MDLXXXIX

MDLXXXIXAnno diCristoMDLXXXIX. IndizioneII.Sisto Vpapa 5.Rodolfo IIimperadore 14.Neppure lasciò ilpontefice Sistoquest'anno senza qualche magnifica impresa per sempre più abbellire la città di Roma. Restava tuttavia fra le rovine del circo massimo un altro nobilissimo obelisco egiziano, tutto tempestato di gieroglifici, rotto in più pezzi, già condotto a Roma da Cesare Augusto. Fattolo racconciare da periti maestri, volle Sisto che fosse rialzato davanti alla chiesa di Santa Maria del Popolo. Oltre a ciò, aggiunse ornamenti all'insigne colonna antonina istoriata, alla cui cima per una interna scala si sale, e solennemente la dedicò a san Paolo apostolo, ponendovi sopra l'immagine d'esso apostolo di bronzo. E perciocchè il porto di Cività Vecchia scarseggiava d'acque buone, provvide al bisogno di quel popolo e dei naviganti, con farne venir colà, mercè degli acquedotti fabbricati per sei miglia, dove portava il bisogno. Aveano tentato, e non senza frutto, gli antichi Romani e i succeduti imperadori di seccar le paludi pontine, acciocchè tante miglia di paese inondato dall'acque servissero da lì innanzi alla coltivazione, e cessassero ancora i danni dell'aria cattiva. Per le calamità de' secoli barbarici tornarono quelle paludi a ripigliare l'antico lor dominio in quelle campagne. Un bell'oggetto appunto all'animo grande dipapa Sisto era il provvedere per sempre a quel disordine sì pernicioso al pubblico, e vi si applicò col suo solito ardore, facendo cavare una larga e lunghissima fossa, appellata anche oggidì il fiume di Sisto, con ispesa di ducento mila scudi, per cui si guadagnò un gran tratto di paese. Pensava egli di condurre questa fossa fino al mare, ma, rapito poi dalla morte, ne lasciò la cura ai suoi successori. Con ragione ancora si può dire ch'egli rinnovasse il palazzo Lateranense colla giunta di tante fabbriche, portici, sale e camere dipinte da valenti pittori, delle quali poi fece la solenne dedicazione a' dì 30 di maggio dell'anno presente. Erano sformate e quasi lacere le grandi statue dei due cavalli attribuite (benchè molto se ne dubiti) agli antichi eccellenti scultori Fidia e Prassitele. Il buon Sisto le rimise nell'antico loro decoro, e le fece collocare nella piazza del Quirinale. Al medesimo pontefice ancora si dee la fabbrica di un ponte dal suo nome chiamato Felice, posto sopra il Tevere ad Otricoli.Ma in mezzo a queste bell'opere il cuor di papa Sisto era tormentato non poco per quanto era avvenuto in Francia nel precedente anno, parte pel timore che la religion cattolica ne patisse (timore maggiormente accresciuto nell'anno presente, in cuiArrigo IIIre si riconciliò ed unì coll'ereticoArrigo re di Navarra), e parte per l'enorme scandalo commesso da esso re di Francia colla morte data al cardinale di Guisa, e per la prigionia di quel di Borbone, e dell'arcivescovo di Lione. Dall'un canto non mancò Arrigo III d'inviare ambasciatori a Roma per giustificare o scusare l'operato da lui; ma dall'altro il buon pontefice veniva tutto dì pulsato dai ministri della lega, e incitato a procedere con forte braccio contra del re cui la Sorbona stessa avea dichiarato decaduto da ogni suo diritto sopra la corona. Maraviglia fu che il focoso pontefice andasse barcheggiando un pezzo, finchè assicurato che un poderosoarmamento si facea dagli eretici in Francia, e vedendo che, per quante istanze si fossero fatte, il re non s'induceva a rimettere in libertà il cardinal di Borbone e l'arcivescovo: finalmente nel dì 24 di maggio pubblicò un monitorio, in cui esortava, e poi comandava che il re nel termine di dieci giorni dopo la pubblicazione da farsi in Francia rilasciasse i suddetti carcerati, e dopo sessanta giorni comparisse egli in persona, o per procuratore, a rendere ragione della morte