MDLVII

MDLVIIAnno diCristoMDLVII. IndizioneXV.Paolo IVpapa 3.Carlo Vimperadore 39.Aveano nell'anno addietro, tanto il re di Francia, per mezzo del cardinal di Lorena, quanto il papa colla spedizione di Gian-Francesco Commendone, tentato d'indurre la repubblica veneta a collegarsi con loro contro degli Spagnuoli. Dalla parte ancora di Filippo re di Spagna una pari istanza aveano fatto Francesco Vargas e Marino Alonso. Altre ne fece ancora il duca d'Alva. Da cadaun d'essi quel saggio senato s'era sbrigato con gravi risposte, contenenti specialmente verso il sommo pontefice de' sentimenti filiali, ma in sostanza ripugnanti a prendere impegno veruno. Abbiam già vedutoOttavio Farnese ducadi Parma e Piacenza attaccato agli Spagnuoli.Cosimo ducadi Firenze, principe di somma prudenza e di cauta politica, se ne stava neutrale, conservando buona armonia e confidenza col papa, ma senza voler entrar nelle sue gare. E neppur egli lasciava di esortarlo alla pace, nel qual tempo si dava a conoscere il più unito agl'interessi del re di Spagna, per la speranza di cavargli di mano Siena, siccome gli venne fatto in quest'anno. Ora ilcardinal Carlo Caraffache assai presumeva della sua maestà ed abilità, si figurò facile il poter guadagnare il senato veneto, se in persona si portava a Venezia. Vi andò verso il Natale del precedente anno, e disse quanto seppe e volle di ragioni, per trarre que' prudenti senatori nella lega, appellata Santa per difesa del pontefice. Ebbe la disgrazia d'essere derisa in lor cuore la sua proposizione per vari motivi, e specialmente perchè ognun conosceva, esser egli dietro a valersi delle forze altrui solamente per procacciare unmaggiore ingrandimento a sè stesso. Pertanto ricevè la risposta indorata da belle parole; trattar essi di pace, e nulla poter risolvere intorno alla lega, finchè non venivano risposte da Cesare e dal re di Spagna. Passò dipoi il legato a Ferrara, dove, nel dì 17 di gennaio di quest'anno, con solennità presentò a quel duca lo stocco e il cappello, insegne del grado di generale; e di là prese le poste per sollecitar le armi franzesi a calare in Italia. Far lo stesso doveano quattro mila Svizzeri assoldati dal papa. Anche ilcardinal di Trento, trovandosi con poche forze nello Stato di Milano, aspettava di Germania otto mila fanti e ducento cavalli. Altri quattro mila Tedeschi e quattrocento uomini d'armi venivano al servigio diCosimo ducadi Firenze. A cagione di tanti barbari, chiamati e ben pagati, perchè venissero a divorar l'Italia, altro non si udiva che maledizioni de' popoli contro di chi era autore di quella guerra.A tal risoluzione maggiormente ancora si animò il pontefice, perchè al duca di Palliano suo nipote, al maresciallo Strozzi, a Francesco Colonna e ad altri suoi capitani riuscì di ricuperar Genazzano, Volmontone, Frascati, Grottaferrata, Tivoli, Marino, Palestrina ed altre terre, e, quel che più importò, anche Ostia e Vicovaro. Sì prosperosi successi gonfiavano forte il cuore del papa e dei suoi nipoti, senza far caso dello sterminio che pativa in mezzo a quel fuoco tanto paese della Chiesa nel Lazio, ed anche nella Romagna, dove si era dolcemente riposata l'armata franzese. Promosse in questi tempi papa Paolo alla sacra porpora alcuni personaggi ben degni di essa, fra' quali mischiò ancoraAlfonso Caraffa, figlio d'Antonio suo nipote. Non si sapeva accordare colla severità mostrata dal pontefice per rimettere la disciplina ecclesiastica, il crear cardinale ancor questo, quando ve n'erano due altri della stessa sua famiglia, e alzare a tanto onore un giovinetto di soli diecisette anni,con dargli appresso l'amministrazione eziandio della chiesa arcivescovile di Napoli. Più rumore ancora fece l'aver esso papa fatto comparire il disegno di procedere alle censure e alla privazion dei regni contra diCarlo Ve diFilippo II, giacchè egli non riconosceva per imperadoreFerdinando I. Imperciocchè nel giovedì santo nella bolla inCoena Dominifurono specialmente scomunicati da lui gli occupatori delle sue terre della Campagna e della Marittima,quantunque eminente per dignità eziandio imperiale, e tutti i consigliatori, fautori ed aderenti. Oltre a ciò nella messa papale del venerdì santo si lasciò la solita preghiera per l'imperadore. Attendeva intanto il vicerèduca d'Alvaa provvedersi di danari, munizioni e vettovaglie; e fortificati i luoghi dell'Abbruzzo, per parere del vecchiodon Ferrante Gonzaga, che si trovava allora nelle sue terre del regno di Napoli, cioè in Molfetta, determinò d'uscire anche egli in campagna per impedir gli avanzamenti a' nemici.Restituitosi il ducadi Guisaall'armata, quando Dio volle, proseguì il suo viaggio alla volta del fiume Tronto; ma nè per via, nè a' confini dell'Abbruzzo trovò quelle tante genti, artiglierie, vettovaglie ed intelligenze che magnificamente gli aveano fatto sperare i Caraffi. Contuttociò nel dì 15 d'aprile cominciò in quelle parti le ostilità. Nel giovedì santo fu preso e messo a ruba Campli colle più orride iniquità, affin di facilitar le imprese con questo primo terrore. Teramo si arrendè; e giacchè arrivarono