MDXC

MDXCAnno diCristoMDXC. IndizioneIII.Urbano VIIpapa 1.Gregorio XIVpapa 1.Rodolfo IIimperadore 15.Fu in quest'anno pubblicata la sacra Bibbia, che l'infaticabilpapa Sisto, in esecuzione del prescritto dal concilio di Trento, avea fatto collazionare con gli antichi manoscritti, ed emendare. Ma perchè non riuscì perfetta quella fatica, nè assai corretta l'edizione, un'altra più esatta ne fece poi fare Clemente VIII. Ora, mentre si aggiravano in mente ad essopapa Sisto Vimprese sempre nuove o in vantaggio della cristianità, o in utile dei suoi Stati, o in ornamento di Roma, ed impiegava anche moltissimi pensieri per le guerre civili che laceravano la Francia con gravissimo pericolo della religione, eccoti la morte bussare alla porta, e portarlo all'altra vita nel dì 27 di agosto dell'anno presente. Era egli nato nel dì 13 di dicembre del 1521. Dopo il già detto non ci sarebbe bisogno che io qui ricordassi qual fosse la grandezza dell'animo di questo pontefice, quale il suo zelo per la fede cattolica, quale la religiosità de' suoi costumi, e la sua moderazione verso i nipoti, i quali restarono ben ricchi, ma senza avere espilato l'erario di San Pietro. Niun più di lui seppe farla da principe; ma vi fu chi desiderò che meno lo facesse. Sotto di lui tutti tremavano: tanto era il rigore della sua giustizia, quasichè egli nulla curasse di farsi amare dai sudditi suoi. Dicono che anche oggidì si fa paura ai fanciulli col suo nome. La verità nondimeno è che a lui non mancò l'amore di molti, e massimamente dei saggi. Grandiose furono le di lui idee, nè io tutte le ho riferite, tutte nondimeno animosamente eseguite, ma comperate colle lagrime dei suoi popoli, per aver egli imposto di nuovo, come scrive il Cicarelli, più di trentacinque dazii e gabelle: ortiche, le quali, una volta nate, non si seccano mai più; e quelleanche rigidissimamente riscosse dai suoi commissarii. Venali ancora rendè molti uffizii: del che certo non riportò lode. A questo pontefice vivente avea il senato e popolo romano alzata una statua con bella iscrizione. Ma dacchè egli cessò di vivere, molti nobili, disgustati per la di lui asprezza, e per avere levato alcuni uffizii al senato romano; moltissimi ancora della plebe in vendetta delle gravezze imposte si sollevarono, e bene fu che s'interponessero dei saggi magnati: altrimenti su quella statua si sfogava la lor collera e vendetta. Quetossi il tumulto; con tutto ciò servì quest'esempio perchè i Romani formassero uno stabile decreto di non alzar più statue ad alcun pontefice vivente. Tempo in fatti pericoloso per l'adulazione è la vita de' principi; il giusto giudizio del merito delle persone si ha da aspettar dalla morte.Ora entrati in conclave i porporati, nel dì 15 di settembre elessero con somma concordia papa il cardinaleGiambatista Castagnanato in Roma da padre genovese nel 1521, e sempre in essa allevato, e considerato come Romano. Tali virtù e belle doti d'animo e d'ingegno, e spezialmente di amorevolezza, saviezza e sperienza degli affari del mondo, concorrevano in questo personaggio, che si può dire ch'egli entrò papa in conclave, c tale anche ne uscì. Lo stesso papa Sisto, che ben s'intendeva del valore delle persone, più d'una volta scherzando diede a conoscere di riguardar lui, come suo successore. Prese egli il nome diUrbano VII, ed era ben degno di lunga vita, perchè nulla a lui mancava di buono per fare un ottimo reggimento. Ordinò tosto che niuno de' parenti suoi prendesse altro maggior titolo di quel che aveano innanzi. Nè pur volle promuoverne alcuno ai supremi uffizii, dicendo esser meglio di valersi di altri, per potere, se fallassero, senza impedimento del naturale affetto, o rimuoverli o gastigarli. Fece subito descrivere tutti i poveri della