma vita ridotta agli estremi, quando esso popolo si mosse a furore, attizzato anche da alcuni grandi che maggiormente si teneano per offesi dal papa. Corsero costoro alle carceri pubbliche, netrassero i prigioni, che erano da quattrocento. Data indi volta a Ripetta, dove era il palazzo della sacra inquisizione, e, rimesso in libertà chiunque ivi si trovava detenuto prigione (e moltissimi ve n'erano da lunghissimo tempo neppure esaminati), bruciarono tutti i processi, e in ultimo una parte del palazzo stesso. Dio preservò in quella congiuntura ilcardinal Alessandrino Ghislieri, capo d'essa inquisizione, per farne poi un pontefice degno d'essere onorato sui sacri altari. Se non accorrevanoMarcantonio ColonnaeGiuliano Cesarinial convento dei domenicani alla Minerva, e non fermavano la pazza furia del popolo sdegnato contro di que' religiosi, anch'esso verisimilmente soggiaceva a gravissimi insulti. Quindi passò quel torrente al Campidoglio, dove restò atterrata e rotta la statua eretta ivi in onor del pontefice, e ne fu strascinato il capo per la città. Ma quel che vieppiù diede a divedere il pubblico odio, fu un bando pubblicato dallo stesso senato romano, che si dovessero cancellare ed abbattere tutte le memorie dei Caraffeschi: il che in poche ore fu eseguito. Dodici giorni dopo la morte del papa, restò calmato ogni movimento del popolo per cura de' cardinali e dei nobili più saggi. Marcantonio Colonna in tal congiuntura ricuperò Palliano, e Gian-Francesco da Bagno tentò di riavere il suo marchesato di Montebello. Terminate le esequie del defunto pontefice, e pacificata Roma, nel dì 5 di settembre si chiusero in conclave i cardinali, dando principio alle lor battaglie per l'elezione di un altro. Nobil risoluzione fatta da loro, e autenticata da giuramento, fu quella con cui s'obbligò chiunque riuscisse papa di riaprire il concilio generale, e di levar dalla Chiesa gli abusi e le corruttele introdotte dalla negligenza o malvagità de' secoli barbarici: al che con tutto il suo zelo s'era poco applicato il precedente pontefice. Durarono le dispute de' porporati sino alla notte precedente il santo giorno del Natale del Signore, in cui restò concordementeelettoGiovanni Angelo de Medici, cardinale di Santa Prisca, il qual prese il nome diPio IV. Di lui parleremo all'anno seguente. Venne a morte ancora in quest'anno a' dì 3 di ottobreErcole II ducadi Ferrara, le cui virtù e gloriose azioni furono da me accennate nelle Antichità Estensi[Antichità Estensi, P. II.]. Trovavasi allora alla corte del re di Franciadon Alfonsoprimogenito suo, e non sì tosto ebbe intesa la morte del padre, che preso congedo dalre Francesco II, andò ad imbarcarsi a Marsiglia, e, giunto a Livorno, passò dipoi a Ferrara, dove nel dì 26 di novembre fece la sua solenne entrata fra le giulive acclamazioni del popolo suo. Finì inoltre i suoi giorni nel dì 17 di agostoLorenzo de' Priulidoge di Venezia, a cui nel dì primo di settembre fu sostituitoGirolamo de' Priulisuo fratello.


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