MDLXIIAnno diCristoMDLXII. IndizioneV.Pio IVpapa 4.Ferdinando Iimperadore 5.Rallegrossi la Chiesa di Dio nel presente anno, perchè nel dì 18 di gennaio si riassunse in Trento il concilio generale,e si celebrò la prima sessione, ossia la diecisettesima in riguardo alle altre degli anni addietro. Contaronsi di quella sacra assemblea, oltre ai cinque cardinali legati della santa Sede, due altri cardinali cioè quel diLorenae ilMadruccio, tre patriarchi, venticinque arcivescovi, centosessanta vescovi, sette abbati, sette generali d'ordini religiosi, e più di cento teologi, scelti dai regni del Cattolicismo. E dipoi v'intervennero in varii tempi anche gli oratori dell'imperadore, del re di Francia, Spagna, Portogallo, Ungheria e Boemia, Polonia, Venezia, e d'altri duchi e principi.Guglielmo ducadi Mantova vi fu nel principio in persona. Pertanto si continuarono quivi le sessioni si per lo stabilimento dei dommi, che per la riforma della Chiesa. Teneva questo grande affare non meno occupati i padri del concilio, che lo stesso papa e tutta la corte romana; nè dimenticò il pontefice d'invitare ad esso concilio anche i patriarchi e vescovi scismatici dell'Oriente. Venne infatti circa il mese di maggio a RomaAbdisù patriarcade' Soriani, uomo assai dotto, che rendè ubbidienza al romano pontefice, con accettare tutti i concilii generali venerati dalla Chiesa romana, e i decreti del presente tridentino, e col promettere di fare il possibile di trarre i suoi metropolitani e vescovi all'unione colla Sede apostolica. Ma la comparsa di questo patriarca finì, secondo il solito, in una pace di commedia fra la santa romana Chiesa e gli scismatici soriani. Il povero patriarca, il quale è da credere che parlasse di cuore, con assai regali e rifacimento di quanto gli aveano tolto i Turchi nel venire a Roma, se ne tornò contento in Soria; ma come prima continuarono que' cristiani a sostener i loro errori e la separazione dalla Chiesa romana. Crescevano intanto i guai della Francia per la detestabil ribellione e guerra mossa contro ilre Carlo IXdagli eretici calvinisti, chiamati ugonotti; e con ciò crebbe anche al re il bisogno di soccorsi. Non mancaronoil papa ed ancora il re di Spagna di mandarne, e specialmente esso re Cattolico esibì al re cognato dodici mila fanti e tre mila cavalli; ma i Franzesi non accettarono se non tre mila d'essi fanti ed altrettanti Italiani. Grosse somme ancora di denaro furono inviate al re Cristianissimo dai Veneziani e dai duchi di Ferrara e Firenze. A questi aiuti fu in parte attribuita la insigne vittoria che verso il fine del presente anno riportarono l'armi cattoliche contro degli ugonotti, benchè la medesima costasse ben caro ai vincitori stessi. Fa qui lo storico e vescovo Belcaire un epifonema, riconoscendo l'origine di tanti mali dallo orgoglio degli eretici, dalla negligenza, dall'avarizia e dai disordinati costumi dei precedenti pastori della Chiesa di Dio, che aveano offuscata la vera pietà, e dato campo agli eresiarchi di declamar cotanto contra di noi.Queste calamità e necessità della Francia quelle furono che più d'ogni altra ragione indussero il re Carlo e i suoi ministri a sacrificare infine le lor pretensioni in favore diEmmanuel Filiberto ducadi Savoia. Dall'un canto abbisognavano del di lui aiuto; dall'altro poteano temere ch'egli, perduta la pazienza, diventasse lor nemico, ed accrescesse le forze ai congiurati contra della corona. Il perchè si venne ad un accordo, per cui il re Cristianissimo convenne di rilasciare al duca Torino, Civasco, Chieri e Villanuova di Asti; e che il duca rilascerebbe al re possesso di Pinerolo, di Savigliano e della Perosa, ed inoltre procurerebbe di somministrare in servigio di sua maestà mille fanti e trecento cavalli pagati, con altri capitoli ch'io tralascio. Fece quanto potè il maresciallo di Bordiglione per impedire, o almeno per differire l'esecuzion