MDLVIAnno diCristoMDLVI. IndizioneXIV.Paolo IVpapa 2.Carlo Vimperadore 38.Già fitto era il chiodo: l'imperador Carlo Vavea risoluto di dare un calcio al mondo, per ritirarsi a goder tranquillamente que' pochi giorni di vita che Dio volea lasciargli; e pochi appunto gliene prometteva la troppo afflitta sua sanità[Belcaire. Manenti. Campana. Surio, ed altri]. Solamente il riteneva il dover lasciare ilre Filipposuo figlio giovane fra i tumulti e pericoli della guerra, che viva tuttavia si manteneva co' Franzesi. Tanto perciò s'affaticarono i mediatori, che nel dì 5 di febbraio si conchiuse, per opera specialmente delcardinal Polo, una tregua di cinque anni fra esso imperadore e il figlio da una parte, edArrigo IIre di Francia dall'altra: con che i contraenti ritenessero pacificamente tutto quel che restava in mano loro sì nel Piemonte come in Toscana. Leggesi lo strumento d'essa tregua presso il Du-Mont[Du-Mont, Corps Diplomat.]e presso altri autori, i quali giudicarono appartenere tal atto al febbraio dell'anno precedente 1555, senza badare che il 1555 della data dovette essere secondo l'anno fiorentino e veneto, terminante nel dì 25 di marzo dell'anno presente. Certo è che tal atto s'ha da riferire a quest'anno, dappoichè si sa che per tutto l'anno precedente durò la guerra fra que' potentati; e il Belcaire, il Sardi, l'Adriani, il Manenti e il Surio, autori contemporanei, e l'Angeli, Mambrino Roseo, lo Spondano ed altri ci assicurano della conchiusion d'essa tregua nel febbraio di quest'anno. Allora fu che l'Augusto Carlo passò all'esecuzione del suo memorabil disegno; perciocchè nel dì 6 del mese suddetto assiso in trono col re Filippo figlio alla destra, perchè re d'Inghilterra, e alla presenza delle due vedove sue sorelle, cioè diLeonoragià regina di Francia, e diMariagià regina d'Ungheria, delduca di Savoia, dichiarato governator de' Paesi Bassi, e d'infinita nobiltà, fece un'ampia rinunzia di tutti i suoi regni al figlio, tanto del vecchio che del nuovo mondo. Non gli restò se non il titolo cesareo e l'amministrazione dell'imperio; ma, giunto al settembre, pensò ancora di deporre questo peso, e però inviò lo scettro e la corona imperiale aFerdinando I rede' Romani, d'Ungheria e Boemia, suo fratello, a lui rinunziando ogni suo diritto, con pregar nello stesso tempo gli elettori di approvar questa sua cessione. Non l'approvò giàpapa Paolo IV, con pretendere che senza sua espressa licenza non si potesse venire alla rinunzia di sì gran dignità; e sì forti lettere ne scrisse agli elettori, che solamente poi nel 1558 fu esso Ferdinando riconosciuto e proclamato da tutti imperadore. Questa durezza del papa fu attribuita al mal animo suo verso la casa di Austria, laddove altri la chiamavano un giusto zelo per sostenere l'antica autorità dei romani pontefici nell'elezion degli Augusti. Ma se Carlo Augusto non volea più quella dignità, avea senza falloessa a cadere in chi era re de' Romani, e la morte civile di lui, in tal caso, operava ciò che la naturale. Pertanto verso il fine di settembre il magnanimo Carlo, non più re, non più imperadore, accompagnato dalle sorelle, passò per mare in Ispagna, dove tosto cominciò a conoscere il presente suo stato pel poco concorso de' grandi ad ossequiarlo, e per la difficoltà di riscuotere la pensione di cento mila scudi, ch'egli s'era riserbato. Poscia nel dì 24 di febbraio dell'anno seguente, giorno suo natalizio e propizio, entrò nel monistero di San Giusto dei monaci di san Girolamo, posto ne' confini della Castiglia e del Portogallo, non lungi da Piacenza, luogo delizioso da lui fabbricato e scelto gran tempo prima, con dar l'ultimo addio alle umane grandezze, affine