MDLXVIIIAnno diCristoMDLXVIII. IndizioneXI.Pio IVpapa 3.Massimiliano IIimperadore 5.Non si può passar sotto silenzio una delle più strepitose tragedie che ci rappresenti mai la storia, cominciata sul principio di quest'anno in Ispagna, e terminata dopo sette mesi, che diede dolore ad infinite persone, e stupore e gran materia di parlare ad ognuno per tutta Europa. Non aveaFilippo II redi Spagna che un figlio solo, cioèdon Carlo, erede futuro di quella vasta monarchia, già pervenuto alla età di ventidue o ventitrè anni, e che veniva considerato dai Siciliani, Napoletani e Milanesi per destinato dalla provvidenza al loro governo. Verso la mezza notte del dì 18 di gennaio lo stesso re accompagnato da' suoi consiglieri entrò nella di lui camera,e fece tosto levar la spada e una pistola carica ch'egli teneva sotto il capezzale. Svegliato il principe, saltò fuori del letto, e, veduto il padre gridò:Vostra maestà mi vuol ammazzare. Gli ordinò il re di tornarsene a letto; ma egli da disperato tentò fin buttarsi nel fuoco. Tolta fu di sua camera ogni scrittura, e tutto ciò di cui si sarebbe egli potuto servire per nuocere a sè stesso; e ben inchiodate le finestre, furono lasciate ivi buone guardie che il custodissero di vista, e riferissero tutti i suoi cenni e parole. Da lì a qualche giorno venne chiuso il misero principe in una forte torre. Secondo le apparenze, fu creduto che il padre altro non intendesse che di ritenerlo ivi senza voler la sua morte; ma egli in tante maniere se la procurò o col non voler cibo, o col prenderne di troppo, e spezialmente col lasciarsi vincere dalla rabbia e dal dolore, che nel dì 14 di luglio cadde gravemente malato. Allora fu ch'egli si rassegnò ai voleri di Dio, e munito poi dei sacramenti spirò l'anima nel dì 24 d'esso mese, vigilia della festa di San Jacopo maggiore, tanto venerato dagli Spagnuoli. Solenni esequie per quindici giorni gli furono fatte per ordine del padre, sommamente afflitto per la perdita di un figlio, qualunque egli si fosse, e per le tante dicerie, che ben prevedeva inevitabili per sì lagrimevole scena. E gran dire fu in effetto per questo dappertutto, e massimamente gli storici (e son ben molti) pretesero d'informare il pubblico dei motivi che indussero un re padre a privarsi di un figlio, e figlio unico, non già col veleno, come sospettarono i maligni, ma con una stretta prigionia, che bastò per trarlo alla morte.Sognarono alcuni che don Carlo cominciasse o accrescesse l'izza sua contro il padre al veder presa da lui vecchio per moglie Isabella di Francia, che conveniva molto più a lui giovanetto. Che da lì innanzi egli amoreggiasse la matrigna, onde nascesse grave gelosia nel padre,il quale vieppiù si confermasse in tal sospetto, perchè la buona principessa gli parlasse talvolta in iscusa e favore del figliastro. Crebbe maggiormente cotal diceria, allorchè si vide mancar di vita per immaturo parto la stessa regina Isabella nel dì 3 di ottobre di quest'anno, interpretando la maliziosa gente per violenta una morte, che tanto facilmente potè essere naturale, e che inavvertentemente fu accelerata dai medici, giudicanti lei oppilata e non gravida. E questo s'ha dai romanzi fabbricati su questo funestissimo avvenimento, fra' quali ha avuto grande spaccio quello del signor di San Reale. Altri scrissero nata la discordia di don Carlo col padre, perchè tenuto come schiavo, e sovente ancora sgridato. Ch'egli tramò di fuggirsene e venire in Italia, o passare in Fiandra, per sollevare i popoli contro il real genitore; e che diede impulso alla sollevazion de' Mori, accaduta in questi tempi in Ispagna. Aver egli confidato, o almen lasciato traspirare qualche suo pernicioso disegno adon Giovanni d'Austriasuo zio, il quale immantinente rivelò tutto al re. Che don Carlo sparlava pubblicamente del padre e dei suoi ministri; manteneva corrispondenze coi di lui nimici; era di genio sì crudele, che potea temersi di lui non un