di questo trattato ch'egli chiamava troppo pregiudiziale al re, quasichè fortissime, anzi chiare ragioni non assistessero il duca contra l'invasion de' suoi Stati fatta da' Franzesi. Tuttavia nel dicembre di quest'annosi vide rimesso il duca in possesso di Torino e degli altri suddetti luoghi: il che riuscì d'inestimabil consolazione a quel principe e a' sudditi suoi. Un altro avvenimento anche di maggior allegrezza per la real casa di Savoia era stato l'avere laduchessa Margheritanel dì 12 di gennaio di quest'anno dato alla luce un principino, a cui fu posto il nome diCarlo Emmanuele, unico frutto del loro matrimonio, tale nondimeno, che noi a suo tempo il vedremo sorpassare la gloria di tutti i suoi antenati. Non fu già favorevole il presente anno alla casa de Medici, anzi al resto dell'Italia. Imperocchè, oltre ad una siccità inudita, essendovi stati luoghi che per sette mesi non seppero cosa fosse pioggia, il che produsse non lieve penuria de' viveri, nell'ottobre e novembre cominciò a scorrere per Italia un malore di qualità epidemiale, passando da una città nell'altra, con infermarsi la maggior parte delle persone, e seguirne la morte d'assaissime per ogni città, e massimamente in Napoli, dove intorno a venti mila persone cessarono di vivere. La stessa febbre micidiale (a cui poi fu dato il nome del Castrone) in altri tempi si è fatta sentire all'Italia, e a' nostri di imperversò qui non poco, correndo l'anno 1730, andando anche allora gradatamente di città in città.Ora ilduca Cosimo, che in tutte le guise si studiava di far comparire la sua divozione ed attaccamento alla corona di Spagna, mandò in quest'anno con pomposo accompagnamentodon Francescosuo primogenito a Madrid, acciocchè ivi soggiornasse, e facesse la corte a quel gran monarca. Ma eccoti nel novembre di quest'anno, per cagion della suddetta, oppur d'altra maligna influenza, cader malato ilcardinale Giovannidi età di diecinove anni, edon Garziadi minore età, amendue figliuoli del suddetto duca, e giovanetti di generosa indole e di rara espettazione, e l'un dietro all'altro essere rapiti dal mondo. Voce nondimeno comune allora fu, che, odiandosi fra loroquesti due fratelli, don Garzia in una caccia uccidesse il cardinale, senza esser veduto da alcuno. Avvisatone Cosimo, fece segretamente portare il cadavero in una stanza, e colà chiamò Garzia, immaginandolo autore di quell'eccesso. Arrivato ch'egli fu, cominciò il sangue dello estinto a bollire e ad uscir della ferita. Allora Cosimo, dando nelle furie, presa la spada di Garzia, colle sue proprie mani l'uccise, facendo poi correr voce che amendue fossero morti di malattia. Se questa sia verità o bugia, nol so io dire. Ben so, che trafitta dalla perdita di così cari germogli,donna Leonora di Toledolor madre, e soccombendo al dolore, anch'ella terminò fra poco i suoi giorni: donna che col suo consiglio e giudizio avea, per comun sentimento, contribuito non poco alla felicità del marito. Ebbe bisogno Cosimo della sua virtù per poter resistere all'urto di siffatte traversie; e il ponteficePio IV, per consolarlo, creò poscia cardinale nel giorno 6 di gennaio dell'anno seguente,Ferdinandoaltro di lui figliuolo, tutto che appena giunto alla età di quattordici anni. Ma non andò senza affanni lo stesso pontefice nell'anno presente. Grande era l'amore ch'egli portava a due suoi nipoti Borromei, cioè alconte Federigoe alcardinal Carlo, e sel meritavano essi per le loro virtù. Ad istanza del re Cattolico, avea il papa restituito aMarcantonio Colonnatutte le terre a lui tolte dal pontefice predecessore, e in tale occasione data in moglie al figlio di Colonna una sorella dei suddetto conte Federigo. All'incontro, il re, per non lasciarsi vincere in generosità, avea donato al conte Federigo il marchesato ossia ducato d'Oira nel regno di Napoli, ricaduto alla corte, con assegnargli anche una pensione annua di