MDLXIXAnno diCristoMDLXIX. Indiz.XII.Pio Vpapa 4.Massimiliano IIimperad. 6.Perchè s'andava maggiormente accendendo la guerra in Fiandra, e varii principi della Germania aveano già preso a proteggere il principe d'Oranges ribello del re di Spagna, l'imperador Massimiliano, a cui premeva di estinguere quel fuoco anche pe' suoi particolari interessi, avea spedito nell'anno addietro a Madrid l'arciduca Carloper consigliare il re a levare dal governo di Fiandra quel beccaio delduca d'Alva, e seco le milizie spagnuole, assicurandolo che coll'uso della clemenza quei popoli tornerebbero tutti all'ubbidienza del re, purchè vi si mettesse un governatore di gran credito e prudenza. Ebbe un bel dire lo arciduca. All'altura spagnuola sembrava offeso il suo decoro, se cedeva alle dimande de' sudditi, benchè portate dalcugino Augusto. Si sospettò tendere questo maneggio a far cadere quel governo in uno degli arciduchi, e a ricavarne la libertà della religione nei Paesi Bassi. In somma nulla di ciò ottenne l'arciduca; ma bensì fu conchiuso che l'imperadore darebbe per moglie alre Filippo IIl'arciduchessaAnnasua figlia, e aCarlo IXre di Francia l'altra minor figliaIsabella. Tornò l'arciduca Carlo in Italia, dopo aver ricevuto dalla corte cattolica grossi sussidii per la temuta guerra dei Turchi, e passò a Firenze a visitar la principessa sua sorella, e di là poi venne a dì 7 di maggio a Ferrara per veder l'altra sorella, cioèBarbaramoglie delduca Alfonso II. Siccome questo duca era sommamente magnifico in simili occasioni, non lasciò indietro spettacolo o divertimento alcuno per solennizzar la venuta di sì illustre cognato. Il condusse anche a Venezia a veder la festa dell'Ascensione; poscia ritornato con esso lui a Ferrara, nel dì 26 del suddetto mese fece eseguire un torneo di maravigliosa invenzione e di somma spesa, in tempo di notte, e sopra la larga fossa della città, con singolar varietà di macchine, di azioni e di ricche comparse. Ma sì grandiosa festa, in cui non si sa se maggior fosse il diletto o lo stupore, rimase funestata da un lacrimevole successo. Perciocchè essendo scesi dal muro in una barca sei di que' nobili combattenti tutti armati, cioè il conte Guido ed Annibale de' Bentivogli (l'un figlio e l'altro fratello del conte Cornelio Bentivogli), il conte Ercole Montecuccoli, Niccoluccio Rondinelli, il conte Ercole Bevilacqua ed Annibale Estense, tutti signori di rara nobiltà e valore, per poca avvertenza dei loro servitori, si rovesciò la barca, e, a riserva dei due ultimi, i quattro primi cavalieri restarono miseramente affogati nell'acqua.Un altro miserabile spettacolo di lunga mano maggiore si provò nell'anno presente in Venezia. Tra le maraviglie di Italia vien considerato il ricchissimo evastissimo arsenale di Venezia. Nella notte susseguente alla festa dell'Esaltazione della Croce, ossia al dì 14 di settembre (e non già al dì 24, come ha, credo per errore di stampa, il Campana), o per malizia degli uomini, o per natural fermentazione dei nitri dell'aria, si attaccò fuoco in uno dei torrioni, dove era la polve da cannone, che si comunicò ai tre altri simili. Tale fu l'empito di questo scoppio, che rovinò la metà dell'arsenale, si fracassarono molte galee, andò per terra gran quantità di case vicine, e tutto il monastero e la chiesa delle Celestine, con altri infiniti danni. Tre o quattro mesi prima s'era divulgato un prognostico, senza saperne l'autore, che alla metà di settembre verrebbe la fine del mondo. Con questa prevenzione in capo non si può esprimere qual terrore negli animi anche della gente savia producesse sì