città, con animo di esercitar verso di loro l'innatasua liberalità, di cui, appena creato papa, diede un bei saggio verso i cardinali poveri. Immantenente ancora ordinò la riforma della dateria e la continuazione delle fabbriche di papa Sisto, volendo che del medesimo quivi si ponessero l'armi, e non già le sue. Pensava eziandio a levar le gabelle poste da papa Sisto, a provvedere alla carestia allora corrente e ad altre lodevoli azioni. Ma che? nel secondo giorno del suo pontificato cominciò a sentirsi poco bene; sopraggiunse la febbre, e questa nel dì 27 di settembre, il rapì dalla presente vita con incredibil dispiacere del popolo romano, che per lui eletto somma allegrezza mostrò, per lui infermo offerì a Dio ferventi preghiere, e lui morto onorò col pianto quasi di ognuno.Convenne dunque che il sacro collegio passare ad una nuova elezione, e questa cadde, dopo molte dispute pel concorso di altri degnissimi porporati, correndo il dì 5 di dicembre, nelcardinale Niccolò Sfondratinobile milanese, chiamato il Cardinal di Cremona, perchè vescovo di quella città, e di famiglia anche oriunda di là. Suo padre fu Francesco già senatore di Milano, e dopo la morte di Anna Visconte sua moglie, pel suo sapere creato cardinale da Paolo III, vescovo fu anch'egli di Cremona. Era Niccolò suo figlio personaggio di maschia pietà, dottissimo, di costumi sempre incorrotti, di somma umiltà, e sì alieno dal desiderio della sacra tiara, che, trovandosi all'improvviso eletto papa, rivolto ai capi delle fazioni disse:Dio ve lo perdoni: che avete voi mai fatto?Prese il nome diGregorio XIV. Perchè infermiccia era la sua sanità, e abbisognava di persona fedele a sostenere il gran peso a lui addossato, creò tosto cardinale Paolo suo nipote, figlio di suo fratello e di Sigismonda Estense, che riuscì un insigne porporato. Chi scrisse schiantata sotto Sisto V la razza de' banditi, volle piuttosto dire frenata la loro insolenza. Imperocchè buona parte d'essi si ritirònei confini di Napoli e della Toscana, e un'altra continuò ad infestar la Romagna; nè tutti gli sforzi di quel sì temuto pontefice poterono apprestare una vera medicina al male. Crebbe poi questo dopo la morte di esso Sisto, e massimamente perchè Alfonso Piccolomini duca di Monte Marciano, caduto in disgrazia delgran duca Ferdinando, e con grossa taglia sulla sua testa perseguitato dappertutto, si fece capo di que' masnadieri in Romagna; ed arrivato a mettere insieme alquante squadre di cavalli, commettea frequenti assassinii. Altrettanto facea Marco Sciarra, altro capo di banditi e scellerati in Abbruzzo con iscorrere fino alle porte di Roma, bruciar casali, ed esigere contribuzioni. Unironsi poi insieme queste due esecrabili fazioni, ed aumentandosi di giorno in giorno la loro truppa, incredibili danni recavano, talmente che il terror di essi si stendeva ben lungi. Perchè il vicerè di Napoli spedì contra di loro circa quattro mila soldati, passarono tutti in Campagna di Roma sul principio di dicembre. Il gran duca inviòCamillo del Montecon ottocento fanti e ducento cavalli in traccia di costoro. Da Roma ancora andòVirginio Orsinocon quattrocento cavalli. Fu assediato lo Sciarra coi suoi in un casale; sopraggiunse il Piccolomini con circa secento cavalli, e si venne a battaglia, in cui ben cento di quei malvagi uomini furono uccisi o presi. Contuttociò gli altri la notte ebbero la fortuna di mettersi in salvo. Oltre a questo flagello, un altro di lunga mano maggiore si provò ne' presenti tempi quasi per tutta l'Italia, e massimamente nello Stato della Chiesa, cioè la carestia, per cui la povera gente si ridusse a mangiar erbe, cioè a pascersi d'un cibo che solo basta a recar la morte agli uomini. Se a' tempi nostri o son rare le carestie, o ad esse si