di meditar le altre vere ed incomparabilmente maggiori che Dio fa sperare nell'altra vita ai suoi servi. Al suo servigio non ritenne se non dodici persone, impiegando poscia il tempo in orazioni, limosine ed altre opere di pietà.Per la tregua suddetta gran festa si fece da' popoli cristiani, figurandosi ognuno di dover da lì innanzi respirare dai tanti passati guai; ma così non l'intendeva il papa, o, per dir meglio, i suoi nipoti, vogliosi troppo di romperla con gli odiati Spagnuoli. Secondo l'annalista pontifizio Rinaldi, nel dì 19 d'aprile espose il pontefice la risoluzion sua di spedire due cardinali legati, l'uno aFilippo redi Spagna e d'Inghilterra, e l'altro adArrigo II redi Francia, per trattar di pace. Che questo fosse un burlarsi del sacro collegio, i fatti lo dimostrarono. Imperciocchè, oltre all'aversi il papa avuto per male che senza di lui si fosse conchiusa quella tregua, ilcardinal Caraffa, inviato in Francia, altro non operò che di spargere, invece di acqua, olio sul fuoco, incitando quella corte alla guerra, ad assistere al papa contro il regno di Napoli, con farne credere facile l'acquisto per la corona di Francia. Nè poco servi a maggiormente alterar l'animodel pontefice il parlar alto de ministri spagnuoli, e l'avere fra le altre cose il marchese di Sarria ambasciatore del re di Spagna forzata un giorno una porta di Roma per uscirne senza licenza dei dominanti Caraffi. Il perchè nel dì 27 di luglio il papa, siccome avvisato delle disposizioni del re Cristianissimo in suo favore, cominciò gli atti giudiciali contra del re di Spagna, per dichiararlo decaduto dal regno di Napoli, ossia per censi non pagati, ossia per insulti fatti o vicini a farsi contro dello Stato pontifizio dal duca d'Alva, il quale era passato a Napoli per cagion di questi rumori, con aver lasciato al governo di Milano ilcardinal di Trento Madrucci, il giovanemarchese di PescaraeGiam-Batista Castaldo, che andarono poi poco d'accordo. Non erano ignoti al re Filippo i maneggi del pontefice in Francia, e tanto più perchè il legato destinato per lui era anch'egli passato a Parigi; e già chiaramente ognuno scorgeva la disposizion de' Caraffi a non voler pace, ma guerra. Che con doppiezza camminasse la segreteria pontificia in questi negoziati, mostrando in pubblico brame di pace, e tutto il contrario nelle cifre segrete, bastantemente l'accenna il celebre cardinal Pallavicino[Pallavicino, Storia del Concilio di Trento.]. Per queste cagioni il re Filippo non perdè tempo ad assicurarsi con delle promesse e con dei benefizii diCosimo duca di Firenzee diOttavio Farnese duca di Parma. Infatti nel dì 15 di settembre rilasciò esso monarca al duca di Parma la città e il distretto di Piacenza, ritenendo solamente in sua mano la cittadella; e questo senza pregiudizio delle ragioni cesaree sopra quella città e sopra il Parmigiano. Restituì anche a lui la città di Novara, ma non il castello, e al cardinal Farnese le rendite dell'arcivescovato di Monreale in Sicilia. Lo strumento di tal cessione fu pubblicato nel 1727 dal senatore Cola[Cola, Apologia dei diritti imperiali su Parma e Piacenza.], ed insieme la convenzionsegreta, per cui si dichiarava che il re concedeva in feudo essa Piacenza e parte del territorio di Parma al duca, con altre particolarità ed atti che quivi si possono leggere. Avendo perciò il duca Ottavio abbandonato il partito franzese, ed abbracciato lo spagnuolo, dal re di Francia fu chiamato il più ingrato uomo del mondo. Peggio ben fece il papa, che fulminò contra di lui molti monitorii, e tentò anche di torgli Castro, ma non potè.Mandò poscia il re Cattolico ordine alduca d'Alvadi procurare, se mai