MDLXXVIAnno diCristoMDLXXVI. IndizioneIV.GregorioXIII papa 5.RodolfoII imperadore 1.Funestissimo si fece sentire l'anno presente alla Lombardia per la fierissima peste che si dilatò e fece stragi immense per varie città. Cominciò essa nell'anno addietro specialmente a spopolare la città di Trento, e a poco a poco andò serpeggiando per altre terre lombarde. Il suo maggior furore si provò in questitempi. Portata a Venezia, fu disputato non poco se fosse vera peste passata dal Levante in Italia, oppure un'epidemia cagionata dalla strana siccità e dallo straordinario caldo del precedente anno. Chiamati colà da Padova Girolamo Mercuriale e Girolamo Capodivacca, pubblici lettori e grandi barbassori dell'arte medica, a spada tratta sostennero, quella essere influenza epidemica, e non vero contagio, contro il parere de' medici veneziani. Cagion fu il credito di amendue che non si prendessero le più rigorose precauzioni contra di così orrendo malore, finchè si giunse a vedere tutta piena di morti quella gran città. Se scornati non fuggivano que' satrapi della medicina, fu creduto che il popolo li avrebbe sacrificati al loro furore. Incredibil dunque fu in Venezia la mortalità, nè minore in Padova, Vicenza, Verona, Milano, Pavia e Genova. Mirabili pruove della sua incomparabil pietà e carità diede nella città di Milano in sì lugubre occasione il santo cardinale ed arcivescovoCarlo Borromeo. In Venezia per un tempo morirono settecento persone per giorno. Terminato il male, si trovò esser morti ventidue mila uomini, trentasette mila donne, e circa undici mila fanciulli dell'uno e dell'altro sesso. Fra gli altri in quel terribile conflitto lasciò la vita Tiziano Vecelli da Cadore, celebratissimo dipintore: se non che dalla morte fu burlato di poco, perchè già decrepito di novantanove anni, siccome abbiamo da più d'uno scrittore delle vite dei pittori. Non fece la peste a proporzion della popolazione tanta strage in Milano. Da una galeotta venuta da Levante fu essa portata anche a Messina, dove fama corse che perissero sessanta mila persone. Di là passò a Reggio e ad altri luoghi di Calabria, con fare dappertutto una miserabil desolazione di que' popoli. All'incontro, quelle città e terre che con buone e rigorose guardie fecero fronte a questo fiero nemico, ne rimasero preservate.A far peggiorare gli affari della religionee del re di Spagna ne' Paesi Bassi assaissimo contribuirono i mali portamenti degli stessi Spagnuoli nell'anno presente. Imperciocchè essendo mancato di vita il gran commendatoreRequesens, regio governatore di quelle contrade, si ammutinarono i soldati spagnuoli col motivo delle paghe da gran tempo non ricevute, e tal terrore misero anche negli amici e in chi dianzi era fedele al re, che quasi tutte quelle provincie formarono una confederazione tendente a cacciar di Fiandra l'odiata razza degli Spagnuoli. Maggiormente crebbe quest'odio dacchè quegli ammutinati pieni di ferocia, dopo aver dato il sacco a Mastrich e ad altri luoghi, si unirono nella cittadella di Anversa; e contuttochè quella città avesse ricevuto un gran rinforzo d'armati per sua sicurezza, pure usciti gli Spagnuoli, cotanto furiosamente si scagliarono contra di que' cittadini, che, superato ogni riparo, s'impadronirono della città. Fu creduto che sette mila di quegli abitanti ed ausiliarii fossero messi a filo di spada. Era allora Anversa città sommamente ricca, perchè colà approdavano in gran copia le merci e ricchezze dell'Indie Occidentali ed Orientali: commercio che poi passò ad Amsterdam con gran depressione d'essa Anversa. Per tre giorni fu dato alla misera città un orribil sacco. Dell'esorbitante preda, benchè venduta a vil prezzo, ricavarono que' masnadieri due milioni d'oro. Furono anche in sì funesta congiuntura bruciati alcuni superbi edifizii del pubblico, e da ottocento case di essa città. Se azioni di tanta crudeltà meritassero l'amore o l'odio de' Fiamminghi, non occorre