MDLXXIIIAnno diCristoMDLXXIII. IndizioneI.Gregorio XIIIpapa 2.Massimiliano IIimperad. 10.Molte e grandi consulte, per gl'impulsi spezialmente dipapa Gregorio, fatte furono nella corte di Madrid, in Roma e Venezia, per formare un armamento più formidabile dei precedenti contro l'imperio ottomano. Si calcolò che il re Cattolico armerebbe centocinquanta galee, cento i Veneziani e cinquanta il pontefice. Ma con tutti questi bei consigli, assai chiarita la repubblica veneta che in fare i conti sugli aiuti altrui, e sulla buona sinfonia delle leghe, sovente si falla; e che dopo l'insigne vittoria di Lepanto comparivano vigorose come prima le forze de' Musulmani; e che niun conquisto si era fatto finora, e sol gravissimi danni aveano patito i suoi littorali: trattòdi pace col gran signore, e la conchiuse per mezzo di un suo ministro nel mese di marzo, e la ratificò nel seguente aprile, con promettere, dopo tanti milioni inutilmente spesi nella passata guerra, di pagare per tre anni cento mila scudi di oro annualmente al superbo sultano. Chi in bene e chi in male parlò di questa pace; ma sopra gli altri se ne risentì vivamente il pontefice, per veder fatto un passo di tanta importanza senza saputa sua; e maltrattato con acerbe parole Paolo Tiepolo mandato apposta ambasciatore, che gliene diede la nuova, ordinò che questo gli si levasse davanti. Andò tanto innanzi lo sdegno e lo sparlare del popolo romano contra de' Veneziani, che il Tiepolo, temendo di qualche insulto, fu forzato ad armar di gente il suo palazzo e ad uscirne con molta cautela. Vi volle del tempo a quetare l'adirato pontefice, ma infine si quetò. Con tranquillità di animo, all'incontro, accolse il reFilippo IIquesta nuova, anzi lodò la prudenza veneta, siccome quegli che da molto tempo meditava un'altra impresa, ed avrebbe anche desiderato che nel precedente anno a quella sola avessero accudito l'armi de' collegati. Essendo stato cacciato da Tunisi nell'anno 1571 il bey o dey Amida per le sue crudeltà, il famoso corsaro Uluccialì re d'Algeri s'impadronì ancora di quella città. Conservavasi tuttavia in potere del re di Spagna la Goletta, fortezza posta in faccia al porto di Tunisi; fece Amida ricorso al re Cattolico, rappresentandogli la facilità di riacquistar quella città, e il re, che ardeva di voglia di dar qualche gastigo ad Uluccialì per le insolenze e per li danni che colui recava ai lidi cristiani, segretamente ordinò adon Giovanni d'Austria, soggiornante coll'armata navale in Sicilia, di far quella impresa. Non si aspettava Uluccialì una tal visita, e però colla flotta turchesca andava rondando per le riviere di Albania, dove tuttavia altro non fece che saccheggiar la città di Castro. Con sole cento sei galee sottili fece vela dai porti dellaSicilia don Giovanni, non avendo potuto le navi cariche di gente pel vento contrario uscire dal porto di Trapani. Giunto egli nel dì 8 di ottobre alla Goletta, lo spavento entrò siffattamente nella città di Tunisi, che la maggior parte degli abitanti col loro meglio se ne fuggì. Però senza pericolo o fatica vi entrarono l'armi cristiane, le quali poco tardarono ad impadronirsi anche di Biserta, lontana da Tunisi dieci miglia. Ma perchè si trovò essere troppo odiato Amida in quelle contrade, e nacque pensiero agli Spagnuoli di poter conservare quella gran città sotto il dominio del loro monarca, don Giovanni vi lasciò con titolo di vicerè o governatore Maometto cugino di Amida, ed ordinò che quivi si fabbricasse una fortezza atta a signoreggiar la città dalla parte della Goletta. Alla fabbrica d'essa fu lasciato Gabrio Serbellone con tre mila Spagnuoli; altrettanti Italiani sotto Pagano Doria ivi restarono: il che fatto, si restituì don Giovanni con gloria a Messina, e indi a Napoli, da dove si mise poi in viaggio alla volta di Spagna, chiamatovi dal re per altri bisogni.Continuò in quest'anno la guerra in Francia fra ilre Carlo IXe gli ugonotti; e in Fiandra fra que' ribelli e ilduca d'Alva. Al trovarsi quel duca assai vecchio e mal concio per la podagra, e più al vedersi cotanto odiato dai popoli, avea più volte chiesta