potea, d'indurre colle buone il pontefice Paolo alla pace; e, se no, di fargli guerra. Tentò indarno il vicerè di ammansare lo inferocito papa, da cui anche fu incarcerato Pietro Loffredo, mandato a lui per trattare d'accordo; e però diè di piglio all'armi, acciocchè si ottenesse col terrore ciò che non si potea in miglior forma conseguire. A ciò ancora fu consigliato dal riflesso di prevenir gli aiuti che altronde potesse il papa aspettare, oltre al vantaggio di far guerra piuttosto in casa altrui che nella propria. Raunato dunque a San Germano l'esercito suo composto di quattro mila Spagnuoli veterani, di otto mila Italiani, di trecento uomini d'arme, e di mille e ducento cavalli (altri scrivono meno), nel principio di settembre entrò nello Stato ecclesiastico, ed ebbe tosto Pontecorvo, Frosinone, Veroli, Alatri, Piperno, Terracina ed altri luoghi, prendendone il possesso a nome non giù del suo re, ma del papa futuro e del sacro collegio. Erano in Anagni ottocento fanti di guarnigione; appena cominciarono a mirar lo squarcio che faceano le artiglierie spagnuole nelle mura, che la notte del dì 15 di settembre si ritirarono per le montagne a Palliano, Tivoli e Roma. Presa nel dì seguente l'abbandonata città, fu messa a sacco. Così Valmontone, Palestrina e Segna volontariamente si arrenderono. In tantoMarcantonio Colonnacon ottocento cavalli faceva scorrerie sino alleporte di Roma, città per la cui difesa aveaCamillo Orsinogià fatti molti ripari di bastioni, spianate ed altre fortificazioni; e ilduca d'Urbino, benchè non più generale della Chiesa, avea spedito Aurelio Fregoso con mille e cinquecento fanti, e s'erano armati sei mila Romani sotto Alessandro Colonna, oltre all'avere il senato formata una compagnia di cento venti nobili per guardia della persona del papa. Colà ancora giunsero due mila Guasconi inviati dal re di Francia. Poscia i cittadini di Tivoli, non amando di essere assediati, si diedero al vicerè, in cui potere ancora vennero Vicovaro, Nettuno, Marino ed altri luoghi. Dopo tali acquisti, sopraggiunte le pioggie autunnali, diede il duca d'Alva alquanto di riposo alle affaticate milizie, per rinovare in questo tempo le pratiche della pace. Ma il papa neppur volea sentirsene parlare, se prima non erano restituiti i luoghi presi; e quanti cardinali s'interposero con buone maniere per fargli gustare il dolce della concordia, rimasero delusi nelle loro speranze; perchè se un progetto proposto piaceva in una ora, troppo da lì a poco dispiaceva. Prese dunque il vicerè la risoluzion di passare all'assedio di Ostia, o, per dir meglio, della rocca d'Ostia, poichè per conto di quella picciola città, albergo di soli pescatori, non potea essa fare difesa. Era quella rocca e castello una buona fortezza con soda muraglia, bastioni e terrapieni, fiancheggiata da due torri a tramontana e a mezzogiorno. Entro v'era Orazio dello Sbirro, valoroso giovane romano, che con poco più di cento fanti animosi tal resistenza fece, che, ripulsati più volte gli assalti dei nemici con grave lor danno, fu vicino a far ritirare il vicerè con confusione e vergogna. Pure essa rocca finalmente si rendè: il che servì poscia ad impedire il passaggio delle vettovaglie a Roma, non senza grave danno e lamento del popolo romano, il quale per la fame e per gli aggravii o accresciuti o inventati di nuovo dal ponteficeper far danari, che asprissimamente si esigevano, e per gl'immensi danni recati ai lor beni in tanti luoghi, mormoravano forte, ma a mezza bocca, di questa guerra.Per quanto poi si studiasse il duca d'Alva, dopo aver messe a' quartieri di inverno le sue truppe, di ridurre il pontefice a qualche onesto accordo, interponendovisi