provvede, è proceduto questo dall'introduzione e dilatata coltura del grano turco, che melgone o frumentone vien chiamato in alcuni paesi, supplendo esso alla mancanzadei frumenti e di altri grani. Si applicò tosto il novello pontefice al soccorso de' suoi popoli, nè tralasciò diligenza e spesa per aiutarli.Ma quello che maggiormente teneva in tempesta l'animo di esso papa Gregorio, era il lagrimevole stato della Francia, dove in quest'anno si fece guerra alla disperata fraArrigo IV re, sostenuto principalmente dagli ugonotti, e la lega de' cattolici, capo di cui era ilduca di Umenadella casa di Guisa. Brevemente accennerò io che nel dì 14 di marzo fra i due nemici eserciti si venne ad una giornata campale presso d'Ivrì, in cui Arrigo principe di singolar valore, quantunque inferiore di forze, diede una gran rotta all'Umena con istrage di non poca della di lui fanteria, e colla presa delle bandiere, artiglierie e bagaglio. Se Arrigo era più sollecito a marciare alla volta di Parigi, fu creduto che quel popolo, trovandosi sprovveduto, avrebbe capitolata la resa. Allorchè v'andò, trovò fatti assaissimi preparamenti, e prese molte precauzioni; ciò non ostante, ne imprese l'assedio. La costanza de' Parigini nella difesa della città sotto il comando diCarlo duca di Nemours, e le calamità incredibili da loro sofferte per l'estrema penuria di vettovaglia, furono cose memorabili che empierebbono un lungo campo di storia. Nel qual tempo mancò di vita in prigione ilcardinal Carlo di Borbone, vanamente proclamato re dai collegati cattolici, e il duca d'Umena altro ripiego non avea che di ricorrere con ispessi corrieri e fervorose preghiere al papa e al re Cattolico per ottenere soccorsi. Non potea certamente Parigi resistere più lungo tempo, dacchè il re Arrigo IV avea occupato qualunque sito all'intorno, per cui potessero penetrar viveri nella città. Ma vennero a tempo ordini del re Cattolico alduca Alessandro Farnesedi passar colle sue forze di Fiandra in aiuto degli assediati parigini. Con dieci mila pedoni, tre mila cavalli ed accompagnamento di copiosa nobiltà fiammingaall'improvviso arrivò il generoso duca a Meau nel dì 21 di agosto, e si unì col duca d'Umena. Non potea durarla più di quattro giorni Parigi, quando cominciò ad avvicinarsi un sì potente soccorso; e perciocchè il re Arrigo, coll'aver divisa la sua armata intorno a quella città, a troppi pericoli restava esposto, nell'ultimo del mese suddetto giudicò miglior consiglio di levare il campo e ritirarsi. Esibì poscia al Farnese la battaglia, ma questi, che sapeva il suo mestiere, e si trovava inferiore di gente, con saggia risposta si sottrasse all'impegno. Succederono poi alcuni altri fatti di guerra, che non importa di qui riferire. Ritirossi intanto con parte dell'esercito il duca Alessandro Farnese, sempre inseguito dal re Arrigo, in Fiandra, per accudire ai bisogni di quel paese e prepararsi, occorrendo, a tornare in Francia l'anno seguente. In questi tempi ancora, sì per proprio interesse che per le premure del re Cattolico,Carlo Emmanueleduca di Savoia portò la guerra in Francia. Essendo stato invitato dai popoli della Provenza a prendere la lor protezione contra degli ugonotti, i quali sotto i signori di Lesdiguieres e della Valletta occupavano molti luoghi in essa Provenza, e particolarmente del Delfinato, s'impadronì di Barcelonetta, e di Frejus, di Antibo e d'altri luoghi. E tuttochè in qualche fazione ricevesse delle percosse dai nemici, e massimamente verso Ginevra, dove nello stesso tempo bolliva la guerra, pure nel dì 18 di novembre fece la magnifica sua entrata nella città di Aix capitale della Provenza, accolto con grandi feste e molte benedizioni da quel popolo, il che fatto, altri luoghi vennero alla di lui ubbidienza.

