MDLVIIIAnno diCristoMDLVIII. IndizioneI.Paolo IVpapa 4.Ferdinando Iimperadore 1.Conosceva ilpontefice Paoloquanto convenevole fosse al sacro paterno suo grado procurar la pace fra i potentati, cristiani, e tanto più avendola egli stesso riaccesa fra loro. Il perchè aveva già, verso il fine del precedente anno, inviato in Francia legato ilcardinal Trivulzioe ilcardinal Carlo Caraffasuo nipote al re Cattolico, dimorante tuttavia in Brusselles. Questa si può credere che fosse la vera e pura intenzione del pontefice; ma non meno a lui, e forse più al cardinal nipote premeva l'ottenere dalre Filippouna magnifica ricompensa di Stati alconte di Montoriosuo fratello per la cession di Palliano e delle altre terre colonnesi, che si dovea fare a Marcantonio Colonna. Il re Cattolico, tuttochè internamente odiasse quel bizzarro cardinale, considerato da lui per un mal arnese della corte di Roma, pure, da quell'accorto signore ch'era, il ricevette con istraordinarie finezze. Della pace poco si trattò, perchè troppo alterati erano gli animi di quei regnanti, ed anche il Trivulzio trovò il re Cristianissimo alieno da ogni concordia. Contribuì ancora assaissimo a maggiormente accendere alla guerra i due emuli monarchi un avvenimento, che quanto inaspettato, tanto più riempie di maraviglia il pubblico. Erano ducento anni che gl'Inglesi possedeano di qua dal mare la città di Cales in Piccardia, luogo di somma importanza per la loro nazione. Non era ignoto alla corte di Francia che poca guardia vi si faceva, e meglio ancora se ne chiarirono, perchè ilmaresciallo Pietro Strozzi, il quale ne proponeva l'acquisto, andò in persona travestito da villano in quella città, vi scandagliò le fortificazioni, e riconobbe la facilità dell'impresa, per non esservi dentro che secento fanti avviliti nell'ozio ed assuefatti più ai lor proprii comodi che alle fazioni militari. Risoluta dunque nel consiglio del re Cristianissimo quell'impresa, e destinatone direttore ilduca di Guisa, dopo aver prese varie precauzioni per occultar questo disegno, in tempo che gli Spagnuoli erano qua e là divisi ai quartieri d'inverno, il duca nel dì primo di gennaio con un buon esercito si presentò sotto Cales, e tosto cominciò a battere colle artiglierie le torri e fortezze del porto, e le costrinse alla resa. Quindi si diede a bersagliar la città, riponendo le maggiori speranze nella sollecitudine, prima che gli Spagnuoli e gl'Inglesi potessero tentarne il soccorso. Con tal felicità venne condotto quest'assedio, che ne fu capitolata la resa. Nel dì 8 oppur 9 del mese suddetto v'entrò il duca di Guisa trionfante, conaver il piacere di trovar quivi circa trecento pezzi d'artiglierie, munizioni e vettovaglie in somma copia. Passò egli dipoi nel dì 13 sotto Guines, fortezza dieci miglia lontana da Cales, e di questa parimente colla forza s'impadronì.Trovavansi prima in gran costernazione per la rotta e perdita di San Quintino gli affari de' Franzesi. Questo felice avvenimento li rincorò tutti, e mosse i popoli ad assistere al re con grossi sussidii pel proseguimento della guerra; siccome, all'incontro, cagionò dei fieri sintomi in cuore del re Cattolico e della nazione inglese, la quale restò da lì innanzi priva di sì importante luogo. Avendo poi atteso il re di FranciaArrigo IIa rinforzarsi di gente, spedì nel giugno seguente il duca di Guisa all'assedio di Teonvilla, che fu anche essa forzata a rendersi, con aver ivi lasciata la vita per una ferita nel pettoPietro StrozziFiorentino, maresciallo di