del cardinal di Guisa e della prigionia dell'altro: il che non facendo, incorresse nelle scomuniche. Intanto in Francia la reginaCaterina de Medicimadre del re, che prima della morte dei Guisi era stata presa da una lenta febbretta, tal affanno concepì per quella tragedia, che nel dì 5 di gennaio del presente anno terminò il suo vivere: principessa di grande ingegno, ma che presso alcuni scrittori franzesi vien dipinta come donna di grandi raggiri per mantener sempre sè stessa nell'autorità del comando; il che, secondo essi, tornò in non lieve pregiudizio del regno. Altri, per lo contrario, lasciarono un bell'elogio della sua pietà e saviezza, per cui spezialmente la corte di Francia fu non poco preservata dal libertinaggio, ch'era allora alla moda; e certamente ella sempre si dimostrò lancia e scudo al cattolicismo.Dacchè ilre Arrigo III, credendosi poco sicuro dalla parte della lega, si accordò col re di Navarra seguace del calvinismo, maggiormente s'irritarono contra di lui i cattolici, quasichè egli fosse per tradir la religione in cui era nato; e però scossero ogni riverenza verso di lui, trattandolo col solo nome di tiranno, e declamando fin dai pulpiti contra di lui. Questa universal detestazione quella verisimilmente fu che mosse Jacopo Clemente, giovinetto di ventitrè anni, già ammesso nell'ordine dei Predicatori, a voler liberare la Francia da questo principe con una troppo detestabile iniquità. Cioè, entrò in testa a questo fanaticogiovane, che un bel sacrificio si farebbe a Dio, un gran vantaggio si recherebbe alla religion cattolica con togliere dal mondo, a spese anche della propria vita, Arrigo III, senza riflettere che la legge di Dio comanda l'ossequio nel governo civile al principe legittimo, ancorchè divenuto tiranno o eretico o infedele. Pertanto finse lettere, e mostrando di aver segreti di importanza da comunicare al re solo, ebbe maniera di farsi introdurre alla sua udienza nel dì primo di agosto. Mentre il re leggeva le lettere da lui portate, il diabolico giovane, cavato dalla manica un coltello avvelenato, gliel cacciò profondamente nella pancia. Gridò il re, e, preso lo stesso coltello, ferì Clemente sopra un occhio; ed accorse le guardie, con più colpi lo stesero morto a terra, senza che si potesse poi ricavare onde costui fosse stato spinto a sì enorme scelleratezza. Il re nel seguente giorno con sentimenti sempre cattolici di credenza, di pentimento dei suoi falli e di perdono agli altrui, spirò l'anima in età di trentanove anni, con rimanere estinta in lui la linea dei re di Francia della casa di Valois. Maggiormente crebbero per questa morte le turbolenze di quel regno. Fu il valoroso re di Navarra della linea di Borbone dai suoi parziali, come più prossimo al regno, proclamato re, e prese il nome diArrigo IV, con giuramento di conservare la fede cattolica nel regno, ma rigettato a cagion della sua eresia dalla lega cattolica, la quale dichiarò reCarlo cardinal di Borbone, ancorchè tuttavia prigione. Diedesi quindi principio ad un'arrabbiata guerra fra esso Arrigo IV (che saccheggiò i borghi di Parigi con acquistar ancora varii luoghi) e la lega appellata santa, in favore di cui apertamente si dichiaròFilippo IIre di Spagna, e si preparava anche a far molto il pontefice Sisto, se la morte non avesse troncati gli alti suoi disegni.Non erano in questo tempo men grandi i pensieri diCarlo Emmanuele ducadi Savoia, sì pei proprii vantaggi,che per secondar le massime del re Cattolico suocero suo, rivolte, non so se in sostanza, oppure in apparenza, a favor della Francia, per essere anch'egli stato uno de' pretendenti a quella corona. I Genevrini e i Bernesi aveano mossa guerra contra la Savoia; laonde il duca fece leva di genti in varie parti d'Italia, dichiarando, con permissione