spaventoso accidente. Ma ritornata la quiete primiera, non tardarono quei prudentissimi padri a rifabbricar tutto anche in forma migliore. Fu questo un preludio a maggiori disavventure della repubblica veneta, la quale, sentendo un grande armamento che si faceva dalla parte di Selim sultano dei Turchi, fu obbligata anch'essa a fare un grosso preparamento di vele e genti per quel che potesse occorrere. Attendeva intanto l'indefessopontefice Pio Va mettere in buon assetto le cose della religione, con sostenerne la difesa in Francia, Germania e Fiandra, e insieme a riformar gli abusi dello stato ecclesiastico. Da questo furono banditi gli Ebrei, e loro solamente permesso di abitare in Roma ed Ancona. Con buona prammatica fu riformato il lusso delle donne, e molto più quello degli ecclesiastici. Uscì rigoroso proclama che vietava a chiunque avea abitazione in Roma, il poter andare alle pubbliche osterie e taverne, per quivi mangiare, bere o giocare, essendo queste unicamente istituite pel bisogno de' forestieri e per chi non ha casa: regolamento che verisimilmente fu di corta duratama che sarebbe da desiderare introdotto e mantenuto anche nelle altre città, per impedir tanti disordini che ne provengono al basso popolo. Ma pur troppo andrà sempre il privato interesse al di sopra del pubblico bene.Le paci degli ugonotti in Francia erano come le febbri quartane, e però poco stettero coloro a sguainar le spade, e a far più che mai una furiosa guerra ai cattolici. Ilre Carlo IXper questo ricorse al papa, ai principi d'Italia e al re di Spagna. E non indarno, perciocchè, conoscendo il pontefice quanto in quei torbidi fosse interessata la causa di Dio, fece quanto potè per soccorrerlo. Da saggio padre non adoperò già nei suoi Stati l'odioso ripiego di accrescere la gravezze, ma sì ben si servì delle preghiere, colle quali ricavò dalla sola Roma cento mila ducati, ed altrettanto dagli ecclesiastici, ed altri cento mila dal rimanente de' suoi Stati. Adunò inoltre quattro mila fanti e mille cavalli, coi quali si congiunsero altri mille fanti e cento cavalli somministrati dal duca di Firenze. Eletto per generale d'essa gente ilconte Sforzada Santafiora, spedì questo aiuto in Francia: aiuto non lieve al re Cristianissimo in que' bisogni, essendosi poi segnalati questi Italiani nella difesa di Poitiers, e nella battaglia di Moncontur, in cui le armi cattoliche riportarono una gloriosa vittoria. Ventisette furono le insegne o bandiere che in tal congiuntura guadagnò il conte di Santafiora generale del papa; e queste, inviate a Roma, furono appese in San Giovanni Laterano con iscrizione in marmo per eterna testimonianza della pietà del papa e del valore degl'Italiani. Non parlo del progresso delle guerre civili di Francia, per accennare dipoi gli avvenimenti di Fiandra, nei quali parimente ebbero parte molte milizie e nobili d'Italia. Ilduca d'Alva, in cui, oltre alla naturale inclinazione, si accresceva ogni dì più qualche dose di alterigia per le vittorie riportate, e per tante armi che aveva in suamano, si teneva ormai sotto i piedi la nazion fiamminga, sotto il qual nome a me sia lecito di comprendere tutti i Paesi Bassi. Trovando egli non solo esausto, ma anche indebitato l'erario regio, per rimetterlo, anzi per renderlo capace di maggiori imprese, si avvisò d'imporre nuovi aggravii a quei popoli. Pubblicò dunque un editto, ordinando che si pagasse per tutte le vendite de' mobili la decima parte, la vigesima per gli stabili, e di tutti per una volta sola la centesima. Ma i Fiamminghi, assai conoscenti che questo insopportabil peso era la maniera