anche i ministri della repubblica veneta, e si abboccasse per questo eziandio colcardinal Caraffa(poichè questa guerra fatta era appunto, a udir gli Spagnuoli, per ottener la pace, e per questa speranza esso vicerè non aveva angustiata maggiormente Roma, come avrebbe potuto), il trovò sempre più cocciuto e più saldo d'una torre nel suo proponimento di guerra. E ciò perchè sedotto dall'una parte dai nipoti, ed animato dall'altra dai cardinali franzesi di Tornone e di Lorena, plenipotenziarii del re Arrigo, per mezzo de' quali fu conchiusa una lega nel dì 15 di settembre (seppur non fu in altro tempo), in cui si obbligò il re di difendere con mano forte il papa. Il Campana e il Summonte nella Storia di Napoli, rapportano i capitoli d'essa alleanza. Stentò il re non poco a prendere questo impegno per varie ragioni, e massimamente perchè troppo recente era la tregua col re di Spagna. Ma il papa gli levò di cuore gli scrupoli con assolverlo dal giuramento: laonde ilre Arrigo, dopo aver fatto, senza alcun profitto, pregare ilre Filippodi desistere dalle offese del papa, la cui oppressione egli non potea sofferire, diede ordine che ilduca di Guisasi allestisse per passare il più presto possibile in Italia con un'armata in soccorso del pontefice. Tante preghiere ancora, promesse e minaccie adoperarono il papa e i Franzesi conErcole II ducadi Ferrara, pretendendolo obbligato a difendere il papa in questo stato di cose, ch'egli si lasciò avviluppare in questa lega col bell'onore di dover egli prendere il titolo di capitan generale, ed avere il comando di tutta l'armata gallo-pontifizia.Fu anche guerra in quest'anno ai confini della Marca coll'Abbruzzo, dove s'era portato don Antonio Caraffa marchese di Montebello con alcune fanterie per assicurar la città d'Ascoli. Don Francesco di Loffredo governatore di esso Abbruzzo fece una scorreria sullo Stato ecclesiastico sino ad Acquaviva; e, all'incontro, don Antonio prese Contraguerra, ma fu ben presto forzato a ritirarsi ad Ascoli, perchè il Loffredo ingrossato s'era mosso coll'artiglieria, minacciando fin la stessa città d'Ascoli. Intanto seguì fra il duca d'Alva e il cardinal Caraffa, creduto da molti simulatamente desideroso di concordia, una tregua di quaranta giorni, colla libertà del commercio per quel tempo; e questa affinchè si potessero comunicare al re di Spagna i progetti di pace dati per parte del papa, ossia del cardinale. Il principale articolo era, che si restituissero ai Colonnesi le lor terre e castella, e che, per reintegrare don Giovanni Caraffa della perdita di quegli Stati, gli si desse la città di Siena colle sue dipendenze: cambio e boccone che veramente sarebbe riuscito assai saporito al pontifizio nipote. Quando fosse vera la proposta di esso cambio (e per vera infatti vien essa creduta dagli storici, e asserita fin dallo stesso Rinaldi), questo era un far intendere anche ai meno accorti che la guerra non era per altro fatta e mantenuta dal papa, che per l'ingrandimento della propria casa. Fu biasimato per la tregua suddetta il Cardinal Caraffa, chiamato dal vescovo Belcaire uomo torbido e stolido, perchè lasciò spalancata la porta al duca d'Alva, ritirato a Napoli, di provvedere di vettovaglie e munizioni i luoghi conquistati: il che, durante il verno, non gli sarebbe riuscito, se fossero continuate le ostilità. Ma tornava in pro del cardinale questo ripiego, perchè dava tempo al duca di Guisa e all'esercito franzese di penetrare in Italia, ed egli intanto sperava di tirar altri principi nella lega pontificia. Venne a morte in quest'anno neldì 2 di giugnoFrancesco Venierodoge di Venezia, che nel dì 14 d'esso mese ebbe per successore in quella dignitàLorenzo Priuli.