alcune migliaia di scudi sopra la gabella della seta di Calabria, con altre promesse; e similmente un'altra pensione di dodici mila scudi al cardinal Carlo di lui fratello sopra l'arcivescovato di Toledo. Ma preso nel novembre esso conte Federigoda quella infermità che dicemmo diffusa per l'Italia, terminò la carriera del viver suo con molto dolore del papa, che vide sfasciati in un momento i suoi disegni dalla volubilità delle cose umane. Servì la perdita del giovane fratello al cardinal Carlo per maggiormente mettersi nella via de' santi. Attese in quest'anno l'imperador Ferdinandoa stabilire il figlioMassimilianonella succession de' regni e della dignità sua. Il fece coronare re di Boemia, e poscia nella dieta degli elettori in Francoforte ottenne che fosse nel dì 25 d'ottobre proclamato re de' Romani. La sua coronazione venne poi solennizzata nel dì 30 di novembre, e fu anche nell'anno seguente a lui conferita la corona del regno d'Ungheria. Erano intanto occupati i pensieri di papa Pio IV dalla grand'opera del concilio di Trento, che proseguiva con vigore, ma insieme con continui dibattimenti per le precedenze degli ambasciatori spediti colà dai re e principi seguaci della Chiesa cattolica. Con tutto ciò, non lasciava egli di accudire a migliorare il governo di Roma, con avere specialmente in quest'anno regolata la forma de' giudizii, affinchè non si tirassero troppo in lungo le liti. Riformò ancora la corte, la sacra penitenzieria e i notai della camera apostolica, e pubblicò anche una riforma intorno al conclave. Erano restate guaste dall'antichità le celebri terme di Diocleziano imperadore. Egli le convertì in una chiesa e monastero, e ne diede il possesso ai monaci certosini. Ordinò ancora che i titoli delle chiese e diaconie assegnati ai cardinali, giacchè per la vecchiaia non meno, che per la negligenza dei precedenti porporati, erano andati in rovina, si riparassero: cose tutte che renderono sempre più glorioso il di lui pontificato.
Rallegrossi la Chiesa di Dio nel presente anno, perchè nel dì 18 di gennaio si riassunse in Trento il concilio generale,e si celebrò la prima sessione, ossia la diecisettesima in riguardo alle altre degli anni addietro. Contaronsi di quella sacra assemblea, oltre ai cinque cardinali legati della santa Sede, due altri cardinali cioè quel diLorenae ilMadruccio, tre patriarchi, venticinque arcivescovi, centosessanta vescovi, sette abbati, sette generali d'ordini religiosi, e più di cento teologi, scelti dai regni del Cattolicismo. E dipoi v'intervennero in varii tempi anche gli oratori dell'imperadore, del re di Francia, Spagna, Portogallo, Ungheria e Boemia, Polonia, Venezia, e d'altri duchi e principi.Guglielmo ducadi Mantova vi fu nel principio in persona. Pertanto si continuarono quivi le sessioni si per lo stabilimento dei dommi, che per la riforma della Chiesa. Teneva questo grande affare non meno occupati i padri del concilio, che lo stesso papa e tutta la corte romana; nè dimenticò il pontefice d'invitare ad esso concilio anche i patriarchi e vescovi scismatici dell'Oriente. Venne infatti circa il mese di maggio a RomaAbdisù patriarcade' Soriani, uomo assai dotto, che rendè ubbidienza al romano pontefice, con accettare tutti i concilii generali venerati dalla Chiesa romana, e i decreti del presente tridentino, e col promettere di fare il possibile di trarre i suoi metropolitani e vescovi all'unione colla Sede apostolica. Ma la comparsa di questo patriarca finì, secondo il solito, in una pace di commedia fra la santa romana Chiesa e gli scismatici soriani. Il povero patriarca, il quale è da credere che parlasse di cuore, con assai regali e rifacimento di quanto gli aveano tolto i Turchi nel venire a Roma, se ne tornò contento in Soria; ma come prima continuarono que' cristiani a sostener i loro errori e la separazione dalla Chiesa romana. Crescevano intanto i guai