re severo, ma un tiranno spietato. Ch'egli si scoprì infetto di sentimenti eretici, per li quali fu anche chiamato il consiglio dell'inquisizione, secondo il parer di cui, non meno che del real consiglio, fu conchiuso doversi anteporre il pubblico bene della religione e dello Stato ad ogni privato riguardo. Perlochè fu proferita sentenza di morte contra di lui, e questa sottoscritta con coraggio dal re afflittissimo contro tutte le ripugnanze della natura.Ma il saggio lettore deve essere persuaso che la immaginazion del volgo e degli storici e dei politici fabbricò qui più sul verisimile che sul vero; perciocchè Filippo II non volle per motivi di saviezza rivelare giammai al pubblicoi motivi dell'imprigionamento del figlio. Quel che si può tenere per fermo, si è, che don Carlo fu principe di cervello torbidissimo, di genio stravagante, e pregno d'odio contra del padre: passione capace d'ispirargli ogni più rea risoluzione. Che il re padre nulla operò contro il figlio senza consultar sopra sì importante affare ministri e teologi, e senza chiarire con buone pruove in un processo i demeriti del figliuolo. E finalmente essendo egli stato monarca sì saggio e pio, non si può mai credere che egli padre prendesse sì vigoroso risentimento contra di un unico figlio, se giuste e potentissime ragioni non l'avessero spinto a sacrificare l'amore paterno all'interesse dello Stato. Anche loczarPietro imperadore della Russia, principe d'immortale memoria, si è veduto ai giorni nostri nel medesimo cimento, e ridotto a punire un figlio anch'esso unico, di cui tutto si potea temere. Questi poi volle per discolpa sua informato il mondo della giustizia di quel gastigo. Ma il re Filippo dovette credere maggior prudenza il tenere occulti i giusti motivi dell'indignazione e risoluzione sua. In somma quando un padre non tiranno, non empio, ma assennato e timorato di Dio, arriva ad infierire contra di un figlio, si ha da sentenziare in favore del primo, e non dell'altro.Potrebbesi ben dubitare se convenisse alla prudenza di sì gran re l'avere inviato in Fiandra un nobile carnefice, che tale si potè chiamare ilduca d'Alva, senza mai far caso dei consigli delladuchessa Margheritasua sorella, e delle preghiere diMassimiliano II imperadore, che, prevenendo i disordini seguaci della crudeltà, non cessò mai d'inspirargli le vie della clemenza, per le quali si sarebbe assodata la religione cattolica e il dominio spagnuolo ne' Paesi Bassi. Fece l'inumano duca nel presente anno su pubblico palco decapitare i conti d'Agamonte e d'Horno, nobilissimi e prodi signori, che pur protestavano di nulla avere operatocontro il re Filippo, e coraggiosi morirono nella comunione della Chiesa cattolica: il che fe' sempre più conoscere che la religione non era il primo motivo di quelle barbariche esecuzioni. Contra non meno di secento altre persone, dice l'Adriani, la maggior parte nobili, e almen la metà cattoliche di credenza, fulminata la sentenza di morte, ebbe il suo effetto; e ne restava nelle prigioni non minor numero, benchè di minor qualità e rispetto. Che orrore, che odio, che incitamento alla ribellione e alla vendetta cagionasse questo macello ne' popoli di quella provincia, non occorre ch'io lo racconti. Riportò in quest'anno due vittorie il duca d'Alva, l'una contro Lodovico di Nassau, e l'altra contra il principe d'Oranges, fratello di esso Lodovico; e per queste sì fattamente si gonfiò, che volle entrar come trionfante in Brusselles, e nell'anno seguente volle che gli fosse dirizzata una statua di bronzo con iscrizione piena di tanta vanità, che beffar si fece da tutti i saggi. Maggiormente ancora gli salì il fumo alla testa, perchè ilpontefice Pio V, riguardando in lui un gran difensor della fede, gli mandò in dono il cappello e lo stocco ornati di gemme. Anche in Francia continuò la guerra del re Carlo contro gli ugonotti; ma in tali angustie si trovò esso re, per mancanza specialmente di