d'impoverirli, e che tutto quello che contribuissero alle voglie del duca, avea da servire per maggiormente conculcar loro stessi, cominciarono a ricalcitrare, mostrando che siffatto insolito aggravio andava a rovinar interamente il traffico, già troppo infievolito a cagion di tanti tessitori che erano passati in Inghilterra; e che si ridurrebbono in tale povertà, che neppure in tempo di pace avrebbero potuto pagare le ordinarie contribuzioni. Ma quanto più essi gridavano e comparivano renitenti ad una cieca ubbidienza, tanto più inalberava il duca. Il tornare indietro non era cosa da Spagnuolo; perciò venne al tuono delle minacce, ma senza ottener l'intento. In tali dispute terminò l'anno presente in quelle parti.Ebbero in quest'anno varii capi di querele contra del pontefice l'imperadorMassimiliano IIe il re di SpagnaFilippo II. Le buone maniere che sapeva usare l'accorto duca di FirenzeCosimo I, l'aveano renduto sì accetto apapa Pio V, ch'egli si potea in certa guisa chiamare l'arbitro della corte romana. Bastava che egli chiedesse, per ottenere. Concertata dunque fra loro la maniera di decidere, senza decidere, la preminenza del duca di Firenze sopra quel di Ferrara, il papa nel dì primo di settembre, senza partecipazion del sacro collegio, dichiarò Cosimogran duca di Toscana, con assegnargli la corona regale. Specialmente si fondò egli, per concedergli quest'onore, nella pretensionedel duca di non riconoscere alcun superiore temporale nel dominio fiorentino, e in una non so qual distinzione di papa Pelagio. Per questa risoluzione si risentirono forte e fecero gravi doglianze l'imperadore e il re di Spagna, pretendendola per una manifesta usurpazione del diritto altrui, stante l'esser Cosimo pel dominio fiorentino vassallo dell'imperio (come esso Augusto con sua lettera[Lunigo, Codice Diplomat.]diceva apparire dalle investiture ossia dai diplomi di Carlo V), e per la signoria di Siena vassallo dei re di Spagna; e stante il non aver i pontefici giurisdizione alcuna temporale in quegli Stati. Tanto più ancora si alterarono quei due monarchi, perchè a dispetto delle loro proteste e richiami, portatosi il duca Cosimo nell'anno seguente a Roma, con gran solennità ricevette dalle mani del papa la corona regale e lo scettro, senza che alcuno degli ambasciatori dei principi volesse intervenire a quella funzione. Dichiaravasi poi particolarmente esacerbato il re Cattolico, per avere il papa inviato in Sicilia monsignor Paolo Odescalco con titolo di nunzio, e facoltà di regolar quivi le cose ecclesiastiche: cosa insolita e contraria al preteso privilegio, ossia consuetudine della chiamata monarchia di Sicilia. Dolevasi inoltre che il pontefice avesse fatta un'altra novità coll'aggiugnere alla bollaIn Coena Dominila proibizione ai principi d'imporre nuove gabelle e dazii ai popoli lor sudditi, con iscomunicar chi ciò facesse, senza eccettuare alcuno dei monarchi. Ma in nulla andarono a finir tutti questi lamenti, proteste e disgusti, perchè tempi correano, ne' quali ognun dei potentati cattolici abbisognava delle rugiade di Roma; l'imperadore per la guerra temuta vicina dei Turchi; il re di Francia per quella degli ugonotti; e il re Cattolico per la rivolta dei Mori, e per li torbidi della Fiandra. Anche il duca di SavoiaEmmanuel Filibertorestò nonpoco offeso per l'onore conferito dal papa al duca di Firenze, e mandò le sue grida a Roma. Quetollo il pontefice con dire di non aver inteso con ciò di pregiudicare ai diritti di principe alcuno.Grande strepito parimente fece in quest'anno ciò che nel dì 26 di ottobre accadde al santo