per mare alquante artiglierie, nel dì 24 d'aprile fu impreso l'assedio di Civitella, terra, pel sito suo alto e circondato da tre parti da una valle, assai forte, alla cui guardia con presidio di mille fanti si trovavano don Carlo di Loffredo e il conte Sforza da Santafiora. Mirabil fu la difesa fatta da que' soldati, dai terrazzani, e fin dalle donne, animate dagli eccessi commessi in Campli da' Franzesi. In questo tempo comparve ilduca d'Alvaa Giulia-Nuova,dodici miglia da Civitella, menando seco tre mila fanti spagnuoli veterani, sei mila tedeschi, undici mila italiani e siciliani, mille e cinquecento cavalli leggieri, e settecento uomini d'armi. Bello esercito parea questo; ma, per esser la maggior parte composto di gente nuova ed inesperta, in cuore di cui non alloggiava peranche lo spirito dell'onore, nè la vergogna della fuga, il vicerè, capitano di buon discernimento e di gran cautela, era ben lontano dal tentare battaglia alcuna; se non che tolse ai Franzesi Giulia-Nuova, e barbaramente la lasciò saccheggiare ai soldati. Tale operazione, ciò non ostante, fece questo suo avvicinamento al campo franzese, che il duca di Guisa, considerando non potersi espugnare Civitella senza gran mortalità di gente, nel dì 15 di maggio si levò da quell'assedio, riducendosi sull'Ascolano, e poscia sul territorio di Macerata, dove attese a ristorare l'esercito sì faticato in nulla conseguire. Ma non succedè questa ritirata senza un precedente grave sconcerto; perchè, dopo avere il Guisa fatte più volte gravi querele condon Antonio Caraffamarchese di Montebello, perchè mancavano le genti, le munizioni e le paghe promesse dal papa, e neppur una delle tante decantate rivoluzioni del regno di Napoli s'era udita finora; un giorno si riscaldò cotanto in simili doglianze, che il marchese, perduta la pazienza, gli rispose per le rime, e il duca gli gittò sul volto una salvietta. Per tale affronto se ne andò il Caraffa a Roma a dolersi dell'alterigia ed insolenza de' Franzesi; ma bisognò che papa Paolo di lui zio, troppo bisognoso del loro aiuto, tutto inghiottisse. Rinforzato intanto il duca d'Alva da sei mila Tedeschi, condotti dalla flotta del Doria, spedì Marcantonio Colonna con tre mila di essi nel Lazio. La terra di Valmontone da lui presa andò a sacco, e restò anche preda delle fiamme. Provò lo stesso infortunio Palestrina, preservata nondimeno dal fuoco. Passò dipoi il Colonna, accresciuto digente, sotto Palliano, dianzi ben fortificato dai Caraffi; e perchè il marchese di Montebello, e Giulio Orsino con tutte le milizie ecclesiastiche sì italiane che svizzere, andarono in soccorso di quella nobil terra o città, si venne ad un fatto d'armi, in cui rimasero sconfitti i papalini, ferito e prigione lo stesso Orsino.Facevasi intanto guerra anche in Piemonte, dove ilmaresciallo di Brisac, uscito in campagna con otto mila fanti e mille e cinquecento cavalli, prese e spianò Valfenera; e di là poi portatosi a Cuneo, ne imprese l'assedio. Vi trovò quattrocento cinquanta fanti e i terrazzani, gente valorosa ed affezionata al duca di Savoia, tutti ben accinti alla difesa; e però vi alzò tre forti per impedir loro il soccorso, e non lasciò di far giuocare le artiglierie. Ma venuto il giovanemarchese di Pescaraa Fossano, ebbe maniera di spignere colà gente e munizioni. In questi tempi anche ilduca di Ferrarafece guerra a Correggio e a Guastalla poco prima comperata da donFerrante Gonzaga, che la tramandò ai suoi posteri. Nè stette in ozioCosimo duca di Firenze. Avea egli intese le proposizioni di cedere Siena ai Caraffi: cosa che gli trafisse il cuore, perchè da tanto tempo faceva egli l'amore a quello Stato, e tanti tesori avea speso per cacciarne a questo fine i Franzesi. Non lasciò indietro parole e mezzi per dissuadere da tal contratto il reFilippo II; e poscia, facendo sotto mano palesi i vantaggi che a lui profferivano i Franzesi per tirarlo seco in lega, tanto s'ingegnò, che indusse il re a cedere a lui quella città con tutte le sue dipendenze, ancorchè parte di esse tuttavia restasse in poter de' Franzesi. Lo strumento, stipulato nel mese di luglio di quest'anno, vien rapportato dal Du-Mont[Du-Mont, Corp. Diplomat.], da cui apparisce che gli Spagnuoli riservarono in lor dominio Orbitello, Portercole, Telamone, Monte-Argentario e Porto di Santo Stefano. Parte dell'Elba fu restituita all'Appiano signoredi Piombino, restando al duca Porto Ferraio con due miglia di contorno. Obbligossi il duca a varii capitoli in favore del re di Spagna. Venne con ciò fatto un bell'accrescimento alla potenza del duca di Firenze. Cagion poscia fu la nuova di tale accordo che il duca di Guisa, temendo delle novità dalla parte del duca Cosimo, non volle più tornare in Abbruzzo, e neppur passare a Roma, dove con premura era chiamato dal papa, senza ricevere nuovi ordini dalla corte di Francia. E contuttochè le genti del duca d'Alva entrassero nell'Ascolano, altro egli non fece che presidiar quella città: il che rendè inutile ogni altro tentativo degli Spagnuoli. Ma nel Lazio avvennero intanto altre azioni di guerra. Marcantonio Colonna, per