pecunia, che non seppe esentarsi dal venire ad un accomodamento, ossia pace, con essi nel dì 25 di marzo, accordando a coloro tali condizioni, che non meno dal papa che dal re Cattolico fu disapprovata e biasimata come soverchia la di lui condiscendenza. Ebbero i Genovesi in questo anno la consolazione di metter fine alla rivolta dei Corsi, con guadagnare Alfonso figlio di Sampiero, che già vedemmo divenuto capo dei ribelli in quell'isola. Non avendo costui trovato alcun principe che stendesse una mano per aiutarlo, e niun di essi accettando l'offerta, vanamente lor fatta della Corsica, diede ascolto a chi trattava di pace: glifurono pagati dalla repubblica di Genova tutti i suoi beni, ed egli passò dipoi a stabilirsi in Francia, dove pel suo valore nelle seguenti guerre meritò d'aver nobili impieghi. Con ciò la Corsica si quetò, e tornò tutta all'ubbidienza dei Genovesi. Potrebbe essere nondimeno che il compimento di questo giubilo lo conseguissero eglino solamente nell'anno seguente. Durava tuttavia la lite di precedenza fraAlfonso ducadi Ferrara, eCosimo ducadi Firenze. Gran dibattimento intorno ad essa fu fatto nel presente anno, essendo favorevole al primo l'imperadore, e all'altro il papa. Inclinava la corte di Francia a sostener la parte dell'Estense, e seguì anche un tumulto in quella corte per questo, in occasione di celebrarsi il funerale del defuntodon Carloprincipe di Spagna. Avea preso l'imperadore a decidere questa contesa, ma non mai giunse a proferirne il suo voto. Per altra viapapa Pio Vsi studiò di darla vinta al duca di Firenze, siccome diremo all'anno che seguita.
Non si può passar sotto silenzio una delle più strepitose tragedie che ci rappresenti mai la storia, cominciata sul principio di quest'anno in Ispagna, e terminata dopo sette mesi, che diede dolore ad infinite persone, e stupore e gran materia di parlare ad ognuno per tutta Europa. Non aveaFilippo II redi Spagna che un figlio solo, cioèdon Carlo, erede futuro di quella vasta monarchia, già pervenuto alla età di ventidue o ventitrè anni, e che veniva considerato dai Siciliani, Napoletani e Milanesi per destinato dalla provvidenza al loro governo. Verso la mezza notte del dì 18 di gennaio lo stesso re accompagnato da' suoi consiglieri entrò nella di lui camera,e fece tosto levar la spada e una pistola carica ch'egli teneva sotto il capezzale. Svegliato il principe, saltò fuori del letto, e, veduto il padre gridò:Vostra maestà mi vuol ammazzare. Gli ordinò il re di tornarsene a letto; ma egli da disperato tentò fin buttarsi nel fuoco. Tolta fu di sua camera ogni scrittura, e tutto ciò di cui si sarebbe egli potuto servire per nuocere a sè stesso; e ben inchiodate le finestre, furono lasciate ivi buone guardie che il custodissero di vista, e riferissero tutti i suoi cenni e parole. Da lì a qualche giorno venne chiuso il misero principe in una forte torre. Secondo le apparenze, fu creduto che il padre altro non intendesse che di ritenerlo ivi senza voler la sua morte; ma egli in tante maniere se la procurò o col non voler cibo, o col prenderne di troppo, e spezialmente col lasciarsi vincere dalla rabbia e dal dolore, che nel dì 14 di luglio cadde gravemente malato. Allora fu ch'egli si rassegnò ai voleri di Dio, e munito poi dei sacramenti spirò l'anima nel dì 24 d'esso mese, vigilia della festa di San Jacopo maggiore, tanto venerato dagli Spagnuoli. Solenni esequie per quindici giorni gli furono fatte per ordine del padre, sommamente afflitto per la perdita di un figlio, qualunque egli si fosse, e per le tante dicerie, che ben prevedeva inevitabili per sì lagrimevole scena. E gran dire fu in effetto per questo dappertutto, e massimamente gli storici (e son ben molti) pretesero d'informare il pubblico dei motivi che indussero un re padre a privarsi di un figlio, e figlio unico, non già col veleno, come sospettarono i maligni, ma con una stretta prigionia, che bastò per trarlo alla morte.