Fu in quest'anno pubblicata la sacra Bibbia, che l'infaticabilpapa Sisto, in esecuzione del prescritto dal concilio di Trento, avea fatto collazionare con gli antichi manoscritti, ed emendare. Ma perchè non riuscì perfetta quella fatica, nè assai corretta l'edizione, un'altra più esatta ne fece poi fare Clemente VIII. Ora, mentre si aggiravano in mente ad essopapa Sisto Vimprese sempre nuove o in vantaggio della cristianità, o in utile dei suoi Stati, o in ornamento di Roma, ed impiegava anche moltissimi pensieri per le guerre civili che laceravano la Francia con gravissimo pericolo della religione, eccoti la morte bussare alla porta, e portarlo all'altra vita nel dì 27 di agosto dell'anno presente. Era egli nato nel dì 13 di dicembre del 1521. Dopo il già detto non ci sarebbe bisogno che io qui ricordassi qual fosse la grandezza dell'animo di questo pontefice, quale il suo zelo per la fede cattolica, quale la religiosità de' suoi costumi, e la sua moderazione verso i nipoti, i quali restarono ben ricchi, ma senza avere espilato l'erario di San Pietro. Niun più di lui seppe farla da principe; ma vi fu chi desiderò che meno lo facesse. Sotto di lui tutti tremavano: tanto era il rigore della sua giustizia, quasichè egli nulla curasse di farsi amare dai sudditi suoi. Dicono che anche oggidì si fa paura ai fanciulli col suo nome. La verità nondimeno è che a lui non mancò l'amore di molti, e massimamente dei saggi. Grandiose furono le di lui idee, nè io tutte le ho riferite, tutte nondimeno animosamente eseguite, ma comperate colle lagrime dei suoi popoli, per aver egli imposto di nuovo, come scrive il Cicarelli, più di trentacinque dazii e gabelle: ortiche, le quali, una volta nate, non si seccano mai più; e quelleanche rigidissimamente riscosse dai suoi commissarii. Venali ancora rendè molti uffizii: del che certo non riportò lode. A questo pontefice vivente avea il senato e popolo romano alzata una statua con bella iscrizione. Ma dacchè egli cessò di vivere, molti nobili, disgustati per la di lui asprezza, e per avere levato alcuni uffizii al senato romano; moltissimi ancora della plebe in vendetta delle gravezze imposte si sollevarono, e bene fu che s'interponessero dei saggi magnati: altrimenti su quella statua si sfogava la lor collera e vendetta. Quetossi il tumulto; con tutto ciò servì quest'esempio perchè i Romani formassero uno stabile decreto di non alzar più statue ad alcun pontefice vivente. Tempo in fatti pericoloso per l'adulazione è la vita de' principi; il giusto giudizio del merito delle persone si ha da aspettar dalla morte.

Ora entrati in conclave i porporati, nel dì 15 di settembre elessero con somma concordia papa il cardinaleGiambatista Castagnanato in Roma da padre genovese nel 1521, e sempre in essa allevato, e considerato come Romano. Tali virtù e belle doti d'animo e d'ingegno, e spezialmente di amorevolezza, saviezza e sperienza degli affari del mondo, concorrevano in questo personaggio, che si può dire ch'egli entrò papa in conclave, c tale anche ne uscì. Lo stesso papa Sisto, che ben s'intendeva del valore delle persone, più d'una volta scherzando diede a conoscere di riguardar lui, come suo successore. Prese egli il nome diUrbano VII, ed era ben degno di lunga vita, perchè nulla a lui mancava di buono per fare un ottimo reggimento. Ordinò tosto che niuno de' parenti suoi prendesse altro maggior titolo di quel che aveano innanzi. Nè pur volle promuoverne alcuno ai supremi uffizii, dicendo esser meglio di valersi di altri, per potere, se fallassero, senza impedimento del naturale affetto, o rimuoverli o gastigarli. Fece subito descrivere tutti i poveri della città, con animo di esercitar verso di loro l'innatasua liberalità, di cui, appena creato papa, diede un bei saggio verso i cardinali poveri. Immantenente ancora ordinò la riforma della dateria e la continuazione delle fabbriche di papa Sisto, volendo che del medesimo quivi si ponessero l'armi, e non già le sue. Pensava eziandio a levar le gabelle poste da papa Sisto, a provvedere alla carestia allora corrente e ad altre lodevoli azioni. Ma che? nel secondo giorno del suo pontificato cominciò a sentirsi poco bene; sopraggiunse la febbre, e questa nel dì 27 di settembre, il rapì dalla presente vita con incredibil dispiacere del popolo romano, che per lui eletto somma allegrezza mostrò, per lui infermo offerì a Dio ferventi preghiere, e lui morto onorò col pianto quasi di ognuno.