cardinale ed arcivescovo di MilanoCarlo Borromeo. Tra le tante memorabili azioni sue per riformare l'uno e l'altro clero di quella città, singolare fu la sua premura di mettere buon sesto al troppo scorretto e corrotto ordine dei frati umiliati: ordine nato nei secoli addietro in essa città, e dilatato per la Lombardia. Congiurarono contra di lui alcuni dei più scellerati, e un Girolamo Donati, per soprannome il Farina, sacerdote fra essi, prese l'assunto di liberar da questa chiamata vessazione l'ordine suo. Aspettò costui che il sacro pastore si trovasse inginocchiato su uno scabello verso mezz'ora di notte nell'oratorio dell'arcivescovato dove concorreva alle orazioni la di lui famiglia con altre persone divote; ed allorchè i musici cantavano queste parole:Non turbetur cor vestrum, neque formidet, dalla porta dell'oratorio, in vicinanza di quattro braccia, gli sparò un'archibugiata. Il colpi una palla nel mezzo della schiena, ma non passò il rocchetto, e cadde a terra. Più d'uno dei quadrelli, onde era carico l'archibugio, penetrò fino alla cute, e solamente vi lasciò un nero segno. Gli altri quadretti percossero il muro in faccia, e vi fecero uno squarcio. Si sentì il santo arcivescovo urtar sì forte da questo colpo, che cadde boccone sullo scabello, e si tenne per ferito a morte. Pure stette saldo, finchè fosse terminata l'orazione, dopo la quale si trovò egli sano e salvo con segno manifesto della mano di Dio, che miracolosamente il preservò dalla morte. Ebbe tempo il sicario di fuggire e di nascondersi; ma non si ascose già alla giustizia di Dio, perchè di lì a qualche tempo scoperto, ebbe il meritato castigo,tuttochè il buon cardinale facesse il possibile per salvargli la vita. Per tanta iniquità fu poi totalmente estinto da papa Pio V, nel dì 8 di febbraio del 1571, l'ordine dei frati Umiliati.
Perchè s'andava maggiormente accendendo la guerra in Fiandra, e varii principi della Germania aveano già preso a proteggere il principe d'Oranges ribello del re di Spagna, l'imperador Massimiliano, a cui premeva di estinguere quel fuoco anche pe' suoi particolari interessi, avea spedito nell'anno addietro a Madrid l'arciduca Carloper consigliare il re a levare dal governo di Fiandra quel beccaio delduca d'Alva, e seco le milizie spagnuole, assicurandolo che coll'uso della clemenza quei popoli tornerebbero tutti all'ubbidienza del re, purchè vi si mettesse un governatore di gran credito e prudenza. Ebbe un bel dire lo arciduca. All'altura spagnuola sembrava offeso il suo decoro, se cedeva alle dimande de' sudditi, benchè portate dalcugino Augusto. Si sospettò tendere questo maneggio a far cadere quel governo in uno degli arciduchi, e a ricavarne la libertà della religione nei Paesi Bassi. In somma nulla di ciò ottenne l'arciduca; ma bensì fu conchiuso che l'imperadore darebbe per moglie alre Filippo IIl'arciduchessaAnnasua figlia, e aCarlo IXre di Francia l'altra minor figliaIsabella. Tornò l'arciduca Carlo in Italia, dopo aver ricevuto dalla corte cattolica grossi sussidii per la temuta guerra dei Turchi, e passò a Firenze a visitar la principessa sua sorella, e di là poi venne a dì 7 di maggio a Ferrara per veder l'altra sorella, cioèBarbaramoglie delduca Alfonso II. Siccome questo duca era sommamente magnifico in simili occasioni, non lasciò indietro spettacolo o divertimento alcuno per solennizzar la venuta di sì illustre cognato. Il condusse anche a Venezia a veder la festa dell'Ascensione; poscia ritornato con esso lui a Ferrara, nel dì 26 del suddetto mese fece eseguire un torneo di maravigliosa invenzione e di somma spesa, in