Francia, degno d'essere paragonato co' più valorosi ed insigni capitani del suo tempo, ma sfortunato nelle imprese di Toscana. Ho dovuto far menzione di tali stranieri successi, poichè da essi presero regola anche gli affari d'Italia. Risvegliossi di nuovo la guerra sul principio dell'anno fra ilduca di Ferrara Ercole IIedOttavio Farnese ducadi Parma.Donno Alfonso d'Este, primogenito del primo, si fece più volte vedere alle porte di Parma, ripigliò Sanpolo e Canossa; costrinse alla resa la fortezza di Guardasone, e tolse ai Correggieschi Rossena e Rossenella. Fu poi ricuperato Guardasone dal Farnese, dappoichè gli venne aiuto di gente da Milano, e danaro da Firenze. Mirava intanto l'avvedutoduca Cosimoquesto picciolo incendio, che poteva divenir maggiore, e costava a lui non poco, senza profitto alcuno. Gli dava ancora assaissimo da pensare l'avere il re Cristianissimo dato il governo di quante terre restavano alla corona di Francia nel Sanese adon Francesco d'Estefratello del duca di Ferrara, il quale, passato a Roma, cercavad'imbarcare in nuovi imbrogli i nipoti del papa, mal soddisfatti del re Cattolico. Però con più premura che mai si adoperò alla corte delre Filippo II, affinchè ricevesse in grazia il duca estense, e si mettesse fine a quella turbolenza. Ora il re, che mirava a prosperare a vista di occhio le cose de' Franzesi, temeva in Italia de' Turchi, come diremo, e dubitava sempre de' cervelli inquieti dei Caraffi, nel dì 22 d'aprile approvò la concordia dianzi abbozzata dal duca di Firenze, concedendo onorevoli condizioni al duca di Ferrara, il quale rinunziò alla lega franzese, e fu accettato sotto la protezione del re Cattolico. Restituiti i luoghi presi, tornò anche la buona armonia fra esso duca di Ferrara ed Ottavio Farnese; e maggiormente questa si strinse fra l'Estense e il duca Cosimo per le nozze allora conchiuse diLucrezia de Medicifiglia d'esso Cosimo, e di donno Alfonso, principe ereditario di Ferrara.Qualche movimento d'armi fu ancora in Piemonte, perchè mandato al governo di MilanoFerdinando di Cordova duca di Sessa, verso la metà d'agosto liberò Cuneo e Fossano, che si trovavano in certo modo bloccati dai Franzesi; prese dipoi Centale e Moncalvo, e ristrinse non poco le guernigioni nemiche di Casale e Valenza. Ma ciò che maggiore strepito fece in Italia, fu il ritorno anche in quest'anno dell'armata navale turchesca ne' mari dell'Italia ad istanza dei Franzesi. Era composta di centoventi galee, e veniva con ordini del gran signore per unirsi colla franzese a' danni delle terre del re Cattolico. Di molti regali e danari costava al re di Francia il far muovere quegl'infedeli. Nè occorre più ricordare, se per tale alleanza ed attentato fosse in abbominazione e maledizione presso gl'Italiani il nome franzese. Giunti que' Barbari a Reggio di Calabria, lo presero di nuovo ed arsero. Di là venuti al golfo di Salerno, la notte precedente al dì 13 di giugno misero gente a terra, entrarono nella terra di Massa,e rastellarono su da cinque in sei mila anime cristiane. Ebbero per tradimento di un moro schiavo, e senza contrasto, la città di Sorrento, dove commisero ogni immaginabile iniquità. Salvossi una sola monaca, passando per mezzo a loro col tabernacolo del santissimo Sacramento. Poichè per le altre coste del regno di Napoli stavano all'erta i popoli, e facevano buone guardie, passarono i Turchi in Corsica, e poscia ad Antibo, dove uniti colle galee di Francia, si credeva che farebbono l'assedio di Nizza o di Savona; ma nulla di