maggiormente strignere Palliano, andò all'assedio di Segna; nel qual tempo al barone di Feltz riuscì di acquistare la rocca di Massimo, fortezza inespugnabile, perchè troppa fu la paura ch'ei fece a Giovanni Orsino, signor di essa, con cannoni di legno condotti in sito superiore alla rocca, e minaccianti ad essa la total rovina. L'infelice città di Segna presa fu dagli arrabbiati Spagnuoli e Tedeschi, avidi della preda, e quivi commesse le più orride iniquità, solite ad accompagnare i saccheggi; e non finì quella tragedia, che la misera terra fu anche data alle fiamme.Racconta qui il Sardi contemporaneo Ferrarese una particolarità, di cui non ho trovata menzione presso altri scrittori. Cioè, che venne a Ponza e Palmirola l'armata navale franzese col principe di Salerno, per unirsi colla turchesca composta di ottantaquattro galee. Che su questa ultima era il signor della Vigna, il quale, per parte de' Caraffi invitava quegl'infedeli a portar la guerra nel regno di Napoli, per divertire le forze del duca d'Alva. Ma altro non fecero i Musulmani, che saccheggiare ed abbruciare Cariati nel golfo di Taranto e Turrana: il che fatto, con quanti cristiani schiavi poterono menar seco, se ne tornaronoin Levante, lasciando deluso il principe di Salerno, il quale andò poscia a morire miseramente in Francia, degno di tal fine per la sua smisurata dissolutezza ed ambizione. Tornò intanto di Francia ilmaresciallo Strozzicon ordine alduca di Guisadi assistere al pontefice, ed egli perciò passò colle sue genti a Tivoli. Trasse anche ilduca d'Alvacolle sue in quelle parti, ed unitosi conMarcantonio Colonna, seco disegnò di tentare l'acquisto di Roma. V'ha chi crede ch'egli dicesse daddovero, e sperasse anche di buona riuscita, dopo aver dato giuramento ai capitani di astenersi da ogni molestia dei Romani: cosa facile ad essere promessa, ma troppo difficile, per non dire impossibile, ad essere mantenuta dall'avidità de' soldati. Vogliono altri che il tentativo suo solamente tendesse ad intimidire l'ostinato pontefice per ridurlo alla pace: cosa desiderata più dal re CattolicoFilippo IIper varii riguardi, che dal medesimopapa Paolo IV. Quello ch'è fuor di dubbio, nella notte del dì 26 d'agosto con iscale preparate si presentò il duca d'Alva alla porta di San Sebastiano. Ma avendo ilcardinal Caraffaavvisato di questo movimento dalcardinal di Santafiora, ben guernite di soldati le mura di Roma, senza che i Romani ne avessero notizia, perchè di loro non si fidava, e spinti anche fuori alcuni cavalli a scaramucciare, fece conoscere al duca scoperti i di lui disegni; perlochè questi si ritirò tornando a strignere Palliano.In tale stato si trovavano le cose in Italia, quando giunsero a Roma le nuove funeste della guerra dei Franzesi cogli Spagnuoli ne' Paesi Bassi. Era questa apertamente stata dichiarata nel mese di giugno, essendo entrata in lega col re Cattolico anche l'Inghilterra; e tenutosi un gran consiglio dai capitani del re Filippo, in esso prevalse il parere didon Ferrante Gonzaga, il qual poscia nel dì 15 di novembre dell'anno presente terminò i suoi giorni in Brusselles. Ebbe questo principe la gloria d'essere compiantofin dagli emuli suoi, e molto più dal re Cattolico, per avere perduto in lui un valorosissimo capitano, e sempre fedele, non ostante le tante calunnie inventate contra di lui. Fu dunque risoluto di formar l'assedio di San Quintino, fortezza importante e di difficilissimo acquisto.Emmanuel Filiberto, valoroso duca di Savoia, e capitan generale dell'armata spagnuola, consistente in circa trentasette mila bravi combattenti, nel dì 3 d'agosto andò ad accamparsi intorno a quella forte terra, e tosto si applicò a fare i dovuti trinceramenti. Per soccorrerla giunse nel dì 10 del suddetto mese con un'armata di ventitrè mila persone il contestabile di FranciaAnna di Memoransì. Allora fu che si venne ad un fatto d'armi, in cui urtati e rovesciati i Franzesi dalla forte cavalleria de' Tedeschi e Spagnuoli, andarono totalmente in rotta. Memorabile al maggior segno fu quella vittoria, perciocchè poco costò agli Spagnuoli; all'incontro, secondo alcuni, vi perirono quasi sei mila Franzesi, e rimasero prigioni lo stesso contestabile col figlio, i duchi di Mompensiero e di Longavilla ed altri gran signori, circa due mila gentiluomini e quattro mila soldati. Dopo questa insigne vittoria fu maggiormente stretto e bersagliato San Quintino, alla cui difesa non mancò di far molte prodezzeGasparo di Colignìammiraglio di Francia. Lo stesso re Cattolico si portò a quell'assedio, e andò a finire la scena nella presa e nel saccheggio d'essa piazza. Di sì buon vento fu creduto che non sapessero profittare l'armi del re Cattolico, essendo bastato loro di prendere il Castelletto, Han, Noione, Scevì ed altri luoghi di poco momento. Ora per questa grave percossa trovandosi il reArrigo IIin non lievi angustie, giudicò necessario il ritorno in Francia del duca di Guisa colle soldatesche di suo comando; e l'ordine a lui ne fu spedito.A confondere intanto i disegni ambiziosi de' Caraffi, e i pensieri mondani di papa Paolo, s'erano