tempo di notte, e sopra la larga fossa della città, con singolar varietà di macchine, di azioni e di ricche comparse. Ma sì grandiosa festa, in cui non si sa se maggior fosse il diletto o lo stupore, rimase funestata da un lacrimevole successo. Perciocchè essendo scesi dal muro in una barca sei di que' nobili combattenti tutti armati, cioè il conte Guido ed Annibale de' Bentivogli (l'un figlio e l'altro fratello del conte Cornelio Bentivogli), il conte Ercole Montecuccoli, Niccoluccio Rondinelli, il conte Ercole Bevilacqua ed Annibale Estense, tutti signori di rara nobiltà e valore, per poca avvertenza dei loro servitori, si rovesciò la barca, e, a riserva dei due ultimi, i quattro primi cavalieri restarono miseramente affogati nell'acqua.
Un altro miserabile spettacolo di lunga mano maggiore si provò nell'anno presente in Venezia. Tra le maraviglie di Italia vien considerato il ricchissimo evastissimo arsenale di Venezia. Nella notte susseguente alla festa dell'Esaltazione della Croce, ossia al dì 14 di settembre (e non già al dì 24, come ha, credo per errore di stampa, il Campana), o per malizia degli uomini, o per natural fermentazione dei nitri dell'aria, si attaccò fuoco in uno dei torrioni, dove era la polve da cannone, che si comunicò ai tre altri simili. Tale fu l'empito di questo scoppio, che rovinò la metà dell'arsenale, si fracassarono molte galee, andò per terra gran quantità di case vicine, e tutto il monastero e la chiesa delle Celestine, con altri infiniti danni. Tre o quattro mesi prima s'era divulgato un prognostico, senza saperne l'autore, che alla metà di settembre verrebbe la fine del mondo. Con questa prevenzione in capo non si può esprimere qual terrore negli animi anche della gente savia producesse sì spaventoso accidente. Ma ritornata la quiete primiera, non tardarono quei prudentissimi padri a rifabbricar tutto anche in forma migliore. Fu questo un preludio a maggiori disavventure della repubblica veneta, la quale, sentendo un grande armamento che si faceva dalla parte di Selim sultano dei Turchi, fu obbligata anch'essa a fare un grosso preparamento di vele e genti per quel che potesse occorrere. Attendeva intanto l'indefessopontefice Pio Va mettere in buon assetto le cose della religione, con sostenerne la difesa in Francia, Germania e Fiandra, e insieme a riformar gli abusi dello stato ecclesiastico. Da questo furono banditi gli Ebrei, e loro solamente permesso di abitare in Roma ed Ancona. Con buona prammatica fu riformato il lusso delle donne, e molto più quello degli ecclesiastici. Uscì rigoroso proclama che vietava a chiunque avea abitazione in Roma, il poter andare alle pubbliche osterie e taverne, per quivi mangiare, bere o giocare, essendo queste unicamente istituite pel bisogno de' forestieri e per chi non ha casa: regolamento che verisimilmente fu di corta duratama che sarebbe da desiderare introdotto e mantenuto anche nelle altre città, per impedir tanti disordini che ne provengono al basso popolo. Ma pur troppo andrà sempre il privato interesse al di sopra del pubblico bene.