del duca di Ferrara, capitan generale delle sue armiFilippo d'Estemarchese di San Martino, cognato suo. Ebbe ancora soccorsi di gente dallo Stato di Milano; e con queste forze ricuperò i luoghi a lui presi dagli eretici; indusse i Bernesi a far seco pace, e poi lasciò come bloccata Genevra. Avvenuta poi la morte di Arrigo III, avendo promosse le pretensioni sue sopra il regno di Francia, mosse guerra in Provenza, dove se gli diedero alcuni di quei popoli. Tentò anche il parlamento del Delfinato, ma non riportò se non buone parole. Aveva in questi tempiFerdinando de Medicideposta la sacra porpora, ed assunto il titolo di gran duca di Toscana; però pensò all'accasamento suo. Fu da lui scelta per moglieCristianafiglia diCarlo ducadi Lorena, allevata fin dalla tenera età nella corte di Francia sotto la regina Caterina. Condotta per mare questa principessa, fece poi la solenne sua entrata in Firenze nel dì ultimo d'aprile: siccome esso gran duca Ferdinando era principe sommamente magnifico, e che si trattava alla reale, così celebrò con sontuose feste e divertimenti quelle nozze, alle quali intervennero il duca e la duchessa di Mantova, i cardinali Colonna vecchio, Gonzaga vecchio, Alessandrino e Gioiosa con don Cesare d'Este cognato d'esso gran duca.Papa Sistoanch'egli maritò in quest'anno due sue pronipoti, l'una con Virginio Orsino duca di Bracciano, l'altra col duca di Tagliacozzo e contestabile del regno, di casa Colonna, con dote per cadauna di cento mila scudi.

Neppure lasciò ilpontefice Sistoquest'anno senza qualche magnifica impresa per sempre più abbellire la città di Roma. Restava tuttavia fra le rovine del circo massimo un altro nobilissimo obelisco egiziano, tutto tempestato di gieroglifici, rotto in più pezzi, già condotto a Roma da Cesare Augusto. Fattolo racconciare da periti maestri, volle Sisto che fosse rialzato davanti alla chiesa di Santa Maria del Popolo. Oltre a ciò, aggiunse ornamenti all'insigne colonna antonina istoriata, alla cui cima per una interna scala si sale, e solennemente la dedicò a san Paolo apostolo, ponendovi sopra l'immagine d'esso apostolo di bronzo. E perciocchè il porto di Cività Vecchia scarseggiava d'acque buone, provvide al bisogno di quel popolo e dei naviganti, con farne venir colà, mercè degli acquedotti fabbricati per sei miglia, dove portava il bisogno. Aveano tentato, e non senza frutto, gli antichi Romani e i succeduti imperadori di seccar le paludi pontine, acciocchè tante miglia di paese inondato dall'acque servissero da lì innanzi alla coltivazione, e cessassero ancora i danni dell'aria cattiva. Per le calamità de' secoli barbarici tornarono quelle paludi a ripigliare l'antico lor dominio in quelle campagne. Un bell'oggetto appunto all'animo grande dipapa Sisto era il provvedere per sempre a quel disordine sì pernicioso al pubblico, e vi si applicò col suo solito ardore, facendo cavare una larga e lunghissima fossa, appellata anche oggidì il fiume di Sisto, con ispesa di ducento mila scudi, per cui si guadagnò un gran tratto di paese. Pensava egli di condurre questa fossa fino al mare, ma, rapito poi dalla morte, ne lasciò la cura ai suoi successori. Con ragione ancora si può dire ch'egli rinnovasse il palazzo Lateranense colla giunta di tante fabbriche, portici, sale e camere dipinte da valenti pittori, delle quali poi fece la solenne dedicazione a' dì 30 di maggio dell'anno presente. Erano sformate e quasi lacere le grandi statue dei due cavalli attribuite (benchè molto se ne dubiti) agli antichi eccellenti scultori Fidia e Prassitele. Il buon Sisto le rimise nell'antico loro decoro, e le fece collocare nella piazza del Quirinale. Al medesimo pontefice ancora si dee la fabbrica di un ponte dal suo nome chiamato Felice, posto sopra il Tevere ad Otricoli.