Sognarono alcuni che don Carlo cominciasse o accrescesse l'izza sua contro il padre al veder presa da lui vecchio per moglie Isabella di Francia, che conveniva molto più a lui giovanetto. Che da lì innanzi egli amoreggiasse la matrigna, onde nascesse grave gelosia nel padre,il quale vieppiù si confermasse in tal sospetto, perchè la buona principessa gli parlasse talvolta in iscusa e favore del figliastro. Crebbe maggiormente cotal diceria, allorchè si vide mancar di vita per immaturo parto la stessa regina Isabella nel dì 3 di ottobre di quest'anno, interpretando la maliziosa gente per violenta una morte, che tanto facilmente potè essere naturale, e che inavvertentemente fu accelerata dai medici, giudicanti lei oppilata e non gravida. E questo s'ha dai romanzi fabbricati su questo funestissimo avvenimento, fra' quali ha avuto grande spaccio quello del signor di San Reale. Altri scrissero nata la discordia di don Carlo col padre, perchè tenuto come schiavo, e sovente ancora sgridato. Ch'egli tramò di fuggirsene e venire in Italia, o passare in Fiandra, per sollevare i popoli contro il real genitore; e che diede impulso alla sollevazion de' Mori, accaduta in questi tempi in Ispagna. Aver egli confidato, o almen lasciato traspirare qualche suo pernicioso disegno adon Giovanni d'Austriasuo zio, il quale immantinente rivelò tutto al re. Che don Carlo sparlava pubblicamente del padre e dei suoi ministri; manteneva corrispondenze coi di lui nimici; era di genio sì crudele, che potea temersi di lui non un re severo, ma un tiranno spietato. Ch'egli si scoprì infetto di sentimenti eretici, per li quali fu anche chiamato il consiglio dell'inquisizione, secondo il parer di cui, non meno che del real consiglio, fu conchiuso doversi anteporre il pubblico bene della religione e dello Stato ad ogni privato riguardo. Perlochè fu proferita sentenza di morte contra di lui, e questa sottoscritta con coraggio dal re afflittissimo contro tutte le ripugnanze della natura.
Ma il saggio lettore deve essere persuaso che la immaginazion del volgo e degli storici e dei politici fabbricò qui più sul verisimile che sul vero; perciocchè Filippo II non volle per motivi di saviezza rivelare giammai al pubblicoi motivi dell'imprigionamento del figlio. Quel che si può tenere per fermo, si è, che don Carlo fu principe di cervello torbidissimo, di genio stravagante, e pregno d'odio contra del padre: passione capace d'ispirargli ogni più rea risoluzione. Che il re padre nulla operò contro il figlio senza consultar sopra sì importante affare ministri e teologi, e senza chiarire con buone pruove in un processo i demeriti del figliuolo. E finalmente essendo egli stato monarca sì saggio e pio, non si può mai credere che egli padre prendesse sì vigoroso risentimento contra di un unico figlio, se giuste e potentissime ragioni non l'avessero spinto a sacrificare l'amore paterno all'interesse dello Stato. Anche loczarPietro imperadore della Russia, principe d'immortale memoria, si è veduto ai giorni nostri nel medesimo cimento, e ridotto a punire un figlio anch'esso unico, di cui tutto si potea temere. Questi poi volle per discolpa sua informato il mondo della giustizia di quel gastigo. Ma il re Filippo dovette credere maggior prudenza il tenere occulti i giusti motivi dell'indignazione e risoluzione sua. In somma quando un padre non tiranno, non empio, ma assennato e timorato di Dio, arriva ad infierire contra di un figlio, si ha da sentenziare in favore del primo, e non dell'altro.