ciò seguì a cagion dell'alterigia franzese, che non sapeva accordarsi colla maggiore de' Turchi. Sciolsero poi le vele costoro verso Minorica, dove fecero dei gran mali, con tornarsene finalmente in Levante carichi di preda e di schiavi. Torniamo ora ancor noi alcardinal Carlo Caraffa, che in Brusselles trattava di una ricompensa al fratelloconte di Montorioper la cession di Palliano. Fece il re offerire a lui una pensione annua di dodici mila ducati sopra l'arcivescovato di Toledo, ed otto mila di naturalezza in Ispagna. Esibì ancora pel fratello il ducato di Rossano, la cui rendita ascendeva a quindici mila ducati. Ma al borioso cardinale, e al gran merito ch'egli s'era certamente fatto alla corte di Spagna, troppo poco parea. E siccome egli s'era invogliato dell'insigne ducato di Bari, ultimamente vacato per la morte diBona Sforzagià regina di Polonia, nè poteva spuntarla, facendo il corrucciato, si ritirò fuori di Brusselles. Tante dolci parole nondimeno e larghe promesse adoperò poscia il re, che questo porporato contento, nel dì 12 di marzo, prese le poste alla volta di Roma, per rompersi il capo coi ministri del re in Italia, i quali andarono tanto temporeggiando, che la morte del papa li liberò da qualsivoglia impegno.Si ultimò in quest'anno affatto l'affare della succession nell'imperio, avendo l'Augusto Carlo Vfatta nel dì 24 di febbraio una piena rinunzia di tutti i suoidiritti sopra la dignità cesarea alre Ferdinandosuo fratello. Fu questa portata dal principe d'Oranges alla dieta degli elettori, i quali perciò nel dì 12, o 13 di marzo in Francoforte riconobbero per legittimo imperadore esso Ferdinando. Nè tardò egli a spedire a Roma Martino Gusmano per rendere ubbidienza, come tale, al pontefice. Fece anche in questa congiunturapapa Paoloconoscere qual fosse l'animo suo verso la casa d'Austria. Non volle ammettere quell'ambasciatore, e rifiutò parimente Giovanni Figheroa, che allora governava Milano, speditogli dal re Filippo in favore dell'Augusto zio. In una parola, finchè visse, non seppe mai indursi questo pontefice a riconoscere Ferdinando per imperadore, non senza scandalo della Cristianità. Infierì la morte in quest'anno sopra le teste coronate. Imperciocchè nel febbraio o marzo mancò di vitaIsabellasorella di Carlo imperadore, stata regina di Portogallo, e poi di Francia. Terminò parimente i suoi giorni nel dì 21 di settembre il suddettoimperador Carlo V, dopo aver fatte celebrar le sue esequie negli ultimi giorni di sua vita nel monastero del suo ritiro in Ispagna: principe de' più gloriosi che abbiano maneggiato lo scettro imperiale. Gli elogi fatti da tanti scrittori alla di lui religione e pietà, alla sua gran mente, alla sua clemenza e giustizia, e alle grandi sue imprese, esentano me dal dirne di più. Gli opposero i nemici suoi la taccia dell'ambizione, ma per coprire la propria. Qualche trascorso contro la continenza si potè osservare in lui, ma fu breve, nè portato in trionfo, come si è veduto di tanti altri monarchi: se non che bella figura sempre fece nel mondoMargheritasua figlia, duchessa di Firenze, e poi di Parma. Per altro niun si sarebbe avveduto che a lui dovesse i suoi natali anche un fanciullo di dodici anni, paggio allora del re Filippo, se lo stesso imperadore prima di morire non l'avesse rivelato per raccomandarlo ad esso re di Spagna. Fu questidon Giovannid'Austria, che si mostrò poi ben degno di sì gran padre; e checchè dicano alcuni nato di Leonora di Plombes, non si seppe mai con certezza la madre di