Ma in mezzo a queste bell'opere il cuor di papa Sisto era tormentato non poco per quanto era avvenuto in Francia nel precedente anno, parte pel timore che la religion cattolica ne patisse (timore maggiormente accresciuto nell'anno presente, in cuiArrigo IIIre si riconciliò ed unì coll'ereticoArrigo re di Navarra), e parte per l'enorme scandalo commesso da esso re di Francia colla morte data al cardinale di Guisa, e per la prigionia di quel di Borbone, e dell'arcivescovo di Lione. Dall'un canto non mancò Arrigo III d'inviare ambasciatori a Roma per giustificare o scusare l'operato da lui; ma dall'altro il buon pontefice veniva tutto dì pulsato dai ministri della lega, e incitato a procedere con forte braccio contra del re cui la Sorbona stessa avea dichiarato decaduto da ogni suo diritto sopra la corona. Maraviglia fu che il focoso pontefice andasse barcheggiando un pezzo, finchè assicurato che un poderosoarmamento si facea dagli eretici in Francia, e vedendo che, per quante istanze si fossero fatte, il re non s'induceva a rimettere in libertà il cardinal di Borbone e l'arcivescovo: finalmente nel dì 24 di maggio pubblicò un monitorio, in cui esortava, e poi comandava che il re nel termine di dieci giorni dopo la pubblicazione da farsi in Francia rilasciasse i suddetti carcerati, e dopo sessanta giorni comparisse egli in persona, o per procuratore, a rendere ragione della morte del cardinal di Guisa e della prigionia dell'altro: il che non facendo, incorresse nelle scomuniche. Intanto in Francia la reginaCaterina de Medicimadre del re, che prima della morte dei Guisi era stata presa da una lenta febbretta, tal affanno concepì per quella tragedia, che nel dì 5 di gennaio del presente anno terminò il suo vivere: principessa di grande ingegno, ma che presso alcuni scrittori franzesi vien dipinta come donna di grandi raggiri per mantener sempre sè stessa nell'autorità del comando; il che, secondo essi, tornò in non lieve pregiudizio del regno. Altri, per lo contrario, lasciarono un bell'elogio della sua pietà e saviezza, per cui spezialmente la corte di Francia fu non poco preservata dal libertinaggio, ch'era allora alla moda; e certamente ella sempre si dimostrò lancia e scudo al cattolicismo.