licenza di tornarsene in Ispagna. La impetrò in quest'anno, e forse con discapito degli affari del re in Fiandra; perchè s'egli col suo crudele e sempre detestabile governo avea eccitato sì lagrimevole incendio in quelle contrade, il credito non di meno e la sua maestria nell'arte della guerra tenea in somma apprensione il principe di Oranges e i sollevati: il perchè motivo per loro di allegrezza fu la di lui partenza. Andò alla corte, e fu ben ricevuto; da lì nondimeno a qualche tempo restò confinato in Uceda; ma meritava ben altro un uomo sì inumano. Fama correa che dieciotto mila Fiamminghi diordine suo per mano del carnefice avessero perduta la vita. Era vacato per la morte diSigismondo Augustoil trono di Polonia, e molti competitori si affacciarono aspiranti a quella corona. Tanti maneggi (consistenti per l'ordinario nel buon uso dell'oro) furono fatti daCarlo IX redi Francia, che gli riuscì di far cadere l'elezione inArrigo duca d'Angiò, suo minor fratello: elezione nulladimeno aggravata da molte dure condizioni, delle quali parla la storia. Passò in Francia una bella ambasceria di Polacchi per sollecitar questo principe a consolar colla sua presenza chi l'aspettava con singolar divozione. Sul fine di settembre si mosse il re novello verso la Polonia, e non giunse colà se non sul fine del seguente. Attentissimo sempre al bene della religionepapa Gregorio XIII, istituì nell'anno presente in Roma il collegio germanico coll'annua dote di dieci mila scudi d'oro, affinchè almen cento giovinetti quivi si educassero, e nelle scienze e lingue si addottrinassero. Ne diede la cura ai padri della compagnia di Gesù sì da lui amati e favoriti, che qualunque grazia e privilegio a lui chiesero, tutto ottennero. Dimorava in questi tempiCosimo gran ducadi Toscana in Pisa, lasciando adon Francescosuo primogenito le cure del governo. Poca era la sua sanità; sopraggiunse ancora un sì pernicioso accidente al corpo suo, che ogni suo membro restò impotente al suo uffizio. Nulladimeno la mente ritenne sempre il suo vigore, se non che si cominciò a preveder vicina la sua morte.
Molte e grandi consulte, per gl'impulsi spezialmente dipapa Gregorio, fatte furono nella corte di Madrid, in Roma e Venezia, per formare un armamento più formidabile dei precedenti contro l'imperio ottomano. Si calcolò che il re Cattolico armerebbe centocinquanta galee, cento i Veneziani e cinquanta il pontefice. Ma con tutti questi bei consigli, assai chiarita la repubblica veneta che in fare i conti sugli aiuti altrui, e sulla buona sinfonia delle leghe, sovente si falla; e che dopo l'insigne vittoria di Lepanto comparivano vigorose come prima le forze de' Musulmani; e che niun conquisto si era fatto finora, e sol gravissimi danni aveano patito i suoi littorali: trattòdi pace col gran signore, e la conchiuse per mezzo di un suo ministro nel mese di marzo, e la ratificò nel seguente aprile, con promettere, dopo tanti milioni inutilmente spesi nella passata guerra, di pagare per tre anni cento mila scudi di oro annualmente al superbo sultano. Chi in bene e chi in male parlò di questa pace; ma sopra gli altri se ne risentì vivamente il pontefice, per veder fatto un passo di tanta importanza senza saputa sua; e maltrattato con acerbe parole Paolo Tiepolo mandato apposta ambasciatore, che gliene diede la nuova, ordinò che questo gli si levasse davanti. Andò tanto innanzi lo sdegno e lo sparlare del popolo romano contra de' Veneziani, che il Tiepolo, temendo di qualche insulto, fu forzato ad armar di gente il suo palazzo e ad uscirne con molta cautela. Vi volle del tempo a quetare l'adirato pontefice, ma infine si quetò. Con tranquillità di animo, all'incontro, accolse il reFilippo IIquesta nuova, anzi lodò la prudenza veneta, siccome quegli che da molto tempo meditava un'altra impresa, ed avrebbe anche desiderato che nel precedente anno a quella sola avessero accudito l'armi de' collegati. Essendo stato cacciato da Tunisi nell'anno 1571 il bey o dey Amida per le sue crudeltà, il famoso corsaro Uluccialì re d'Algeri s'impadronì ancora di quella città. Conservavasi tuttavia in