lui, volendo altri che nascesse in corte da persona non solo nobile, ma di alto affare e nobilissima, la quale non lasciò vedere il suo volto alla mammana nel partorirlo. Però de' suoi natali esso don Giovanni in varie occasioni si gloriò anche per conto della madre.Tenne dietro a questo immortal monarca nel dì 17 di novembreMaria regina cattolica d'Inghilterra, e moglie diFilippo IIre di Spagna, dopo una lunga idropisia: principessa di sempre veneranda memoria per la sua rara pietà, e per aver fatto trionfare la religion cattolica in quel regno, ad onta delle tante rivoluzioni succedute sotto l'empio e crudele suo padre Arrigo VIII. Trovavasi in questo tempo gravemente malato anche ilcardinal Reginaldo Polo, arcivescovo di Cantorberì, gran sostegno della religion suddetta in Inghilterra, personaggio dei più illustri nella Chiesa di Dio per la sua pietà, gravità, eloquenza e letteratura. Non vi fu allora, nè oggidì ci è chi non riconosca per una delle inescusabili storture di Paolo IV l'odio ch'egli portò ad un porporato di tanto merito ed integrità, e le vane accuse formate contra di lui. Non potè contenersi lo stesso Polo dal comporre la sua apologia, benchè poi con grandezza d'animo la bruciasse o sopprimesse. La morte della regina e di questo arcivescovo si tirò dietro poco appresso la total rovina della religion cattolica in Inghilterra, per essere succeduta in quel trono, non giàMaria Stuardaregina di Scozia, maritata in quest'anno conFrancesco delfino di Francia, maElisabettasorella di essa regina Maria, e figlia d'Anna Bolena, siccome diremo fra poco. Conviene ancora accennare per concatenazion della storia, che continuò la guerra in Piccardia fra i Franzesi e gli Spagnuoli. Cadde in pensiero al signor di Termes, comandante di Cales pel re diFrancia, di occupar Gravelinga, per notizie avute che era sprovveduta. Con un corpo dunque di dieci mila fanti e di due mila cavalli prima s'impadronì di Berges, picciola terra, dove nondimeno fu fatto un gran bottino. Poscia si presentò sotto Doncherche, e in quattro giorni vi mise dentro il piede, lasciando la briglia ai soldati, cadaun de' quali divenne ricco in quel sacco. Avvicinossi poi Termes a Gravelinga; quando eccoti comparire ilconte d'Agamonte, spedito daManuel-Filiberto ducadi Savoia e governator dei Paesi Bassi, con un corpo di gente superiore ai Franzesi. Era di luglio, e si venne ad un fatto d'armi, in cui talmente furono sconfitti i Franzesi, che la maggior parte vi rimasero trucidati o prigioni. Fra gli ultimi si contò lo stesso Termes con altri nobili di sua nazione. Questa vittoria, e l'avere gli Spagnuoli ricuperato Doncherche, con istrage del presidio franzese, rendè più docileArrigo II redi Francia ad ascoltar proposizioni di pace. Se ne trattò lungamente, e ne era ansiosissimo il re di SpagnaFilippo II, per le mutazioni che già prevedeva dell'Inghilterra. Ma perchè maniera non appariva di poterla conchiudere, nel dì 17 d'ottobre si fece una tregua e sospension d'armi, che poi fu promulgata per tutto il gennaio dell'anno seguente. Ribellossi in quest'anno il popolo del Finale adAlfonso marchesedel Carretto suo signore, pretendendo ch'egli tirannicamente li governasse. Vi accorsero tosto i Genovesi, che forse segretamente aveano eccitato lo stesso incendio, e fecero depositare in mano diAndrea Doriaquel marchesato. Riuscì poi loro d'indurre esso marchese a certe convenzioni; ma pentito poi egli del concordato, e pretendendolo nullo, introdusse la causa nel consiglio imperiale antico siccome accenneremo all'anno 1561.