aggruppate moltedisavventure, cioè la ritirata del Guisa da Civitella, il sacco di Segna, e il pericolo che Roma venisse saccheggiata. Vi si aggiunse, che gli stessi difensori di Roma tuttodì commettevano ladronecci, rapine ed insolenze contro le donne. Fra coloro si contavano anche degli eretici che spogliavano altari e cose sante. Venne inoltre a scoprirsi, avere i Romani tenuto consiglio di trattar d'oneste condizioni col duca d'Alva, s'egli fosse ritornato sotto Roma. Contra d'essi per questo proruppe il papa in ingiuriose parole, e vide oramai traballate le macchine bellicose de' suoi nipoti. Arrivò in questo frangente il duca di Guisa a Roma, e presentatosi alla santità sua coll'ordine a lui venuto di Francia, il consigliò di pace. Per quanto avessero finora fatto i saggiVenezianieCosimo ducadi Firenze per indurlo a pacificarsi, nulla aveano potuto ottenere. Ora trovandolo i lor ministri, e con esso loro i più zelanti cardinali, in miglior positura, tanto dissero, che cominciò daddovero a smuoversi. Questo appunto era quello che sospiravaFilippo II redi Spagna, ed anche ilduca d'Alva, e però condiscese ad accordare al pontefice una capitolazione sì onorevole alla di lui dignità, che molti se ne stupirono. Abboccatisi adunque col suddetto duca d'Alva i cardinaliSantafioraeVitelliin Cavi, tra Genazzano e Palestrina, nel dì 14 di settembre sottoscrissero l'accordo, con rinunziare il papa ad ogni lega contro il re Cattolico, e con perdonare a chiunque avesse prese le armi contro la Chiesa. Palliano restò in deposito per sei mesi, da restituirsi a Marcantonio Colonna, dappoichè il conte di Montorio Caraffa fosse ricompensato dal re di Spagna, con varii altri patti che a me non occorre di rapportare, alcuni de' quali ancora furono tenuti occulti al pubblico, ma non già al pontefice, come alcuni si fecero a credere. Il più bello fu che in tal concordia non fu compresoErcole II ducadi Ferrara, con esempio ai posteri di quel che non rarevolte succede a' principi minori nel volersi collegare coi maggiori. Intanto il duca di Guisa, imbarcate le sue fanterie, le spedì per mare in Provenza. Lasciò ire la cavalleria sbandata per varie vie alla volta della Francia, senza volere valersi di un articolo della capitolazione, per cui gli era lecito di condurre liberamente le sue genti per gli Stati del re cattolico. Il duca d'Alva andò poscia a Roma a render pubblicamente ubbidienza al papa.E tale esito ebbe la guerra sconsigliatamente mossa da esso pontefice al re di Spagna, benchè, secondo le apparenze, non da lui, ma dagli Spagnuoli fosse inferita, con avere impiegati tanti tesori della Chiesa per impinguare i nipoti suoi: guerra, per cui furono imposti assaissimi aggravii allo Stato ecclesiastico, e che, oltre all'essere costata tanto sangue, saccheggi, incendii, violenze e desolazioni alle terre papali, si tirò dietro anche la rottura fra i re di Spagna, d'Inghilterra e di Francia. Nè questo solo flagello toccò al ducato romano nell'anno presente. Nel giorno seguente alla pace suddetta, cioè nel giorno 15 di settembre, per le dirotte pioggie cadute ai monti, sì fieramente s'ingrossò il Tevere, che allagò la maggior parte di Roma ad un'altezza tale, che d'una simile non si ricordavano i Romani di allora. Atterrò l'empito delle acque due ponti, la chiesa di San Bartolomeo nell'isola, moltissime case, mulini ed altri edifizii, con perdita di molte persone e bestiami, ed immenso danno di merci, fieni, grani, vini ed altri commestibili, e con restar tutti i sotterranei pieni di belletta. Da una pari disavventura fu afflitta anche Firenze con altri luoghi di Toscana per la sfoggiata escrescenza dell'Arno, che si trasse dietro i ponti di Santa Trinita, della Carraia e Rubaconte; e quivi cagionò parimente i mali sopraddescritti. Anche in Palermo un fiumicello a cagion delle pioggie, continuate per sette giorni, sì rigoglioso calò dal monte, che rovinòassaissimi edifizii, affogando oltre a sette mila persone. Scrivo ciò coll'autorità del Sardi allora vivente; ma forse la fama ingrandì per viaggio il numero dei morti. Era intanto restato soloErcole II ducadi Ferrara, cioè abbandonato affatto dal papa, e poco meno dai Franzesi stessi, ed esposto all'ira del re Cattolico, il quale non tardò a far muovereOttavio ducadi Parma contra di lui, rinforzato a questo effetto da milizie speditegli daCosimo ducadi Firenze e da Giovanni Figheroa vicegovernator di Milano, a cagion della discordia nata fra ilcardinal di TrentoeGiambatista Castaldo. Sul principio d'ottobre, uscito in campagna il Farnese, s'impadronì di Montecchio, Sanpolo, Varano, Canossa e Scandiano. Le genti del duca di Ferrara anch'esse cominciarono le ostilità con delle scorrerie sino alle porte di Parma. Sopravvenne il verno, che fece star quiete le armi; per altro il duca di Parma per varii riguardi, e specialmente perchè non correano le paghe, poco inclinato si sentiva a questo ballo. Meno ancora v'era portato l'Estense, che nello stesso tempo per mezzo de' Veneziani e del duca Cosimo avea de' maneggi in campo per ricuperar la grazia del re Cattolico.