Già fitto era il chiodo: l'imperador Carlo Vavea risoluto di dare un calcio al mondo, per ritirarsi a goder tranquillamente que' pochi giorni di vita che Dio volea lasciargli; e pochi appunto gliene prometteva la troppo afflitta sua sanità[Belcaire. Manenti. Campana. Surio, ed altri]. Solamente il riteneva il dover lasciare ilre Filipposuo figlio giovane fra i tumulti e pericoli della guerra, che viva tuttavia si manteneva co' Franzesi. Tanto perciò s'affaticarono i mediatori, che nel dì 5 di febbraio si conchiuse, per opera specialmente delcardinal Polo, una tregua di cinque anni fra esso imperadore e il figlio da una parte, edArrigo IIre di Francia dall'altra: con che i contraenti ritenessero pacificamente tutto quel che restava in mano loro sì nel Piemonte come in Toscana. Leggesi lo strumento d'essa tregua presso il Du-Mont[Du-Mont, Corps Diplomat.]e presso altri autori, i quali giudicarono appartenere tal atto al febbraio dell'anno precedente 1555, senza badare che il 1555 della data dovette essere secondo l'anno fiorentino e veneto, terminante nel dì 25 di marzo dell'anno presente. Certo è che tal atto s'ha da riferire a quest'anno, dappoichè si sa che per tutto l'anno precedente durò la guerra fra que' potentati; e il Belcaire, il Sardi, l'Adriani, il Manenti e il Surio, autori contemporanei, e l'Angeli, Mambrino Roseo, lo Spondano ed altri ci assicurano della conchiusion d'essa tregua nel febbraio di quest'anno. Allora fu che l'Augusto Carlo passò all'esecuzione del suo memorabil disegno; perciocchè nel dì 6 del mese suddetto assiso in trono col re Filippo figlio alla destra, perchè re d'Inghilterra, e alla presenza delle due vedove sue sorelle, cioè diLeonoragià regina di Francia, e diMariagià regina d'Ungheria, delduca di Savoia, dichiarato governator de' Paesi Bassi, e d'infinita nobiltà, fece un'ampia rinunzia di tutti i suoi regni al figlio, tanto del vecchio che del nuovo mondo. Non gli restò se non il titolo cesareo e l'amministrazione dell'imperio; ma, giunto al settembre, pensò ancora di deporre questo peso, e però inviò lo scettro e la corona imperiale aFerdinando I rede' Romani, d'Ungheria e Boemia, suo fratello, a lui rinunziando ogni suo diritto, con pregar nello stesso tempo gli elettori di approvar questa sua cessione. Non l'approvò giàpapa Paolo IV, con pretendere che senza sua espressa licenza non si potesse venire alla rinunzia di sì gran dignità; e sì forti lettere ne scrisse agli elettori, che solamente poi nel 1558 fu esso Ferdinando riconosciuto e proclamato da tutti imperadore. Questa durezza del papa fu attribuita al mal animo suo verso la casa di Austria, laddove altri la chiamavano un giusto zelo per sostenere l'antica autorità dei romani pontefici nell'elezion degli Augusti. Ma se Carlo Augusto non volea più quella dignità, avea senza falloessa a cadere in chi era re de' Romani, e la morte civile di lui, in tal caso, operava ciò che la naturale. Pertanto verso il fine di settembre il magnanimo Carlo, non più re, non più imperadore, accompagnato dalle sorelle, passò per mare in Ispagna, dove tosto cominciò a conoscere il presente suo stato pel poco concorso de' grandi ad ossequiarlo, e per la difficoltà di riscuotere la pensione di cento mila scudi, ch'egli s'era riserbato. Poscia nel dì 24 di febbraio dell'anno seguente, giorno suo natalizio e propizio, entrò nel monistero di San Giusto dei monaci di san Girolamo, posto ne' confini della Castiglia e del Portogallo, non lungi da Piacenza, luogo delizioso da lui fabbricato e scelto gran tempo prima, con dar l'ultimo addio alle umane grandezze, affine di meditar le altre vere ed incomparabilmente maggiori che Dio fa sperare nell'altra vita ai suoi servi. Al suo servigio non ritenne se non dodici persone, impiegando poscia il tempo in orazioni, limosine ed altre opere di pietà.