Conosceva ilpontefice Paoloquanto convenevole fosse al sacro paterno suo grado procurar la pace fra i potentati, cristiani, e tanto più avendola egli stesso riaccesa fra loro. Il perchè aveva già, verso il fine del precedente anno, inviato in Francia legato ilcardinal Trivulzioe ilcardinal Carlo Caraffasuo nipote al re Cattolico, dimorante tuttavia in Brusselles. Questa si può credere che fosse la vera e pura intenzione del pontefice; ma non meno a lui, e forse più al cardinal nipote premeva l'ottenere dalre Filippouna magnifica ricompensa di Stati alconte di Montoriosuo fratello per la cession di Palliano e delle altre terre colonnesi, che si dovea fare a Marcantonio Colonna. Il re Cattolico, tuttochè internamente odiasse quel bizzarro cardinale, considerato da lui per un mal arnese della corte di Roma, pure, da quell'accorto signore ch'era, il ricevette con istraordinarie finezze. Della pace poco si trattò, perchè troppo alterati erano gli animi di quei regnanti, ed anche il Trivulzio trovò il re Cristianissimo alieno da ogni concordia. Contribuì ancora assaissimo a maggiormente accendere alla guerra i due emuli monarchi un avvenimento, che quanto inaspettato, tanto più riempie di maraviglia il pubblico. Erano ducento anni che gl'Inglesi possedeano di qua dal mare la città di Cales in Piccardia, luogo di somma importanza per la loro nazione. Non era ignoto alla corte di Francia che poca guardia vi si faceva, e meglio ancora se ne chiarirono, perchè ilmaresciallo Pietro Strozzi, il quale ne proponeva l'acquisto, andò in persona travestito da villano in quella città, vi scandagliò le fortificazioni, e riconobbe la facilità dell'impresa, per non esservi dentro che secento fanti avviliti nell'ozio ed assuefatti più ai lor proprii comodi che alle fazioni militari. Risoluta dunque nel consiglio del re Cristianissimo quell'impresa, e destinatone direttore ilduca di Guisa, dopo aver prese varie precauzioni per occultar questo disegno, in tempo che gli Spagnuoli erano qua e là divisi ai quartieri d'inverno, il duca nel dì primo di gennaio con un buon esercito si presentò sotto Cales, e tosto cominciò a battere colle artiglierie le torri e fortezze del porto, e le costrinse alla resa. Quindi si diede a bersagliar la città, riponendo le maggiori speranze nella sollecitudine, prima che gli Spagnuoli e gl'Inglesi potessero tentarne il soccorso. Con tal felicità venne condotto quest'assedio, che ne fu capitolata la resa. Nel dì 8 oppur 9 del mese suddetto v'entrò il duca di Guisa trionfante, conaver il piacere di trovar quivi circa trecento pezzi d'artiglierie, munizioni e vettovaglie in somma copia. Passò egli dipoi nel dì 13 sotto Guines, fortezza dieci miglia lontana da Cales, e di questa parimente colla forza s'impadronì.
Trovavansi prima in gran costernazione per la rotta e perdita di San Quintino gli affari de' Franzesi. Questo felice avvenimento li rincorò tutti, e mosse i popoli ad assistere al re con grossi sussidii pel proseguimento della guerra; siccome, all'incontro, cagionò dei fieri sintomi in cuore del re Cattolico e della nazione inglese, la quale restò da lì innanzi priva di sì importante luogo. Avendo poi atteso il re di FranciaArrigo IIa rinforzarsi di gente, spedì nel giugno seguente il duca di Guisa all'assedio di Teonvilla, che fu anche essa forzata a rendersi, con aver ivi lasciata la vita per una ferita nel pettoPietro StrozziFiorentino, maresciallo di Francia, degno d'essere paragonato co' più