Aveano nell'anno addietro, tanto il re di Francia, per mezzo del cardinal di Lorena, quanto il papa colla spedizione di Gian-Francesco Commendone, tentato d'indurre la repubblica veneta a collegarsi con loro contro degli Spagnuoli. Dalla parte ancora di Filippo re di Spagna una pari istanza aveano fatto Francesco Vargas e Marino Alonso. Altre ne fece ancora il duca d'Alva. Da cadaun d'essi quel saggio senato s'era sbrigato con gravi risposte, contenenti specialmente verso il sommo pontefice de' sentimenti filiali, ma in sostanza ripugnanti a prendere impegno veruno. Abbiam già vedutoOttavio Farnese ducadi Parma e Piacenza attaccato agli Spagnuoli.Cosimo ducadi Firenze, principe di somma prudenza e di cauta politica, se ne stava neutrale, conservando buona armonia e confidenza col papa, ma senza voler entrar nelle sue gare. E neppur egli lasciava di esortarlo alla pace, nel qual tempo si dava a conoscere il più unito agl'interessi del re di Spagna, per la speranza di cavargli di mano Siena, siccome gli venne fatto in quest'anno. Ora ilcardinal Carlo Caraffache assai presumeva della sua maestà ed abilità, si figurò facile il poter guadagnare il senato veneto, se in persona si portava a Venezia. Vi andò verso il Natale del precedente anno, e disse quanto seppe e volle di ragioni, per trarre que' prudenti senatori nella lega, appellata Santa per difesa del pontefice. Ebbe la disgrazia d'essere derisa in lor cuore la sua proposizione per vari motivi, e specialmente perchè ognun conosceva, esser egli dietro a valersi delle forze altrui solamente per procacciare unmaggiore ingrandimento a sè stesso. Pertanto ricevè la risposta indorata da belle parole; trattar essi di pace, e nulla poter risolvere intorno alla lega, finchè non venivano risposte da Cesare e dal re di Spagna. Passò dipoi il legato a Ferrara, dove, nel dì 17 di gennaio di quest'anno, con solennità presentò a quel duca lo stocco e il cappello, insegne del grado di generale; e di là prese le poste per sollecitar le armi franzesi a calare in Italia. Far lo stesso doveano quattro mila Svizzeri assoldati dal papa. Anche ilcardinal di Trento, trovandosi con poche forze nello Stato di Milano, aspettava di Germania otto mila fanti e ducento cavalli. Altri quattro mila Tedeschi e quattrocento uomini d'armi venivano al servigio diCosimo ducadi Firenze. A cagione di tanti barbari, chiamati e ben pagati, perchè venissero a divorar l'Italia, altro non si udiva che maledizioni de' popoli contro di chi era autore di quella guerra.

A tal risoluzione maggiormente ancora si animò il pontefice, perchè al duca di Palliano suo nipote, al maresciallo Strozzi, a Francesco Colonna e ad altri suoi capitani riuscì di ricuperar Genazzano, Volmontone, Frascati, Grottaferrata, Tivoli, Marino, Palestrina ed altre terre, e, quel che più importò, anche Ostia e Vicovaro. Sì prosperosi successi gonfiavano forte il cuore del papa e dei suoi nipoti, senza far caso dello sterminio che pativa in mezzo a quel fuoco tanto paese della Chiesa nel Lazio, ed anche nella Romagna, dove si era dolcemente riposata l'armata franzese. Promosse in questi tempi papa Paolo alla sacra porpora alcuni personaggi ben degni di essa, fra' quali mischiò ancoraAlfonso Caraffa, figlio d'Antonio suo nipote. Non si sapeva accordare colla severità mostrata dal pontefice per rimettere la disciplina ecclesiastica, il crear cardinale ancor questo, quando ve n'erano due altri della stessa sua famiglia, e alzare a tanto onore un giovinetto di soli diecisette anni,con dargli appresso l'amministrazione eziandio della chiesa arcivescovile di Napoli. Più rumore ancora fece l'aver esso papa fatto comparire il disegno di procedere alle censure e alla privazion dei regni contra diCarlo Ve diFilippo II, giacchè egli non riconosceva per imperadoreFerdinando I. Imperciocchè nel giovedì santo nella bolla inCoena Dominifurono specialmente scomunicati da lui gli occupatori delle sue terre della Campagna e della Marittima,quantunque eminente per dignità eziandio imperiale, e tutti i consigliatori, fautori ed aderenti. Oltre a ciò nella messa papale del venerdì santo si lasciò la solita preghiera per l'imperadore. Attendeva intanto il vicerèduca d'Alvaa provvedersi di danari, munizioni e vettovaglie; e fortificati i luoghi dell'Abbruzzo, per parere del vecchiodon Ferrante Gonzaga, che si trovava allora nelle sue terre del regno di Napoli, cioè in Molfetta, determinò d'uscire anche egli in campagna per impedir gli avanzamenti a' nemici.