Dacchè ilre Arrigo III, credendosi poco sicuro dalla parte della lega, si accordò col re di Navarra seguace del calvinismo, maggiormente s'irritarono contra di lui i cattolici, quasichè egli fosse per tradir la religione in cui era nato; e però scossero ogni riverenza verso di lui, trattandolo col solo nome di tiranno, e declamando fin dai pulpiti contra di lui. Questa universal detestazione quella verisimilmente fu che mosse Jacopo Clemente, giovinetto di ventitrè anni, già ammesso nell'ordine dei Predicatori, a voler liberare la Francia da questo principe con una troppo detestabile iniquità. Cioè, entrò in testa a questo fanaticogiovane, che un bel sacrificio si farebbe a Dio, un gran vantaggio si recherebbe alla religion cattolica con togliere dal mondo, a spese anche della propria vita, Arrigo III, senza riflettere che la legge di Dio comanda l'ossequio nel governo civile al principe legittimo, ancorchè divenuto tiranno o eretico o infedele. Pertanto finse lettere, e mostrando di aver segreti di importanza da comunicare al re solo, ebbe maniera di farsi introdurre alla sua udienza nel dì primo di agosto. Mentre il re leggeva le lettere da lui portate, il diabolico giovane, cavato dalla manica un coltello avvelenato, gliel cacciò profondamente nella pancia. Gridò il re, e, preso lo stesso coltello, ferì Clemente sopra un occhio; ed accorse le guardie, con più colpi lo stesero morto a terra, senza che si potesse poi ricavare onde costui fosse stato spinto a sì enorme scelleratezza. Il re nel seguente giorno con sentimenti sempre cattolici di credenza, di pentimento dei suoi falli e di perdono agli altrui, spirò l'anima in età di trentanove anni, con rimanere estinta in lui la linea dei re di Francia della casa di Valois. Maggiormente crebbero per questa morte le turbolenze di quel regno. Fu il valoroso re di Navarra della linea di Borbone dai suoi parziali, come più prossimo al regno, proclamato re, e prese il nome diArrigo IV, con giuramento di conservare la fede cattolica nel regno, ma rigettato a cagion della sua eresia dalla lega cattolica, la quale dichiarò reCarlo cardinal di Borbone, ancorchè tuttavia prigione. Diedesi quindi principio ad un'arrabbiata guerra fra esso Arrigo IV (che saccheggiò i borghi di Parigi con acquistar ancora varii luoghi) e la lega appellata santa, in favore di cui apertamente si dichiaròFilippo IIre di Spagna, e si preparava anche a far molto il pontefice Sisto, se la morte non avesse troncati gli alti suoi disegni.

Non erano in questo tempo men grandi i pensieri diCarlo Emmanuele ducadi Savoia, sì pei proprii vantaggi,che per secondar le massime del re Cattolico suocero suo, rivolte, non so se in sostanza, oppure in apparenza, a favor della Francia, per essere anch'egli stato uno de' pretendenti a quella corona. I Genevrini e i Bernesi aveano mossa guerra contra la Savoia; laonde il duca fece leva di genti in varie parti d'Italia, dichiarando, con permissione del duca di Ferrara, capitan generale delle sue armiFilippo d'Estemarchese di San Martino, cognato suo. Ebbe ancora soccorsi di gente dallo Stato di Milano; e con queste forze ricuperò i luoghi a lui presi dagli eretici; indusse i Bernesi a far seco pace, e poi lasciò come bloccata Genevra. Avvenuta poi la morte di Arrigo III, avendo promosse le pretensioni sue sopra il regno di Francia, mosse guerra in Provenza, dove se gli diedero alcuni di quei popoli. Tentò anche il parlamento del Delfinato, ma non riportò se non buone parole. Aveva in questi tempiFerdinando de Medicideposta la sacra porpora, ed assunto il titolo di gran duca di Toscana; però pensò all'accasamento suo. Fu da lui scelta per moglieCristianafiglia diCarlo ducadi Lorena, allevata fin dalla tenera età nella corte di Francia sotto la regina Caterina. Condotta per mare questa principessa, fece poi la solenne sua entrata in Firenze nel dì ultimo d'aprile: siccome esso gran duca Ferdinando era principe sommamente magnifico, e che si trattava alla reale, così celebrò con sontuose feste e divertimenti quelle nozze, alle quali intervennero il duca e la duchessa di Mantova, i cardinali Colonna vecchio, Gonzaga vecchio, Alessandrino e Gioiosa con don Cesare d'Este cognato d'esso gran duca.Papa Sistoanch'egli maritò in quest'anno due sue pronipoti, l'una con Virginio Orsino duca di Bracciano, l'altra col duca di Tagliacozzo e contestabile del regno, di casa Colonna, con dote per cadauna di cento mila scudi.


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