potere del re di Spagna la Goletta, fortezza posta in faccia al porto di Tunisi; fece Amida ricorso al re Cattolico, rappresentandogli la facilità di riacquistar quella città, e il re, che ardeva di voglia di dar qualche gastigo ad Uluccialì per le insolenze e per li danni che colui recava ai lidi cristiani, segretamente ordinò adon Giovanni d'Austria, soggiornante coll'armata navale in Sicilia, di far quella impresa. Non si aspettava Uluccialì una tal visita, e però colla flotta turchesca andava rondando per le riviere di Albania, dove tuttavia altro non fece che saccheggiar la città di Castro. Con sole cento sei galee sottili fece vela dai porti dellaSicilia don Giovanni, non avendo potuto le navi cariche di gente pel vento contrario uscire dal porto di Trapani. Giunto egli nel dì 8 di ottobre alla Goletta, lo spavento entrò siffattamente nella città di Tunisi, che la maggior parte degli abitanti col loro meglio se ne fuggì. Però senza pericolo o fatica vi entrarono l'armi cristiane, le quali poco tardarono ad impadronirsi anche di Biserta, lontana da Tunisi dieci miglia. Ma perchè si trovò essere troppo odiato Amida in quelle contrade, e nacque pensiero agli Spagnuoli di poter conservare quella gran città sotto il dominio del loro monarca, don Giovanni vi lasciò con titolo di vicerè o governatore Maometto cugino di Amida, ed ordinò che quivi si fabbricasse una fortezza atta a signoreggiar la città dalla parte della Goletta. Alla fabbrica d'essa fu lasciato Gabrio Serbellone con tre mila Spagnuoli; altrettanti Italiani sotto Pagano Doria ivi restarono: il che fatto, si restituì don Giovanni con gloria a Messina, e indi a Napoli, da dove si mise poi in viaggio alla volta di Spagna, chiamatovi dal re per altri bisogni.
Continuò in quest'anno la guerra in Francia fra ilre Carlo IXe gli ugonotti; e in Fiandra fra que' ribelli e ilduca d'Alva. Al trovarsi quel duca assai vecchio e mal concio per la podagra, e più al vedersi cotanto odiato dai popoli, avea più volte chiesta licenza di tornarsene in Ispagna. La impetrò in quest'anno, e forse con discapito degli affari del re in Fiandra; perchè s'egli col suo crudele e sempre detestabile governo avea eccitato sì lagrimevole incendio in quelle contrade, il credito non di meno e la sua maestria nell'arte della guerra tenea in somma apprensione il principe di Oranges e i sollevati: il perchè motivo per loro di allegrezza fu la di lui partenza. Andò alla corte, e fu ben ricevuto; da lì nondimeno a qualche tempo restò confinato in Uceda; ma meritava ben altro un uomo sì inumano. Fama correa che dieciotto mila Fiamminghi diordine suo per mano del carnefice avessero perduta la vita. Era vacato per la morte diSigismondo Augustoil trono di Polonia, e molti competitori si affacciarono aspiranti a quella corona. Tanti maneggi (consistenti per l'ordinario nel buon uso dell'oro) furono fatti daCarlo IX redi Francia, che gli riuscì di far cadere l'elezione inArrigo duca d'Angiò, suo minor fratello: elezione nulladimeno aggravata da molte dure condizioni, delle quali parla la storia. Passò in Francia una bella ambasceria di Polacchi per sollecitar questo principe a consolar colla sua presenza chi l'aspettava con singolar divozione. Sul fine di settembre si mosse il re novello verso la Polonia, e non giunse colà se non sul fine del seguente. Attentissimo sempre al bene della religionepapa Gregorio XIII, istituì nell'anno presente in Roma il collegio germanico coll'annua dote di dieci mila scudi d'oro, affinchè almen cento giovinetti quivi si educassero, e nelle scienze e lingue si addottrinassero. Ne diede la cura ai padri della compagnia di Gesù sì da lui amati e favoriti, che qualunque grazia e privilegio a lui chiesero, tutto ottennero. Dimorava in questi tempiCosimo gran ducadi Toscana in Pisa, lasciando adon Francescosuo primogenito le cure del governo. Poca era la sua sanità; sopraggiunse ancora un sì pernicioso accidente al corpo suo, che ogni suo membro restò impotente al suo uffizio. Nulladimeno la mente ritenne sempre il suo vigore, se non che si cominciò a preveder vicina la sua morte.