Convenne dunque che il sacro collegio passare ad una nuova elezione, e questa cadde, dopo molte dispute pel concorso di altri degnissimi porporati, correndo il dì 5 di dicembre, nelcardinale Niccolò Sfondratinobile milanese, chiamato il Cardinal di Cremona, perchè vescovo di quella città, e di famiglia anche oriunda di là. Suo padre fu Francesco già senatore di Milano, e dopo la morte di Anna Visconte sua moglie, pel suo sapere creato cardinale da Paolo III, vescovo fu anch'egli di Cremona. Era Niccolò suo figlio personaggio di maschia pietà, dottissimo, di costumi sempre incorrotti, di somma umiltà, e sì alieno dal desiderio della sacra tiara, che, trovandosi all'improvviso eletto papa, rivolto ai capi delle fazioni disse:Dio ve lo perdoni: che avete voi mai fatto?Prese il nome diGregorio XIV. Perchè infermiccia era la sua sanità, e abbisognava di persona fedele a sostenere il gran peso a lui addossato, creò tosto cardinale Paolo suo nipote, figlio di suo fratello e di Sigismonda Estense, che riuscì un insigne porporato. Chi scrisse schiantata sotto Sisto V la razza de' banditi, volle piuttosto dire frenata la loro insolenza. Imperocchè buona parte d'essi si ritirònei confini di Napoli e della Toscana, e un'altra continuò ad infestar la Romagna; nè tutti gli sforzi di quel sì temuto pontefice poterono apprestare una vera medicina al male. Crebbe poi questo dopo la morte di esso Sisto, e massimamente perchè Alfonso Piccolomini duca di Monte Marciano, caduto in disgrazia delgran duca Ferdinando, e con grossa taglia sulla sua testa perseguitato dappertutto, si fece capo di que' masnadieri in Romagna; ed arrivato a mettere insieme alquante squadre di cavalli, commettea frequenti assassinii. Altrettanto facea Marco Sciarra, altro capo di banditi e scellerati in Abbruzzo con iscorrere fino alle porte di Roma, bruciar casali, ed esigere contribuzioni. Unironsi poi insieme queste due esecrabili fazioni, ed aumentandosi di giorno in giorno la loro truppa, incredibili danni recavano, talmente che il terror di essi si stendeva ben lungi. Perchè il vicerè di Napoli spedì contra di loro circa quattro mila soldati, passarono tutti in Campagna di Roma sul principio di dicembre. Il gran duca inviòCamillo del Montecon ottocento fanti e ducento cavalli in traccia di costoro. Da Roma ancora andòVirginio Orsinocon quattrocento cavalli. Fu assediato lo Sciarra coi suoi in un casale; sopraggiunse il Piccolomini con circa secento cavalli, e si venne a battaglia, in cui ben cento di quei malvagi uomini furono uccisi o presi. Contuttociò gli altri la notte ebbero la fortuna di mettersi in salvo. Oltre a questo flagello, un altro di lunga mano maggiore si provò ne' presenti tempi quasi per tutta l'Italia, e massimamente nello Stato della Chiesa, cioè la carestia, per cui la povera gente si ridusse a mangiar erbe, cioè a pascersi d'un cibo che solo basta a recar la morte agli uomini. Se a' tempi nostri o son rare le carestie, o ad esse si provvede, è proceduto questo dall'introduzione e dilatata coltura del grano turco, che melgone o frumentone vien chiamato in alcuni paesi, supplendo esso alla mancanzadei frumenti e di altri grani. Si applicò tosto il novello pontefice al soccorso de' suoi popoli, nè tralasciò diligenza e spesa per aiutarli.