Le paci degli ugonotti in Francia erano come le febbri quartane, e però poco stettero coloro a sguainar le spade, e a far più che mai una furiosa guerra ai cattolici. Ilre Carlo IXper questo ricorse al papa, ai principi d'Italia e al re di Spagna. E non indarno, perciocchè, conoscendo il pontefice quanto in quei torbidi fosse interessata la causa di Dio, fece quanto potè per soccorrerlo. Da saggio padre non adoperò già nei suoi Stati l'odioso ripiego di accrescere la gravezze, ma sì ben si servì delle preghiere, colle quali ricavò dalla sola Roma cento mila ducati, ed altrettanto dagli ecclesiastici, ed altri cento mila dal rimanente de' suoi Stati. Adunò inoltre quattro mila fanti e mille cavalli, coi quali si congiunsero altri mille fanti e cento cavalli somministrati dal duca di Firenze. Eletto per generale d'essa gente ilconte Sforzada Santafiora, spedì questo aiuto in Francia: aiuto non lieve al re Cristianissimo in que' bisogni, essendosi poi segnalati questi Italiani nella difesa di Poitiers, e nella battaglia di Moncontur, in cui le armi cattoliche riportarono una gloriosa vittoria. Ventisette furono le insegne o bandiere che in tal congiuntura guadagnò il conte di Santafiora generale del papa; e queste, inviate a Roma, furono appese in San Giovanni Laterano con iscrizione in marmo per eterna testimonianza della pietà del papa e del valore degl'Italiani. Non parlo del progresso delle guerre civili di Francia, per accennare dipoi gli avvenimenti di Fiandra, nei quali parimente ebbero parte molte milizie e nobili d'Italia. Ilduca d'Alva, in cui, oltre alla naturale inclinazione, si accresceva ogni dì più qualche dose di alterigia per le vittorie riportate, e per tante armi che aveva in suamano, si teneva ormai sotto i piedi la nazion fiamminga, sotto il qual nome a me sia lecito di comprendere tutti i Paesi Bassi. Trovando egli non solo esausto, ma anche indebitato l'erario regio, per rimetterlo, anzi per renderlo capace di maggiori imprese, si avvisò d'imporre nuovi aggravii a quei popoli. Pubblicò dunque un editto, ordinando che si pagasse per tutte le vendite de' mobili la decima parte, la vigesima per gli stabili, e di tutti per una volta sola la centesima. Ma i Fiamminghi, assai conoscenti che questo insopportabil peso era la maniera d'impoverirli, e che tutto quello che contribuissero alle voglie del duca, avea da servire per maggiormente conculcar loro stessi, cominciarono a ricalcitrare, mostrando che siffatto insolito aggravio andava a rovinar interamente il traffico, già troppo infievolito a cagion di tanti tessitori che erano passati in Inghilterra; e che si ridurrebbono in tale povertà, che neppure in tempo di pace avrebbero potuto pagare le ordinarie contribuzioni. Ma quanto più essi gridavano e comparivano renitenti ad una cieca ubbidienza, tanto più inalberava il duca. Il tornare indietro non era cosa da Spagnuolo; perciò venne al tuono delle minacce, ma senza ottener l'intento. In tali dispute terminò l'anno presente in quelle parti.
Ebbero in quest'anno varii capi di querele contra del pontefice l'imperadorMassimiliano IIe il re di SpagnaFilippo II. Le buone maniere che sapeva usare l'accorto duca di FirenzeCosimo I, l'aveano renduto sì accetto apapa Pio V, ch'egli si potea in certa guisa chiamare l'arbitro della corte romana. Bastava che egli chiedesse, per ottenere. Concertata dunque fra loro la maniera di decidere, senza decidere, la preminenza del duca di Firenze sopra quel di Ferrara, il papa nel dì primo di settembre, senza partecipazion del sacro collegio, dichiarò Cosimogran duca di Toscana, con assegnargli la corona regale. Specialmente si fondò egli, per concedergli quest'onore, nella pretensionedel duca di non riconoscere alcun superiore temporale nel dominio fiorentino, e in una non so qual distinzione di papa Pelagio. Per questa risoluzione si risentirono forte e fecero gravi doglianze l'imperadore e il re di Spagna, pretendendola per una manifesta usurpazione del diritto altrui, stante l'esser Cosimo pel dominio fiorentino vassallo dell'imperio (come esso Augusto con sua lettera[Lunigo, Codice Diplomat.]diceva