Per la tregua suddetta gran festa si fece da' popoli cristiani, figurandosi ognuno di dover da lì innanzi respirare dai tanti passati guai; ma così non l'intendeva il papa, o, per dir meglio, i suoi nipoti, vogliosi troppo di romperla con gli odiati Spagnuoli. Secondo l'annalista pontifizio Rinaldi, nel dì 19 d'aprile espose il pontefice la risoluzion sua di spedire due cardinali legati, l'uno aFilippo redi Spagna e d'Inghilterra, e l'altro adArrigo II redi Francia, per trattar di pace. Che questo fosse un burlarsi del sacro collegio, i fatti lo dimostrarono. Imperciocchè, oltre all'aversi il papa avuto per male che senza di lui si fosse conchiusa quella tregua, ilcardinal Caraffa, inviato in Francia, altro non operò che di spargere, invece di acqua, olio sul fuoco, incitando quella corte alla guerra, ad assistere al papa contro il regno di Napoli, con farne credere facile l'acquisto per la corona di Francia. Nè poco servi a maggiormente alterar l'animodel pontefice il parlar alto de ministri spagnuoli, e l'avere fra le altre cose il marchese di Sarria ambasciatore del re di Spagna forzata un giorno una porta di Roma per uscirne senza licenza dei dominanti Caraffi. Il perchè nel dì 27 di luglio il papa, siccome avvisato delle disposizioni del re Cristianissimo in suo favore, cominciò gli atti giudiciali contra del re di Spagna, per dichiararlo decaduto dal regno di Napoli, ossia per censi non pagati, ossia per insulti fatti o vicini a farsi contro dello Stato pontifizio dal duca d'Alva, il quale era passato a Napoli per cagion di questi rumori, con aver lasciato al governo di Milano ilcardinal di Trento Madrucci, il giovanemarchese di PescaraeGiam-Batista Castaldo, che andarono poi poco d'accordo. Non erano ignoti al re Filippo i maneggi del pontefice in Francia, e tanto più perchè il legato destinato per lui era anch'egli passato a Parigi; e già chiaramente ognuno scorgeva la disposizion de' Caraffi a non voler pace, ma guerra. Che con doppiezza camminasse la segreteria pontificia in questi negoziati, mostrando in pubblico brame di pace, e tutto il contrario nelle cifre segrete, bastantemente l'accenna il celebre cardinal Pallavicino[Pallavicino, Storia del Concilio di Trento.]. Per queste cagioni il re Filippo non perdè tempo ad assicurarsi con delle promesse e con dei benefizii diCosimo duca di Firenzee diOttavio Farnese duca di Parma. Infatti nel dì 15 di settembre rilasciò esso monarca al duca di Parma la città e il distretto di Piacenza, ritenendo solamente in sua mano la cittadella; e questo senza pregiudizio delle ragioni cesaree sopra quella città e sopra il Parmigiano. Restituì anche a lui la città di Novara, ma non il castello, e al cardinal Farnese le rendite dell'arcivescovato di Monreale in Sicilia. Lo strumento di tal cessione fu pubblicato nel 1727 dal senatore Cola[Cola, Apologia dei diritti imperiali su Parma e Piacenza.], ed insieme la convenzionsegreta, per cui si dichiarava che il re concedeva in feudo essa Piacenza e parte del territorio di Parma al duca, con altre particolarità ed atti che quivi si possono leggere. Avendo perciò il duca Ottavio abbandonato il partito franzese, ed abbracciato lo spagnuolo, dal re di Francia fu chiamato il più ingrato uomo del mondo. Peggio ben fece il papa, che fulminò contra di lui molti monitorii, e tentò anche di torgli Castro, ma non potè.