valorosi ed insigni capitani del suo tempo, ma sfortunato nelle imprese di Toscana. Ho dovuto far menzione di tali stranieri successi, poichè da essi presero regola anche gli affari d'Italia. Risvegliossi di nuovo la guerra sul principio dell'anno fra ilduca di Ferrara Ercole IIedOttavio Farnese ducadi Parma.Donno Alfonso d'Este, primogenito del primo, si fece più volte vedere alle porte di Parma, ripigliò Sanpolo e Canossa; costrinse alla resa la fortezza di Guardasone, e tolse ai Correggieschi Rossena e Rossenella. Fu poi ricuperato Guardasone dal Farnese, dappoichè gli venne aiuto di gente da Milano, e danaro da Firenze. Mirava intanto l'avvedutoduca Cosimoquesto picciolo incendio, che poteva divenir maggiore, e costava a lui non poco, senza profitto alcuno. Gli dava ancora assaissimo da pensare l'avere il re Cristianissimo dato il governo di quante terre restavano alla corona di Francia nel Sanese adon Francesco d'Estefratello del duca di Ferrara, il quale, passato a Roma, cercavad'imbarcare in nuovi imbrogli i nipoti del papa, mal soddisfatti del re Cattolico. Però con più premura che mai si adoperò alla corte delre Filippo II, affinchè ricevesse in grazia il duca estense, e si mettesse fine a quella turbolenza. Ora il re, che mirava a prosperare a vista di occhio le cose de' Franzesi, temeva in Italia de' Turchi, come diremo, e dubitava sempre de' cervelli inquieti dei Caraffi, nel dì 22 d'aprile approvò la concordia dianzi abbozzata dal duca di Firenze, concedendo onorevoli condizioni al duca di Ferrara, il quale rinunziò alla lega franzese, e fu accettato sotto la protezione del re Cattolico. Restituiti i luoghi presi, tornò anche la buona armonia fra esso duca di Ferrara ed Ottavio Farnese; e maggiormente questa si strinse fra l'Estense e il duca Cosimo per le nozze allora conchiuse diLucrezia de Medicifiglia d'esso Cosimo, e di donno Alfonso, principe ereditario di Ferrara.
Qualche movimento d'armi fu ancora in Piemonte, perchè mandato al governo di MilanoFerdinando di Cordova duca di Sessa, verso la metà d'agosto liberò Cuneo e Fossano, che si trovavano in certo modo bloccati dai Franzesi; prese dipoi Centale e Moncalvo, e ristrinse non poco le guernigioni nemiche di Casale e Valenza. Ma ciò che maggiore strepito fece in Italia, fu il ritorno anche in quest'anno dell'armata navale turchesca ne' mari dell'Italia ad istanza dei Franzesi. Era composta di centoventi galee, e veniva con ordini del gran signore per unirsi colla franzese a' danni delle terre del re Cattolico. Di molti regali e danari costava al re di Francia il far muovere quegl'infedeli. Nè occorre più ricordare, se per tale alleanza ed attentato fosse in abbominazione e maledizione presso gl'Italiani il nome franzese. Giunti que' Barbari a Reggio di Calabria, lo presero di nuovo ed arsero. Di là venuti al golfo di Salerno, la notte precedente al dì 13 di giugno misero gente a terra, entrarono nella terra di Massa,e rastellarono su da cinque in sei mila anime cristiane. Ebbero per tradimento di un moro schiavo, e senza contrasto, la città di Sorrento, dove commisero ogni immaginabile iniquità. Salvossi una sola monaca, passando per mezzo a loro col tabernacolo del santissimo Sacramento. Poichè per le altre coste del regno di Napoli stavano all'erta i popoli, e facevano buone guardie, passarono i Turchi in Corsica, e poscia ad Antibo, dove uniti colle galee di Francia, si credeva che farebbono l'assedio di Nizza o di Savona; ma nulla di ciò seguì a cagion dell'alterigia