Restituitosi il ducadi Guisaall'armata, quando Dio volle, proseguì il suo viaggio alla volta del fiume Tronto; ma nè per via, nè a' confini dell'Abbruzzo trovò quelle tante genti, artiglierie, vettovaglie ed intelligenze che magnificamente gli aveano fatto sperare i Caraffi. Contuttociò nel dì 15 d'aprile cominciò in quelle parti le ostilità. Nel giovedì santo fu preso e messo a ruba Campli colle più orride iniquità, affin di facilitar le imprese con questo primo terrore. Teramo si arrendè; e giacchè arrivarono per mare alquante artiglierie, nel dì 24 d'aprile fu impreso l'assedio di Civitella, terra, pel sito suo alto e circondato da tre parti da una valle, assai forte, alla cui guardia con presidio di mille fanti si trovavano don Carlo di Loffredo e il conte Sforza da Santafiora. Mirabil fu la difesa fatta da que' soldati, dai terrazzani, e fin dalle donne, animate dagli eccessi commessi in Campli da' Franzesi. In questo tempo comparve ilduca d'Alvaa Giulia-Nuova,dodici miglia da Civitella, menando seco tre mila fanti spagnuoli veterani, sei mila tedeschi, undici mila italiani e siciliani, mille e cinquecento cavalli leggieri, e settecento uomini d'armi. Bello esercito parea questo; ma, per esser la maggior parte composto di gente nuova ed inesperta, in cuore di cui non alloggiava peranche lo spirito dell'onore, nè la vergogna della fuga, il vicerè, capitano di buon discernimento e di gran cautela, era ben lontano dal tentare battaglia alcuna; se non che tolse ai Franzesi Giulia-Nuova, e barbaramente la lasciò saccheggiare ai soldati. Tale operazione, ciò non ostante, fece questo suo avvicinamento al campo franzese, che il duca di Guisa, considerando non potersi espugnare Civitella senza gran mortalità di gente, nel dì 15 di maggio si levò da quell'assedio, riducendosi sull'Ascolano, e poscia sul territorio di Macerata, dove attese a ristorare l'esercito sì faticato in nulla conseguire. Ma non succedè questa ritirata senza un precedente grave sconcerto; perchè, dopo avere il Guisa fatte più volte gravi querele condon Antonio Caraffamarchese di Montebello, perchè mancavano le genti, le munizioni e le paghe promesse dal papa, e neppur una delle tante decantate rivoluzioni del regno di Napoli s'era udita finora; un giorno si riscaldò cotanto in simili doglianze, che il marchese, perduta la pazienza, gli rispose per le rime, e il duca gli gittò sul volto una salvietta. Per tale affronto se ne andò il Caraffa a Roma a dolersi dell'alterigia ed insolenza de' Franzesi; ma bisognò che papa Paolo di lui zio, troppo bisognoso del loro aiuto, tutto inghiottisse. Rinforzato intanto il duca d'Alva da sei mila Tedeschi, condotti dalla flotta del Doria, spedì Marcantonio Colonna con tre mila di essi nel Lazio. La terra di Valmontone da lui presa andò a sacco, e restò anche preda delle fiamme. Provò lo stesso infortunio Palestrina, preservata nondimeno dal fuoco. Passò dipoi il Colonna, accresciuto digente, sotto Palliano, dianzi ben fortificato dai Caraffi; e perchè il marchese di Montebello, e Giulio Orsino con tutte le milizie ecclesiastiche sì italiane che svizzere, andarono in soccorso di quella nobil terra o città, si venne ad un fatto d'armi, in cui rimasero sconfitti i papalini, ferito e prigione lo stesso Orsino.

Facevasi intanto guerra anche in Piemonte, dove ilmaresciallo di Brisac, uscito in campagna con otto mila fanti e mille e cinquecento cavalli, prese e spianò Valfenera; e di là poi portatosi a Cuneo, ne imprese l'assedio. Vi trovò quattrocento cinquanta fanti e i terrazzani, gente valorosa ed affezionata al duca di Savoia, tutti ben accinti alla difesa; e però vi alzò tre forti per impedir loro il soccorso, e non lasciò di far giuocare le artiglierie. Ma venuto il giovanemarchese di Pescaraa Fossano, ebbe maniera di spignere colà gente e munizioni. In questi tempi anche ilduca di Ferrarafece guerra a Correggio e a Guastalla poco prima comperata da donFerrante Gonzaga, che la tramandò ai suoi posteri. Nè stette in ozioCosimo duca di Firenze. Avea egli intese le proposizioni di cedere Siena ai Caraffi: cosa che gli trafisse il cuore, perchè da tanto tempo faceva egli l'amore a quello Stato, e tanti tesori avea speso per cacciarne a questo fine i Franzesi. Non lasciò indietro parole e mezzi per dissuadere da tal contratto il reFilippo II; e poscia, facendo sotto mano palesi i vantaggi che a lui profferivano i Franzesi per tirarlo seco in lega, tanto s'ingegnò, che indusse il re a cedere a lui quella città con tutte le sue dipendenze, ancorchè parte di esse tuttavia restasse in poter de' Franzesi. Lo strumento, stipulato nel mese di luglio di quest'anno, vien rapportato dal Du-Mont[Du-Mont, Corp. Diplomat.], da cui apparisce che gli Spagnuoli riservarono in lor dominio Orbitello, Portercole, Telamone, Monte-Argentario e Porto di Santo Stefano. Parte dell'Elba fu restituita all'Appiano signoredi Piombino, restando al duca Porto Ferraio con due miglia di contorno. Obbligossi il duca a varii capitoli in favore del re di Spagna. Venne con ciò fatto un bell'accrescimento alla potenza del duca di Firenze. Cagion poscia fu la nuova di tale accordo che il duca di Guisa, temendo delle novità dalla parte del duca Cosimo, non volle più tornare in Abbruzzo, e neppur passare a Roma, dove con premura era chiamato dal papa, senza ricevere nuovi ordini dalla corte di Francia. E contuttochè le genti del duca d'Alva entrassero nell'Ascolano, altro egli non fece che presidiar quella città: il che rendè inutile ogni altro tentativo degli Spagnuoli. Ma nel Lazio avvennero intanto altre azioni di guerra. Marcantonio Colonna, per maggiormente strignere Palliano, andò all'assedio di Segna; nel qual tempo al barone di Feltz riuscì di acquistare la rocca di Massimo, fortezza inespugnabile, perchè troppa fu la paura ch'ei fece a Giovanni Orsino, signor di essa, con cannoni di legno condotti in sito superiore alla rocca, e minaccianti ad essa la total rovina. L'infelice città di Segna presa fu dagli arrabbiati Spagnuoli e Tedeschi, avidi della preda, e quivi commesse le più orride iniquità, solite ad accompagnare i saccheggi; e non finì quella tragedia, che la misera terra fu anche data alle fiamme.