Potrebbesi ben dubitare se convenisse alla prudenza di sì gran re l'avere inviato in Fiandra un nobile carnefice, che tale si potè chiamare ilduca d'Alva, senza mai far caso dei consigli delladuchessa Margheritasua sorella, e delle preghiere diMassimiliano II imperadore, che, prevenendo i disordini seguaci della crudeltà, non cessò mai d'inspirargli le vie della clemenza, per le quali si sarebbe assodata la religione cattolica e il dominio spagnuolo ne' Paesi Bassi. Fece l'inumano duca nel presente anno su pubblico palco decapitare i conti d'Agamonte e d'Horno, nobilissimi e prodi signori, che pur protestavano di nulla avere operatocontro il re Filippo, e coraggiosi morirono nella comunione della Chiesa cattolica: il che fe' sempre più conoscere che la religione non era il primo motivo di quelle barbariche esecuzioni. Contra non meno di secento altre persone, dice l'Adriani, la maggior parte nobili, e almen la metà cattoliche di credenza, fulminata la sentenza di morte, ebbe il suo effetto; e ne restava nelle prigioni non minor numero, benchè di minor qualità e rispetto. Che orrore, che odio, che incitamento alla ribellione e alla vendetta cagionasse questo macello ne' popoli di quella provincia, non occorre ch'io lo racconti. Riportò in quest'anno due vittorie il duca d'Alva, l'una contro Lodovico di Nassau, e l'altra contra il principe d'Oranges, fratello di esso Lodovico; e per queste sì fattamente si gonfiò, che volle entrar come trionfante in Brusselles, e nell'anno seguente volle che gli fosse dirizzata una statua di bronzo con iscrizione piena di tanta vanità, che beffar si fece da tutti i saggi. Maggiormente ancora gli salì il fumo alla testa, perchè ilpontefice Pio V, riguardando in lui un gran difensor della fede, gli mandò in dono il cappello e lo stocco ornati di gemme. Anche in Francia continuò la guerra del re Carlo contro gli ugonotti; ma in tali angustie si trovò esso re, per mancanza specialmente di pecunia, che non seppe esentarsi dal venire ad un accomodamento, ossia pace, con essi nel dì 25 di marzo, accordando a coloro tali condizioni, che non meno dal papa che dal re Cattolico fu disapprovata e biasimata come soverchia la di lui condiscendenza. Ebbero i Genovesi in questo anno la consolazione di metter fine alla rivolta dei Corsi, con guadagnare Alfonso figlio di Sampiero, che già vedemmo divenuto capo dei ribelli in quell'isola. Non avendo costui trovato alcun principe che stendesse una mano per aiutarlo, e niun di essi accettando l'offerta, vanamente lor fatta della Corsica, diede ascolto a chi trattava di pace: glifurono pagati dalla repubblica di Genova tutti i suoi beni, ed egli passò dipoi a stabilirsi in Francia, dove pel suo valore nelle seguenti guerre meritò d'aver nobili impieghi. Con ciò la Corsica si quetò, e tornò tutta all'ubbidienza dei Genovesi. Potrebbe essere nondimeno che il compimento di questo giubilo lo conseguissero eglino solamente nell'anno seguente. Durava tuttavia la lite di precedenza fraAlfonso ducadi Ferrara, eCosimo ducadi Firenze. Gran dibattimento intorno ad essa fu fatto nel presente anno, essendo favorevole al primo l'imperadore, e all'altro il papa. Inclinava la corte di Francia a sostener la parte dell'Estense, e seguì anche un tumulto in quella corte per questo, in occasione di celebrarsi il funerale del defuntodon Carloprincipe di Spagna. Avea preso l'imperadore a decidere questa contesa, ma non mai giunse a proferirne il suo voto. Per altra viapapa Pio Vsi studiò di darla vinta al duca di Firenze, siccome diremo all'anno che seguita.