franzese, che non sapeva accordarsi colla maggiore de' Turchi. Sciolsero poi le vele costoro verso Minorica, dove fecero dei gran mali, con tornarsene finalmente in Levante carichi di preda e di schiavi. Torniamo ora ancor noi alcardinal Carlo Caraffa, che in Brusselles trattava di una ricompensa al fratelloconte di Montorioper la cession di Palliano. Fece il re offerire a lui una pensione annua di dodici mila ducati sopra l'arcivescovato di Toledo, ed otto mila di naturalezza in Ispagna. Esibì ancora pel fratello il ducato di Rossano, la cui rendita ascendeva a quindici mila ducati. Ma al borioso cardinale, e al gran merito ch'egli s'era certamente fatto alla corte di Spagna, troppo poco parea. E siccome egli s'era invogliato dell'insigne ducato di Bari, ultimamente vacato per la morte diBona Sforzagià regina di Polonia, nè poteva spuntarla, facendo il corrucciato, si ritirò fuori di Brusselles. Tante dolci parole nondimeno e larghe promesse adoperò poscia il re, che questo porporato contento, nel dì 12 di marzo, prese le poste alla volta di Roma, per rompersi il capo coi ministri del re in Italia, i quali andarono tanto temporeggiando, che la morte del papa li liberò da qualsivoglia impegno.
Si ultimò in quest'anno affatto l'affare della succession nell'imperio, avendo l'Augusto Carlo Vfatta nel dì 24 di febbraio una piena rinunzia di tutti i suoidiritti sopra la dignità cesarea alre Ferdinandosuo fratello. Fu questa portata dal principe d'Oranges alla dieta degli elettori, i quali perciò nel dì 12, o 13 di marzo in Francoforte riconobbero per legittimo imperadore esso Ferdinando. Nè tardò egli a spedire a Roma Martino Gusmano per rendere ubbidienza, come tale, al pontefice. Fece anche in questa congiunturapapa Paoloconoscere qual fosse l'animo suo verso la casa d'Austria. Non volle ammettere quell'ambasciatore, e rifiutò parimente Giovanni Figheroa, che allora governava Milano, speditogli dal re Filippo in favore dell'Augusto zio. In una parola, finchè visse, non seppe mai indursi questo pontefice a riconoscere Ferdinando per imperadore, non senza scandalo della Cristianità. Infierì la morte in quest'anno sopra le teste coronate. Imperciocchè nel febbraio o marzo mancò di vitaIsabellasorella di Carlo imperadore, stata regina di Portogallo, e poi di Francia. Terminò parimente i suoi giorni nel dì 21 di settembre il suddettoimperador Carlo V, dopo aver fatte celebrar le sue esequie negli ultimi giorni di sua vita nel monastero del suo ritiro in Ispagna: principe de' più gloriosi che abbiano maneggiato lo scettro imperiale. Gli elogi fatti da tanti scrittori alla di lui religione e pietà, alla sua gran mente, alla sua clemenza e giustizia, e alle grandi sue imprese, esentano me dal dirne di più. Gli opposero i nemici suoi la taccia dell'ambizione, ma per coprire la propria. Qualche trascorso contro la continenza si potè osservare in lui, ma fu breve, nè portato in trionfo, come si è veduto di tanti altri monarchi: se non che bella figura sempre fece nel mondoMargheritasua figlia, duchessa di Firenze, e poi di Parma. Per altro niun si sarebbe avveduto che a lui dovesse i suoi natali anche un fanciullo di dodici anni, paggio allora del re Filippo, se lo stesso imperadore prima di morire non l'avesse rivelato per raccomandarlo ad esso re di Spagna. Fu questidon Giovannid'Austria, che si mostrò poi ben degno di sì gran padre; e checchè dicano alcuni nato di Leonora di Plombes, non si seppe mai con certezza la madre di lui, volendo altri che nascesse in corte da persona non solo nobile, ma di alto affare e nobilissima, la quale non lasciò vedere il suo volto alla mammana nel partorirlo. Però de' suoi natali esso don Giovanni in varie occasioni si gloriò anche per conto della madre.