Ma quello che maggiormente teneva in tempesta l'animo di esso papa Gregorio, era il lagrimevole stato della Francia, dove in quest'anno si fece guerra alla disperata fraArrigo IV re, sostenuto principalmente dagli ugonotti, e la lega de' cattolici, capo di cui era ilduca di Umenadella casa di Guisa. Brevemente accennerò io che nel dì 14 di marzo fra i due nemici eserciti si venne ad una giornata campale presso d'Ivrì, in cui Arrigo principe di singolar valore, quantunque inferiore di forze, diede una gran rotta all'Umena con istrage di non poca della di lui fanteria, e colla presa delle bandiere, artiglierie e bagaglio. Se Arrigo era più sollecito a marciare alla volta di Parigi, fu creduto che quel popolo, trovandosi sprovveduto, avrebbe capitolata la resa. Allorchè v'andò, trovò fatti assaissimi preparamenti, e prese molte precauzioni; ciò non ostante, ne imprese l'assedio. La costanza de' Parigini nella difesa della città sotto il comando diCarlo duca di Nemours, e le calamità incredibili da loro sofferte per l'estrema penuria di vettovaglia, furono cose memorabili che empierebbono un lungo campo di storia. Nel qual tempo mancò di vita in prigione ilcardinal Carlo di Borbone, vanamente proclamato re dai collegati cattolici, e il duca d'Umena altro ripiego non avea che di ricorrere con ispessi corrieri e fervorose preghiere al papa e al re Cattolico per ottenere soccorsi. Non potea certamente Parigi resistere più lungo tempo, dacchè il re Arrigo IV avea occupato qualunque sito all'intorno, per cui potessero penetrar viveri nella città. Ma vennero a tempo ordini del re Cattolico alduca Alessandro Farnesedi passar colle sue forze di Fiandra in aiuto degli assediati parigini. Con dieci mila pedoni, tre mila cavalli ed accompagnamento di copiosa nobiltà fiammingaall'improvviso arrivò il generoso duca a Meau nel dì 21 di agosto, e si unì col duca d'Umena. Non potea durarla più di quattro giorni Parigi, quando cominciò ad avvicinarsi un sì potente soccorso; e perciocchè il re Arrigo, coll'aver divisa la sua armata intorno a quella città, a troppi pericoli restava esposto, nell'ultimo del mese suddetto giudicò miglior consiglio di levare il campo e ritirarsi. Esibì poscia al Farnese la battaglia, ma questi, che sapeva il suo mestiere, e si trovava inferiore di gente, con saggia risposta si sottrasse all'impegno. Succederono poi alcuni altri fatti di guerra, che non importa di qui riferire. Ritirossi intanto con parte dell'esercito il duca Alessandro Farnese, sempre inseguito dal re Arrigo, in Fiandra, per accudire ai bisogni di quel paese e prepararsi, occorrendo, a tornare in Francia l'anno seguente. In questi tempi ancora, sì per proprio interesse che per le premure del re Cattolico,Carlo Emmanueleduca di Savoia portò la guerra in Francia. Essendo stato invitato dai popoli della Provenza a prendere la lor protezione contra degli ugonotti, i quali sotto i signori di Lesdiguieres e della Valletta occupavano molti luoghi in essa Provenza, e particolarmente del Delfinato, s'impadronì di Barcelonetta, e di Frejus, di Antibo e d'altri luoghi. E tuttochè in qualche fazione ricevesse delle percosse dai nemici, e massimamente verso Ginevra, dove nello stesso tempo bolliva la guerra, pure nel dì 18 di novembre fece la magnifica sua entrata nella città di Aix capitale della Provenza, accolto con grandi feste e molte benedizioni da quel popolo, il che fatto, altri luoghi vennero alla di lui ubbidienza.


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