che io lo dica. Quindi venne che molte terre e città state fin qui fedeli al re si ribellarono; e il principe d'Oranges ne seppe ben profittare, per maggiormente ingrossare il suo partito, e infiammar gli animi d'ognuno ad ostinarsi nella ribellione. Portato molto prima di questi fatti alre Filippo IIin Ispagna lo avviso di sì gravi disordini, se ne risentìallo scorgere che principalmente cresceano per colpa di chi avea l'incombenza di guarire que' mali. Spedì pertanto per le poste e per la Franciadon Giovanni d'Austriasuo fratello in Fiandra col titolo e coll'autorità di governatore, lusingandosi che più il senno e la riputazione sua, che il suo valore, potessero sostenere quel troppo vacillante dominio. Arrivò egli colà sul principio di novembre, e tosto si applicò a cercar le vie più dolci per tirare a sè gli animi sconcertati di que' popoli. Anchepapa Gregorio, all'intendere che don Giovanni cominciò a trattar di pace, colà spedì monsignor Castagna, affinchè non ne venisse detrimento alla religione. Accadde in questi tempi che mentre l'imperadorMassimilianoiva cercando aiuti per sostener le pretensioni sue sopra il regno di Polonia, trovandosi alla dieta di Ratisbona, fu più che mai sorpreso dalla palpitazion di cuore, male suo familiare, e quivi in età di soli anni trentanove pagò il debito della natura nel dì 12 di ottobre: principe per le sue belle doti e virtù degno di più lunga vita. A lui succedette ilre de' Romani Rodolfosuo figlio, non meno in tutti gli Stati della linea austriaca di Germania, che nella dignità imperiale. Si fece egli chiamareRodolfo IIAugusto, tuttochè l'antenato suoRodolfo Ifosse bensì re de' Romani, ma non mai godesse il titolo d'imperadore.
Funestissimo si fece sentire l'anno presente alla Lombardia per la fierissima peste che si dilatò e fece stragi immense per varie città. Cominciò essa nell'anno addietro specialmente a spopolare la città di Trento, e a poco a poco andò serpeggiando per altre terre lombarde. Il suo maggior furore si provò in questitempi. Portata a Venezia, fu disputato non poco se fosse vera peste passata dal Levante in Italia, oppure un'epidemia cagionata dalla strana siccità e dallo straordinario caldo del precedente anno. Chiamati colà da Padova Girolamo Mercuriale e Girolamo Capodivacca, pubblici lettori e grandi barbassori dell'arte medica, a spada tratta sostennero, quella essere influenza epidemica, e non vero contagio, contro il parere de' medici veneziani. Cagion fu il credito di amendue che non si prendessero le più rigorose precauzioni contra di così orrendo malore, finchè si giunse a vedere tutta piena di morti quella gran città. Se scornati non fuggivano que' satrapi della medicina, fu creduto che il popolo li avrebbe sacrificati al loro furore. Incredibil dunque fu in Venezia la mortalità, nè minore in Padova, Vicenza, Verona, Milano, Pavia e Genova. Mirabili pruove della sua incomparabil pietà e carità diede nella città di Milano in sì lugubre occasione il santo cardinale ed arcivescovoCarlo Borromeo. In Venezia per un tempo morirono settecento persone per giorno. Terminato il male, si trovò esser morti ventidue mila uomini, trentasette mila donne, e circa undici mila fanciulli dell'uno e dell'altro sesso. Fra gli altri in quel terribile conflitto lasciò la vita Tiziano Vecelli da Cadore, celebratissimo dipintore: se non che dalla morte fu burlato di poco, perchè già decrepito di novantanove anni, siccome abbiamo da più d'uno scrittore delle vite dei pittori. Non fece la peste a proporzion della popolazione tanta strage in Milano. Da una galeotta venuta da Levante fu essa portata anche a Messina, dove fama corse che perissero sessanta mila persone. Di là passò a Reggio e ad altri luoghi di Calabria, con fare dappertutto una miserabil desolazione di que' popoli. All'incontro, quelle città e terre che con buone e rigorose guardie fecero fronte a questo fiero nemico, ne rimasero preservate.