Racconta qui il Sardi contemporaneo Ferrarese una particolarità, di cui non ho trovata menzione presso altri scrittori. Cioè, che venne a Ponza e Palmirola l'armata navale franzese col principe di Salerno, per unirsi colla turchesca composta di ottantaquattro galee. Che su questa ultima era il signor della Vigna, il quale, per parte de' Caraffi invitava quegl'infedeli a portar la guerra nel regno di Napoli, per divertire le forze del duca d'Alva. Ma altro non fecero i Musulmani, che saccheggiare ed abbruciare Cariati nel golfo di Taranto e Turrana: il che fatto, con quanti cristiani schiavi poterono menar seco, se ne tornaronoin Levante, lasciando deluso il principe di Salerno, il quale andò poscia a morire miseramente in Francia, degno di tal fine per la sua smisurata dissolutezza ed ambizione. Tornò intanto di Francia ilmaresciallo Strozzicon ordine alduca di Guisadi assistere al pontefice, ed egli perciò passò colle sue genti a Tivoli. Trasse anche ilduca d'Alvacolle sue in quelle parti, ed unitosi conMarcantonio Colonna, seco disegnò di tentare l'acquisto di Roma. V'ha chi crede ch'egli dicesse daddovero, e sperasse anche di buona riuscita, dopo aver dato giuramento ai capitani di astenersi da ogni molestia dei Romani: cosa facile ad essere promessa, ma troppo difficile, per non dire impossibile, ad essere mantenuta dall'avidità de' soldati. Vogliono altri che il tentativo suo solamente tendesse ad intimidire l'ostinato pontefice per ridurlo alla pace: cosa desiderata più dal re CattolicoFilippo IIper varii riguardi, che dal medesimopapa Paolo IV. Quello ch'è fuor di dubbio, nella notte del dì 26 d'agosto con iscale preparate si presentò il duca d'Alva alla porta di San Sebastiano. Ma avendo ilcardinal Caraffaavvisato di questo movimento dalcardinal di Santafiora, ben guernite di soldati le mura di Roma, senza che i Romani ne avessero notizia, perchè di loro non si fidava, e spinti anche fuori alcuni cavalli a scaramucciare, fece conoscere al duca scoperti i di lui disegni; perlochè questi si ritirò tornando a strignere Palliano.

In tale stato si trovavano le cose in Italia, quando giunsero a Roma le nuove funeste della guerra dei Franzesi cogli Spagnuoli ne' Paesi Bassi. Era questa apertamente stata dichiarata nel mese di giugno, essendo entrata in lega col re Cattolico anche l'Inghilterra; e tenutosi un gran consiglio dai capitani del re Filippo, in esso prevalse il parere didon Ferrante Gonzaga, il qual poscia nel dì 15 di novembre dell'anno presente terminò i suoi giorni in Brusselles. Ebbe questo principe la gloria d'essere compiantofin dagli emuli suoi, e molto più dal re Cattolico, per avere perduto in lui un valorosissimo capitano, e sempre fedele, non ostante le tante calunnie inventate contra di lui. Fu dunque risoluto di formar l'assedio di San Quintino, fortezza importante e di difficilissimo acquisto.Emmanuel Filiberto, valoroso duca di Savoia, e capitan generale dell'armata spagnuola, consistente in circa trentasette mila bravi combattenti, nel dì 3 d'agosto andò ad accamparsi intorno a quella forte terra, e tosto si applicò a fare i dovuti trinceramenti. Per soccorrerla giunse nel dì 10 del suddetto mese con un'armata di ventitrè mila persone il contestabile di FranciaAnna di Memoransì. Allora fu che si venne ad un fatto d'armi, in cui urtati e rovesciati i Franzesi dalla forte cavalleria de' Tedeschi e Spagnuoli, andarono totalmente in rotta. Memorabile al maggior segno fu quella vittoria, perciocchè poco costò agli Spagnuoli; all'incontro, secondo alcuni, vi perirono quasi sei mila Franzesi, e rimasero prigioni lo stesso contestabile col figlio, i duchi di Mompensiero e di Longavilla ed altri gran signori, circa due mila gentiluomini e quattro mila soldati. Dopo questa insigne vittoria fu maggiormente stretto e bersagliato San Quintino, alla cui difesa non mancò di far molte prodezzeGasparo di Colignìammiraglio di Francia. Lo stesso re Cattolico si portò a quell'assedio, e andò a finire la scena nella presa e nel saccheggio d'essa piazza. Di sì buon vento fu creduto che non sapessero profittare l'armi del re Cattolico, essendo bastato loro di prendere il Castelletto, Han, Noione, Scevì ed altri luoghi di poco momento. Ora per questa grave percossa trovandosi il reArrigo IIin non lievi angustie, giudicò necessario il ritorno in Francia del duca di Guisa colle soldatesche di suo comando; e l'ordine a lui ne fu spedito.