della Francia per la detestabil ribellione e guerra mossa contro ilre Carlo IXdagli eretici calvinisti, chiamati ugonotti; e con ciò crebbe anche al re il bisogno di soccorsi. Non mancaronoil papa ed ancora il re di Spagna di mandarne, e specialmente esso re Cattolico esibì al re cognato dodici mila fanti e tre mila cavalli; ma i Franzesi non accettarono se non tre mila d'essi fanti ed altrettanti Italiani. Grosse somme ancora di denaro furono inviate al re Cristianissimo dai Veneziani e dai duchi di Ferrara e Firenze. A questi aiuti fu in parte attribuita la insigne vittoria che verso il fine del presente anno riportarono l'armi cattoliche contro degli ugonotti, benchè la medesima costasse ben caro ai vincitori stessi. Fa qui lo storico e vescovo Belcaire un epifonema, riconoscendo l'origine di tanti mali dallo orgoglio degli eretici, dalla negligenza, dall'avarizia e dai disordinati costumi dei precedenti pastori della Chiesa di Dio, che aveano offuscata la vera pietà, e dato campo agli eresiarchi di declamar cotanto contra di noi.
Queste calamità e necessità della Francia quelle furono che più d'ogni altra ragione indussero il re Carlo e i suoi ministri a sacrificare infine le lor pretensioni in favore diEmmanuel Filiberto ducadi Savoia. Dall'un canto abbisognavano del di lui aiuto; dall'altro poteano temere ch'egli, perduta la pazienza, diventasse lor nemico, ed accrescesse le forze ai congiurati contra della corona. Il perchè si venne ad un accordo, per cui il re Cristianissimo convenne di rilasciare al duca Torino, Civasco, Chieri e Villanuova di Asti; e che il duca rilascerebbe al re possesso di Pinerolo, di Savigliano e della Perosa, ed inoltre procurerebbe di somministrare in servigio di sua maestà mille fanti e trecento cavalli pagati, con altri capitoli ch'io tralascio. Fece quanto potè il maresciallo di Bordiglione per impedire, o almeno per differire l'esecuzion di questo trattato ch'egli chiamava troppo pregiudiziale al re, quasichè fortissime, anzi chiare ragioni non assistessero il duca contra l'invasion de' suoi Stati fatta da' Franzesi. Tuttavia nel dicembre di quest'annosi vide rimesso il duca in possesso di Torino e degli altri suddetti luoghi: il che riuscì d'inestimabil consolazione a quel principe e a' sudditi suoi. Un altro avvenimento anche di maggior allegrezza per la real casa di Savoia era stato l'avere laduchessa Margheritanel dì 12 di gennaio di quest'anno dato alla luce un principino, a cui fu posto il nome diCarlo Emmanuele, unico frutto del loro matrimonio, tale nondimeno, che noi a suo tempo il vedremo sorpassare la gloria di tutti i suoi antenati. Non fu già favorevole il presente anno alla casa de Medici, anzi al resto dell'Italia. Imperocchè, oltre ad una siccità inudita, essendovi stati luoghi che per sette mesi non seppero cosa fosse pioggia, il che produsse non lieve penuria de' viveri, nell'ottobre e novembre cominciò a scorrere per Italia un malore di qualità epidemiale, passando da una città nell'altra, con infermarsi la maggior parte delle persone, e seguirne la morte d'assaissime per ogni città, e massimamente in Napoli, dove intorno a venti mila persone cessarono di vivere. La stessa febbre micidiale (a cui poi fu dato il nome del Castrone) in altri tempi si è fatta sentire all'Italia, e a' nostri di imperversò qui non poco, correndo l'anno 1730, andando anche allora gradatamente di città in città.