Mandò poscia il re Cattolico ordine alduca d'Alvadi procurare, se mai potea, d'indurre colle buone il pontefice Paolo alla pace; e, se no, di fargli guerra. Tentò indarno il vicerè di ammansare lo inferocito papa, da cui anche fu incarcerato Pietro Loffredo, mandato a lui per trattare d'accordo; e però diè di piglio all'armi, acciocchè si ottenesse col terrore ciò che non si potea in miglior forma conseguire. A ciò ancora fu consigliato dal riflesso di prevenir gli aiuti che altronde potesse il papa aspettare, oltre al vantaggio di far guerra piuttosto in casa altrui che nella propria. Raunato dunque a San Germano l'esercito suo composto di quattro mila Spagnuoli veterani, di otto mila Italiani, di trecento uomini d'arme, e di mille e ducento cavalli (altri scrivono meno), nel principio di settembre entrò nello Stato ecclesiastico, ed ebbe tosto Pontecorvo, Frosinone, Veroli, Alatri, Piperno, Terracina ed altri luoghi, prendendone il possesso a nome non giù del suo re, ma del papa futuro e del sacro collegio. Erano in Anagni ottocento fanti di guarnigione; appena cominciarono a mirar lo squarcio che faceano le artiglierie spagnuole nelle mura, che la notte del dì 15 di settembre si ritirarono per le montagne a Palliano, Tivoli e Roma. Presa nel dì seguente l'abbandonata città, fu messa a sacco. Così Valmontone, Palestrina e Segna volontariamente si arrenderono. In tantoMarcantonio Colonnacon ottocento cavalli faceva scorrerie sino alleporte di Roma, città per la cui difesa aveaCamillo Orsinogià fatti molti ripari di bastioni, spianate ed altre fortificazioni; e ilduca d'Urbino, benchè non più generale della Chiesa, avea spedito Aurelio Fregoso con mille e cinquecento fanti, e s'erano armati sei mila Romani sotto Alessandro Colonna, oltre all'avere il senato formata una compagnia di cento venti nobili per guardia della persona del papa. Colà ancora giunsero due mila Guasconi inviati dal re di Francia. Poscia i cittadini di Tivoli, non amando di essere assediati, si diedero al vicerè, in cui potere ancora vennero Vicovaro, Nettuno, Marino ed altri luoghi. Dopo tali acquisti, sopraggiunte le pioggie autunnali, diede il duca d'Alva alquanto di riposo alle affaticate milizie, per rinovare in questo tempo le pratiche della pace. Ma il papa neppur volea sentirsene parlare, se prima non erano restituiti i luoghi presi; e quanti cardinali s'interposero con buone maniere per fargli gustare il dolce della concordia, rimasero delusi nelle loro speranze; perchè se un progetto proposto piaceva in una ora, troppo da lì a poco dispiaceva. Prese dunque il vicerè la risoluzion di passare all'assedio di Ostia, o, per dir meglio, della rocca d'Ostia, poichè per conto di quella picciola città, albergo di soli pescatori, non potea essa fare difesa. Era quella rocca e castello una buona fortezza con soda muraglia, bastioni e terrapieni, fiancheggiata da due torri a tramontana e a mezzogiorno. Entro v'era Orazio dello Sbirro, valoroso giovane romano, che con poco più di cento fanti animosi tal resistenza fece, che, ripulsati più volte gli assalti dei nemici con grave lor danno, fu vicino a far ritirare il vicerè con confusione e vergogna. Pure essa rocca finalmente si rendè: il che servì poscia ad impedire il passaggio delle vettovaglie a Roma, non senza grave danno e lamento del popolo romano, il quale per la fame e per gli aggravii o accresciuti o inventati di nuovo dal ponteficeper far danari, che asprissimamente si esigevano, e per gl'immensi danni recati ai lor beni in tanti luoghi, mormoravano forte, ma a mezza bocca, di questa guerra.