Tenne dietro a questo immortal monarca nel dì 17 di novembreMaria regina cattolica d'Inghilterra, e moglie diFilippo IIre di Spagna, dopo una lunga idropisia: principessa di sempre veneranda memoria per la sua rara pietà, e per aver fatto trionfare la religion cattolica in quel regno, ad onta delle tante rivoluzioni succedute sotto l'empio e crudele suo padre Arrigo VIII. Trovavasi in questo tempo gravemente malato anche ilcardinal Reginaldo Polo, arcivescovo di Cantorberì, gran sostegno della religion suddetta in Inghilterra, personaggio dei più illustri nella Chiesa di Dio per la sua pietà, gravità, eloquenza e letteratura. Non vi fu allora, nè oggidì ci è chi non riconosca per una delle inescusabili storture di Paolo IV l'odio ch'egli portò ad un porporato di tanto merito ed integrità, e le vane accuse formate contra di lui. Non potè contenersi lo stesso Polo dal comporre la sua apologia, benchè poi con grandezza d'animo la bruciasse o sopprimesse. La morte della regina e di questo arcivescovo si tirò dietro poco appresso la total rovina della religion cattolica in Inghilterra, per essere succeduta in quel trono, non giàMaria Stuardaregina di Scozia, maritata in quest'anno conFrancesco delfino di Francia, maElisabettasorella di essa regina Maria, e figlia d'Anna Bolena, siccome diremo fra poco. Conviene ancora accennare per concatenazion della storia, che continuò la guerra in Piccardia fra i Franzesi e gli Spagnuoli. Cadde in pensiero al signor di Termes, comandante di Cales pel re diFrancia, di occupar Gravelinga, per notizie avute che era sprovveduta. Con un corpo dunque di dieci mila fanti e di due mila cavalli prima s'impadronì di Berges, picciola terra, dove nondimeno fu fatto un gran bottino. Poscia si presentò sotto Doncherche, e in quattro giorni vi mise dentro il piede, lasciando la briglia ai soldati, cadaun de' quali divenne ricco in quel sacco. Avvicinossi poi Termes a Gravelinga; quando eccoti comparire ilconte d'Agamonte, spedito daManuel-Filiberto ducadi Savoia e governator dei Paesi Bassi, con un corpo di gente superiore ai Franzesi. Era di luglio, e si venne ad un fatto d'armi, in cui talmente furono sconfitti i Franzesi, che la maggior parte vi rimasero trucidati o prigioni. Fra gli ultimi si contò lo stesso Termes con altri nobili di sua nazione. Questa vittoria, e l'avere gli Spagnuoli ricuperato Doncherche, con istrage del presidio franzese, rendè più docileArrigo II redi Francia ad ascoltar proposizioni di pace. Se ne trattò lungamente, e ne era ansiosissimo il re di SpagnaFilippo II, per le mutazioni che già prevedeva dell'Inghilterra. Ma perchè maniera non appariva di poterla conchiudere, nel dì 17 d'ottobre si fece una tregua e sospension d'armi, che poi fu promulgata per tutto il gennaio dell'anno seguente. Ribellossi in quest'anno il popolo del Finale adAlfonso marchesedel Carretto suo signore, pretendendo ch'egli tirannicamente li governasse. Vi accorsero tosto i Genovesi, che forse segretamente aveano eccitato lo stesso incendio, e fecero depositare in mano diAndrea Doriaquel marchesato. Riuscì poi loro d'indurre esso marchese a certe convenzioni; ma pentito poi egli del concordato, e pretendendolo nullo, introdusse la causa nel consiglio imperiale antico siccome accenneremo all'anno 1561.