A far peggiorare gli affari della religionee del re di Spagna ne' Paesi Bassi assaissimo contribuirono i mali portamenti degli stessi Spagnuoli nell'anno presente. Imperciocchè essendo mancato di vita il gran commendatoreRequesens, regio governatore di quelle contrade, si ammutinarono i soldati spagnuoli col motivo delle paghe da gran tempo non ricevute, e tal terrore misero anche negli amici e in chi dianzi era fedele al re, che quasi tutte quelle provincie formarono una confederazione tendente a cacciar di Fiandra l'odiata razza degli Spagnuoli. Maggiormente crebbe quest'odio dacchè quegli ammutinati pieni di ferocia, dopo aver dato il sacco a Mastrich e ad altri luoghi, si unirono nella cittadella di Anversa; e contuttochè quella città avesse ricevuto un gran rinforzo d'armati per sua sicurezza, pure usciti gli Spagnuoli, cotanto furiosamente si scagliarono contra di que' cittadini, che, superato ogni riparo, s'impadronirono della città. Fu creduto che sette mila di quegli abitanti ed ausiliarii fossero messi a filo di spada. Era allora Anversa città sommamente ricca, perchè colà approdavano in gran copia le merci e ricchezze dell'Indie Occidentali ed Orientali: commercio che poi passò ad Amsterdam con gran depressione d'essa Anversa. Per tre giorni fu dato alla misera città un orribil sacco. Dell'esorbitante preda, benchè venduta a vil prezzo, ricavarono que' masnadieri due milioni d'oro. Furono anche in sì funesta congiuntura bruciati alcuni superbi edifizii del pubblico, e da ottocento case di essa città. Se azioni di tanta crudeltà meritassero l'amore o l'odio de' Fiamminghi, non occorre che io lo dica. Quindi venne che molte terre e città state fin qui fedeli al re si ribellarono; e il principe d'Oranges ne seppe ben profittare, per maggiormente ingrossare il suo partito, e infiammar gli animi d'ognuno ad ostinarsi nella ribellione. Portato molto prima di questi fatti alre Filippo IIin Ispagna lo avviso di sì gravi disordini, se ne risentìallo scorgere che principalmente cresceano per colpa di chi avea l'incombenza di guarire que' mali. Spedì pertanto per le poste e per la Franciadon Giovanni d'Austriasuo fratello in Fiandra col titolo e coll'autorità di governatore, lusingandosi che più il senno e la riputazione sua, che il suo valore, potessero sostenere quel troppo vacillante dominio. Arrivò egli colà sul principio di novembre, e tosto si applicò a cercar le vie più dolci per tirare a sè gli animi sconcertati di que' popoli. Anchepapa Gregorio, all'intendere che don Giovanni cominciò a trattar di pace, colà spedì monsignor Castagna, affinchè non ne venisse detrimento alla religione. Accadde in questi tempi che mentre l'imperadorMassimilianoiva cercando aiuti per sostener le pretensioni sue sopra il regno di Polonia, trovandosi alla dieta di Ratisbona, fu più che mai sorpreso dalla palpitazion di cuore, male suo familiare, e quivi in età di soli anni trentanove pagò il debito della natura nel dì 12 di ottobre: principe per le sue belle doti e virtù degno di più lunga vita. A lui succedette ilre de' Romani Rodolfosuo figlio, non meno in tutti gli Stati della linea austriaca di Germania, che nella dignità imperiale. Si fece egli chiamareRodolfo IIAugusto, tuttochè l'antenato suoRodolfo Ifosse bensì re de' Romani, ma non mai godesse il titolo d'imperadore.