Per quanto poi si studiasse il duca d'Alva, dopo aver messe a' quartieri di inverno le sue truppe, di ridurre il pontefice a qualche onesto accordo, interponendovisi anche i ministri della repubblica veneta, e si abboccasse per questo eziandio colcardinal Caraffa(poichè questa guerra fatta era appunto, a udir gli Spagnuoli, per ottener la pace, e per questa speranza esso vicerè non aveva angustiata maggiormente Roma, come avrebbe potuto), il trovò sempre più cocciuto e più saldo d'una torre nel suo proponimento di guerra. E ciò perchè sedotto dall'una parte dai nipoti, ed animato dall'altra dai cardinali franzesi di Tornone e di Lorena, plenipotenziarii del re Arrigo, per mezzo de' quali fu conchiusa una lega nel dì 15 di settembre (seppur non fu in altro tempo), in cui si obbligò il re di difendere con mano forte il papa. Il Campana e il Summonte nella Storia di Napoli, rapportano i capitoli d'essa alleanza. Stentò il re non poco a prendere questo impegno per varie ragioni, e massimamente perchè troppo recente era la tregua col re di Spagna. Ma il papa gli levò di cuore gli scrupoli con assolverlo dal giuramento: laonde ilre Arrigo, dopo aver fatto, senza alcun profitto, pregare ilre Filippodi desistere dalle offese del papa, la cui oppressione egli non potea sofferire, diede ordine che ilduca di Guisasi allestisse per passare il più presto possibile in Italia con un'armata in soccorso del pontefice. Tante preghiere ancora, promesse e minaccie adoperarono il papa e i Franzesi conErcole II ducadi Ferrara, pretendendolo obbligato a difendere il papa in questo stato di cose, ch'egli si lasciò avviluppare in questa lega col bell'onore di dover egli prendere il titolo di capitan generale, ed avere il comando di tutta l'armata gallo-pontifizia.Fu anche guerra in quest'anno ai confini della Marca coll'Abbruzzo, dove s'era portato don Antonio Caraffa marchese di Montebello con alcune fanterie per assicurar la città d'Ascoli. Don Francesco di Loffredo governatore di esso Abbruzzo fece una scorreria sullo Stato ecclesiastico sino ad Acquaviva; e, all'incontro, don Antonio prese Contraguerra, ma fu ben presto forzato a ritirarsi ad Ascoli, perchè il Loffredo ingrossato s'era mosso coll'artiglieria, minacciando fin la stessa città d'Ascoli. Intanto seguì fra il duca d'Alva e il cardinal Caraffa, creduto da molti simulatamente desideroso di concordia, una tregua di quaranta giorni, colla libertà del commercio per quel tempo; e questa affinchè si potessero comunicare al re di Spagna i progetti di pace dati per parte del papa, ossia del cardinale. Il principale articolo era, che si restituissero ai Colonnesi le lor terre e castella, e che, per reintegrare don Giovanni Caraffa della perdita di quegli Stati, gli si desse la città di Siena colle sue dipendenze: cambio e boccone che veramente sarebbe riuscito assai saporito al pontifizio nipote. Quando fosse vera la proposta di esso cambio (e per vera infatti vien essa creduta dagli storici, e asserita fin dallo stesso Rinaldi), questo era un far intendere anche ai meno accorti che la guerra non era per altro fatta e mantenuta dal papa, che per l'ingrandimento della propria casa. Fu biasimato per la tregua suddetta il Cardinal Caraffa, chiamato dal vescovo Belcaire uomo torbido e stolido, perchè lasciò spalancata la porta al duca d'Alva, ritirato a Napoli, di provvedere di vettovaglie e munizioni i luoghi conquistati: il che, durante il verno, non gli sarebbe riuscito, se fossero continuate le ostilità. Ma tornava in pro del cardinale questo ripiego, perchè dava tempo al duca di Guisa e all'esercito franzese di penetrare in Italia, ed egli intanto sperava di tirar altri principi nella lega pontificia. Venne a morte in quest'anno neldì 2 di giugnoFrancesco Venierodoge di Venezia, che nel dì 14 d'esso mese ebbe per successore in quella dignitàLorenzo Priuli.