apparire dalle investiture ossia dai diplomi di Carlo V), e per la signoria di Siena vassallo dei re di Spagna; e stante il non aver i pontefici giurisdizione alcuna temporale in quegli Stati. Tanto più ancora si alterarono quei due monarchi, perchè a dispetto delle loro proteste e richiami, portatosi il duca Cosimo nell'anno seguente a Roma, con gran solennità ricevette dalle mani del papa la corona regale e lo scettro, senza che alcuno degli ambasciatori dei principi volesse intervenire a quella funzione. Dichiaravasi poi particolarmente esacerbato il re Cattolico, per avere il papa inviato in Sicilia monsignor Paolo Odescalco con titolo di nunzio, e facoltà di regolar quivi le cose ecclesiastiche: cosa insolita e contraria al preteso privilegio, ossia consuetudine della chiamata monarchia di Sicilia. Dolevasi inoltre che il pontefice avesse fatta un'altra novità coll'aggiugnere alla bollaIn Coena Dominila proibizione ai principi d'imporre nuove gabelle e dazii ai popoli lor sudditi, con iscomunicar chi ciò facesse, senza eccettuare alcuno dei monarchi. Ma in nulla andarono a finir tutti questi lamenti, proteste e disgusti, perchè tempi correano, ne' quali ognun dei potentati cattolici abbisognava delle rugiade di Roma; l'imperadore per la guerra temuta vicina dei Turchi; il re di Francia per quella degli ugonotti; e il re Cattolico per la rivolta dei Mori, e per li torbidi della Fiandra. Anche il duca di SavoiaEmmanuel Filibertorestò nonpoco offeso per l'onore conferito dal papa al duca di Firenze, e mandò le sue grida a Roma. Quetollo il pontefice con dire di non aver inteso con ciò di pregiudicare ai diritti di principe alcuno.
Grande strepito parimente fece in quest'anno ciò che nel dì 26 di ottobre accadde al santo cardinale ed arcivescovo di MilanoCarlo Borromeo. Tra le tante memorabili azioni sue per riformare l'uno e l'altro clero di quella città, singolare fu la sua premura di mettere buon sesto al troppo scorretto e corrotto ordine dei frati umiliati: ordine nato nei secoli addietro in essa città, e dilatato per la Lombardia. Congiurarono contra di lui alcuni dei più scellerati, e un Girolamo Donati, per soprannome il Farina, sacerdote fra essi, prese l'assunto di liberar da questa chiamata vessazione l'ordine suo. Aspettò costui che il sacro pastore si trovasse inginocchiato su uno scabello verso mezz'ora di notte nell'oratorio dell'arcivescovato dove concorreva alle orazioni la di lui famiglia con altre persone divote; ed allorchè i musici cantavano queste parole:Non turbetur cor vestrum, neque formidet, dalla porta dell'oratorio, in vicinanza di quattro braccia, gli sparò un'archibugiata. Il colpi una palla nel mezzo della schiena, ma non passò il rocchetto, e cadde a terra. Più d'uno dei quadrelli, onde era carico l'archibugio, penetrò fino alla cute, e solamente vi lasciò un nero segno. Gli altri quadretti percossero il muro in faccia, e vi fecero uno squarcio. Si sentì il santo arcivescovo urtar sì forte da questo colpo, che cadde boccone sullo scabello, e si tenne per ferito a morte. Pure stette saldo, finchè fosse terminata l'orazione, dopo la quale si trovò egli sano e salvo con segno manifesto della mano di Dio, che miracolosamente il preservò dalla morte. Ebbe tempo il sicario di fuggire e di nascondersi; ma non si ascose già alla giustizia di Dio, perchè di lì a qualche tempo scoperto, ebbe il meritato castigo,tuttochè il buon cardinale facesse il possibile per salvargli la vita. Per tanta iniquità fu poi totalmente estinto da papa Pio V, nel dì 8 di febbraio del 1571, l'ordine dei frati Umiliati.