A confondere intanto i disegni ambiziosi de' Caraffi, e i pensieri mondani di papa Paolo, s'erano aggruppate moltedisavventure, cioè la ritirata del Guisa da Civitella, il sacco di Segna, e il pericolo che Roma venisse saccheggiata. Vi si aggiunse, che gli stessi difensori di Roma tuttodì commettevano ladronecci, rapine ed insolenze contro le donne. Fra coloro si contavano anche degli eretici che spogliavano altari e cose sante. Venne inoltre a scoprirsi, avere i Romani tenuto consiglio di trattar d'oneste condizioni col duca d'Alva, s'egli fosse ritornato sotto Roma. Contra d'essi per questo proruppe il papa in ingiuriose parole, e vide oramai traballate le macchine bellicose de' suoi nipoti. Arrivò in questo frangente il duca di Guisa a Roma, e presentatosi alla santità sua coll'ordine a lui venuto di Francia, il consigliò di pace. Per quanto avessero finora fatto i saggiVenezianieCosimo ducadi Firenze per indurlo a pacificarsi, nulla aveano potuto ottenere. Ora trovandolo i lor ministri, e con esso loro i più zelanti cardinali, in miglior positura, tanto dissero, che cominciò daddovero a smuoversi. Questo appunto era quello che sospiravaFilippo II redi Spagna, ed anche ilduca d'Alva, e però condiscese ad accordare al pontefice una capitolazione sì onorevole alla di lui dignità, che molti se ne stupirono. Abboccatisi adunque col suddetto duca d'Alva i cardinaliSantafioraeVitelliin Cavi, tra Genazzano e Palestrina, nel dì 14 di settembre sottoscrissero l'accordo, con rinunziare il papa ad ogni lega contro il re Cattolico, e con perdonare a chiunque avesse prese le armi contro la Chiesa. Palliano restò in deposito per sei mesi, da restituirsi a Marcantonio Colonna, dappoichè il conte di Montorio Caraffa fosse ricompensato dal re di Spagna, con varii altri patti che a me non occorre di rapportare, alcuni de' quali ancora furono tenuti occulti al pubblico, ma non già al pontefice, come alcuni si fecero a credere. Il più bello fu che in tal concordia non fu compresoErcole II ducadi Ferrara, con esempio ai posteri di quel che non rarevolte succede a' principi minori nel volersi collegare coi maggiori. Intanto il duca di Guisa, imbarcate le sue fanterie, le spedì per mare in Provenza. Lasciò ire la cavalleria sbandata per varie vie alla volta della Francia, senza volere valersi di un articolo della capitolazione, per cui gli era lecito di condurre liberamente le sue genti per gli Stati del re cattolico. Il duca d'Alva andò poscia a Roma a render pubblicamente ubbidienza al papa.

E tale esito ebbe la guerra sconsigliatamente mossa da esso pontefice al re di Spagna, benchè, secondo le apparenze, non da lui, ma dagli Spagnuoli fosse inferita, con avere impiegati tanti tesori della Chiesa per impinguare i nipoti suoi: guerra, per cui furono imposti assaissimi aggravii allo Stato ecclesiastico, e che, oltre all'essere costata tanto sangue, saccheggi, incendii, violenze e desolazioni alle terre papali, si tirò dietro anche la rottura fra i re di Spagna, d'Inghilterra e di Francia. Nè questo solo flagello toccò al ducato romano nell'anno presente. Nel giorno seguente alla pace suddetta, cioè nel giorno 15 di settembre, per le dirotte pioggie cadute ai monti, sì fieramente s'ingrossò il Tevere, che allagò la maggior parte di Roma ad un'altezza tale, che d'una simile non si ricordavano i Romani di allora. Atterrò l'empito delle acque due ponti, la chiesa di San Bartolomeo nell'isola, moltissime case, mulini ed altri edifizii, con perdita di molte persone e bestiami, ed immenso danno di merci, fieni, grani, vini ed altri commestibili, e con restar tutti i sotterranei pieni di belletta. Da una pari disavventura fu afflitta anche Firenze con altri luoghi di Toscana per la sfoggiata escrescenza dell'Arno, che si trasse dietro i ponti di Santa Trinita, della Carraia e Rubaconte; e quivi cagionò parimente i mali sopraddescritti. Anche in Palermo un fiumicello a cagion delle pioggie, continuate per sette giorni, sì rigoglioso calò dal monte, che rovinòassaissimi edifizii, affogando oltre a sette mila persone. Scrivo ciò coll'autorità del Sardi allora vivente; ma forse la fama ingrandì per viaggio il numero dei morti. Era intanto restato soloErcole II ducadi Ferrara, cioè abbandonato affatto dal papa, e poco meno dai Franzesi stessi, ed esposto all'ira del re Cattolico, il quale non tardò a far muovereOttavio ducadi Parma contra di lui, rinforzato a questo effetto da milizie speditegli daCosimo ducadi Firenze e da Giovanni Figheroa vicegovernator di Milano, a cagion della discordia nata fra ilcardinal di TrentoeGiambatista Castaldo. Sul principio d'ottobre, uscito in campagna il Farnese, s'impadronì di Montecchio, Sanpolo, Varano, Canossa e Scandiano. Le genti del duca di Ferrara anch'esse cominciarono le ostilità con delle scorrerie sino alle porte di Parma. Sopravvenne il verno, che fece star quiete le armi; per altro il duca di Parma per varii riguardi, e specialmente perchè non correano le paghe, poco inclinato si sentiva a questo ballo. Meno ancora v'era portato l'Estense, che nello stesso tempo per mezzo de' Veneziani e del duca Cosimo avea de' maneggi in campo per ricuperar la grazia del re Cattolico.


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