Ora ilduca Cosimo, che in tutte le guise si studiava di far comparire la sua divozione ed attaccamento alla corona di Spagna, mandò in quest'anno con pomposo accompagnamentodon Francescosuo primogenito a Madrid, acciocchè ivi soggiornasse, e facesse la corte a quel gran monarca. Ma eccoti nel novembre di quest'anno, per cagion della suddetta, oppur d'altra maligna influenza, cader malato ilcardinale Giovannidi età di diecinove anni, edon Garziadi minore età, amendue figliuoli del suddetto duca, e giovanetti di generosa indole e di rara espettazione, e l'un dietro all'altro essere rapiti dal mondo. Voce nondimeno comune allora fu, che, odiandosi fra loroquesti due fratelli, don Garzia in una caccia uccidesse il cardinale, senza esser veduto da alcuno. Avvisatone Cosimo, fece segretamente portare il cadavero in una stanza, e colà chiamò Garzia, immaginandolo autore di quell'eccesso. Arrivato ch'egli fu, cominciò il sangue dello estinto a bollire e ad uscir della ferita. Allora Cosimo, dando nelle furie, presa la spada di Garzia, colle sue proprie mani l'uccise, facendo poi correr voce che amendue fossero morti di malattia. Se questa sia verità o bugia, nol so io dire. Ben so, che trafitta dalla perdita di così cari germogli,donna Leonora di Toledolor madre, e soccombendo al dolore, anch'ella terminò fra poco i suoi giorni: donna che col suo consiglio e giudizio avea, per comun sentimento, contribuito non poco alla felicità del marito. Ebbe bisogno Cosimo della sua virtù per poter resistere all'urto di siffatte traversie; e il ponteficePio IV, per consolarlo, creò poscia cardinale nel giorno 6 di gennaio dell'anno seguente,Ferdinandoaltro di lui figliuolo, tutto che appena giunto alla età di quattordici anni. Ma non andò senza affanni lo stesso pontefice nell'anno presente. Grande era l'amore ch'egli portava a due suoi nipoti Borromei, cioè alconte Federigoe alcardinal Carlo, e sel meritavano essi per le loro virtù. Ad istanza del re Cattolico, avea il papa restituito aMarcantonio Colonnatutte le terre a lui tolte dal pontefice predecessore, e in tale occasione data in moglie al figlio di Colonna una sorella dei suddetto conte Federigo. All'incontro, il re, per non lasciarsi vincere in generosità, avea donato al conte Federigo il marchesato ossia ducato d'Oira nel regno di Napoli, ricaduto alla corte, con assegnargli anche una pensione annua di alcune migliaia di scudi sopra la gabella della seta di Calabria, con altre promesse; e similmente un'altra pensione di dodici mila scudi al cardinal Carlo di lui fratello sopra l'arcivescovato di Toledo. Ma preso nel novembre esso conte Federigoda quella infermità che dicemmo diffusa per l'Italia, terminò la carriera del viver suo con molto dolore del papa, che vide sfasciati in un momento i suoi disegni dalla volubilità delle cose umane. Servì la perdita del giovane fratello al cardinal Carlo per maggiormente mettersi nella via de' santi. Attese in quest'anno l'imperador Ferdinandoa stabilire il figlioMassimilianonella succession de' regni e della dignità sua. Il fece coronare re di Boemia, e poscia nella dieta degli elettori in Francoforte ottenne che fosse nel dì 25 d'ottobre proclamato re de' Romani. La sua coronazione venne poi solennizzata nel dì 30 di novembre, e fu anche nell'anno seguente a lui conferita la corona del regno d'Ungheria. Erano intanto occupati i pensieri di papa Pio IV dalla grand'opera del concilio di Trento, che proseguiva con vigore, ma insieme con continui dibattimenti per le precedenze degli ambasciatori spediti colà dai re e principi seguaci della Chiesa cattolica. Con tutto ciò, non lasciava egli di accudire a migliorare il governo di Roma, con avere specialmente in quest'anno regolata la forma de' giudizii, affinchè non si tirassero troppo in lungo le liti. Riformò ancora la corte, la sacra penitenzieria e i notai della camera apostolica, e pubblicò anche una riforma intorno al conclave. Erano restate guaste dall'antichità le celebri terme di Diocleziano imperadore. Egli le convertì in una chiesa e monastero, e ne diede il possesso ai monaci certosini. Ordinò ancora che i titoli delle chiese e diaconie assegnati ai cardinali, giacchè per la vecchiaia non meno, che per la negligenza dei precedenti porporati, erano andati in rovina, si riparassero: cose tutte che renderono sempre più glorioso il di lui pontificato.